Il 17 giugno non è mai una data qualunque a Napoli. Non può esserlo. In una notte del 1975, che doveva essere di festa per la vittoria elettorale delle sinistre, la furia fascista spezzava la vita di Iolanda Palladino. Aveva solo ventun anni.
Ventun anni, una vita davanti, la passione per la politica vissuta dalla parte giusta: quella degli ultimi, dei lavoratori, di chi sognava un mondo libero dall'oppressione. Iolanda non era una spettatrice. Era una militante, una compagna che credeva fermamente nella giustizia sociale. E proprio per questo è stata presa di mira.
Mentre rientrava a casa, un commando di squadristi l'ha assalita. Non è stato un semplice scontro, è stata un'esecuzione vigliacca. Una bottiglia molotov lanciata contro la sua auto l'ha trasformata in una trappola di fuoco. Iolanda ha lottato, ha resistito per giorni in un letto d'ospedale con il corpo devastato dalle fiamme, fino a quando il suo cuore ha smesso di battere.
La strategia della tensione voleva questo: seminare il terrore, colpire i giovani per fermare l'avanzata delle lotte operaie e studentesche. Volevano spegnere il sole di una generazione che non si piegava. Ma la memoria non si cancella con il fuoco.
Oggi, in un clima politico in cui certi rigurgiti neri provano a rialzare la testa e a ripulirsi la facciata, ricordare Iolanda Palladino non è un semplice esercizio di nostalgia. È un dovere militante. È rabbia che si fa memoria attiva.
Il suo sacrificio ci ricorda da dove veniamo e per cosa continuiamo a batterci ogni singolo giorno. Le idee di giustizia e libertà per cui Iolanda ha dato la vita camminano sulle nostre gambe.
Iolanda Palladino vive nelle nostre lotte. Ora e sempre, antifascismo.
Autore: Resistenza Rosa







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