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martedì 23 giugno 2026

Il solito copione in Colombia: la destra proclama la vittoria sotto l'ombra delle interferenze esterne



Articolo da World Politics Blog

Il conteggio preliminare del ballottaggio colombiano assegna ad Abelardo de la Espriella un vantaggio minimo su Iván Cepeda, ma il Pacto Histórico impugna decine di migliaia di sezioni elettorali. Tra accuse di irregolarità, pressioni esterne e appoggi statunitensi, la Colombia entra in una fase pericolosa.

La Colombia esce dal secondo turno delle elezioni presidenziali con un risultato formalmente ancora sospeso sul piano politico, anche se il conteggio preliminare ha già spinto la destra a proclamarsi vincitrice: Abelardo de la Espriella, candidato dell’estrema destra filotrumpiana, è stato indicato dai risultati preliminari come primo davanti a Iván Cepeda, rappresentante del Pacto Histórico e della continuità progressista con il governo di Gustavo Petro. Ma la rapidità con cui De la Espriella si è autoproclamato presidente, senza attendere il completamento dello scrutinio ufficiale e delle verifiche sulle irregolarità denunciate, dice molto del clima in cui si è consumato questo passaggio. Non siamo infatti davanti a una semplice alternanza elettorale, bensì a uno scontro di potere che mette in gioco la sovranità democratica della Colombia, la possibilità di proseguire il progetto progressista avviato da Petro e il ruolo stesso del Paese nell’America Latina attraversata dalla nuova offensiva imperialista di Donald Trump.

Secondo i dati finora disponibili, il margine tra De la Espriella e Cepeda è inferiore a un punto percentuale, in una votazione nella quale nessuno dei due candidati supera il 50% dei voti validi. Una differenza così ridotta impone prudenza, trasparenza e pieno rispetto delle procedure. Per questo Iván Cepeda ha scelto di non riconoscere il conteggio preliminare come risultato definitivo e ha annunciato l’impugnazione di 33.000 sezioni elettorali in tutto il Paese. Il Pacto Histórico ha trasferito la definizione dell’elezione allo scrutinio ufficiale, chiedendo ai propri testimoni di seguire ogni atto, ogni verbale, ogni dato. È una posizione democratica, non eversiva: Cepeda ha chiarito che, una volta concluse le verifiche e lo scrutinio, la sua coalizione rispetterà il risultato finale.

Gustavo Petro ha dato voce a questa preoccupazione con la gravità che compete a un presidente uscente di fronte a un risultato quasi pareggiato. Petro ha ricordato che è lo scrutinio ufficiale a determinare chi sia il presidente, non il conteggio preliminare elaborato da un sistema tecnico oggetto di contestazioni. Ha inoltre chiesto di impugnare le sezioni elettorali con moduli E14 senza firme e ha insistito sulla necessità di attendere il lavoro dei giudici. In questo modo, il presidente smonta in anticipo la narrativa della destra, che tenta di presentare ogni richiesta di verifica come un attacco alla democrazia. È vero il contrario: in una democrazia, soprattutto quando il margine è minimo, il controllo degli atti, la verifica dei verbali e la possibilità di reclamo sono strumenti essenziali per proteggere la volontà popolare. Se una parte del sistema elettorale mostra anomalie, la fretta di chiudere la partita diventa essa stessa un problema politico.

La proclamazione anticipata di De la Espriella appare dunque come un atto di forza simbolico. Dal palco di Barranquilla, il candidato della destra ha parlato come se il Paese avesse già emesso un verdetto definitivo, rivendicando il potere prima che lo scrutinio ufficiale chiudesse il processo. Questo atteggiamento ricorda da vicino lo scenario peruviano evocato nelle ultime settimane: una destra che viene presentata come vincitrice in base a risultati preliminari, mentre emergono dubbi, contestazioni e sospetti di interferenze esterne. Naturalmente ogni Paese ha le proprie specificità e ogni denuncia deve essere verificata con rigore. Ma il modello politico è riconoscibile: concentrare rapidamente l’attenzione pubblica sulla “vittoria” della destra, trasformare il conteggio preliminare in fatto compiuto, delegittimare chi chiede trasparenza e costruire un clima internazionale in cui gli alleati di Washington riconoscono il candidato gradito prima ancora che tutte le verifiche siano concluse.

Non è un caso che De la Espriella abbia ricevuto immediatamente il sostegno di Donald Trump, di Marco Rubio e dell’asse delle destre regionali. La sua vittoria preliminare è stata accolta con entusiasmo da chi vede nella Colombia un tassello decisivo per ricomporre il vecchio dispositivo di subordinazione emisferica. Dopo la stagione di Petro, che aveva cercato di riaprire il dialogo con il Venezuela, difendere una politica estera più autonoma e sottrarre Bogotá al ruolo di piattaforma automatica degli interessi statunitensi, il ritorno della destra al potere avrebbe un significato geopolitico enorme. La Colombia tornerebbe a essere un alleato disciplinato di Washington nel cuore dell’America Latina, in una fase in cui l’amministrazione Trump intensifica la pressione contro il Venezuela, criminalizza i governi progressisti e tenta di rimettere in piedi una Dottrina Monroe del XXI secolo.

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Articolo tratto interamente da World Politics Blog


Per sempre



Articolo da La Costilla Rota

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su La Costilla Rota

Ci sono domande che potrebbero cambiare completamente la storia. E se la Strega Cattiva dell'Ovest non fosse davvero la cattiva? E se la Strega Buona non fosse poi così buona? E se la storia fosse incompleta? Da questo dubbio, l'intero romanzo può trasformarsi. I personaggi acquisiscono nuove dimensioni, le certezze iniziano a distorcersi e quella verità "indiscussa" nasconde segreti, omissioni e contraddizioni. Dopotutto, poche cose sono persuasive quanto una storia ripetuta abbastanza spesso.

Guardate di nuovo. Mettete in discussione le narrazioni ufficiali. Chiedetevi chi racconta le storie, da quale prospettiva e chi viene escluso. Ogni cronaca ha i suoi punti ciechi, e a volte li crea deliberatamente. Ecco di cosa si tratta nella ricerca: sollevare il velo per svelare i silenzi accuratamente gestiti dietro le grandi narrazioni; notare la magia nell'invisibile. La ricerca implica avvicinarsi a quei margini e interrogarsi sulle storie che potrebbero emergere se osservassimo il paesaggio da un punto di vista diverso.

