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giovedì 25 giugno 2026

Due potenti terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 hanno colpito il Venezuela, causando decine di morti a Caracas


Articolo da elDiario.es

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su elDiario.es

L'United States Geological Survey (USGS) ha indicato che il primo terremoto ha avuto una magnitudo di 7.2, e il secondo, ancora più forte, di magnitudo 7.5, si è verificato appena un minuto dopo. L'USGS stima che potrebbero esserci fino a 100.000 morti; nella sua stima iniziale, il governo venezuelano ha riportato 32 morti e 700 feriti.

Mercoledì pomeriggio due potenti terremoti hanno colpito il Venezuela, provocando il crollo di edifici nella capitale, Caracas.

Secondo le stime preliminari del suo sistema PAGER, l'United States Geological Survey (USGS) ha calcolato mercoledì che i terremoti potrebbero causare un numero di vittime compreso tra 10.000 e 100.000, prevedendo anche ingenti perdite economiche.

La presidente venezuelana Delcy Rodríguez ha fornito stasera un primo bilancio ufficiale: 32 morti e oltre 700 feriti ricoverati nelle strutture sanitarie. Queste cifre non includono ancora i dati provenienti dallo stato di La Guaira.

"I due forti terremoti che hanno appena colpito il meraviglioso popolo del Venezuela sono di enorme magnitudo e hanno causato un numero devastante di vittime", ha dichiarato Trump su Truth Social. "Gli Stati Uniti sono pronti, disposti e in grado di aiutare! Ho dato istruzioni a tutte le agenzie del nostro governo di prepararsi ad agire rapidamente. Saremo lì per i nostri meravigliosi nuovi amici. I primi rapporti non sono affatto buoni!!!"

L'USGS ha riferito che il primo terremoto ha avuto una magnitudo di 7,2 e che il suo epicentro si trovava a ovest della città di Morón, sulla costa caraibica del paese, a circa 168 chilometri a ovest di Caracas. Il terremoto ha avuto una profondità di 13 chilometri.

L'USGS ha segnalato un terremoto ancora più forte, di magnitudo 7.5 sulla scala Richter, appena un minuto dopo. Il secondo sisma ha avuto un ipocentro a 10 chilometri di profondità e il suo epicentro si trovava a 16 chilometri a sud-ovest di Morón.

Questi terremoti sono tra i più forti che abbiano colpito il Venezuela in oltre un secolo.

La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha dichiarato lo stato di emergenza. "Dichiariamo lo stato di emergenza, come previsto dalla nostra Costituzione", ha affermato Rodríguez in un discorso trasmesso dal canale televisivo statale Venezolana de Televisión (VTV), accompagnata dal presidente dell'Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, e dal ministro dell'Interno e della Giustizia, Diosdado Cabello.

Ha inoltre affermato che l'intera rete sanitaria pubblica e privata del Paese è stata attivata, soprattutto nelle zone più colpite, per assistere i feriti, senza tuttavia specificarne il numero.

I terremoti si sono verificati poco dopo le 18:00 ora locale. Gli abitanti di Caracas hanno evacuato gli edifici che oscillavano e sono rimasti per le strade; molti erano visibilmente scossi nel vedere interi muri crollare, lasciando a nudo i mobili sottostanti, come riporta l'AP. Nuvole di polvere si sono alzate anche in due quartieri della capitale, solitamente affollati di ristoranti e altre attività commerciali. La gente si è trattenuta per le strade anche dopo il tramonto. Alcuni si sono seduti per terra abbracciando i propri animali domestici mentre la polvere si depositava intorno a loro.

Il Centro di allerta tsunami del Pacifico degli Stati Uniti ha emesso un'allerta tsunami per le Isole Vergini. Anche le autorità della Repubblica Dominicana hanno emesso un'allerta, e un'ulteriore allerta è stata attivata per Porto Rico.

Il Centro nazionale di allerta tsunami degli Stati Uniti ha spiegato che le due scosse hanno formato un "doppietto sismico", un fenomeno in cui due forti terremoti si verificano a pochi secondi di distanza l'uno dall'altro nella stessa area. Le informazioni ufficiali sono state quindi aggiornate per identificare il terremoto di magnitudo 7.5 come l'evento principale, riferisce l'agenzia Efe.

