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giovedì 29 gennaio 2026

Inverno a Gaza: quando la coscienza del mondo si congela



Articolo da Diálogos do Sul Global

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Diálogos do Sul Global 

Rifugiati nella loro stessa patria, i palestinesi affrontano l'inverno con corpi tremanti, stomaci vuoti e un cielo che non offre pietà, ma bombe, nel silenzio internazionale.

A Gaza, l'inverno non arriva come una stagione passeggera, ma come un'ulteriore punizione imposta a un popolo stremato dalla guerra e dal blocco. Qui, il freddo intenso invernale è aggravato dall'allagamento di tende e rifugi per gli sfollati da parte dell'acqua piovana, che si interseca con il pericolo di case sull'orlo del collasso sotto il peso dei continui bombardamenti israeliani. Bombardamenti che non si accontentano di distruggere ciò che resta delle case e delle proprietà dei cittadini, ma continuano a mietere vite tra morte, fame e freddo, di fronte a un silenzio internazionale sempre più crudele e a un mondo che insiste nel strappare via la loro umanità pezzo per pezzo.

A Gaza, i bambini non si nascondono dalla pioggia in case calde, ma condividono la paura con le loro famiglie sotto teloni strappati che non offrono alcuna protezione dal freddo né impediscono l'annegamento. Rifugiati nella loro stessa terra, affrontano l'inverno con corpi tremanti, stomaci vuoti e un cielo che non mostra pietà, ma accresce il dolore. Ogni goccia d'acqua diventa una minaccia e ogni notte fredda potrebbe essere l'ultima per un bambino o un anziano il cui corpo fragile non ha resistito alla prova forzata della resistenza.

I bombardamenti israeliani continuano senza sosta, come se la guerra avesse deciso di sfidare le stagioni e assediare Gaza anche durante la stagione delle piogge. Case distrutte, quartieri devastati e infrastrutture al collasso, incapaci di drenare l'acqua piovana, mentre i rifugi diventano trappole mortali. Eppure, il mondo continua a voltare le spalle, come se le scene di annegamento, freddo e fame non meritassero altro che fredde dichiarazioni, simili all'atmosfera delle conferenze internazionali.

L'inverno di Gaza non è una crisi climatica, ma un crudo riflesso del crollo dei valori umani. È una prova per la coscienza dell'umanità, che si è congelata anche prima delle piogge, rifiutandosi di concedere ai bambini – prima ancora che agli adulti – un solo momento di calore. Una prova in cui la comunità internazionale fallisce ripetutamente, quando equipara il carnefice alla vittima e quando giustifica il crimine con il silenzio o la complicità.

A Gaza, la gente non chiede l'impossibile. Chiede solo il diritto alla vita, alla sicurezza, a un tetto sopra la testa per proteggere i propri figli dalla pioggia e a un inverno che non diventi l'ennesima arma di una guerra di sterminio. Ma anche questo minimo di umanità sembra un fardello troppo pesante per un mondo abituato a guardare la tragedia svolgersi dietro gli schermi, senza battere ciglio.

Un giorno arriverà la primavera, ma la domanda che rimarrà senza risposta è: quante vite saranno sepolte sotto le macerie e il freddo prima che la coscienza del mondo si risvegli?

Traduzione: Dauli Baja

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Fonte: Diálogos do Sul Global

Autore: Wisam Zoghbour

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Diálogos do Sul Global


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