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giovedì 25 giugno 2026

Il giorno più nero per gli animali: il Senato ha approvato il Ddl Caccia



Articolo da Lipu 

Il commento di Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e WWF Italia dopo l'approvazione in Senato del Ddl. Ecco i nominativi dei senatori che hanno votato a favore

Il voto di oggi al Senato è una violenza inaccettabile nei confronti della natura e degli animali selvatici e contrario alla volontà della stragrande maggioranza degli italiani, alle evidenze della scienza e alla sicurezza delle persone. 

L’affollatissimo sit-in di oggi al Pantheon organizzato da Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu Bird Life Italia e WWF Italia ha espresso un chiaro NO al disegno di legge sparatutto voluta dal governo Meloni e dalla sua maggioranza. Un provvedimento che rappresenta un regalo ad una minoranza di cacciatori. Il conto lo pagheranno gli animali selvatici e le persone, che vengono espropriate del diritto di vivere la natura in libertà. Con questa controriforma, i boschi somiglieranno sempre di più a poligoni di tiro, senza regole. 

Ora la battaglia si sposta alla Camera. E il governo non può continuare a ignorare una protesta sempre più forte che, partita dalle associazioni ambientaliste e animaliste, ha ormai coinvolto il mondo della scienza e milioni di cittadini italiani. Una mobilitazione che oggi non deve fermarsi, ma anzi intensificarsi. A iniziare dalla politica dove all’impegno profuso finora dai senatori di opposizione, che le associazioni ringraziano, si deve ora aggiungere lo sforzo dei tanti deputati che vogliono combattere per una natura di tutti prigioniera dei capricci dei pochi cacciatori.

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Fonte: Lipu

Autore:
Lipu 

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Articolo tratto interamente da Lipu


lunedì 22 giugno 2026

Campagna contro l'abbandono dei cani e degli altri amici a 4 zampe




Ogni anno una piaga non cessa mai di finire: l'abbandono dei cani e degli altri animali d'affezione. 

Questo problema si accentua proprio nel periodo estivo, quando la partenza per le vacanze pone il problema della presenza di un quattro zampe.

Voglio ricordare che l'abbandono è vietato ai sensi dell'art. 727 del codice penale, che al primo comma recita: "Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda da 1.000 a 10.000 euro."

Inoltre, secondo il Ministero della Salute italiano, «chi abbandona un cane, dunque, non solo commette un illecito penale (Legge 20 luglio 2004, n. 189), ma potrebbe rendersi responsabile di omicidio colposo», quando gli animali abbandonati provocassero incidenti stradali mortali.

Solo una persona senza cuore può abbandonare il nostro migliore amico e ricordatevi che un animale non è un peluche, ma un essere vivente e con un cuore grande.


"L'abbandono di un animale è un atto crudele e degradante."

Dichiarazione universale dei diritti dell'animale




Video credit Nicola Persico caricato su YouTube


venerdì 19 giugno 2026

Perché le lucciole stanno scomparendo?

Le lucciole sono insetti affascinanti che illuminano le notti estive con il loro bagliore. Tuttavia, negli ultimi anni, la loro presenza si è ridotta drasticamente in molte parti del mondo. Quali sono le cause di questo fenomeno e quali sono le possibili conseguenze per l'ecosistema e per la nostra cultura?

Questi insetti sono minacciati da diversi fattori, tra cui la perdita e la frammentazione degli habitat, l'inquinamento luminoso, l'uso di pesticidi e il cambiamento climatico. Questi fattori riducono la disponibilità di cibo, di rifugio e di partner per le lucciole, compromettendo la loro sopravvivenza e la loro riproduzione.

La scomparsa delle lucciole ha implicazioni non solo ecologiche, ma anche sociali ed emotive. Le lucciole sono infatti simboli di magia, di speranza e di bellezza nella nostra cultura. La loro luce ci ha ispirato storie, poesie, canzoni e leggende. Perdere le lucciole significherebbe perdere una parte della nostra memoria. 

Per salvare le lucciole, è necessario agire a livello globale e locale, adottando misure per proteggere gli ambienti naturali, ridurre l'inquinamento e mitigare gli effetti del riscaldamento globale. Inoltre, possiamo contribuire a sensibilizzare il pubblico e le istituzioni sull'importanza delle lucciole e sul loro valore culturale. Le lucciole sono un patrimonio da preservare per le generazioni future.


giovedì 18 giugno 2026

Troppo caldo per muoversi e l'impatto della crisi climatica sulla nostra salute



Articolo da inNaturale

Il caldo estremo rende sempre più difficile fare attività fisica e la sedentarietà climatica favorisce lo sviluppo di patologie letali.