Il ministro dell'Interno Diosdado Cabello ha dichiarato che il terremoto è stato avvertito in diversi stati. Ha osservato che il quartiere di Altamira a Caracas presentava "situazioni allarmanti" con case ed edifici crollati, il che fa pensare a feriti a causa del sisma. Ha esortato gli automobilisti a dare la precedenza alle ambulanze e agli altri veicoli di emergenza, secondo quanto riportato dall'AP.

«Comprendiamo che alcune persone possano essere disperate, ma stiamo agendo secondo i protocolli per attivare le operazioni di soccorso e assistenza al fine di aiutare chi ne ha più bisogno», ha dichiarato Cabello alla televisione di stato: «Fate particolare attenzione ai bambini e agli anziani; chiamatevi a vicenda e verificate che nessuno sia rimasto ferito».

Ha inoltre esortato la popolazione a rimanere all'aperto, poiché le scosse di assestamento potrebbero causare ulteriori danni ad alcune strutture.

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Fonte: elDiario.es

Autore: elDiario.es

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Articolo tratto interamente da elDiario.es

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Rutte accusa: 500 scali dagli aeroporti italiani verso l’Iran



Articolo da Il Manifesto

Il segretario della Nato Mark Rutte intervistato da Fox Tv: «Un numero enorme». Il governo italiano si difende: «Solo assistenza logistica». Dalle basi di Sigonella e Aviano fornito supporto fondamentale per l’apparato bellico statunitense

Il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha scatenato una tempesta mediatica dichiarando che «500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury» contro l’Iran. Il discorso, che partiva dalla «delusione» di Donald Trump per il mancato appoggio dei Paesi europei alla guerra in Medioriente, ha chiamato in causa direttamente il governo di Roma, sottolineando anche che si tratta di «un numero enorme» di voli, dato che «se consideriamo l’intera Europa, si parla di una cifra compresa tra 4.000 e 5.000».

IMMEDIATA la risposta, piccata a dir poco, del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Abbiamo operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti». Le opposizioni sono subito esplose in un coro di condanna e richiesta di spiegazioni sull’operato del governo.

NEL POMERIGGIO la portavoce della Nato, Allison Hart, ha chiarito che Rutte «ha sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di stazionamento delle forze e sorvoli. Il tipo di sostegno cui ha fatto riferimento riguarda il supporto logistico o tecnico». Parole che sembrano suggerite da Roma per placare le polemiche, ma che al momento non sono bastate.

DEL RESTO la questione è molto più spinosa di come il nostro governo vuole farla apparire. Il trattato bilaterale Usa-Italia risale al 1954 e da allora è sempre rimasto segreto. Nessun governo si è azzardato a spiegare cosa prevede questo accordo e dunque il biasimo non può ricadere solo su Guido Crosetto. Ma la giustificazione «gli aerei partiti dalle basi italiane non vanno a bombardare» è quantomai equivoca, se non apertamente fuorviante. «Abbiamo innumerevoli documenti» ci spiega Antonio Mazzeo, corrispondente di Pagine Esteri ed esperto di Difesa, «che provano che dalle basi di Aviano e Sigonella sono transitati aerei-cisterna per il rifornimento dei bombardieri partiti, ad esempio, dalla Gran Bretagna per bombardare l’Iran. Abbiamo il tracciato di grandi velivoli dell’US Airforce che hanno fatto scalo nelle stesse basi italiane per poi portare rifornimento alle truppe nel Golfo».