La ricerca inizia con delle domande. Con delle preoccupazioni. Con la curiosità di sapere cosa si cela oltre l'arcobaleno. Con intuizioni sull'esistenza di dimensioni della realtà ancora inosservate o fraintese. La ricerca implica resistere all'idea che il film sia semplicemente bianco o nero. Le università esistono, tra le altre cose, per promuovere questa possibilità.

Attualmente, la pressione per l'immediatezza tende a semplificare eccessivamente i dibattiti pubblici e ad aumentare la richiesta di risposte rapide, a prescindere dalla complessità del problema. In questo contesto, difendere il diritto di porre domande è fondamentale. Mettere in discussione ciò che viene dato per scontato, ciò che è inevitabile, ciò che è considerato definitivo. Progressi scientifici, trasformazioni sociali ed espansione dei diritti sono tutti iniziati con domande scomode. Il femminismo offre alcuni esempi interessanti. Per secoli, numerose strutture sociali sono state presentate come naturali e indiscutibili. Le donne non potevano votare perché così era la norma. Non potevano accedere a determinati spazi educativi perché così era sempre stato. Non partecipavano al processo decisionale perché si presumeva che non possedessero le competenze necessarie. Finché alcune donne non hanno posto domande fondamentali. E se anche le donne fossero cittadine? E se l'esclusione fosse una costruzione sociale? E se la storia fosse incompleta?

Queste vittorie derivano da interrogativi che, all'epoca, venivano percepiti come una minaccia all'ordine costituito. Una parte significativa della ricerca femminista è consistita proprio nell'individuare le assenze: negli archivi, nei libri di storia, nelle teorie, nelle statistiche e nella memoria collettiva. Domande apparentemente semplici come "Dove sono le donne?" o "Chi manca in questa narrazione?" hanno trasformato intere discipline e aperto nuove vie di conoscenza.

Qualcosa di simile accade con altri gruppi storicamente marginalizzati. I popoli indigeni, le persone razzializzate, la comunità LGBTQIA+, le persone con disabilità e molti altri settori hanno sollevato nuove domande per arricchire la nostra comprensione del mondo e hanno messo in luce i limiti delle narrazioni dominanti. La ricerca implica lo sviluppo di una prospettiva critica capace di identificare ciò che è nascosto e di riconoscere i contesti specifici nella produzione della conoscenza, che sono plasmati da rapporti di potere, elementi simbolici ed esperienze storiche concrete.

Ecco perché le università pubbliche sono spazi cruciali. Nonostante tutti i loro limiti e le loro complessità, sono tra i pochi luoghi in cui è ancora possibile fermarsi a riflettere, intavolare conversazioni complesse e costruire conoscenza senza essere guidati unicamente da un utilitarismo immediato. Sono spazi in cui le domande sorgono senza dipendere da risposte immediate. Qualche settimana fa, ho partecipato a una discussione sulla ricerca universitaria in occasione del quarantesimo anniversario dell'Istituto di Ricerca Giuridica dell'Università Juárez dello Stato di Durango (UJED). Ascoltando le riflessioni dei miei colleghi, che hanno dedicato decenni della loro vita all'insegnamento, alla ricerca e all'architettura istituzionale, ho pensato a una delle funzioni più straordinarie delle università: sfidare il tempo.

In definitiva, le istituzioni accademiche si sostengono grazie a persone disposte a continuare a interrogarsi su giustizia, democrazia, diritti umani, disuguaglianze, violenza, asimmetrie e sui problemi della loro realtà. Perdurano perché, generazione dopo generazione, continuano dibattiti di lunga data, interrogativi ereditati e preoccupazioni intellettuali che probabilmente persisteranno a lungo anche dopo la nostra scomparsa. Contribuiamo con nuove metodologie e prospettive innovative per tramandare questi dibattiti a chi verrà dopo di noi. La ricerca trascende i singoli individui pur rimanendo dipendente da essi.

Ecco perché le riletture contemporanee di certi classici sono così avvincenti: perché qualsiasi storia vista da un'unica prospettiva assomiglia più a un'affermazione che a una conversazione. La ricchezza della conoscenza risiede nella sua capacità di riconoscere complessità, contraddizioni, sfumature e assurdità. La stessa realtà può essere osservata da molteplici punti di vista e le domande ampliano, anche se solo leggermente, la nostra comprensione. La ricerca svolge una funzione simile. Nessuna realtà è completamente spiegata. Le narrazioni non sono assolute. Esistono migliaia di prospettive che meritano di essere ascoltate. Nessuna generazione pensa in isolamento. Le nostre domande dialogano con coloro che hanno osato porle prima di noi. Le scoperte si basano su scoperte precedenti. Anche il progresso accademico è una forma di memoria. Le università conservano conversazioni che cambiano nella voce, nel linguaggio e nei protagonisti, ma si rifiutano di scomparire.

Ed è proprio qui che sta la magia: nel mantenere vive le domande. Per sempre.

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Fonte: La Costilla Rota

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Articolo tratto interamente da La Costilla Rota


venerdì 19 giugno 2026

Vi ricordo l'iniziativa poesie e racconti dal web





Voglio ricordare a tutti gli amici e lettori di questo blog, l'iniziativa poesie e racconti dal web. Se siete interessati alla pubblicazione di una vostra opera su questo blog, inviatemi la vostra richiesta via mail.


giovedì 11 giugno 2026

Massa, chiede lo stipendio arretrato e viene preso a calci e pugni dal datore di lavoro



Articolo da Agenzia DIRE

FIRENZE – “Picchiato per aver chiesto il pagamento dello stipendio”. Lo racconta un lavoratore 49enne impiegato in una ditta dell’indotto nautico di Massa, come denuncia la Cgil. “Il primo giugno il lavoratore avrebbe dovuto ricevere il pagamento dello stipendio di aprile e maggio“.