Sedentarietà climatica è un’espressione a cui dovremo abituarci perché, in un mondo in cui il caldo estremo domina gli scenari, fare attività fisica diventa sempre meno piacevole. Secondo un’indagine pubblicata in The Lancet Global Health entro il 2050 le persone che rinunceranno a qualsiasi forma di sport aumenteranno in modo significativo e questo si ripercuoterà sulla salute pubblica. Per rispondere all’emergenza sembra sarà dunque necessario progettare ambienti più resilienti.

Cos’è la sedentarietà climatica? 

Quando si parla di sedentarietà climatica si fa riferimento alla tendenza sempre più diffusa a svolgere meno attività fisica a causa del caldo estremo. Mentre la corsa del cambiamento climatico accelera, le temperature si alzano e praticare sport risulta meno sicuro. Secondo una recente analisi, condotta su dati raccolti in 156 Paesi tra 2000 e 2022, entro il 2050 ogni mese con una temperatura meda superiore a 27.8 °C provocherà un aumento dell’inattività climatica di 1.44 punti percentuali a livello globale. 

Il valore salirà all’1.86% per le nazioni a basso reddito. Oggi nel mondo una persona su 3 non rispetta le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’attività fisica. Ogni ulteriore peggioramento è quindi da ritenere significativo.

Perché il caldo estremo riduce l’attività fisica? 

La sedentarietà climatica rappresenta una conseguenza del cambiamento climatico perché, più si alzano le temperature, più l’attività fisica si complica. In condizioni di caldo estremo il corpo deve lavorare di più per mantenere la termoregolazione. Ad aumentare è, quindi, anche lo stress cardiovascolare e con questo la percezione dello sforzo

Quando colonnine di mercurio e umidità schizzano alle stelle, per altro, la dinamica può entrare del tutto in crisi. Gli eventi meteo estremi favoriti dal riscaldamento globale, come piogge torrenziali, alluvioni e periodi di siccità prolungati, peggiorano ulteriormente il quadro, insieme alla pessima qualità dell’aria e alla mancanza di accesso ad aree verdi.

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Fonte: inNaturale

Autore: Alice Facchini

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

Articolo tratto interamente da inNaturale


Roma è sempre più calda e si rischiano quasi cento giorni di stress termico l'anno




Articolo da Ambientenonsolo

A Roma il disagio causato dal caldo potrebbe durare oltre tre mesi all’anno, ben oltre i periodi ufficialmente classificati come ondate di calore. È quanto emerge da uno studio realizzato da ENEA, Sapienza Università di Roma e SERCO Italia, pubblicato sulla rivista Atmosphere.  

La ricerca ha analizzato il periodo maggio-settembre dal 2018 al 2023 utilizzando i dati delle stazioni meteorologiche del Collegio Romano e di via Boncompagni. I risultati mostrano che i giorni caratterizzati da stress termico all’aperto sono stati spesso molto più numerosi delle giornate classificate come ondate di calore. Nel 2018, ad esempio, sono stati registrati 102 giorni di stress termico contro 27 giorni di ondata di calore, mentre nel 2022 si è arrivati a 101 giorni di stress termico e 66 di ondate di calore.  

Particolarmente significativo il caso del 2019: pur in assenza di vere e proprie ondate di calore estremo, la popolazione romana ha sperimentato 99 giorni di disagio termico all’aperto. Secondo i ricercatori, questo dimostra che il benessere delle persone non può essere valutato esclusivamente sulla base della temperatura dell’aria.  

Per misurare il fenomeno è stato utilizzato il MOCI (Mediterranean Outdoor Comfort Index), un indice bioclimatico che considera non solo la temperatura, ma anche umidità, vento e radiazione solare, fornendo una stima più realistica del caldo percepito dalle persone. 

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Fonte: Ambientenonsolo

Autore: Ambientenonsolo
Articolo tratto interamente da Ambientenonsolo 

Immagine generata con intelligenza artificiale


Cosa mettere in valigia per un'estate eco-friendly



Articolo da Verdecologia

sostenibilità – Dalle creme solari più attente agli ecosistemi marini alle borracce riutilizzabili, fino ai prodotti con ingredienti di origine vegetale: meglio puntare alla valigia sostenibile amica dell’ambiente.