Inoltre, a Sigonella sono di stanza i droni Triton (velivolo ultra-tecnologico usato per lo spionaggio e il monitoraggio al suolo) e i pattugliatori P8 Poseidon della marina, specializzati nell’individuazione dei sottomarini e probabilmente usati sullo stretto di Hormuz. «Dopo che con la Rete italiana pace e disarmo abbiamo denunciato questi movimenti, abbiamo notato che a metà marzo due droni Triton sono stati trasferiti nelle basi Usa in Arabia Saudita e in Giordania e uno di questi è anche stato abbattuto dagli iraniani mentre l’altro alla fine è rientrato in Sicilia dov’è tuttora attivo» spiega ancora Mazzeo. Il fatto che la guerra voluta da Trump stesse già diventando molto impopolare rende plausibile l’ipotesi che il governo Meloni volesse sganciarsi in qualche modo.

ANCHE SE la versione della Difesa è plausibile sul piano teorico, alla prova dei fatti i distinguo non reggono. Innanzitutto la definizione di «attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche» adottata dal ministero come garanzia del suo operato è poco chiara.

«Interpellate qualsiasi esperto di forze armate e vi dirà la stessa cosa: sono tutte soste cinetiche, ovvero operazioni in movimento: l’atterraggio, il decollo, il rifornimento è un’espressione inventata per sganciarsi dalle operazioni Usa» prosegue Mazzeo. Fonti della Difesa a conoscenza del dossier confermano la difficoltà di circoscrivere in modo stringente la natura «tecnica» di un passaggio aereo: questo può riguardare la manutenzione, il rifornimento o altri tipi di operazioni sia di velivoli che partono da basi europee sia di quelli di ritorno da altri scenari. Senza considerare la possibilità di uno scalo: aggiungendo una tappa intermedia tra l’Italia e il Golfo, come fu la Turchia nel 2003 quando gli Usa portavano la guerra in Iraq. Se gli aerei-cisterna vanno a rifornire i bombardieri su Teheran o i droni sorvolano le basi dei pasdaran per individuare le coordinate da trasmettere all’aviazione per i raid, o ancora si spiano i movimenti delle alte cariche dello stato nemico, in questi casi possiamo considerare che gli aerei che decollano dall’Italia stanno partecipando attivamente alla guerra?

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Fonte: Il Manifesto

Autore: 
Michele Gambirasi, Sabato Angieri

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Articolo tratto interamente da Il Manifesto


Il giorno più nero per gli animali: il Senato ha approvato il Ddl Caccia



Articolo da Lipu 

Il commento di Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e WWF Italia dopo l'approvazione in Senato del Ddl. Ecco i nominativi dei senatori che hanno votato a favore

Il voto di oggi al Senato è una violenza inaccettabile nei confronti della natura e degli animali selvatici e contrario alla volontà della stragrande maggioranza degli italiani, alle evidenze della scienza e alla sicurezza delle persone. 

L’affollatissimo sit-in di oggi al Pantheon organizzato da Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu Bird Life Italia e WWF Italia ha espresso un chiaro NO al disegno di legge sparatutto voluta dal governo Meloni e dalla sua maggioranza. Un provvedimento che rappresenta un regalo ad una minoranza di cacciatori. Il conto lo pagheranno gli animali selvatici e le persone, che vengono espropriate del diritto di vivere la natura in libertà. Con questa controriforma, i boschi somiglieranno sempre di più a poligoni di tiro, senza regole. 

Ora la battaglia si sposta alla Camera. E il governo non può continuare a ignorare una protesta sempre più forte che, partita dalle associazioni ambientaliste e animaliste, ha ormai coinvolto il mondo della scienza e milioni di cittadini italiani. Una mobilitazione che oggi non deve fermarsi, ma anzi intensificarsi. A iniziare dalla politica dove all’impegno profuso finora dai senatori di opposizione, che le associazioni ringraziano, si deve ora aggiungere lo sforzo dei tanti deputati che vogliono combattere per una natura di tutti prigioniera dei capricci dei pochi cacciatori.

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Fonte: Lipu

Autore:
Lipu 

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Articolo tratto interamente da Lipu


martedì 23 giugno 2026

Il solito copione in Colombia: la destra proclama la vittoria sotto l'ombra delle interferenze esterne



Articolo da World Politics Blog

Il conteggio preliminare del ballottaggio colombiano assegna ad Abelardo de la Espriella un vantaggio minimo su Iván Cepeda, ma il Pacto Histórico impugna decine di migliaia di sezioni elettorali. Tra accuse di irregolarità, pressioni esterne e appoggi statunitensi, la Colombia entra in una fase pericolosa.

