menù

Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

giovedì 25 giugno 2026

25 giugno 1917 – Ha termine la battaglia del Monte Ortigara, dove l'esercito italiano perde 5969 uomini



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

La battaglia del monte Ortigara fu combattuta dal 10 al 29 giugno 1917 tra l'esercito italiano e quello austro-ungarico sull'altopiano dei Sette Comuni, durante la prima guerra mondiale. Lo scontro vide impegnata la 6ª Armata italiana del generale Ettore Mambretti, che attaccò in forze il settore austro-ungarico difeso dall'11ª Armata del generale Viktor von Scheuchenstuel. Seppur oggigiorno l'attacco viene ricordato soprattutto per le cruente schermaglie che impegnarono gli Alpini per il possesso del monte Ortigara, era stato invece congegnato per riconquistare le vaste porzioni di territorio perse durante la offensiva austroungarica sugli Altipiani del maggio 1916.

Questa parte del fronte, che inizialmente il capo di stato maggiore dell'esercito Luigi Cadorna considerava di secondo piano rispetto al fronte isontino, assunse nel trascorrere del conflitto una sempre maggiore importanza strategica. Ciò divenne palese nel 1916, dopo che gli austro-ungarici fecero capire ai comandi italiani che uno sfondamento lungo quella parte del fronte avrebbe consentito al nemico di entrare nella Pianura Padana e di prendere alle spalle le armate situate sul Carso e sull'Isonzo.

Il Comando supremo militare italiano decise che il fronte interessato dall'attacco si sarebbe strutturato lungo 14 chilometri, principalmente su un terreno situato tra i 1 700 e i 2 100 metri d'altitudine, che nelle zone più elevate presentava singolari caratteristiche carsiche, tali da renderlo severo, spoglio e privo di risorse, soprattutto idriche. Per assicurare il supporto logistico all'enorme massa di uomini e di materiali, che gli alti comandi intendevano schierare lungo il fronte, venne avviata la realizzazione di acquedotti e di imponenti lavori stradali lungo tutto il settore degli altipiani.

Nonostante il grande impegno profuso, i comandi italiani non seppero gestire al meglio le situazioni e gli imprevisti; i tentativi di avanzata furono diversi e spesso poco concreti e mal gestiti. Al contrario il sacrificio di vite umane fu altissimo, e dopo quasi venti giorni di battaglia la 6ª Armata ordinò il ripiegamento sulle posizioni di partenza, dichiarando di fatto il completo fallimento dell'offensiva.

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


mercoledì 24 giugno 2026

24 giugno 1944 - Eccidio della Bettola



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

L'eccidio della Bettola fu un crimine di guerra nazista avvenuta in località La Bettola, nell'Appennino reggiano, il 24 giugno 1944, durante la quale vennero uccisi 32 civili.

Il 22 giugno venti garibaldini della squadra Celere del distaccamento "Gaetano Bedeschi" comandata da Enrico Cavicchioni, detto “Lupo”, un ragazzo di 19 anni, partì da Ligonchio con l'incarico di far saltare un ponte in muratura sulla strada statale 63, nella località La Bettola di Vezzano sul Crostolo, proprio al confine con il comune di Casina. L'obiettivo era quella di isolare il presidio della Feldgendarmerie tedesca dislocata in funzione anti-partigiana a Casina, lungo la strada del Cerreto. Preparando la demolizione del ponte, che si trovava proprio di fronte a una locanda che ospitava molti sfollati dalle città, la squadra scavò delle buche per posizionarvici la dinamite e fece allontanare dalla locanda gli avventori che vi si trattenevano. Complice lo scarso addestramento con gli esplosivi, tuttavia, il tentativo fallì e i danni al ponte furono limitati. La squadra decise dunque di lasciare la località e fare ritorno a Ligonchio. Il giorno seguente i nazisti si recarono alla locanda ipotizzando di trovare dei partigiani nascosti. Non riconoscendone nessuno si allontanarono.