L’estate è il momento dell’anno in cui la quotidianità si sposta finalmente all’aria aperta: dalle spiagge alle vette montane, dai campeggi immersi nella natura fino ai festival e alle città d’arte. Ma è anche la stagione in cui, complici la distrazione e il relax, il nostro impatto ambientale rischia di aumentare.

Oggi, però, si fa strada una nuova consapevolezza. Cresce l’attenzione verso un modo diverso di preparare i bagagli: sempre più viaggiatori scelgono prodotti e oggetti che riducono i rifiuti e riflettono il rispetto per i territori che li ospitano. Nasce così l’idea di un’estate sostenibile, dove le decisioni d’acquisto quotidiane – dai prodotti per la cura personale agli accessori zero waste – contribuiscono a rendere le vacanze più leggere. Anche per il Pianeta.

Il nuovo “galateo” del viaggiatore responsabile

Non si tratta più soltanto di scegliere una meta ecologica, ma di adottare un vero e proprio stile di vita in movimento, ma di un cambiamento che parte dai piccoli gesti: una crema solare è una scelta per il mare – per questo esistono sempre più formule “reef-friendly”, che riducono al minimo l’impatto sugli ecosistemi marini e sulla barriera corallina.

Nei campeggi o nelle docce pubbliche delle spiagge l’utilizzo di saponi e shampoo solidi o a basso impatto limita la dispersione di sostanze chimiche. Da non dimenticare poi shopper in tessuto, set di posate riutilizzabili per i picnic e piccoli posacenere tascabili, alleati fondamentali per evitare che i filtri di sigaretta (tra i rifiuti più inquinanti al mondo) finiscano sulla sabbia o nei sentieri.

📌 La checklist della valigia sostenibile: 5 “classici” + 5 cose a cui (forse) non penseresti!

Per aiutare i viaggiatori, gli esperti di Citriodiol®, il principale attivo repellente di origine vegetale al mondo, derivato dall’olio di Eucalyptus citriodora, hanno pensato a una checklist per essere certi di scegliere l’alternativa più sostenibile – a partire dalle piccole cose!

  • La borraccia termica: per acqua sempre fresca senza plastica monouso;
  •   Solari e detergenti biodegradabili: per proteggere te stesso e l’acqua in cui ti tuffi;
  • Cosmetici solidi: occupano meno spazio, non rischiano di rovesciarsi e azzerano il packaging in plastica;
  • Protezione di origine vegetale: prodotti a base di attivi naturali e biodegradabili come Citriodiol®, che offre una protezione scientificamente provata contro zanzare, zecche, moscerini e altri insetti fino a 11 ore e che è adatto a tutta la famiglia – così, “risparmiamo” anche sulla quantità di prodotto e sul packaging;
  • Un sacchetto in tela “extra”: per raccogliere i propri rifiuti (e magari quelli lasciati da altri) durante le passeggiate;
  • Le mollette da bucato e una corda nautica: portare meno vestiti e lavarli sul posto, evitando di usare l’asciugatrice o di far lavare tutto alla lavanderia dell’albergo (che spesso usa fogli di plastica e lavaggi semi-vuoti)
  •   Una bandana di cotone multifunzione: l’alternativa zero-waste ai fazzoletti di carta, ottima anche come tovagliolo da picnic o protezione per il sole;
  • Una saponetta d’acciaio o cosmetici solidi: per eliminare gli odori della cucina outdoor senza chimica e azzerare il packaging in plastica;
  • Un “Solar Power Bank”: da appendere allo zaino per ricaricare lo smartphone con l’energia del sole durante i trekking;
  • Copri-scarpe o cuffie da doccia in tessuto cerato: per evitare l’accumulo di plastica monouso e tenere la valigia pulita.

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Fonte: Verdecologia

Autore: 

 Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.


Articolo tratto interamente da Verdecologia


Il Parlamento europeo dà il via libera a una nuova generazione di OGM



Articolo da Basta!

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Basta!

Il 17 giugno, i membri del Parlamento europeo di centro, destra ed estrema destra hanno votato a favore delle nuove tecniche genomiche. Non è prevista alcuna etichettatura per i prodotti alimentari. I movimenti degli agricoltori hanno annunciato che presenteranno ricorso alla Corte di giustizia europea.