Il titolare, invece, prima avrebbe proposto di versare 300 euro in contanti dei 2.200 spettanti; poi, di fronte alle proteste dell’operaio, “lo avrebbe letteralmente aggredito con calci e pugni. Fortunatamente sul posto c’erano altri due operai di un’altra ditta che hanno placato l’ira del titolare in attesa dell’arrivo della polizia”, racconta il sindacato. Il lavoratore, quindi, dopo aver denunciato l’imprenditore “è stato trasferito al pronto soccorso dove gli sono state diagnosticate contusioni multiple per sette giorni di prognosi”.

La situazione negli appalti e nei subappalti del comparto nautico “è fuori controllo”, evidenzia il segretario della Cgil di Massa-Carrara, Nicola Del Vecchio, al quale si è rivolto il lavoratore. “Già lo scorso settembre sono andato personalmente alla Guardia di Finanza per denunciare quanto accaduto a due lavoratori che si erano rivolti a noi dopo una grave situazione di sfruttamento lavorativo“. In quel caso erano “giovani stranieri fuggiti dalla fame e dalla povertà dei paesi di origine. Migranti che si sono indebitati per poter raggiungere l’Italia e che, una volta giunti in Toscana, hanno dovuto accettare condizioni di lavoro inique e degradanti per ripagare i debiti contratti con gli intermediari e per riuscire a mantenere le famiglie rimaste in patria”.

Contrattualizzati come resinatori o apprendisti, continua Del Vecchio, “dopo pochi mesi hanno iniziato a subire le pressioni e le minacce del datore di lavoro, che pretendeva, ottenendolo, la restituzione di parte dello stipendio”, In questi cantieri, del resto, “pare non sia permesso neppure denunciare l’infortunio sul lavoro o assentarsi in caso di malattia”. Dopo quell’esposto “abbiamo avviato un’interlocuzione con la prefettura per giungere ad un protocollo da sottoporre alle imprese committenti, affinché siano loro stesse responsabili delle condizioni di lavoro di coloro che operano all’interno della filiera. Siamo in attesa del nullaosta da parte di alcuni enti per la firma”.

Nel frattempo, però, “continuano ad accadere fatti inquietanti. Queste ditte che operano nel comparto nautico e che lavorano per i grandi player della nautica adottano sistemi che rasentano l’illegalità. Assistiamo a ditte che aprono e chiudono con una velocità sospetta, dove spesso il titolare è il solito o un prestanome o addirittura la moglie, come abbiamo verificato in un ultimo caso”, conclude il sindacalista.

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Fonte: Agenzia DIRE

Autore: Diego Giorgi e Carlandrea Poli

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Articolo tratto interamente da Agenzia DIRE


domenica 31 maggio 2026

Avviso importante sui post




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sabato 30 maggio 2026

Sotto il sole in modo consapevole scegliendo la crema che non distrugge il mare



Articolo da Agenzia di Stampa Giovanile

Alcune creme solari rilasciano filtri UV che possono danneggiare coralli ed ecosistemi marini. Cresce l’attenzione verso alternative più sostenibili e pratiche di protezione solare eco-friendly.

Con l’arrivo dell’estate le giornate si allungano, il caldo aumenta e si torna a passare più tempo all’aperto, tra mare, amici e famiglia. E, puntualmente, arriva anche qualche scottatura di troppo. 

L’uso delle creme solari rappresenta uno strumento fondamentale per proteggere la pelle dai danni provocati dalle radiazioni ultraviolette. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca scientifica ha portato alla luce un aspetto meno conosciuto: l’impatto che alcuni filtri UV possono avere sugli ecosistemi marini.

Il tema richiede però una premessa importante: le creme solari non devono essere demonizzate. Insieme ad altre strategie di protezione, come occhiali da sole, cappelli e abbigliamento leggero e traspirante anti-UV, rappresentano oggi gli strumenti più efficaci per ridurre i danni causati dall’esposizione al sole, limitando il rischio di melanoma e contrastando l’invecchiamento cutaneo precoce. Il problema, quindi, non è la protezione solare in sé, ma la necessità di comprendere meglio l’impatto di alcune formulazioni e promuovere scelte più sostenibili.

Gli effetti tangibili delle creme solari sulla biodiversità marina

I filtri UV contenuti nelle creme solari, infatti, non restano confinati sulla pelle. Durante il bagno, una parte di queste sostanze viene rilasciata nell’ambiente. Il fenomeno è particolarmente rilevante nelle aree turistiche ad alta frequentazione, dove la presenza simultanea di migliaia di bagnanti genera un accumulo continuo di queste sostanze nelle acque costiere.

Le stime indicano che ogni anno tra le 6.000 e le 14.000 tonnellate di creme solari raggiungano gli ecosistemi marini, con effetti più significativi nelle aree delle barriere coralline. I coralli sono organismi estremamente delicati che vivono in simbiosi con microalghe chiamate zooxantelle, essenziali per il loro nutrimento e la loro sopravvivenza. Alcuni filtri chimici, come l’ossibenzone e l’octinoxate, possono alterare questo equilibrio biologico inducendo lo sbiancamento dei coralli. In questo processo i coralli espellono le zooxantelle, perdendo così una fonte fondamentale di energia e diventando progressivamente più vulnerabili.

Gli effetti osservati delle creme solari sulla flora marina non si limitano allo sbiancamento. Diversi studi suggeriscono che queste sostanze possano favorire l’attivazione di infezioni virali latenti nelle alghe simbionti, accelerandone la distruzione. Sono stati inoltre rilevati fenomeni di stress ossidativo, alterazioni genetiche e interferenze con processi biologici essenziali come la fotosintesi. Le fasi più vulnerabili del ciclo vitale risultano particolarmente esposte: larve e organismi in sviluppo possono subire deformazioni o avere minori probabilità di sopravvivenza. In ecosistemi già sottoposti a forti pressioni, come l’aumento delle temperature marine legato al cambiamento climatico, questi fattori possono aggravare ulteriormente condizioni già critiche.

Alcuni passi avanti nelle leggi dei Paesi ad alto tasso turistico

La crescente attenzione verso il problema ha portato alcune aree del mondo a intervenire sul piano normativo. Paesi come Hawaii, Palau e Isole Vergini americane hanno introdotto restrizioni sulla vendita di prodotti contenenti ossibenzone e octinoxate, riconoscendo il legame tra la presenza di alcuni filtri UV e il deterioramento degli ecosistemi corallini.