La sera del 23 giugno, la squadra Celere tornò per completare la demolizione del ponte. I tedeschi, vista l’azione della giornata precedente, inviarono una camionetta per pattugliare la zona che incrociò verso le 21:45 il gruppo di partigiani e ci fu uno scontro a fuoco che vide la morte di due nazisti e di tre partigiani, il comandante "Lupo" e due combattenti, Pasquino Pigoni "Maestro" e Guerrino Orlandini "Drago". Nel frattempo due tedeschi, scampati allo scontro, raggiunsero il proprio comando riferendo di essere stati attaccati dai partigiani. Alle ore 23:15 dello stesso giorno si mossero da Casina, autotrasportati, una cinquantina su centoquaranta dei militari tedeschi presenti.

Verso le 01:00 del 24 giugno, i militari tedeschi circondarono la locanda e alcune case nei pressi. Le trentadue persone, tutte ospiti de La Bettola, vennero prese in ostaggio e costrette a rimanere a lungo a terra, mentre i nazisti irrompevano nelle abitazioni vicine. In quella della famiglia Prati uccisero il proprietario Ligorio e sua moglie Felicita Prandi, di 70 e 74 anni, insieme alla figlia Marianna, depredando poi la casa e incendiandola successivamente. Colpirono anche la nipote dei coniugi Prati, l’undicenne Liliana Del Monte, che, pur essendo stata ferita con tre pallottole al collo, al torace e alla spalla, riuscì a scampare alle fiamme saltando da una finestra. Nella caduta, da un’altezza di 5 metri, si spezzò una gamba, ma riuscì comunque a trascinarsi fino alla sponda del torrente Crostolo, dove rimase nascosta fino alla mattina, quando un soldato tedesco la intravide e la portò sul ciglio della strada. Qui venne rinvenuta e portata in ospedale dove venne curata[1].

Gli ospiti della locanda, sentendo gli spari provenire dalla casa vicina, si tranquillizzarono pensando che da lì a poco, i tedeschi, avendo già eliminato qualcuno, se ne sarebbero andati. Vennero invece fatti uscire e separati in due gruppi, dietro la casa e nel garage dell’albergo. Questi ultimi vennero trucidati a colpi di mitragliatrice, ricoperti da tronchi di albero e dati alle fiamme. Coloro che invece erano stati radunati dietro la locanda, vennero uccisi a colpi di pistola e bastonate, venendo poi arsi anche loro nel rogo creato.

Tra le vittime vi fu anche Piero Varini, un bambino di diciotto mesi che, consegnato dalla madre ai soldati tedeschi nella speranza venisse risparmiato, fu invece gettato nel fuoco ancora vivo[1].

Il gestore della locanda, Romeo Beneventi, riuscì a sopravvivere scappando da una finestra nel bagno del garage, dalla quale aveva già fatto fuggire il figlio e la moglie. Nella fuga venne colpito da un proiettile che gli trapassò la guancia. Riuscì tuttavia a mettere in salvo se stesso e la sua famiglia[2].

Un altro sopravvissuto all’eccidio, Paolo Magnani, si salvò nascondendosi nel solaio della locanda, visto il suo stato di renitente alla leva. Un soldato tedesco salì per controllare se ci fosse qualcuno presente, ma Magnani, essendosi ricavato un nascondiglio tra le cataste di legna, non venne notato. Aspettò finché si decise a fuggire dalla porta sul retro de La Bettola, corse fino a Montalto, dove venne ospitato presso la casa di amici. Il giorno successivo l’eccidio, venne a sapere che i suoi genitori, Giuseppe Magnani ed Emma Ronzoni, erano stati uccisi e i loro corpi bruciati insieme agli altri ospiti della locanda[2].

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


martedì 23 giugno 2026

23 giugno 1888: la prima voce dell’Internazionale

Il 23 giugno 1888 fu eseguita per la prima volta l’Internazionale, l’inno che sarebbe diventato simbolo globale della solidarietà operaia. Composto da Eugène Pottier nel 1871 e adottato come inno ufficiale dall’Internazionale dei Lavoratori (anch’essa nata a metà dell’Ottocento), il brano si è diffuso in molte lingue, portando con sé un messaggio di unità tra lavoratori di diverse nazionalità.