La Colombia esce dal secondo turno delle elezioni presidenziali con un risultato formalmente ancora sospeso sul piano politico, anche se il conteggio preliminare ha già spinto la destra a proclamarsi vincitrice: Abelardo de la Espriella, candidato dell’estrema destra filotrumpiana, è stato indicato dai risultati preliminari come primo davanti a Iván Cepeda, rappresentante del Pacto Histórico e della continuità progressista con il governo di Gustavo Petro. Ma la rapidità con cui De la Espriella si è autoproclamato presidente, senza attendere il completamento dello scrutinio ufficiale e delle verifiche sulle irregolarità denunciate, dice molto del clima in cui si è consumato questo passaggio. Non siamo infatti davanti a una semplice alternanza elettorale, bensì a uno scontro di potere che mette in gioco la sovranità democratica della Colombia, la possibilità di proseguire il progetto progressista avviato da Petro e il ruolo stesso del Paese nell’America Latina attraversata dalla nuova offensiva imperialista di Donald Trump.

Secondo i dati finora disponibili, il margine tra De la Espriella e Cepeda è inferiore a un punto percentuale, in una votazione nella quale nessuno dei due candidati supera il 50% dei voti validi. Una differenza così ridotta impone prudenza, trasparenza e pieno rispetto delle procedure. Per questo Iván Cepeda ha scelto di non riconoscere il conteggio preliminare come risultato definitivo e ha annunciato l’impugnazione di 33.000 sezioni elettorali in tutto il Paese. Il Pacto Histórico ha trasferito la definizione dell’elezione allo scrutinio ufficiale, chiedendo ai propri testimoni di seguire ogni atto, ogni verbale, ogni dato. È una posizione democratica, non eversiva: Cepeda ha chiarito che, una volta concluse le verifiche e lo scrutinio, la sua coalizione rispetterà il risultato finale.

Gustavo Petro ha dato voce a questa preoccupazione con la gravità che compete a un presidente uscente di fronte a un risultato quasi pareggiato. Petro ha ricordato che è lo scrutinio ufficiale a determinare chi sia il presidente, non il conteggio preliminare elaborato da un sistema tecnico oggetto di contestazioni. Ha inoltre chiesto di impugnare le sezioni elettorali con moduli E14 senza firme e ha insistito sulla necessità di attendere il lavoro dei giudici. In questo modo, il presidente smonta in anticipo la narrativa della destra, che tenta di presentare ogni richiesta di verifica come un attacco alla democrazia. È vero il contrario: in una democrazia, soprattutto quando il margine è minimo, il controllo degli atti, la verifica dei verbali e la possibilità di reclamo sono strumenti essenziali per proteggere la volontà popolare. Se una parte del sistema elettorale mostra anomalie, la fretta di chiudere la partita diventa essa stessa un problema politico.

La proclamazione anticipata di De la Espriella appare dunque come un atto di forza simbolico. Dal palco di Barranquilla, il candidato della destra ha parlato come se il Paese avesse già emesso un verdetto definitivo, rivendicando il potere prima che lo scrutinio ufficiale chiudesse il processo. Questo atteggiamento ricorda da vicino lo scenario peruviano evocato nelle ultime settimane: una destra che viene presentata come vincitrice in base a risultati preliminari, mentre emergono dubbi, contestazioni e sospetti di interferenze esterne. Naturalmente ogni Paese ha le proprie specificità e ogni denuncia deve essere verificata con rigore. Ma il modello politico è riconoscibile: concentrare rapidamente l’attenzione pubblica sulla “vittoria” della destra, trasformare il conteggio preliminare in fatto compiuto, delegittimare chi chiede trasparenza e costruire un clima internazionale in cui gli alleati di Washington riconoscono il candidato gradito prima ancora che tutte le verifiche siano concluse.