Nel tentativo di individuare alternative più sostenibili, si è assistito a una crescente diffusione di prodotti a base minerale contenenti ossido di zinco o biossido di titanio. Questi filtri vengono spesso presentati come opzioni più rispettose dell’ambiente, ma la questione resta complessa. Alcune formulazioni contenenti nanoparticelle potrebbero infatti risultare problematiche per gli ecosistemi acquatici. Le particelle ultra-fini possono interagire con organismi marini sensibili e, in determinate condizioni, contribuire a fenomeni di tossicità ambientale.

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Fonte: Agenzia di Stampa Giovanile

Autore: Roberta Maria Serra Mentorship Paulo Lima

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Articolo tratto interamente da Agenzia di Stampa Giovanile


mercoledì 20 maggio 2026

La scuola s.p.a.

 


Articolo da Effimera

Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi.

Noi contadini non ci avete interrogati […]

Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.

 

Scuola di Barbiana, Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libera Editrice Fiorentina, 1967, p. 13.

Forse il problema potrebbe ritenersi meno grave se l’Italia non fosse, in linea con una storia di povertà e di diseguaglianza, il Paese con quasi il più basso numero di giovani laureati dell’orbita UE[1]. Secondo l’Istituto nazionale di statistica nel 2024 la percentuale di 25-34enni in possesso di un titolo universitario è pari al 31,6 per cento, quota che, sebbene in lieve aumento, è decisamente al di sotto del 44,1 per cento della media europea (il 52,6 per cento in Spagna e il 53,4 per cento in Francia), ponendo l’Italia al penultimo posto nella graduatoria UE27 (ultima la Romania). Del resto, l’Istat regista che, complessivamente, tra i 20 e gli 89 anni, la percentuale di popolazione in possesso di un titolo universitario è del 16,8 per cento, posizionando l’Italia tra gli ultimi posti in Europa[2].

Si aggiunga che i laureati che negli scorsi 10 anni hanno lasciato l’Italia sono circa 97 mila. Solo nel 2024, 191 mila persone in generale hanno abbandonato il Paese, ma a destare preoccupazione è soprattutto l’aumento dell’espatrio tra i giovani tra i 25 e i 34 anni con una laurea: 21 mila nel 2023, un record storico.

Del resto, la struttura produttiva italiana è fortemente incentrata sul lavoro autonomo e su micro imprese (3,9 addetti in media, rilevazione Istat 2022) per lo più orientate alle attività manifatturiere e specializzate in alcuni comparti (il fatidico “Made in Italy”)[3]. Questo significa, traducendo, che il tessuto produttivo italiano tende a essere poco permeabile agli investimenti in proprietà intellettuale e R&S e a limitare la quota di spesa per impianti e macchinari, che include, per esempio, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). In effetti, il baretto, la pizzeria, il terzista di macchine industriali, il produttore di formaggi di queste innovazioni, e di conseguenza di laureati, tendono a farsene poco.

Dunque, in questo cuore di tenebra che è il mondo contemporaneo, con preoccupazioni crescenti per il futuro, per le guerre, per le crisi economiche che si susseguono, per le ingiustizie, per la necessità di vagliare il nostro rapporto con le nuove tecnologie, il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara ha ideato una riforma degli istituti tecnici per vincolare meglio la scuola al fragile contesto industriale italico.

In linea con una storica, annosa, noiosa, serie di dichiarazioni, lo scopo della riforma è predisporre i giovani al lavoro di bassa qualità che passa da queste parti e di fare della scuola una specie di terminale dei servizi alle imprese. Addomesticare, dunque, in quella direzione gli studenti, sulla base di un rapporto con le aziende destinato a diventare sempre più stringente dopo gli esordi della Formazione lavoro, degli skills e delle competenze introdotti da Renzi, ma, prima ancora, addirittura riconducibili alla “autonomia” voluta da Giovanni Berlinguer (L.30/2000).

A questo scopo si rincorrono da anni articoli retorici sull’insensato disprezzo che la gioventù avrebbe per il lavoro in generale e per quello manuale in particolare. Lo ricordo, sia chiaro, nel massimo rispetto per tutti i mestieri, i compiti, gli impieghi, i lavori, intesi nella più ampia accezione possibile che può assumere l’attività umana, compresa, ovviamente, quella riproduttiva e non remunerata e che pure tiene in piedi il pianeta in cui viviamo. Ma è come se il mondo non andasse mai avanti, come se le aspirazioni a fare qualcosa di diverso dall’usare la zappa del nonno non fossero legittime per tutti e tutte, come se la città del lavoro, dopo quella di Dio, non dovesse cambiare mai – non fosse già cambiata se solo le cose venissero osservate dal corretto punto di vista. Come se le tecnologie attuali non avessero già trasformato obbligatoriamente il modo di approcciarci alla questione. Come se la macchina, pensata in modo ecosostenibile, all’interno di una sintonia con l’universo che va ben oltre la singola esistenza del singolo essere umano, sulla base di un approccio realista, critico ma orientato al bene comune, non potesse essere usata a nostro favore invece che a nostro sfavore. Come se il superamento del lavoro alienante e nocivo non dovesse essere obiettivo di ogni politica economica degna di questo nome. Come se, infine, i redditi bassi, miserevoli, del lavoro, la loro indeterminata precarietà non finissero per scoraggiare i giovani uomini e le giovani donne, finendo per aumentare il loro senso di vuoto e di sventura, con seri problemi di diffusione per la salute mentale tra le nuove generazioni. Lo stato della salute mentale degli adolescenti e dei giovani, già in difficoltà prima della pandemia, è peggiorato con la reclusione forzata durante il Covid. Oggi, mentre ogni conflittualità viene sanzionata con leggi emergenziali che si susseguono, tutta questa “disobbedienza” soffocata finisce per tradursi in ansia, attacchi di panico, depressione, atti di autolesionismo[4].

La riforma degli istituti tecnici 2026

In questo quadro, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito il nuovo assetto ordinamentale degli istituti tecnici con il Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026  che traduce gli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 144/2022 e ridefinisce, in sostanza, diversi aspetti tra cui indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento dei nuovi percorsi di studio[5].