Il Parlamento europeo ha appena autorizzato una nuova generazione di organismi geneticamente modificati . Queste nuove tecniche genomiche (NGT) modificano il genoma delle piante senza introdurre un transgene, ovvero DNA estraneo, come spieghiamo in questo approfondimento. Mercoledì 17 giugno, la maggioranza degli eurodeputati di centro, destra ed estrema destra ha dato il proprio benestare, respingendo gli emendamenti che avrebbero riaperto i negoziati sul testo. "Gli agricoltori avranno nuovi strumenti per combattere il cambiamento climatico e ridurre l'uso di pesticidi chimici ", ha affermato l'eurodeputato Pascal Canfin, del gruppo centrista Renew. Secondo lui, le NGT consentono "progressi più rapidi nello sviluppo di sementi resistenti alla siccità, adattate alle alte temperature e che richiedono meno fertilizzanti ".

Contrari a questo regolamento riguardante le piante geneticamente modificate prodotte con nuove tecniche genomiche, gli eurodeputati dei Verdi e della sinistra si oppongono con veemenza. "Il Parlamento europeo ha appena approvato la deregolamentazione dei nuovi OGM (NGT), ignorando il principio di precauzione, il diritto dei consumatori di sapere cosa mangiano e l'autonomia degli agricoltori ", lamenta l'eurodeputata francese dei Verdi Marie Toussaint. "Ancora una volta, la destra e l'estrema destra si sono unite per servire gli interessi dell'agroindustria ", ribatte La France Insoumise. Il regolamento è stato votato 431 volte a favore, 201 contro e con 29 astensioni.

Nessuna etichettatura o tracciabilità

Gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono soggetti a una rigorosa regolamentazione in Europa da quasi vent'anni. Sebbene la loro coltivazione non sia vietata nel continente, in pratica solo Spagna e Portogallo coltivano mais geneticamente modificato su piccoli appezzamenti. Finora, la normativa sugli OGM ha richiesto la valutazione del rischio, l'etichettatura e la tracciabilità lungo tutta la filiera produttiva.

Questa nuova normativa elimina però gli ostacoli relativi a quasi tutte le piante geneticamente modificate prodotte con nuove tecniche genomiche. Le piante etichettate "NTG1", che hanno subito non più di 20 modifiche genetiche, saranno trattate allo stesso modo delle piante convenzionali, a condizione che non siano state modificate per resistere agli erbicidi o per produrre sostanze insetticide. "La valutazione del rischio ambientale e sanitario viene eliminata per questa nuova categoria di OGM ", spiega l'associazione Pollinis. "La mancanza di etichettatura sui prodotti finiti priva i consumatori del diritto all'informazione e alla possibilità di scegliere di non consumare OGM ", aggiunge.

Il media Inf'OGM conferma che le aziende non saranno obbligate a fornire metodi per rilevare e identificare gli OGM dopo la loro immissione sul mercato nell'Unione Europea o tramite importazioni. "Pertanto, non sarà possibile alcun monitoraggio sanitario e ambientale post-commercializzazione e gli Stati membri non avranno il potere di vietarne la coltivazione entro i propri confini ", osserva il media.

Anche i movimenti contadini sono estremamente preoccupati. La questione dei brevetti è stata centrale nei negoziati. Attualmente, secondo l'ONG Grain, il 90% degli agricoltori in tutto il mondo utilizza ancora i propri semi tradizionali, che selezionano, si scambiano e riseminano ogni anno. Ma senza la tracciabilità di queste piante, "questi brevetti potrebbero estendersi anche alle piante derivanti da incroci convenzionali ", sottolinea Jean Thévenot del Coordinamento Europeo Via Campesina.

Era stata presentata una serie di emendamenti volti a impedire che agricoltori e aziende sementiere venissero ingiustamente perseguiti per violazione di brevetti, ad esempio in caso di contaminazione accidentale. Tutti questi emendamenti sono stati respinti dagli eurodeputati di centro, di destra e di estrema destra.

Ricorso legale

“Questa nuova normativa aprirà la strada alla privatizzazione diffusa delle risorse genetiche da parte di una manciata di aziende sementiere. Sarà un disastro per l'agrobiodiversità e per gli agricoltori, che faranno fatica a trovare sementi non brevettate adatte alle loro pratiche”, avverte Jean Thévenot. In effetti, la stragrande maggioranza dei brevetti è detenuta da poche multinazionali: Corteva, Bayer, BASF, ChemChina, Limagrain/Vilmorin e KWS.