Video credit Verduct caricato su YouTube


La storia di Norma Pratelli Parenti



Articolo da Biografie Resistenti

Norma Parenti nacque il 1° giugno 1921 al podere Zuccantine di Sopra, località sita nei pressi di Massa Marittima, in provincia di Grosseto. La famiglia era composta dal padre Estewan Parenti, che esercitava la professione di muratore nella zona, la madre Roma Camerini, impegnata nella gestione di una trattoria nel paese di Massa Marittima, e altri quattro fratelli. Nel contesto familiare, a una formazione di stampo cattolico venne sempre affiancato l’insegnamento di idee provenienti dal socialismo. Il padre, infatti, fu ben presto posto sotto l’attenzione della direzione generale della pubblica sicurezza del Regno per le sue idee e schedato come «socialista» nel casellario politico centrale.

In questi anni P. si iscrisse al gruppo della Gf «Giovanna D’Arco» e le venne assegnato anche il compito di contribuire all’insegnamento del catechismo ai giovani che si avvicinavano alla prima comunione.

Difficoltosi furono i primi anni di formazione scolastica. Nel novembre del 1927 si iscrisse alla scuola elementare Regina Margherita del suo paese ma, nel corso del terzo anno, non riuscì a frequentare le lezioni a causa di una malattia che la tenne lontana da scuola per più di un mese. Ricominciò l’anno successivo per terminare la terza elementare e, successivamente, dovette lasciare gli studi per volontà dei genitori.

Grazie alla sua partecipazione agli ambienti dell’Ac, nel corso del 1941 P. ebbe modo di trascorrere un breve periodo all’Istituto Santa Regina di Siena, gestito dalla contessa Bianca Piccolomini. L’Istituto, messo a disposizione alle donne iscritte all’Ac come casa per i ritiri spirituali, permise a P. di entrare in contatto con le sorelle laiche presenti nella struttura e convinse la giovane ad avanzare richiesta di probandato, periodo di formazione spirituale che avrebbe dovuto precedere la richiesta di noviziato. A causa dell’esigenza di essere operata a una gamba, venne rinviata a casa e non ebbe la possibilità di terminare il percorso stabilito. Nel documento prodotto dall’Istituto con oggetto «esito della domanda di accettazione per l’ammissione al Noviziato di Norma Parenti», si può leggere infatti: «Vengono lette le domande di accettazione per il Noviziato delle Postulanti Norma Parenti e Marcellina Benedetti e si passa subito alla votazione, che riesce favorevole all’unanimità per ambedue le figliuole. Per la Parenti, però, l’accettazione è condizionata all’esito favorevole e definitivo dell’operazione al ginocchio, per cui in questi giorni è ricoverata all’ospedale».

A seguito di questi eventi, nel corso del mese di marzo del 1942, dovette suo malgrado far ritorno definitivamente nel paese natale. Fu durante il periodo che trascorse a Massa Marittima che P. conobbe Mario Pratelli, il suo futuro marito.

Nell’ottobre 1942 Pratelli venne richiamato per il servizio di leva e destinato al V Reggimento artiglieria di stanza a Belluno. Vista l’imminente e forzata separazione, i due giovani si convinsero a velocizzare le pratiche per il matrimonio e il 31 marzo 1943, nella cattedrale di San Cerbone a Massa Marittima, si sposarono. A seguito delle nozze P. dovette trasferirsi ad Agordo, in provincia di Belluno, per raggiungere il luogo di residenza del marito.

Fu proprio in questo periodo che P. fu raggiunta dalla notizia della caduta del regime fascista e, successivamente, da quella della firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943. A causa della pericolosità della zona i due ragazzi decisero di far ritorno a Massa Marittima, dove potevano contare sull’appoggio della famiglia Parenti. Nel corso di questi mesi P. si iscrisse al circolo dell’Ud di Massa Marittima.

In questo contesto la posizione dei due ragazzi si fece sempre più difficile. Considerata la mancata risposta al bando di leva imposto dalla Rsi e il suo improvviso trasferimento, Pratelli fu considerato un disertore e decise dunque di mettersi in contatto con il Cln della zona per raggiungere la 3° Brigata Garibaldi, attiva fin dai primi giorni successivi all’armistizio. Vista la scelta del marito, P., ormai prossima al parto, decise di rifugiarsi nell’abitazione dei suoi genitori. Proprio presso la casa della famiglia diede alla luce il suo primo figlio, Alberto Mario, il 29 dicembre 1943. In questo periodo decise anche lei di mettere la sua opera a disposizione delle bande partigiane presenti nelle vicinanze di Massa, come il gruppo «Capanne Vecchie» guidato da Mario Chirici, verso le quali si adoperò per far arrivare rifornimenti, documenti e volantini stampati clandestinamente.