La riforma è stata, incredibilmente, resa nota solo il 9 marzo scorso quando molte famiglie avevano già effettuato l’iscrizione sulla base delle diverse regole preesistenti. Non ci sono state discussioni preliminari, al punto che le scuole hanno presentato una differente offerta formativa a studenti e genitori durate gli Open day. Ma essa entrerà comunque in vigore direttamente in settembre e il ministero ritiene che potrà ritenersi a regime entro cinque anni. Chiamala, se vuoi, democrazia.

Non più un biennio uguale per tutti gli indirizzi tecnici e poi la possibilità di scegliere la propria strada nel triennio, ma un’offerta formativa suddivisa fin dalla base in due macro settori: economico (Amministrazione, Finanza e Marketing; Turismo, Beni ambientali e Culturali) e tecnologico (Meccanica ed Energia, Trasporti e Logistica, Elettronica ed Elettrotecnica, e Informatica e Telecomunicazioni, oltre a Grafica, Chimica e Biotecnologie, Sistema Moda, Agraria e Costruzioni). L’elenco dettagliato delle articolazioni e dei diversi quadri orari sono consultabili nella nota ministeriale[6]. La struttura viene ricondotta a una cornice coerente con il  Profilo educativo, culturale e professionale (PECUP) dell’Istruzione tecnica previsto dal DL 45/2025, richiamato nel testo ministeriale.

Fondamentalmente, il piano formativo si articolerà su un 4+2. Ovvero diploma in quattro anni e due anni di ITS Academy con un allineamento diretto con il sistema produttivo. L’obiettivo principale è canalizzare gli studenti verso i percorsi ITS Academy (2 anni) post-diploma, considerati una via diretta per l’inserimento lavorativo. La riforma prevede la creazione di “campus” che dovrebbero collegare istituti tecnici riformati, professionali e ITS Academy.

Tutto ciò ha evidentemente necessità di una riarticolazione oraria, la quale resta al momento volutamente nebulosa e affidata alla discrezionalità dell’autonomia scolastica: si riducono le ore di cultura generale (Italiano, Storia, Geografia, Fisica, Chimica, Matematica, la seconda lingua straniera) per potenziare, sembrerebbe – ma il quadro non è chiaro – materie di indirizzo (quali?) e le attività di laboratorio. Proprio nel settore tecnologico, gli insegnamenti di Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica verranno paradossalmente accorpati e considerati un’unica disciplina sotto la dizione “Scienze integrate” o “Scienze sperimentali” con una perdita, secondo un’analisi unificata dei vari nuovi indirizzi operata dalla Flc CGIL, di 231 ore[7]. L’accorpamento non definisce quale disciplina tra Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica dovrà essere favorita, ridotta o tagliata e la scelta è affidata ai singoli istituti. L’ambito matematico si contrarrà dalle 132 ore del biennio alle 99 nel terzo, quarto e quinto anno. Italiano calerà a 99 ore dalle 132 nel quinto anno (?).

Tale rimodulazione è giustificata dalla volontà di una didattica che dovrebbe essere gestita in larga parte dalle imprese e non dalla scuola. O comunque tutti insieme appassionatamente con patti educativi dove tutti potranno, parimenti, dire la loro.

L’articolo 1, comma 2 D preannuncia infatti “l’elaborazione, a livello regionale o interregionale, di accordi, denominati «Patti educativi 4.0», per l’integrazione e la condivisione delle risorse professionali, logistiche e strumentali di cui dispongono gli istituti  tecnici e professionali, le imprese, gli Enti di formazione  accreditati dalle Regioni, gli ITS Academy, le università e i centri di ricerca, anche attraverso la valorizzazione dei poli tecnico-professionali e dei patti educativi di comunità, nonché la programmazione di esperienze laboratoriali condivise, nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente”.

Questa idea meravigliosa deriva dal Governo Draghi e dai finanziamenti per il PNRR. Da lì si cominciò ad annunciare che, per legge, almeno il 60 per cento del monte ore complessivo degli ultimi due anni degli Istituti Tecnici Superiori sarebbe stato affidato a professionisti, manager e tecnici provenienti dalle aziende e non da carriere accademiche e che gli stage aziendali e i tirocini formativi, obbligatori anche per i docenti, avrebbero coperto almeno per il 35 per cento del monte orario[8]. Al momento, l’escamotage dell’affidamento all’autonomia delle istituzioni scolastiche, che potrebbero utilizzare le indicazioni per rafforzare alcune discipline oppure sviluppare progetti collegati al territorio, oppure introdurre attività laboratoriali o interdisciplinari, sortisce l’effetto di non rendere esplicito quanto, come e chi farà cosa. È abbastanza prevedibile che, nel corso della “messa a regime”, si genereranno nuove gerarchie e lotte intestine tra i docenti “perdenti posto”. Inevitabilmente, si avranno ricadute: uno degli scopi della riforma è proprio e anche il taglio degli organici dei docenti.

L’articolo 2, comma 5, recita infatti: “Le istituzioni scolastiche possono ulteriormente caratterizzare l’offerta formativa per lo sviluppo di competenze coerenti con le esigenze e i fabbisogni formativi espressi dal territorio attraverso l’utilizzo delle quote di autonomia e di flessibilità previste dall’Allegato 2-ter, par. 2, lett. a) e b) del decreto-legge n. 144/2022, e dalla quota del curricolo a disposizione della scuola. Nella definizione dei suddetti percorsi le istituzioni scolastiche sono tenute a garantire il raggiungimento dei risultati di apprendimento in esito fissati per l’indirizzo o articolazione in cui il percorso si inserisce”.

Il disegno parla solennemente di portate in aula “esperienze reali, aggiornate e concrete”. In realtà, possiamo spingerci a tradurre così: le imprese potranno svolgere corsi di formazione professionale a loro vantaggio, usufruendo di soldi pubblici. Si anticipa l’impegno degli studenti in formazione-lavoro sin dai 15 anni di età e si introduce anche una formazione “specifica” per i docenti, coerentemente con ciò che stabiliranno gli accordi tra imprese presenti sul territorio e istituti di istruzione.

Articolo 1, comma 2 C esplicita che sarà prevista “l’attuazione di specifiche attività formative destinate al personale docente degli istituti tecnici, finalizzate alla sperimentazione di modalità didattiche laboratoriali, innovative, coerentemente con le specificità dei contesti territoriali”.