Il Coordinamento Europeo Via Campesina invita gli Stati membri dell'UE che si sono opposti a questa deregolamentazione ad avviare un procedimento di annullamento del regolamento dinanzi alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. "Il movimento contadino resterà mobilitato per impedire l'attuazione di questo pericoloso regolamento, utilizzando tutti i mezzi legali a disposizione ", promette Jean Thévenot.

Il regolamento deve entrare in vigore venti giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE e applicarsi due anni dopo, cioè nel 2028.

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Fonte: Basta!

Autore: Sophie Chapelle

Articolo tratto interamente da Basta!


martedì 16 giugno 2026

Capri diventa area marina protetta



Articolo da Napoli Milionaria

Con il via libera definitivo alla Camera, l’isola entra nel sistema delle aree marine protette. Il primato non è italiano assoluto: Capri sarà la settima in Campania, ma il Golfo di Napoli diventa il primo interamente tutelato.

Capri ha sempre avuto un mare famoso. Da oggi, quel mare avrà anche una cornice di tutela più chiara. Con il via libera definitivo alla Camera, l’isola si prepara a diventare Area Marina Protetta, dopo un iter lungo e spesso rallentato, nato per separare Capri da Punta Campanella e riconoscerle una gestione autonoma del proprio tratto di mare. È una decisione che riguarda i Faraglioni, le grotte, le rotte dei diportisti, la pesca, il turismo e tutta quella parte sommersa dell’isola che, pur senza finire nelle cartoline, tiene in piedi la sua bellezza.

Il punto va precisato, perché sulle parole si gioca molta della notizia. Capri non è la prima area marina protetta d’Italia. L’Italia ne conta già diverse e in Campania esistono realtà consolidate come Punta Campanella, il Regno di Nettuno, i parchi sommersi di Baia e della Gaiola e altre aree costiere protette. Capri sarà la settima area marina protetta della regione. Il primato è un altro, più geografico e forse più interessante: con l’isola azzurra, il Golfo di Napoli diventa il primo in Italia a essere interamente coperto da aree marine protette.

La nuova tutela non significa chiudere il mare, almeno non dovrebbe. Significa regolarlo. Un’area marina protetta vive di zone, limiti, permessi, controlli e compromessi. Ci saranno tratti più delicati da difendere con maggiore rigore e altri da rendere fruibili secondo regole precise. La fase decisiva sarà proprio questa: trasformare una legge in gestione quotidiana, evitando che il vincolo resti una bella formula e che la parola “protezione” diventi, per chi lavora sull’isola, sinonimo di ostacolo.

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Fonte: Napoli Milionaria

Autore: redazione Napoli Milionaria

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.


Articolo tratto interamente da Napoli Milionaria


lunedì 15 giugno 2026

Un volo di gabbiani telecomandati...


Un volo di gabbiani telecomandati

E una spiaggia di conchiglie morte

Nella notte una stella d'acciaio

Confonde il marinaio

Strisce bianche nel cielo azzurro

Per incantare e far sognare i bambini

La luna è piena di bandiere senza vento

Che fatica essere uomini

Partirà, la nave partirà

Dove arriverà, questo non si sa

Sarà come l'Arca di Noè

Il cane, il gatto, io e te

Un toro è disteso sulla sabbia

E il suo cuore perde cherosene

A ogni curva un cavallo di latta

Distrugge il cavaliere

Terra e mare, polvere bianca

Una città si è perduta nel deserto

La casa è vuota, non aspetta più nessuno

Che fatica essere uomini.

Tratto dal brano L'arca di Noè di Sergio Endrigo


giovedì 11 giugno 2026

La mappa delle aree tossiche in Italia tra inquinamento e disuguaglianza




Ilva di Taranto, Terra dei Fuochi: sono i luoghi dove le popolazioni più vulnerabili sono vittime dell’ingiustizia ambientale. ONU, Corte di Giustizia Europea e CEDU hanno riportato al centro l’urgenza della riparazione per garantire un ambiente salubre a ogni cittadino.