Considerata la sua continua attività a favore della Resistenza nell’Alta Maremma, P. decise ben presto di entrare nelle fila della 3ª Brigata Garibaldi per garantire un più sicuro e costante servizio di informazioni al comando partigiano. Di questa sua presenza nella formazione si può avere conferma consultando i nominativi degli effettivi nell’elenco dei partigiani della Brigata. Nel corso del tempo la sua attività si fece sempre più profonda, potendo contare su una rete di informazioni assicurata dal contatto diretto con i capi partigiani della zona. Oltre alla sua partecipazione diretta, inoltre, fu sempre pronta nell’indirizzare i soldati fuggiti dalla prigionia tedesca e renitenti alla leva della Rsi alle formazioni partigiane presenti in montagna. Grande fu anche l’opera di soccorso che diede a ricercati politici ed ebrei, offrendo loro la possibilità di nascondersi presso strutture da lei ritenute sicure.

Oltre a queste azioni, ciò che maggiormente attirò su di lei le attenzioni dei nazifascisti fu senza dubbio l’episodio del quale fu protagonista l’8 giugno del 1944. In quella giornata Guido Radi «Boscaglia», facente parte della 23ª Brigata Garibaldi, venne sorpreso e catturato da una squadra di militi della Rsi mentre insieme ad altri compagni era intento a compiere un’azione di sabotaggio. Dopo varie sevizie il suo corpo, ormai senza vita, venne trasportato a Massa e posto sulla scalinata del Duomo, per essere di monito a tutta la popolazione. Per questo motivo venne imposto dal capo della provincia, Alceo Ercolani, il divieto di avvicinarlo e di dargli sepoltura. Colpita dagli eventi, P. decise di ignorare le direttive emanate e, insieme a un gruppo di donne da lei organizzato, si occupò della salma del giovane, attivandosi affinché venisse a lui riservato una tomba nel cimitero comunale e per fare in modo che i parenti potessero vedere per l’ultima volta le spoglie del proprio figlio prima che fosse tumulato.

Nel mese di giugno del 1944 i partigiani della zona cominciarono a impossessarsi di posizioni strategiche e a organizzare il loro ingresso nella cittadina di Massa Marittima. Prima della effettiva liberazione, che avverrà alla fine di giugno, i nazifascisti presenti nella zona si impegnarono nella repressione di qualsiasi fonte di resistenza e nella vendetta per gli atti di ribellione che a loro avviso erano rimasti impuniti nel corso dei mesi precedenti.

Continua la lettura su Biografie Resistenti

Fonte: Biografie Resistenti

Autore: 
Andrea Pepe


Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.


Articolo tratto interamente da 
Biografie Resistenti


Alan Turing: messaggio dal mondo invisibile



Articolo da La Soga Revista Cultural

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su La Soga Revista Cultural

Il 10 settembre 2009, Gordon Brown, Primo Ministro del Regno Unito, ha titolato un articolo del quotidiano britannico The Telegraph con il seguente titolo: « Sono orgoglioso di chiedere scusa a un vero eroe di guerra », «Sono orgoglioso di chiedere scusa a un vero eroe di guerra." Ha continuato: “Era davvero una di quelle persone il cui contributo unico ha contribuito a cambiare le sorti della guerra. Il debito di gratitudine che abbiamo quindi rende ancora più orribile il fatto che sia stato trattato in modo così disumano".

L'infamia di cui parla Brown risaliva al 1952, quando Alan Turing fu dichiarato colpevole di atti osceni; cioè condannato per essere omosessuale. Nella sua condanna ha dovuto scegliere tra il carcere o la castrazione chimica attraverso una serie di iniezioni di ormoni femminili. Ha scelto questa seconda punizione per non essere imprigionato e per poter continuare con la sua ricerca e il suo lavoro, ma gli effetti collaterali che ha sofferto e temuto per tutta la vita (ha iniziato a ingrassare, sviluppare il seno e mostrare sintomi depressivi), hanno portato da togliersi la vita, due anni dopo. Il processo mentale di Turing durante un periodo così oscuro è stato oggetto del romanzo Whisper, di Will Eaves, anche lui britannico, pubblicato in spagnolo da Alba Editorial.