Non è un caso che De la Espriella abbia ricevuto immediatamente il sostegno di Donald Trump, di Marco Rubio e dell’asse delle destre regionali. La sua vittoria preliminare è stata accolta con entusiasmo da chi vede nella Colombia un tassello decisivo per ricomporre il vecchio dispositivo di subordinazione emisferica. Dopo la stagione di Petro, che aveva cercato di riaprire il dialogo con il Venezuela, difendere una politica estera più autonoma e sottrarre Bogotá al ruolo di piattaforma automatica degli interessi statunitensi, il ritorno della destra al potere avrebbe un significato geopolitico enorme. La Colombia tornerebbe a essere un alleato disciplinato di Washington nel cuore dell’America Latina, in una fase in cui l’amministrazione Trump intensifica la pressione contro il Venezuela, criminalizza i governi progressisti e tenta di rimettere in piedi una Dottrina Monroe del XXI secolo.

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Articolo tratto interamente da World Politics Blog


Keir Starmer si dimette da primo ministro



Articolo da Diario Socialista

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Andy Burnham si sta posizionando come il chiaro favorito per succedergli, dopo aver chiesto un aumento degli arresti di migranti, il "ripristino dell'ordine" con più deportazioni e aver espresso pubblicamente il proprio accordo con il fascista Nigel Farage.

Lunedì, il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha annunciato ufficialmente le sue dimissioni dal governo del Regno Unito, dalla scalinata della sua residenza ufficiale a Downing Street. La decisione è stata dettata da mesi di intense pressioni interne al Partito Laburista. Le dimissioni arrivano a soli due anni dalla schiacciante vittoria elettorale di Starmer, ma le conseguenze politiche sono diventate insostenibili in seguito al crollo del partito alle elezioni locali in Inghilterra, Scozia e Galles del 7 maggio. Da allora, il Primo Ministro ha dovuto affrontare una crescente ribellione interna che ha infine incrinato il sostegno di ministri chiave e rappresentanti sindacali, i quali domenica hanno fatto trapelare a diversi media britannici la minaccia imminente di dimissioni di massa se il Primo Ministro non si fosse dimesso prima della riunione di gabinetto prevista per martedì. Starmer ha chiarito che le sue dimissioni non saranno immediate, ma che rimarrà in carica fino alla conclusione delle primarie del suo partito, affermando che "il nuovo Primo Ministro assumerà presumibilmente l'incarico all'inizio del prossimo settembre".

L'annuncio pone immediatamente l'ex sindaco della Greater Manchester, Andy Burnham, come favorito del Partito Laburista per la carica di Primo Ministro. Burnham ha consolidato la sua posizione giovedì 18 giugno, sconfiggendo il partito di estrema destra Reform UK, guidato da Nigel Farage, nelle elezioni suppletive di Makerfield, assicurandosi un seggio in Parlamento che lo qualifica legalmente per la corsa alla carica di Primo Ministro. Se la sua nomina verrà confermata, il Regno Unito avrà il suo settimo Primo Ministro in un decennio, in coincidenza quasi esatta con il decimo anniversario del referendum sulla Brexit che ha gettato il Paese in un lungo periodo di instabilità politica e sociale.

Adottare una retorica razzista per “vincere”

L'ascesa di Burnham si inserisce in un contesto di crescente tensione sociale, segnato da recenti episodi di pogrom razzisti e violente rivolte in diverse città di Inghilterra, Scozia e Irlanda. In questo contesto, il candidato laburista si è distanziato dalla precedente posizione del suo partito in materia di immigrazione, già di per sé intransigente, chiedendo "un drastico cambiamento istituzionale verso una politica migratoria molto più restrittiva". Durante un'intervista del 21 maggio a BBC Radio Manchester, quando era ancora candidato per Makerfield, Burnham aveva avvertito che "i continui attraversamenti della Manica da parte di piccole imbarcazioni stanno minando la fiducia del pubblico nelle istituzioni statali e proiettando una grave percezione di inefficacia del governo".