È il giugno del 2022 quando la 49a sessione dell’Human Rights Council delle Nazioni Unite ha discusso il lavoro di uno Special Rapporteur sul “Diritto a un ambiente pulito, salutare e sostenibile: un ambiente non tossico”. Si parla di molte criticità e di un ambiente in cui si moltiplicano le zone in cui le persone vengono intossicate assieme al pianeta, provocando ingiustizie ambientali e creando zone di sacrificio, aree estremamente contaminate dove gruppi vulnerabili e emarginati sopportano un peso sproporzionato delle conseguenze sulla salute, e l’intossicazione cronica impatta sui diritti umani. Si trova ad esempio il Delta del fiume Niger, Abidjan, le zone contaminate dagli incidenti nucleari, le mega città con New Dehli, Cile, Peru, Stati Uniti, Canada. Quasi un rito, quante volte abbiamo sentito e ci siamo occupati degli inferni del mondo, di pensare, solidarizzare, raccogliere fondi, progettare per gli ultimi e i diseredati.1

Ma dentro questa lista ci sono località in Serbia, in Romania, e c’è anche Taranto, sede della più grande acciaieria d’Europa, ciminiere e forni che illuminano la notte dalla città vecchia, contenziosi infiniti, vendite al miglior offerente e con la garanzia dell’immunità penale, per non dover subire gli effetti di proditorie denunce per disastro ambientale, per impianti fatiscenti che rilasciano inquinanti di ogni tipo. E che da lontano si spera sempre che qualcuno lo chiuda quell’impianto ex-Ilva, alla fine, che qualcuno cancelli la colpa di non aver voluto sapere, di non aver voluto vedere la connessione tra l’emissione continua e crescente di inquinanti cancerogeni e la presenza di malattie nelle zone in cui vanno a finire, di aver tappato le orecchie alle denunce delle mamme di Tamburi per la polvere rossa che ha piovuto su tutto il quartiere per decenni. Hanno anche coperto i parchi minerari nel 2021: l’ARPA a quel punto segnalava per tutta la zona i wind days – meglio chiamarli così che giorni di vento! – in cui era consigliato di tenere le finestre ben chiuse, ma non solo a Tamburi, in tutta la città di Taranto, e magari cercare di respirare più corto, un po’ meno. 

Insomma tra i luoghi di sacrificio c’è Taranto e c’è scritto che «le zone di sacrificio rappresentano la più grave negligenza immaginabile nell’adempimento degli obblighi di uno Stato che deve rispettare, proteggere e garantire il diritto a un ambiente pulito, salutare e sostenibile». La sentenza ribadisce con forza che il diritto alla tutela e alla prevenzione dei rischi provocati dall’ambiente inquinato sulla salute è parte integrante della difesa dei diritti umani, in «luoghi in cui i residenti subiscono conseguenze devastanti per la salute fisica e mentale e violazioni dei diritti umani».

Un doloroso respiro di sollievo per chi vive a Taranto: finalmente ci vedono, finalmente qualcuno sa e denuncia, finalmente se dico che soffro e che non è normale che il mio bimbo abbia una leucemia a cinque anni, non sarò pazza ma una rotella di un ingranaggio crudele, che c’è, si vede, e si deve limitare. La mia non è una vicenda personale, è un pezzo della storia del territorio, che ha un inizio, degli sviluppi, delle responsabilità, e potrebbe anche finire.

Un doloroso respiro di sollievo per chi da anni studia salute e ambiente a Taranto: gli epidemiologi ambientali che hanno da tempo visto le associazioni di rischio tra inquinanti e malattie; le autorità sanitarie, che in ogni occasione di nuove autorizzazione hanno messo in guardia scrivendo che aumentando la produzione di acciaio senza modificare i cicli produttivi i malati sarebbero aumentati; le autorità ambientali che hanno controllato le emissioni costantemente, anche se non sempre le facevano conoscere; I veterinari, che hanno misurato la diossina nei formaggi, nel latte e nelle carni delle pecore, interi greggi abbattuti perché non venissero consumati.

E assieme le associazioni ambientaliste2, di cittadini, di giornalisti civici3, di medici per l’ambiente4 che da tempo parlano di ingiustizia ambientale, di danni da riparare e risarcire, aiutati da processi civili, penali e fuori dalle aule di tribunale. Perché qui, perché noi, fino a quando. 