La scuola secondaria superiore, insomma, ultima occasione per molti e molte, di potersi occupare di qualcosa di inutile per la produzione ma di molto utile per sé stessi, per i processi di maturazione e di consapevolezza, per scoprire e coltivare passioni, per provare a far respirare un intero universo sentimentale e aprire da lì – nel confronto – la porta al pensiero critico, smarrisce la propria funzione. Riproduzione e valore d’uso anche in questo caso vengono imprigionati dalla catena del valore economico, attraverso la prevalenza dell’autonomia differenziata che si interfaccerà con le richieste del tessuto economico locale da scuola a scuola, da città a città, da territorio a territorio.

Nell’indeterminatezza delle parole usate, tra tavoli ancora aperti e discussioni da aprire, tra “indirizzi flessibili afferenti i diversi indirizzi di studio e le relative articolazioni”, tra “autonomie” concesse ai singoli istituti, si prova a rendere relativamente difficile la lettura di un progetto di fatto messo in atto a scatola chiusa.

Gli obiettivi, tuttavia, non possono sfuggire. Viene smontata e resa meno uguale l’ispirazione del sistema nazionale di istruzione, nell’interpretazione più coerente del dettato costituzionale (uguaglianza, cultura e ricerca, libertà di insegnamento, diritto allo studio) che si era avuta con la liberalizzazione dell’accesso all’università, legge 11 dicembre 1969 n. 910.

Come l’università viene obbligatoriamente costretta a mantenere rapporti con le aziende, anche quando imbarazzanti e colluse con le guerre, anche la scuola superiore perde controllo sul perimetro che le è proprio e viene resa ancor più dipendente dalle relazioni con il sistema produttivo da cui, probabilmente, deriveranno ulteriori gradimenti e finanziamenti. Lo scopo è, inoltre, rendere più complicata, difficile, sin da piccoli, la capacità di interpretare il mondo e di scegliere il proprio modo di starci. La disparità generata da questo genere di relazioni e il rischio che non favoriscano rapporti educativi fondati sull’auto-determinazione, la non interferenza, il coinvolgimento attivo, ma piuttosto l’assoggettamento, la passivizzazione e la sempre più esplicita mercificazione della realtà e del vivente, pare piuttosto concreto[9].

Nel segno della classe

La riduzione delle ore di materie teoriche a favore di laboratori e attività in azienda creerà, evidentemente, difficoltà maggiori per gli studenti dei tecnici nel superamento dei test d’ingresso universitari o aumenterà il rischio di abbandono proprio negli studi universitari scientifici, viste pregresse carenze formative, alla faccia del mondo che progredisce sotto il segno della stella polare Stem, acronimo di Science, technology, engineering and mathematics e visti i tagli orari che le stesse subiranno e di cui abbiamo provato a dare quale assaggio. Sulla carta si garantiscono identiche possibilità di accesso all’università addirittura dopo il quadriennio ma si spinge, evidentemente, in modo massiccio per il proseguimento nel biennio ITS Academy ed è assai nebulosa la questione dei CFU (Crediti formativi universitari) necessari per finalizzare l’iscrizione a un corso di laurea che sia in linea con il proprio percorso di studi. Se è incerta la possibile prosecuzione di un percorso “congruo”, figuriamoci quali difficoltà si avranno per accessi più liberalizzati.

Fino a ora, un diploma di istituto tecnico consentiva la possibilità di iscriversi a qualsiasi ordine di università, mentre oggi torna in auge il sistema scolastico fortemente selettivo della riforma di Giovanni Gentile del 1923, “la più fascista delle riforme” come la definì Benito Mussolini. Essa creò una differenziazione rigida dei percorsi dopo le elementari, con scuole medie orientate al proseguimento degli studi per alcuni e un triennio di avviamento professionale per altri. La legge 31 dicembre 1962 n. 1859 pose fine a questa evidente suddivisione di classe.

Con la fame di lavoro (ché è reddito) che c’è, molte famiglie, molti studenti sono da sempre attratti dai percorsi che promettono rapporti con le aziende e fanno sperare in percorsi e collegamenti diretti, convinti che sarà ciò che potrà garantire un impiego solido e duraturo. Ebbene, la possibilità di tenere assai lungamente in stage i giovani assunti (fino a un anno) e poi in apprendistato (due anni) indebolisce l’aspettativa. Bisognerebbe analizzare quanto di quel lavoro ottenuto è lavoro buono, è lavoro degno, è lavoro stabile ma, guarda un po’, mancano dati precisi.

Il problema non è che i ragazzi e le ragazze non abbiano voglia di studiare ma che il sistema, tanto più dopo questa riforma, rende lo studio un privilegio, non un diritto. In Italia le università costano sempre di più, gli affitti per gli studenti sono inaccessibili, gli stessi laureati finiscono, in Italia, per fare infiniti percorsi di stage (da uno stage a un altro stage). Non mancano i talenti ma, come detto nell’attacco di questo articolo, manca la volontà politica di valorizzarli.

Bisognerebbe considerare poi quanto questa riforma degradi il lavoro degli stessi insegnanti o aspiranti tali. A loro volta ridotti di numero, scaduti nel ruolo, nella professionalità, nell’autorevolezza. E pensare che, sbarrati gli ingressi all’università, lo sbocco all’insegnamento nelle scuole superiori venne prospettato come un’ipotesi di lavoro per le persone con dottorato o PhD (1 per cento della popolazione). Le stesse linee guida per i licei[10] trattano gli insegnanti come fossero bambini di cinque anni cui spiegare che le biografie degli autori sono meno importanti dei testi dei medesimi, che Dante è meglio leggerlo i classe perché non è semplice da comprendere, mentre le indicazioni per Filosofia si “dimenticano” sia di Spinoza che di Marx: giusto un accenno a “marxismo e Scuola di Francoforte”. E valga il vero.