Durante quell'intervento radiofonico, il favorito per succedere a Starmer ha esplicitamente dichiarato il suo accordo con il leader di estrema destra, Nigel Farage, sulla "urgente necessità di ripristinare l'ordine operativo nel sistema nazionale di immigrazione". Pur rappresentando un'ala alternativa del governo, insoddisfatta dell'attuale Primo Ministro, Burnham ha fortemente sostenuto la "ristrutturazione" del sistema di asilo guidata dal Ministro dell'Interno Shabana Mahmood. Nel suo intervento, ha affermato che "le autorità giudiziarie e di sicurezza dello Stato devono fare un uso molto più rigoroso dei meccanismi di detenzione legale per impedire ai richiedenti asilo, le cui domande non hanno fondamenti legittimi, di rimanere in territorio britannico". Ha inoltre auspicato "la priorità di accelerare le valutazioni tecniche per velocizzare il rimpatrio e il ritorno dei migranti nei loro paesi d'origine, evitando il collasso amministrativo dovuto all'accumulo di casi nei ministeri".

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Fonte: Diario Socialista

Autore: Diario Socialista

Articolo tratto interamente da Diario Socialista


venerdì 19 giugno 2026

Lutto nel mondo del calcio: si è spento Igor Protti


Articolo da Firenze Post

LIVORNO – Ha lottato col tumore come faceva con i difensori in area. A soli 58 anni è morto Igor Protti, lo ‘Zar’ del gol. Lutto nel mondo del calcio con messaggi di cordoglio da società e sportivi. Domani, sabato 20 giugno, alle 18, la salma sarà allo stadio Armando Picchi di Livorno, il teatro di tante battaglie che lo hanno visto protagonista con la maglia amaranto a suon di gol in serie A, B e C. L’annuncio di Luca

Salvetti, sindaco di Livorno, sentita la famiglia.

A dicembre 2025, Igor Protti, venne premiato, a Firenze, da Sandro Bennucci, presidente Ast, il sindacato dei giornalisti, e da Franco Morabito, presidente del gruppo toscano giornalisti sportivi, come “Atleta toscano dell’anno 2025”.

Attraverso la famiglia, Igoer Protti ha lasciato questo messaggio: “Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile provare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato”.

L’ex calciatore e dirigente sportivo stava combattendo da tempo una dura battaglia contro un tumore al colon. Il messaggio è stato pubblicato sulla sua pagina Instagram. “Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore sempre dimostratomi e totalmente ricambiato. Sperando che sia un arrivederci e non un addio”, prosegue il messaggio. Per chi volesse porgere l’ultimo saluto – fa sapere sempre la famiglia Protti – dalle 15 di oggi si troverà presso la stanza del commiato Frongillo al cimitero di Cecina (Li), Via della Rimembranza.

Giocatore atletico, generoso, dotato di corsa e fiuto del gol, Protti è stato uno dei massimi esponenti di quella scuola di attaccanti italiani che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 riusciva a tenere testa anche ai più affermati fuoriclasse stranieri: da Totò Schillaci a Protti appunto, da Dario Hubner a Cristiano Lucarelli, da Beppe Signori a Ciccio Baiano e prima ancora Sandro Tovalieri e Stefano Borgonovo, mentre a seguire i vari Totò Di Natale, Pippo e Simone Inzaghi e Alberto Gilardino.

Soprannominato lo ‘Zar’ per via del suo nome russofono, Prottti è stato, assieme a Hübner, l’unico giocatore ad ottenere il titolo di capocannoniere in Serie A (con la maglia del Bari), in Serie B e in Serie C1 (con quella del Livorno), nonché l’unico nella storia a laurearsi capocannoniere della Serie A giocando per una squadra (il Bari) poi retrocessa. Dopo gli esordi nella ‘sua’ Rimini in Serie C, il bomber romagnolo lega la sua storia calcistica principalmente al Livorno e al Bari. Con i labronici, in due parentesi (prima dal 1985 al 1988 e poi dal ’99 al 2005) segna in totale 125 gol in 282 partite. Con il Bari, invece, segna 46 reti in 112 partite conquistando una storica vittoria nella classifica marcatori nella stagione 95/96 con 24 reti a pari merito con Signori.