L’ingiustizia ambientale si coglie osservando tanti aspetti diversi: vivere vicino ad un’area inquinata, a un impianto industriale attivo o dismesso può portare un maggiore carico di malattie o mortalità. Le persone si abituano alla loro condizione perché sono lavoratori e non si possono permettere il lusso di cambiare zona o lavoro, possono essere più povere e avere quindi minor accesso ai servizi sanitari e anche alle informazioni su ambiente e salute. In queste zone si trovano spesso comunità di immigrati, perché le case costano meno, si può trovare lavoro nell’indotto, ma rimanere isolati e non conoscere i propri diritti. E l’ingiustizia è una spirale in queste situazioni, si porta dietro molte difficoltà, molto isolamento, molto silenzio e poco interesse politico per cambiare la situazione.

Negli anni recenti la denuncia delle Nazioni Unite non rimane isolata.

La Corte di Giustizia dell’Unione europea si pronuncia il 25 giugno 2024 ancora sull’Ilva di Taranto. E questa volta, riferendosi alla Direttiva 2010/75/UE sulle emissioni industriali (prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento) ne conferma l’applicabilità all’impianto siderurgico di Taranto, ribadendo alcuni punti che non erano ancora stati così bene chiariti: che la nozione di inquinamento comprende i danni all’ambiente e alla salute umana; che la valutazione dell’impatto sulla salute delle attività industriali inquinanti deve costituire un atto interno alle procedure di rilascio e di riesame dell’autorizzazione all’esercizio; che tutte le sostanze inquinanti imputabili all’impianto e scientificamente riconosciute come nocive per la salute devono essere considerate nelle procedure di valutazione; che in caso di pericolo grave e significativo per l’integrità dell’ambiente e della salute umana, l’esercizio dell’impianto deve essere sospeso.

La sentenza mette in luce non solo elementi importanti sul piano dei principi, ma anche sul piano applicativo, molto utili per gli operatori del settore ambientale e sanitario, per gli amministratori locali, regionali e nazionali aperti e consapevoli e soprattutto per i cittadini e le comunità più esposte agli inquinanti riconosciuti come nocivi per la salute. 

Le valutazioni preventive di impatto ambientale sulla salute (denominate valutazioni di danno sulla salute), acquistano un nuovo valore come strumenti di esame e autorizzazione delle attività produttive, in un’ottica di piena integrazione tra ambiente e salute.5

E ancora la pronuncia della Corte europea dei diritti umani (CEDU) del 30 gennaio 2025 (caso Cannavacciuolo e altri c. Italia), sul fenomeno di inquinamento su larga scala dell’area definita la Terra dei fuochi, in Campania. L’Italia ha violato l’art. 2 (diritto alla vita) della Convenzione e deve porre rimedio, mettendo in campo azioni di riqualificazione ambientale  La Corte chiede che il governo italiano entro 2 anni: coordini le azioni per garantire la massima efficacia; consulti gli interlocutori locali, regionali e/o nazionali per definire una strategia globale al fine di affrontare il fenomeno dell’inquinamento; individui le zone e la portata della contaminazione ambientale; effettui le bonifiche e le messe in sicurezza delle aree contaminate (le bonifiche rimuovono l’inquinamento, le messe in sicurezza lo lasciano sul posto provando a isolarlo); dia garanzia sul rispetto dei tempi stabiliti; raccolga, in modo accessibile, strutturato e aggiornato, su un’unica piattaforma informatica pubblica tutte le informazioni pertinenti relative al problema della Terra dei Fuochi e alle misure adottate o previste per affrontarlo, con dettagli sul loro stato di attuazione.6

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Fonte: Libertà e Giustizia

Autore: 
Liliana Cori

Licenza: Creative Commons (non specificata la versione

Articolo tratto interamente da Libertà e Giustizia


Immagine generata con intelligenza artificiale



domenica 7 giugno 2026

Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra

 "Come è possibile comprare o vendere il cielo, il tepore della terra? L’idea è estranea a noi. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria e lo scintillio dell’acqua sotto il sole, come potete voi comprarli? Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri figli: che la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra essi sputano se stessi. Così noi sappiamo. La terra non appartiene all’uomo; l’uomo appartiene alla terra. Così noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate come i membri di una famiglia sono legati dallo stesso sangue. Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli della terra. Non è l’uomo che tesse la trama della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a sé stesso."


Capo Seattle (nativi americani)



venerdì 5 giugno 2026

In Albania crescono le proteste contro il resort di lusso da 4 miliardi di dollari di Kushner



Articolo da Truthout

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Truthout

“Non difendete gli oligarchi, queste sono proprietà dei cittadini!”, hanno gridato i manifestanti.