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Fonte: Effimera

Autore: Cristina Morini

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Effimera 

Immagine generata con intelligenza artificiale


lunedì 18 maggio 2026

Il gioco delle tre carte sulla pelle dei cittadini



Articolo da Strategic Culture Foundation

La retorica meloniana sul “governo che abbassa le tasse” serve dunque a coprire una verità meno raccontabile: i salari reali stagnano, il costo della vita aumenta, i servizi pubblici vengono progressivamente impoveriti e nel frattempo la quota di ricchezza sottratta ai cittadini cresce

Più lavoro, più sofrtuna

Nella giornata del 13 maggio, in Senato, Giorgia Meloni ha regalato al Paese una delle dichiarazioni economicamente più confuse e politicamente più rivelatrici degli ultimi anni. Nel tentativo di giustificare l’aumento della pressione fiscale sotto il suo governo, la Presidente del Consiglio ha sostenuto che le tasse non sarebbero aumentate, ma che semplicemente “più persone lavorano” e quindi lo Stato incassa di più. Una spiegazione che, a voler essere generosi, sfiora il grottesco. A voler essere onesti, rappresenta invece l’ennesimo tentativo di manipolare il linguaggio economico per nascondere una realtà molto semplice: gli italiani stanno pagando di più mentre il governo racconta il contrario.

Meloni ha dichiarato: “La pressione fiscale aumenta perché più gente lavora. Questo governo non ha aumentato le tasse, le ha diminuite”.

Il problema è che qui non siamo davanti a un’opinione politica discutibile, ma a un errore elementare di logica economica. O peggio ancora, a una mistificazione deliberata. Perché la Presidente continua a confondere — o finge di confondere — due concetti completamente diversi: gettito fiscale e pressione fiscale.

Il gettito fiscale è la quantità totale di denaro che lo Stato incassa attraverso tasse, contributi e imposte. È un valore assoluto. Se più persone lavorano, è normale che il gettito aumenti, perché aumentano i redditi tassati.

La pressione fiscale, invece, è un rapporto: misura quanto peso fiscale grava sulla ricchezza prodotta complessivamente dal Paese. In altre parole, indica quanta parte del lavoro collettivo degli italiani viene assorbita dallo Stato. Se aumenta il numero di lavoratori, aumenta anche il PIL, cioè la ricchezza prodotta. E allora, se davvero le tasse diminuiscono, la pressione fiscale dovrebbe restare stabile o addirittura scendere.

Se invece cresce, come sta accadendo oggi, significa una sola cosa: lo Stato sta prelevando una quota maggiore della ricchezza prodotta. Altro che “meno tasse”.

Per spiegarlo non servirebbe nemmeno una laurea in economia. Basterebbe un minimo di onestà intellettuale. Immaginiamo un condominio con dieci famiglie. Ognuna produce mille euro di ricchezza l’anno: il totale è diecimila euro. L’amministratore del palazzo, cioè lo Stato, trattiene il 43%: 4300 euro. Questa è la pressione fiscale.

Ora entrano altre cinque famiglie. Più lavoratori, più produzione, più ricchezza. Il totale sale a 15.000 euro. Se davvero le tasse fossero diminuite, l’amministratore dovrebbe accontentarsi di una quota più bassa: il 40%, il 38%, magari il 35%.

Ma non è ciò che accade. Lo Stato continua a trattenere il 43%, anzi di più. Arriva al 44%. Questo significa che il governo si sta prendendo una fetta più grande di una torta più grande. È matematica elementare, non propaganda.

Eppure Meloni continua a raccontare il contrario, contando probabilmente sul fatto che il dibattito pubblico italiano sia ormai ridotto a slogan, semplificazioni e tifoserie. Antonio Gramsci aveva descritto perfettamente questo meccanismo quando parlava di egemonia culturale: il potere non domina soltanto attraverso le leggi o la forza economica, ma soprattutto imponendo una narrazione capace di trasformare l’assurdo in senso comune. Se si ripete abbastanza volte che “le tasse non aumentano”, anche davanti ai numeri che dimostrano il contrario, una parte dell’opinione pubblica finirà per accettarlo come vero.

Il Governo, fa, il Governo dice

Ed è qui che il discorso diventa ancora più grave, perché questa non è soltanto una questione tecnica. È una questione politica e sociale. Karl Marx spiegava che lo Stato, nelle società capitalistiche, tende a presentarsi come arbitro neutrale mentre in realtà opera spesso per preservare gli equilibri di potere esistenti. Oggi vediamo esattamente questo fenomeno: mentre si chiedono sacrifici ai lavoratori dipendenti e ai ceti medi, si continua a proteggere grandi patrimoni, rendite e interessi economici consolidati. Il risultato è che il peso fiscale reale continua a gravare soprattutto su chi produce reddito attraverso il lavoro.

La retorica meloniana sul “governo che abbassa le tasse” serve dunque a coprire una verità meno raccontabile: i salari reali stagnano, il costo della vita aumenta, i servizi pubblici vengono progressivamente impoveriti e nel frattempo la quota di ricchezza sottratta ai cittadini cresce. Non è un caso che milioni di italiani abbiano la sensazione concreta di essere più poveri pur lavorando di più. Perché è esattamente ciò che sta accadendo.

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Fonte: Strategic Culture Foundation

Autore: Lorenzo Maria Pacini

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Strategic Culture Foundation

Immagine generata con intelligenza artificiale



martedì 5 maggio 2026

Il Kuwait blocca le esportazioni di petrolio, scatenando l'allarme globale



Articolo da Atitude Popular

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Atitude Popular

Per la prima volta dalla Guerra del Golfo, il Kuwait non ha esportato nemmeno un barile di petrolio in un mese, a dimostrazione dell'impatto diretto della crisi nello Stretto di Hormuz.

Un dato sconvolgente è appena emerso dal cuore del sistema energetico globale: il Kuwait, uno dei principali produttori di petrolio al mondo, non ha esportato nemmeno un barile di petrolio durante l'intero mese di aprile 2026 .

Questo episodio non ha precedenti da oltre trent'anni. L'ultima volta che è successo è stato durante la Guerra del Golfo nel 1991, quando il Paese fu invaso dall'Iraq.

Questa volta, la causa non è un'invasione diretta, ma qualcosa di altrettanto grave: il collasso logistico provocato dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha colpito il punto più sensibile dell'economia mondiale, lo Stretto di Hormuz.

Il Kuwait ha dichiarato lo stato di forza maggiore e sospeso le esportazioni a seguito del blocco di fatto della rotta marittima, attraverso la quale transita una parte significativa del petrolio mondiale.