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Fonte: Firenze Post


Autore: 
Ernesto Giusti

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Articolo tratto interamente da Firenze Post



mercoledì 17 giugno 2026

Addio a Carlo Ginzburg



Articolo da Quotidiano Piemontese

Carlo Ginzburg è stato riconosciuto come uno dei maggiori interpreti della storia culturale europea

TORINO – Il mondo della cultura e della ricerca storica perde una delle sue figure più autorevoli e influenti. Carlo Ginzburg, tra i più importanti storici italiani del Novecento e tra i fondatori della microstoria, ha lasciato un’impronta profonda nel modo di studiare e raccontare il passato, portando alla luce le vicende di uomini e donne spesso dimenticati dalla grande storiografia.

Nato a Torino il 15 aprile 1939, Carlo Ginzburg apparteneva a una delle famiglie più significative della cultura italiana del Novecento. Era figlio dello scrittore e intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della celebre scrittrice Natalia Ginzburg. La sua formazione si sviluppò in un ambiente ricco di stimoli culturali e civili, che contribuì a forgiare il suo sguardo critico sulla storia e sulla società.

Dopo gli studi universitari alla Scuola Normale Superiore di Pisa, intraprese una brillante carriera accademica che lo portò a insegnare in prestigiose università italiane e internazionali, tra cui l’Università di Bologna e l’Università della California di Los Angeles (UCLA).

La microstoria

Il suo nome è legato soprattutto alla nascita della microstoria, un approccio che spostò l’attenzione dagli eventi politici e dai grandi protagonisti verso le persone comuni, le loro esperienze quotidiane e le dinamiche sociali spesso invisibili nelle tradizionali narrazioni storiche. Questo metodo contribuì a rinnovare profondamente gli studi storici a livello internazionale.

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Fonte: Quotidiano Piemontese

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Articolo tratto interamente da Quotidiano Piemontese

Photo credit Fronteiras do Pensamento, CC BY-SA 2.0, da Wikimedia Commons


martedì 16 giugno 2026

Taty Almeida, leader delle Madri di Plaza de Mayo, simbolo della lotta per la memoria e la giustizia in Argentina, è morta



Articolo da Resumen

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“Non dobbiamo avere paura della parola militantismo. Essere militanti significa avere impegno, quell'impegno che i 30.000 scomparsi hanno assunto”, ha detto Taty Almeida.

Di Joaquín Pérez

Taty Alameida, 95 anni, figura di spicco della storica organizzazione delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, è deceduta all'Ospedale Italiano di Buenos Aires. Dopo la scomparsa di Hebe de Bonafini e Nora Coriñas, già in precarie condizioni di salute, pronunciò il discorso di apertura della grande manifestazione per il 50° anniversario del colpo di stato in Argentina, il 24 marzo 2016. In quell'occasione, dichiarò con chiarezza: "Abbiamo dimostrato a Milei e soci che non saranno in grado di cancellare la memoria. Il loro è un governo totalmente negazionista".

Milioni di argentini, per lo più giovani, hanno riempito le manifestazioni nelle principali città del Paese, riaffermando le storiche rivendicazioni di verità e giustizia delle Madri di Plaza de Mayo, in una dimostrazione di forza sia nelle strade che sui media, che il governo Milei ha percepito in modo acuto. L'impatto si è esteso ai social media, il loro campo di battaglia prediletto, dove il governo negazionista di Milei è stato sonoramente sconfitto dalle Madri di Plaza de Mayo.

Lo scorso aprile, Taty Almedida ha ricevuto una laurea honoris causa dall'Università di Buenos Aires (UBA). In quell'occasione, ha tenuto un discorso in cui ha sottolineato la necessità di un ricambio generazionale nella lotta per la memoria storica e i diritti umani: "Siamo rimaste solo tre madri e due nonne". In quello stesso auditorium gremito di professori e studenti, Taty, ricordando suo figlio, ha osservato: "Non dobbiamo avere paura della parola 'attivismo'. Essere attivisti significa avere impegno, quell'impegno che i 30.000 scomparsi si sono assunti".