Alan Turing è nato nel quartiere di Paddington (Londra) nel 1912. Si è laureato in meccanica quantistica, probabilità e logica al King's College di Cambridge, e successivamente ha conseguito il dottorato in logica, algebra e teoria dei numeri alla Princeton University. Nel corso della sua breve vita (quarantuno anni) è stato un brillante informatico, matematico, professore universitario, crittografo, logico, statistico, maratoneta e ricercatore di Intelligenza Artificiale, ora così in voga. I suoi studi in Informatica, Filosofia e Biologia Matematica e Cibernetica sono così impressionanti e avanzati per l'epoca che rappresentano ancora un punto di riferimento in numerosi campi. Il test di Turing è stato un precursore dei cosiddetti bot e assistenti vocali (come Alexa o Siri) ed è stato concepito come un test per determinare se l'interlocutore con cui stiamo interagendo è una persona o un'entità artificiale o un robot. Ma forse il motivo per cui conosciamo meglio questo genio visionario è dovuto al suo ruolo fondamentale nel decifrare il codice Enigma.

Dopo che la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania il 3 settembre 1939, le operazioni di decrittazione britanniche si spostarono da Londra a Bletchley Park, una villa a metà strada tra Oxford e Cambridge. Lì si sarebbe svolta una missione quasi impossibile: decifrare i codici che i tedeschi usavano nelle loro comunicazioni attraverso una piccola e diabolica macchina chiamata Enigma. Per raggiungere questo obiettivo, il team guidato da Turing ha effettuato equazioni e calcoli, riuscendo a interpretare alcuni schemi nei messaggi, che hanno permesso loro di rilevare una piccola parte del loro funzionamento. Tuttavia, non sono ancora riusciti a decifrarli nel loro insieme. Fu allora che Turing si chiese: e se per combattere una macchina servisse un'altra macchina? In risposta, alla fine del 1939, Turing, insieme aGordon Welchman (un altro grande matematico di Cambridge) ha progettato una macchina chiamata Bombe. Il dispositivo in questione era un ulteriore sviluppo di un dispositivo creato nel 1938 dal crittografo polacco Marian Rejewski , e noto come "bomba crittografica", da cui il nome. A Bletchley Park, centinaia di donne passavano le loro giornate a raccogliere le chiavi emerse dal prodigioso ingranaggio. Quel gigantesco pannello di rotori fu il passo definitivo per leggere la fine della seconda guerra mondiale.

Ma il fondamentale contributo di Alan alla lotta degli Alleati non lo salvò dall'essere vittima, in seguito, dei pregiudizi della sua stessa nazione. Da qualunque parte la si guardi, quella di Turing è una storia tristemente affascinante. Il libro Alan Turing: The Enigma , che ha ispirato il noto film The imitation game ( Deciphering Enigma in spagnolo), dell'autore Andrew Hodges, e pubblicato per la prima volta nel 1983, è ancora considerato la Bibbia della biografia dei matematici. E per onorare la sua memoria, la sua città (Londra) ha ideato un omaggio che dovrebbe unire la visione personale, professionale e artistica di questo personaggio unico. A tal fine, British Land, una società fondiaria e immobiliare, ha commissionato a Futurecity (dedicata ai progetti e alla gestione culturale) di immaginare la creazione di un'opera tributo al Paddington Campus Central. L'opera risultante di questa curatela, ideata da United Visual Artists (UVA), in collaborazione con il poeta britannico Nick Drake, è un'imponente installazione che copre l'ampiezza della passerella pedonale sotto Bishop's Bridge Road, e non potrebbe essere più strettamente fusa con il Turing spirito. Messaggio dal mondo invisibile(Message from the Hidden World) è un'installazione permanente in cui i versi della poesia di Drake dialogano con i testi di un articolo dello stesso Turing. I testi sono proiettati da luce LED interna su un pannello di alluminio scuro con diversi livelli di lettura. Utilizzando un algoritmo, i testi vengono alterati casualmente nel loro ordine, creando all'infinito nuovi messaggi dagli scritti originali. L'algoritmo stesso decidequali estratti mostra in ogni momento, strizzando l'occhio alle intelligenze artificiali che tanto ha studiato Turing, come se si trattasse di una sua creatura. L'opera è una vera e propria celebrazione della sua vita e del suo lavoro, non solo per la parte ingegneristica che rende possibile la visione finale dei messaggi, ma perché questi si materializzano con parole di luce; una luce che, seppur fugace e casuale, sta illuminando i nostri passi.