Pur continuando a produrre petrolio, il paese non riusciva a venderlo. Una parte veniva immagazzinata e un'altra destinata alla raffinazione nazionale, ma in quel periodo non ci furono spedizioni di petrolio greggio all'estero.

L'impatto di tutto ciò è enorme.

Il Kuwait non è un attore marginale. È uno dei principali esportatori di petrolio al mondo, con una produzione di milioni di barili al giorno e una forte dipendenza dalle esportazioni come base della sua economia.

Il petrolio rappresenta circa la metà del PIL del paese e circa il 90% delle entrate statali.

In altre parole, quello che è successo non è solo un problema logistico. È uno shock strutturale.

E non è un caso isolato.

Il blocco dello Stretto di Hormuz aveva già causato un calo massiccio delle esportazioni di petrolio dall'intera regione, con riduzioni che in alcuni casi superavano il 60%.

Il caso del Kuwait rappresenta l'esempio più estremo di questa crisi.

Esportazioni pari a zero.

Questo episodio rappresenta un chiaro segnale che il sistema energetico globale è entrato in un livello di instabilità ben più profondo di quanto si pensasse in precedenza.

In termini geopolitici, il significato è ancora maggiore.

Quando un Paese come il Kuwait smette di esportare petrolio, non si parla solo di economia. Si parla di potere, di controllo delle rotte commerciali e della capacità di influenzare il funzionamento del mondo.

L'energia è alla base di ogni cosa.

Trasporti, industria, alimentazione, tecnologia.

E quando quel meccanismo fallisce, l'impatto si diffonde rapidamente.

In definitiva, questo episodio rivela che la guerra si è estesa oltre il campo militare e ha avuto un impatto diretto sulle infrastrutture critiche del sistema globale.

E questo cambia tutto.

Perché da quel momento in poi, non si tratta più solo di una guerra regionale.

Si tratta di una crisi sistemica.

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Fonte: Atitude Popular

Autore: redazione

Licenza: Copyleft 


Articolo tratto interamente da 
Atitude Popular


lunedì 4 maggio 2026

Vi ricordo l'iniziativa poesie e racconti dal web





Voglio ricordare a tutti gli amici e lettori di questo blog, l'iniziativa poesie e racconti dal web. Se siete interessati alla pubblicazione di una vostra opera su questo blog, inviatemi la vostra richiesta via mail.


giovedì 30 aprile 2026

Il Vietnam ricorda la fine del conflitto

Articolo da World Politics Blog

Nel 51° anniversario della liberazione del Vietnam meridionale e della riunificazione nazionale, il 30 aprile resta la festa della vittoria, dell’indipendenza e dell’unità. Dalla Grande Vittoria di Primavera del 1975 nasce il Vietnam moderno, sovrano, socialista e proiettato verso una nuova fase di sviluppo.

Il 30 aprile 1975 rappresenta una delle date più luminose della storia contemporanea del Việt Nam e, al tempo stesso, una delle più grandi sconfitte subite dall’imperialismo statunitense nel XX secolo. In quel giorno, con la vittoria della Campagna Hồ Chí Minh, il Việt Nam meridionale fu completamente liberato, il Paese venne riunificato dopo decenni di divisione imposta dalla guerra e si aprì una nuova era: quella dell’indipendenza nazionale, dell’unità territoriale e dell’avanzamento verso il socialismo. Cinquantuno anni dopo, il 30 aprile continua a essere celebrato in tutto il Paese non come una semplice ricorrenza storica, ma come una festa nazionale che rinnova la coscienza collettiva del popolo vietnamita, il legame tra Nord e Sud, e la gratitudine verso coloro che sacrificarono la propria vita per la liberazione della Patria.

La grandezza di quella vittoria risiede anzitutto nel suo significato storico. Il Segretario Generale Tô Lâm, nel discorso pronunciato lo scorso anno in occasione del 50° anniversario della liberazione del Sud e della riunificazione nazionale, ha definito il 30 aprile “la più brillante pietra miliare” nella storia della costruzione e della difesa del Paese, sottolineando che essa segnò la conclusione gloriosa di trent’anni di lotta per l’indipendenza, la libertà e la riunificazione della Patria, pose fine a oltre un secolo di dominio colonialista vecchio e nuovo, e introdusse il Paese in una nuova era di indipendenza nazionale e socialismo. Questa formulazione coglie l’essenza politica del 30 aprile: non si trattò soltanto della fine di un conflitto militare, ma della restaurazione piena della sovranità vietnamita contro ogni forma di dominazione straniera.

Per questo, ricordare il 30 aprile significa anche ricordare il prezzo umano e morale della vittoria. La riunificazione non fu concessa, né fu il risultato di compromessi imposti dall’esterno: fu conquistata attraverso la resistenza di un intero popolo, attraverso il sacrificio dei combattenti, dei quadri rivoluzionari, dei volontari, dei martiri, delle madri eroiche vietnamite, delle famiglie che diedero i propri figli alla causa nazionale e delle generazioni che vissero nella convinzione che il Việt Nam non potesse restare diviso. Nel medesimo discorso, Tô Lâm ha reso omaggio al Presidente Hồ Chí Minh, ricordando la sua incrollabile fede nella riunificazione del Paese e il suo desiderio ardente di liberare il Sud. La citazione del pensiero di Hồ Chí Minh secondo cui la Patria sarebbe certamente stata riunificata e i compatrioti del Nord e del Sud sarebbero tornati sotto lo stesso tetto conserva ancora oggi un valore profondo, perché lega la vittoria del 1975 alla visione originaria della rivoluzione vietnamita.

La liberazione del Việt Nam meridionale ebbe inoltre una portata mondiale. La vittoria del 30 aprile 1975 risuonò ben oltre i confini nazionali, divenendo simbolo del trionfo dell’unità nazionale, della resilienza e dell’autodeterminazione contro la dominazione straniera. Quel momento rappresentò non soltanto la realizzazione del sogno di Hồ Chí Minh, ma anche la prova che un popolo unito, determinato e patriottico può sconfiggere anche potenze apparentemente invincibili. In questo senso, la vittoria vietnamita non appartiene soltanto alla storia nazionale, ma anche alla memoria dei popoli che lottarono e continuano a lottare contro ogni forma di colonialismo, imperialismo e dominio esterno.

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Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da World Politics Blog