Taty nacque a Buenos Aires nel 1930. Studiò pedagogia e lavorò come insegnante. Sposata con Jorge Almeida, ne assunse il cognome, come era consuetudine in Argentina. Ebbero tre figli, uno dei quali era Alejandro, ventenne, che lavorava all'Istituto Geografico Militare e all'agenzia di stampa TELAM. Studiava medicina all'Università di Buenos Aires. Il 17 giugno 1975, prima del colpo di stato militare, fu rapito dalla casa dei genitori dalla Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina), un'organizzazione paramilitare che aveva iniziato i rapimenti e le sparizioni di attivisti di sinistra due anni prima del colpo di stato di Videla (24 marzo 1976). Le sue ultime parole furono rivolte alla madre mentre usciva, già ammanettato dagli agenti del terrorismo di stato, dalla porta del suo palazzo, cercando di rassicurarla: "Mamma, torno subito".

Taty proveniva da una famiglia di militari; suo padre si era ritirato con il grado di tenente colonnello di cavalleria, suo fratello Carlos era arrivato al grado di colonnello dell'esercito, le sue sorelle avevano sposato ufficiali dell'aeronautica argentina e anche suo marito, il padre dei suoi figli, proveniva da una famiglia di militari. Tuttavia, nulla di tutto ciò le fu d'aiuto. Parlò persino con Galtieri, uno dei membri della giunta, ma lui non le fornì alcuna informazione su suo figlio.

Fin da giovanissimo, a soli 14 anni, Alejandro si distinse come leader studentesco alle scuole superiori. In quegli anni svolse attività di volontariato nelle favelas di Buenos Aires. In seguito, si unì al Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (PRT) e al suo braccio armato, l'ERP (Esercito Rivoluzionario Popolare). Nonostante la sua giovane età, il suo nome comparve negli archivi dei servizi segreti e il regime genocida venne a prenderlo.

La lealtà di Alejandro verso i suoi compagni attivisti ha caratterizzato le ore successive alla sua cattura. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti ai centri clandestini di tortura e sterminio, che hanno condiviso con lui i luoghi del rapimento, molti di loro sono riusciti a fuggire dal paese e a salvarsi la vita grazie alla resistenza di Alejandro alla prigionia e alle torture, senza rivelare informazioni ai suoi rapitori.

In una delle sue ultime apparizioni pubbliche, durante un evento organizzato dalla Confederazione Generale dei Lavoratori Argentini (CGT), Taty dichiarò: "Non faccio altro che chiedere a Dio di non portarmi via finché non potrò almeno toccare le ossa di Alejandro". Il suo desiderio non fu esaudito, ma il ricordo di suo figlio rimane vivo nelle nuove generazioni di giovani argentini che si battono per la memoria e i diritti umani. 

Il gruppo Hijos, che riunisce i discendenti degli scomparsi, ha ricordato Taty in questo modo: “Colei che ci capiva meglio e ci stimolava, colei che affrontava tutto con un sorriso forte […] Dobbiamo ancora sapere cosa hanno fatto e dov'è Alejandro. Il suo nome sul tuo fazzoletto, il tuo nome nella nostra lotta. Continueremo a cercarlo con la sua famiglia. Perché la verità prima o poi verrà a galla.”

Negli ultimi anni, senza Hebe, Nora o molte delle sue compagne Madri di Plaza de Mayo, Taty si è assunta il compito di difendere i diritti umani e la memoria storica. Non si può tornare indietro rispetto al punto stabilito dalle Madri. Né la repressione né l'inganno lo permetteranno. Quello è l'ultimo baluardo della dignità; al di là di esso, non esiste altro che la degradazione dell'umanità.

La salma di Almeida sarà esposta lunedì prossimo presso la sede del sindacato dei lavoratori delle telecomunicazioni (Foetra) a Buenos Aires. "Mamma voleva che fosse esposta lì, in un sindacato, senza alcun legame con il Parlamento o il Congresso", ha dichiarato la figlia, Fabiana Almeida.

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Fonte: Resumen


Autore: Joaquín Pérez - Resumen

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Articolo tratto interamente da Resumen


Photo credit benito roveran, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons