Articolo da Transform! Italia
Il grande successo della due giorni di Bologna, non solo per la nutrita presenza ma per la qualità degli interventi, allarga lo spiraglio di luce che si era avvertito nelle grandi manifestazioni in sostegno del popolo palestinese. Di fatto – e su questo punto sarà bene ritornare in modo più ampio – siamo di fronte ad una ripresa di un largo e inclusivo movimento di massa, capace di muoversi al di là o addirittura in assenza di un input proveniente da organizzazioni partitiche o sociali, e in grado di affrontare la sfida che il finanzcapitalismo mondiale sta ponendo, come il suo sistema di guerra, la distruzione dell’ambiente, l’aperta contraddizione con qualunque tipo d sistema democratico, compreso quelli puramente liberali. Tenere insieme non livello accademico, ma a quello dei movimenti sociali e reali queste tematiche che spesso nel dibattito politico culturale sono tenute distinte, mi pare il migliore successo di quel processo di convergenza di cui si è parlato in questi ultimi mesi e che è stato il filo conduttore dell’incontro bolognese.
L’altro aspetto enormemente positivo che balza subito agli occhi, pur in una analisi approssimativa quale quella che qui viene accennata, è la dimensione internazionale che il convegno di Bologna ha saputo darsi. E all’interno di questa una capacità di collegamento e di interlocuzione con movimenti e lotte che si stanno costruendo e manifestando a livello europeo. In questi ultimi mesi diverse sono state le città europee che sono state attraversate da imponenti manifestazioni, precedute e seguite da appuntamenti pubblici di riflessione e di continuo aggiornamento di piattaforme di lotta. Sì può dire che l’Europa della società civile abbia sottolineato la propria distanza, non passiva ma attiva e propositiva, dalla Europa delle istituzioni, da una Unione europea totalmente incapace – anzi del tutto contraria – ad assumere nel panorama mondiale attuale un ruolo di forza autonoma dal punto di vista politico ed economico, che sia fattore concreto di pace e di solidarietà verso i popoli vittime di guerre, del neocolonialismo, dello sfruttamento delle risorse dei loro territori. In un quadro nel quale i pericoli del precipitare verso un nuovo conflitto mondiale, che l’utilizzo delle armi nucleari renderebbe devastante per il pianeta e per il vivente umano e non umano, si avvertono con sempre maggiore insistenza e incombenza, si sta sviluppando una nuova dimensione dell’internazionalismo che riesce ad unire movimenti ed esperienze provenienti da diversi settori sociali, con un protagonismo femminile e giovanile rilevante. Ciò che era stato seminato ai tempi della globalizzazione montante, si pensi alle giornate di Genova del 2001, alle straordinarie manifestazioni contro la guerra in Iraq del 2003 sta ora sbocciando in forme nuove a fronte di un rinculo della globalizzazione capitalistica, al tentativo di dividere il mondo in aree di influenza e di dominio imperiali l’un contro l’altra armate, a proporre la guerra non come prolungamento della politica con altri mezzi, ma alla sostituzione tout court della politica stessa.
Ciò che accade a livello internazionale si ripercuote nei singoli paesi del capitalismo maturo che pur tra mille differenze conoscono un attacco a fondo ai più elementari principi democratici. Mentre la foga di Trump manda all’aria le istituzioni internazionali nate dopo la seconda guerra mondiale, già inefficienti di loro, per costituirle con aggregazioni aggressive di governi di paesi a lui fedeli – si pensi all’obbrobrio del cd. Board of Peace – all’interno di quei singoli paesi sono in corso non solo processi di svuotamento delle Costituzioni democratiche, attraverso la disapplicazione delle loro norme – il che non sarebbe di per sé una novità – ma di stravolgimento e cambiamento dello stesso testo scritto, attraverso processi di revisione attuati a colpi di maggioranze parlamentari spesso non corrispondenti alle volontà politiche dei cittadini, ma costruite con leggi elettorali di comodo.
E’ il caso italiano, ove l’aggressione alla Costituzione ha un significato particolare. La nostra Carta costituzionale infatti non è ascrivibile al campo delle Costituzioni liberali, non si occupa solo dei diritti, delle libertà della cittadinanza ma unisce questi alla grande questione dell’uguaglianza come è evidente fin nei primi citatissimi articoli che costituiscono i “principi fondamentali” della nostra Costituzione. Stravolgerla, cambiarla nella sua applicazione e nel testo significa aggredire tanto il campo dei diritti quanto quello dei bisogni. La posta in gioco è quindi enorme. Il voto sul referendum cd. affermativo sulla legge Meloni-Nordio assume una valenza particolare, anche perché il governo, al di là delle dichiarazioni della Presidente del Consiglio, è inevitabilmente chiamato a misurare l’esistenza o meno di un consenso reale e non falsato da meccanismi elettorali truffaldini.
Nel referendum – la cui data è stata messa in discussione dal ricorso giustamente presentato da 15 cittadini e su cui si attende la sentenza del Tar – non prevede, come si sa, quorum. Quindi le forze della destra non potranno usare a loro vantaggio l’arma dell’astensione per fingere un’approvazione del loro operato. I sondaggi, di cui però non bisogna innamorarsi, indicano che la forchetta tra il Sì e il No si sta restringendo. L’ultimo in nostro possesso indica uno scarto minimo, tra il Sì e il No, pari allo 0,2%. Solo qualche settimana fa, gli stessi sondaggi evidenziavano una differenza a favore del Sì superiore a dieci punti. Il tempo quindi gioca a favore della possibilità di raggiungere e convincere i cittadini ad andare a votare e ad aumentare la percentuale del NO. Insomma l’esito del referendum è contendibile. Fare vincere il NO è possibile, a condizione che si possano raggiungere quella massa consistente di cittadini che, anche nei sondaggi, mostrano di non conoscere l’argomento o di essere indifferenti.
Ciò che è in discussione non è tanto la separazione delle carriere, cavallo di battaglia di Berlusconi, perché essa di fatto è già stata attuata con le limitazioni poste dalla precedente legislazione ordinaria (vedi la legge Cartabia), ma l’indipendenza e l’autonomia della magistratura dal governo. Quindi l’equilibrio fondamentale dei poteri – il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario – su cui si regge uno Stato democratico. Del resto lo stesso ministro Nordio lo ha affermato, in più di una delle sue numerose esternazioni, quando ha affermato ad esempio che la Schlein, in quanto capo del principale partito di opposizione, dovrebbe ringraziarlo per avere fatto una simile legge, perché le potrebbe essere assai utile qualora dovesse andare al governo. Una manifestazione più chiara delle reali finalità di questa legge – l’assoggettamento della magistratura al potere esecutivo – era persino difficile da immaginarsi. Questo risultato la legge Nordio lo otterrebbe con la duplicazione dei Consigli superiori della Magistratura e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. In essi l’elezione della parte togata avviene per puro sorteggio, con la scusa di eliminare le correnti, mentre per la parte laica il sorteggio avverrebbe all’interno di una platea precedentemente definita in sede parlamentare, dove però la maggioranza potrebbe indicare figure ad essa fedeli. In questo modo il controllo sulla figura del Pubblico ministero da parte del governo sarebbe assicurata.
Non è difficile immaginare che fine farebbero persone arrestate sulla base del decreto sicurezza, ora diventato legge, e di altre norme restrittive – si pensi al ddl sull’antisemitismo in preparazione – nel corso di manifestazioni o di esercizio in qualunque forma di un dissenso. Esse si troverebbero di fronte a un Pubblico ministero il cui unico scopo non è più quello di accertare la verità dei fatti ma di punire il presunto colpevole. Alla repressione poliziesca si aggiungerebbe la punizione per via giudiziaria. Una tenaglia che strangolerebbe i diritti e la giustizia.
Fonte: Transform! Italia
Autore: Alfonso Gianni
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