Martedì sera, per il quarto giorno consecutivo, migliaia di persone in Albania sono scese in piazza per protestare contro un progetto da 4 miliardi di dollari per la costruzione di un resort di lusso sulla più grande isola albanese, promosso da Jared Kushner.

Le proteste nei pressi del cantiere sono iniziate sabato 30 maggio, dopo che gli sviluppatori hanno eretto recinzioni di filo spinato bloccando l'accesso pubblico alla spiaggia e alla costa locali. I manifestanti hanno tentato di fermare i lavori. Dopo che le guardie di sicurezza private hanno trascinato via un manifestante, la rabbia è ulteriormente aumentata.

Nel cantiere, i manifestanti hanno gridato: "Non difendete gli oligarchi, queste sono proprietà dei cittadini!"

Lunedì e martedì, le proteste si sono estese alla capitale, Tirana, con migliaia di persone scese in piazza. I manifestanti hanno scandito slogan come "L'Albania appartiene agli albanesi" e hanno esposto cartelli con scritte come "Non voglio un'Albania come Dubai" e "Giù le mani da Vjosa-Narta", un'area protetta lungo la costa che il progetto andrà a intaccare.

Il progetto è previsto per Sazan, l'unica isola albanese nel Mediterraneo. Kushner, genero di Donald Trump, ha annunciato l'intenzione di trasformare l'isola in un resort nel 2024. Anche sua moglie Ivanka Trump ha parlato dell'isola, affermando di averla vista per la prima volta con Kushner durante una vacanza nella zona.

Il complesso sarà probabilmente inaccessibile alla gente comune: Kushner lo ha definito un "prodotto di lusso di altissimo livello". Comprenderà 10.000 camere d'albergo e ville.

Una parte del progetto si trova in un'area protetta, una "zona umida costiera che ospita fenicotteri, foche e siti di nidificazione di tartarughe marine", che secondo i residenti verrà danneggiata e inquinata dallo sviluppo edilizio.

A gennaio, 41 organizzazioni ambientaliste provenienti da 28 paesi hanno inviato una lettera al Primo Ministro albanese Edi Rama, chiedendo "l'immediata sospensione" del progetto in quanto comporta "gravi rischi per la biodiversità e gli habitat critici della zona", molti dei quali ospitano specie in via di estinzione.

Rama ha approvato il progetto per dare impulso all'economia turistica del paese. L'anno scorso, il Comitato per gli investimenti strategici di Rama ha concesso alla società di Kushner, Affinity Partners, lo status di "investitore strategico", che velocizza le autorizzazioni e l'accesso ai terreni statali.

Ma le proteste degli ultimi giorni hanno spinto la procura anticorruzione albanese ad avviare un'indagine.

La società di Kushner ha inoltre acquistato un complesso di torri nella capitale serba Belgrado, con l'intento di creare un complesso alberghiero di lusso, ma le proteste hanno bloccato il progetto e portato all'incriminazione di diversi funzionari per corruzione.

Affinity Partners, la società di private equity e investimenti di Jared Kushner, si concentra su investimenti negli Stati Uniti e in Israele ed è finanziata in gran parte dal governo saudita, segnando la prima volta che l'Arabia Saudita investe in Israele. Kushner considera questo investimento parte dei suoi sforzi per normalizzare i rapporti tra Arabia Saudita e Israele, affermando che l'accordo del governo saudita per finanziare Affinity Partners "ha dato il via a un cambiamento regionale storico che deve essere rafforzato e coltivato per raggiungere il suo pieno potenziale".

Il fondo sovrano saudita, il Public Investment Fund, inizialmente si era opposto al finanziamento di Affinity Partners, ma Mohammed bin Salman, principe ereditario e stretto alleato di Kushner, è intervenuto per ribaltare tale decisione.

Kushner fa anche parte del traballante "Consiglio per la Pace" di Trump, creato dal presidente per sovrintendere alla ricostruzione di Gaza dopo il genocidio perpetrato da Israele con il sostegno degli Stati Uniti. Kushner, che siede nel "Consiglio Esecutivo di Gaza", ha presentato a Davos lo scorso gennaio il suo piano per una "Nuova Gaza", che prevedeva anche un polo turistico e di resort, probabilmente dipendente dal trasferimento forzato di palestinesi dalla Striscia.

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Fonte: Truthout

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Articolo tratto interamente da Truthout

Photo credit Pasztilla aka Attila Terbócs, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons