Articolo da Il Manifesto in rete
Dopo la prima ondata di calore di circa tre settimane fa, le temperature si sono stabilizzate su livelli molto al di sopra delle medie degli anni passati, 37-38 gradi con punte di 39 ed oltre; e, ci avvisano gli scienziati, non si tratta di eventi eccezionali e transitori ma della nuova normalità. Ciò nonostante, l’approccio di Governo e Regioni al rischio calore resta ancora emergenziale, con provvedimenti disarticolati, parziali e non coordinati, pensati per superare brevi fasi transitorie agendo – mitigandoli – sugli effetti; ma senza non dirò intervenire sulle cause, ma neppure prendere atto che senza radicali politiche contro il cambiamento climatico ogni anno saremo da capo, e magari sempre prima, e con temperature sempre più alte e prolungate.
Per quel che riguarda la sicurezza sul lavoro, perse le tracce del Protocollo nazionale 2025 sul rischio calore (peraltro neppure accettato da tutte le parti sociali), da fine maggio in ordine sparso, con tempi e in parte anche contenuti diversi, 18 Regioni avevano emesso specifiche ordinanze regionali (16 prima dell’inizio dell’estate astronomica); e solamente il 23 giugno il Governo ha detto la sua, ma infilando alcune disposizioni sul punto nel cd. Decreto legge infrastrutture. Vediamo questi provvedimenti.
Le ordinanze regionali si applicano, in generale, nei soli giorni in cui la specifica mappa Worklimate, riferita ai “lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa”, con riferimento all’intervallo orario 12:00 (talvolta 12,30) – 16, segnala un livello di rischio “ALTO”; ma sono meramente, o sostanzialmente, interdittive in quanto vietano ma molto più difficile è far rispettare i comportamenti positivi (DPI, indumenti, fornitura acqua, aree raffrescate per soste ecc.); e anche eventuali controlli efficaci -sarebbero problematici anche con maggiori risorse di quelle attuali. Aggiungo che non è definito cosa significhi “attività fisica intensa”, e che peraltro ogni definizione è opinabile per i troppi parametri da utilizzare e perché le persone, banalmente, sono diverse.
Sono peraltro limitate per lo più a lavorazioni che si svolgono all’aperto e con esposizione diretta ai raggi solari, appunto vietate in certi orari: agricoltura, florovivaismo, cantieri edili, talvolta anche le cave, logistica in piazzali, consegna con velocipedi o motocicli, solo in qualche caso c’è un’estensione a serre e ambienti confinati e semi confinati privi di adeguata ventilazione e raffrescamento. Presentano infine qualche vago richiamo alla necessità di maggior sorveglianza e tutela per le persone in condizioni di salute fragili. Infine, in Alto Adige – Sud Tirolo si presenta l’ulteriore problema dell’esposizione ai raggi UV alle alte quote, ove sono più forti; ma ad oggi non risulta ancora adottato alcun specifico provvedimento.
Due semplici osservazioni sulle suddette ordinanze:
a) quanto le informazioni ricavate dalla specifica mappa Workclimate sono effettivamente e tempestivamente conosciute, circolano e sono alla base delle sospensioni dell’attività lavorativa? Mi permetto di avere qualche dubbio su diffusione ed applicazione; l’esperienza personale non fa statistica, ma ho osservato non una sola volta operai al lavoro in qualche cantiere, anche pubblico, pure in orari proibiti e nella città “più progressista d’Italia” come il suo sindaco definisce Bologna.
b) Non è fissata una temperatura massima oltre la quale non si lavora, indipendentemente da dove, e senza tener conto di altri elementi quali l’umidità, l’intensità dello sforzo fisico, l’affollamento; e infatti nulla si dice per il lavoro al chiuso, come se ad esempio all’interno di una fabbrica, di un centro logistico, di un ufficio (specie se pubblico) o di una scuola, siano presenti misure efficaci per contrastare il rischio calore; quando ve bene, ci sono accordi sindacali. In assenza di tale limite generalizzato, che alle 11,30 o alle 17 le condizioni di lavoro all’aperto siano migliori appare decisamente improbabile. E quanto a quelle al chiuso, si moltiplicano le notizie circa le insostenibili condizioni di lavoro in particolare in scuole e nidi, troppo spesso collocate in edifici vecchi ed inadeguati.
Da parte sua Il Governo, dopo aver promosso la “consueta” campagna straordinaria contro il caporalato, che viene da dire stancamente, si ripete dopo ogni infortunio mortale che balza agli onori della cronaca per lasciare poi che il fenomeno, non intaccato, si inabissi (attendiamo di vederne i risultati), il Governo il 22 giugno ha attivato, ma per la cittadinanza tutta, il numero di telefono 1500, – https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/ondate-di-calore-dal-22-giugno-attivo-il-numero-1500/?tema=Ondate+di+calore. Si tratta di un “numero di pubblica utilità del Ministero della Salute in sinergia con l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL), che offre ascolto e informazioni ai cittadini, soprattutto alle persone più fragili e a rischio, al fine di mitigare gli effetti delle ondate di calore sulla salute”.
E infine, con tempestività non eccelsa, il 22 giugno arrivano le disposizioni del cd. Decreto Legge Infrastrutture, disposizioni infilate all’ultimo momento in un decreto eterogeneo e che si occupa d’altro (ad esempio, gare per i treni Intercity, tassa di due euro sui mini-pacchi, smaltimento dei rifiuti nucleari – a centrali non sperimentali chiuse da oltre 30 anni! – introduzione della contabilità economico patrimoniale nelle PA). Già questa sede indica – sono maligno – che le preoccupazioni maggiori riguardino lo svolgimento delle attività produttive, con cantieri che restano aperti pur di rispettare le scadenze del PNRR. Infatti, il decreto consente, in particolare in edilizia ed agricoltura, la riattivazione delle norme speciali relative alla Cassa integrazione guadagni ordinaria per ragioni meteo, uno strumento che si applica – finalmente !! – quando il termometro supera i 35 gradi o quando la temperatura percepita rende impossibile operare in sicurezza. Questa misura dovrebbe consentire di sospendere le attività o di rimodulare i turni di lavoro, interrompendo i cantieri stradali, quelli edili e le lavorazioni agricole durante le ore centrali più roventi della giornata, senza una perdita economica nella busta paga dei lavoratori. Ma a parte i dubbi sul concetto di impossibile operatività in sicurezza, chi e come decide se la temperatura percepita è insopportabile? E forse che il lavorare a 34 gradi e mezzo fa davvero differenza rispetto al farlo a 35,10? Il meno che si possa dire, a rischio di cadere in un demagogico populismo, è che chi ha scritto il Decreto un lavoro fisico pesante non l’ha mai fatto, e ad anche a temperature minori; oppure, se vogliamo usare argomenti più elevati, il fissare una soglia così evidentemente alta pur senza scomodare la medicina del lavoro, è l’ennesima riprova di come la tutela del lavoro sia subordinata e perdente rispetto alle esigenze economiche e produttive, da un lato; e dall’altro che il lavoro, ed il suo svolgimento in salute e sicurezza, non siano in realtà considerati dei valori (più o meno alate chiacchiere e parte, buone per convegni, dichiarazioni ed interviste).
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Fonte: Il Manifesto in rete
Autore: Maurizio Mazzetti
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Articolo tratto interamente da Il Manifesto in rete







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