Ogni volta che attraversavo quel passaggio non potevo fare a meno di fermarmi e rabbrividire alla sua lettura in continua evoluzione. Davanti a me, l'intermittenza di ogni parola che mi illumina davanti alla vita. Questa è la sua giustizia poetica. Dal silenzio nascosto che è stato costretto a subire, il messaggio di Alan continuerà a raggiungerci; un altro mondo che diventa visibile con gli occhi della verità, e "l'enigma dell'essere umano nelle sue infinite configurazioni possibili".

MESSAGGIO DAL MONDO INVISIBILE

(Nick Drake)

Questo è Alan che parla

a te che passi da questo ponte

nell'incanto del tempo

sotto l'arco echeggiante

sopra lo specchio d'acqua

mentre vai al lavoro o a casa

e in altri luoghi dell'infinito

tenuto nella caverna segreta dei sogni

delle tue menti misteriose

Questo è Alan che parla

attraverso questa interfaccia con il tempo e lo spazio

Sono il fantasma nella macchina universale

quello che ho sognato mentre giacevo sull'erba

che cresceva nel verde del tempo perduto

di un prato solo a Grantchester

pensando a chi ero innamorato in quel momento

e l'immutabile verità dei numeri

nelle loro belle equazioni

e l'enigma degli esseri umani

nelle loro infinite configurazioni possibili

[…]

Questo è parlare, Alan.

a te che passi per questo ponte

nell'incantesimo del tempo,

sotto l'arco risonante

sullo specchio d'acqua,

mentre vai al lavoro o a casa,

e in altri luoghi nell'infinito

tenuto nella caverna segreta dei sogni

delle tue menti misteriose

Questo è parlare, Alan.

attraverso questa interfaccia con il tempo e lo spazio.

Sono il fantasma nella macchina universale,

quello che ho sognato sdraiato sull'erba

che cresceva nel verde del tempo perduto

Di un prato a Grantchester, solo,

Pensando alla persona di cui era innamorato in quel momento,

e nella verità immutabile dei numeri,

nelle sue belle equazioni,

e l'enigma dell'essere umano

nelle sue infinite configurazioni possibili

[…]*


*Traduzione dell'autore.


Continua la lettura su La Soga Revista Cultural

Fonte: La Soga Revista Cultural

Autore: Rosa Cuadrado Salinas

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da La Soga Revista Cultural


mercoledì 17 giugno 2026

Addio a Carlo Ginzburg



Articolo da Quotidiano Piemontese

Carlo Ginzburg è stato riconosciuto come uno dei maggiori interpreti della storia culturale europea

TORINO – Il mondo della cultura e della ricerca storica perde una delle sue figure più autorevoli e influenti. Carlo Ginzburg, tra i più importanti storici italiani del Novecento e tra i fondatori della microstoria, ha lasciato un’impronta profonda nel modo di studiare e raccontare il passato, portando alla luce le vicende di uomini e donne spesso dimenticati dalla grande storiografia.

Nato a Torino il 15 aprile 1939, Carlo Ginzburg apparteneva a una delle famiglie più significative della cultura italiana del Novecento. Era figlio dello scrittore e intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della celebre scrittrice Natalia Ginzburg. La sua formazione si sviluppò in un ambiente ricco di stimoli culturali e civili, che contribuì a forgiare il suo sguardo critico sulla storia e sulla società.

Dopo gli studi universitari alla Scuola Normale Superiore di Pisa, intraprese una brillante carriera accademica che lo portò a insegnare in prestigiose università italiane e internazionali, tra cui l’Università di Bologna e l’Università della California di Los Angeles (UCLA).

