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lunedì 26 gennaio 2026

L'indipendenza del giudice tra realtà dei fatti e narrazioni di comodo



Articolo da Volere la luna

Uno degli “argomenti” della campagna elettorale dei sostenitori del SÌ nel prossimo referendum è quello della necessità di estirpare l’impropria politicizzazione di pubblici ministeri e giudici, veicolata dalle correnti. È un tema di cui sento parlare sin da quando entrai in magistratura nel lontano 1970 e, da allora, è una sorta di mantra, condiviso a destra e a sinistra (seppur con diversa accentuazione). Si tratta peraltro, a ben guardare, di una leggenda metropolitana priva di fondamento. Ciononostante resta uno dei cavalli di battaglia degli artefici della “riforma” costituzionale della giustizia e occorre, dunque, affrontarlo.

Sembrerà, a molti, un paradosso, ma la realtà è che l’attuale magistratura – quella che opera ogni giorno nel nostro Paese – è, a differenza di quanto comunemente si afferma, la meno politicizzata della nostra storia nazionale dall’Unità in poi. Oggi i prestiti di magistrati alla politica attiva sono, nel nostro Paese, esigui (e – tra l’altro – tutti, o quasi, nelle fila di quella destra che si straccia le vesti per la supposta politicizzazione di pubblici ministeri e giudici: basti citare il caso del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, tuttora magistrato in aspettativa). Tutt’altra era la situazione nel bel tempo antico, impropriamente evocato dai critici dell’attuale sistema. In epoca liberale la magistratura era un’articolazione della classe politica di governo tout court: la maggior parte degli alti magistrati era di nomina governativa e spesso di estrazione direttamente politica e frequenti erano i passaggi dall’ordine giudiziario al Parlamento e al Governo, al punto che, fra il 1861 e il 1900, metà dei ministri della giustizia (17 su 34) e dei relativi sottosegretari (11 su 21) proveniva dai ranghi della magistratura. La situazione restò inalterata nel ventennio fascista (con l’8% dei senatori reclutato tra le fila della magistratura), allorché – non inganni la retorica del dopo – la commistione tra magistratura e regime fu pressoché totale: e ciò per spontaneo adeguamento, oltre che per obbligo di iscrizione al partito (e per il rilievo preferenziale ai fini dell’avanzamento in carriera accordato finanche a un titolo giuridico come la partecipazione alla marcia su Roma…), tanto da consentire al guardasigilli Alfredo Rocco di affermare solennemente, già nel 1929, che «lo spirito del Fascismo (era) entrato nella magistratura più rapidamente che in ogni altra categoria di funzionari e di professionisti».

Ma – si dice – è un fatto che oggi la magistratura è divisa in articolazioni (le famigerate correnti) ciascuna delle quali trova in una parte della politica e della società i propri riferimenti e, in ogni caso, indipendentemente da iscrizioni o adesioni formali, giudici e pubblici ministeri si dimostrano sempre più di sinistra. Anche qui si tratta di affermazioni a dir poco curiose. Che la magistratura italiana abbia una solida tradizione associativa e comprenda una pluralità di componenti (o correnti), costituitesi negli anni sulla base di diverse concezioni del proprio ruolo e delle politiche della giustizia, è un fatto. Ma è davvero difficile cogliere il nesso tra tale articolazione e la (asserita) politicizzazione della magistratura. Il riferimento delle correnti a questa o quella forza politica è, in realtà, smentito dagli stessi osservatori che la denunciano, i quali, con singolare contraddizione, definiscono l’Associazione nazionale magistrati (costretta – vale la pena ricordarlo – all’autoscioglimento dal regime fascista e rinata solo dopo la Liberazione) non già una propaggine servile e rissosa della politica (come si converrebbe alla somma di correnti facenti capo a partiti contrapposti) ma – per usare una delle tante descrizioni ad essa riservate – «una vociante controparte del mondo politico». E, soprattutto, ciò è smentito dai fatti. Ci sono stati (e ancora ci sono, soprattutto, come si è detto, nel campo conservatore) magistrati subalterni o collaterali a forze o partiti politici: soprattutto – paradosso della storia! – tra quelli che deplorano la “politicizzazione” della categoria. Ma non è una caratteristica diffusa della magistratura associata. Valga per tutti – parlo della realtà che meglio conosco – il caso di Magistratura democratica, la cui collocazione (dichiarata e trasparente) nella cultura progressista, lungi dal produrre fenomeni di subalternità o di fiancheggiamento, è stata stimolo per una più rigorosa autonomia, al punto che la storia del gruppo è stata ed è, nel rapporto con le organizzazioni politiche della sinistra (asseritamente ad essa collaterali), una storia di scontri assai più che di convergenze.

Quanto poi, alla contestata collocazione a sinistra di gran parte della magistratura, l’affermazione non può che provocare l’ilarità di chiunque frequenti le aule giudiziarie o consulti gli esiti delle elezioni per gli organismi direttivi dell’Associazione nazionale magistrati… Ma – quel che più rileva – l’affermazione è smentita dalle cronache giudiziarie e dai repertori della giurisprudenza in cui si vedono iniziative e orientamenti assai diversificati e dove le interpretazioni innovative e garantiste non sono certamente maggioritarie.

Eppure la questione della politicizzazione (ovviamente a sinistra) continua ad essere evocata, proclamata e brandita come un’arma dai critici della magistratura e delle sue decisioni. C’è una ragione: quella di rendere accetta una critica all’attuale assetto dell’ordine giudiziario altrimenti insostenibile. Politicizzazione della magistratura è il nome dato – per screditarliall’indipendenza e al pluralismo interno, che consentono decisioni (non così frequenti, ma tuttavia esistenti) sgradite al potere politico e, più in generale, all’establishment. Si dice “magistratura politicizzata” e si intende, in realtà, la magistratura composta da tanti “piccoli” giudici o pubblici ministeri soggetti soltanto alla legge e in grado di resistere – se lo vogliono – ai condizionamenti dei centri di potere interni o esterni all’ordine giudiziario (i dirigenti degli uffici, l’alta magistratura, il ministro della giustizia e via elencando). È questa magistratura che, con la riforma oggi sottoposta a referendum, e seguendo un copione risalente, si vorrebbe trasformare, riportandola al modello antico, scardinato dalla Costituzione del 1948

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Fonte: Volere la luna

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Licenza: Creative Commons (non specificata la versione

Articolo tratto interamente da Volere la luna


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