La microstoria

Il suo nome è legato soprattutto alla nascita della microstoria, un approccio che spostò l’attenzione dagli eventi politici e dai grandi protagonisti verso le persone comuni, le loro esperienze quotidiane e le dinamiche sociali spesso invisibili nelle tradizionali narrazioni storiche. Questo metodo contribuì a rinnovare profondamente gli studi storici a livello internazionale.

Continua la lettura su Quotidiano Piemontese

Fonte: Quotidiano Piemontese

Autore:


Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.


Articolo tratto interamente da Quotidiano Piemontese

Photo credit Fronteiras do Pensamento, CC BY-SA 2.0, da Wikimedia Commons


La storia di Iolanda Palladino

Il 17 giugno non è mai una data qualunque a Napoli. Non può esserlo. In una notte del 1975, che doveva essere di festa per la vittoria elettorale delle sinistre, la furia fascista spezzava la vita di Iolanda Palladino. Aveva solo ventun anni.

Ventun anni, una vita davanti, la passione per la politica vissuta dalla parte giusta: quella degli ultimi, dei lavoratori, di chi sognava un mondo libero dall'oppressione. Iolanda non era una spettatrice. Era una militante, una compagna che credeva fermamente nella giustizia sociale. E proprio per questo è stata presa di mira.

Mentre rientrava a casa, un commando di squadristi l'ha assalita. Non è stato un semplice scontro, è stata un'esecuzione vigliacca. Una bottiglia molotov lanciata contro la sua auto l'ha trasformata in una trappola di fuoco. Iolanda ha lottato, ha resistito per giorni in un letto d'ospedale con il corpo devastato dalle fiamme, fino a quando il suo cuore ha smesso di battere.

La strategia della tensione voleva questo: seminare il terrore, colpire i giovani per fermare l'avanzata delle lotte operaie e studentesche. Volevano spegnere il sole di una generazione che non si piegava. Ma la memoria non si cancella con il fuoco.

Oggi, in un clima politico in cui certi rigurgiti neri provano a rialzare la testa e a ripulirsi la facciata, ricordare Iolanda Palladino non è un semplice esercizio di nostalgia. È un dovere militante. È rabbia che si fa memoria attiva.

Il suo sacrificio ci ricorda da dove veniamo e per cosa continuiamo a batterci ogni singolo giorno. Le idee di giustizia e libertà per cui Iolanda ha dato la vita camminano sulle nostre gambe.

Iolanda Palladino vive nelle nostre lotte. Ora e sempre, antifascismo.

Autore: Resistenza Rosa

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

Quest’articolo è stato condiviso e segnalato dal suo autore. Se vuoi pubblicare i tuoi post in questo blog, clicca qui


La storia di Amelia Earhart



Articolo da Enciclopedia delle donne

Amelia Earthart nacque in una famiglia benestante di Atchison, nel Kansas, ma trascorse gran parte della sua infanzia e della giovinezza spostandosi in varie città degli Stati Uniti e del Canada, in seguito alle traversie economiche e personali dei genitori.

Il 28 dicembre 1920, a Long Beach, fece il suo primo volo come passeggera. Un’esperienza che avrebbe per sempre cambiato la sua vita: «Quando raggiunsi la quota di due o trecento piedi, seppi che dovevo volare». Amelia si diede da fare con vari lavori per raccogliere la somma necessaria alle lezioni di volo che le verranno impartite da Anita Snook, un’altra pioniera dell’aeronautica, e il 15 maggio 1923 divenne la sedicesima donna al mondo a conseguire il brevetto di pilota. La svolta nella sua carriera di aviatrice arrivò però solo nel 1928, un anno dopo la prima trasvolata atlantica in solitaria di Charles Lindbergh. Amelia, con Wilmer Sturz e Louis Gordon, a bordo di un Fokker, fu la prima donna ad attraversare l’Atlantico. In questa trasvolata il suo ruolo era stato secondario, come lei stessa riconobbe: «Wilmer pilotò per quasi tutto il tempo. Io ero solo un bagaglio, venni trasportata come un sacco di patate». L’impresa fece comunque di Amelia un’eroina nazionale, la nuova “Regina dell’aria”. Grazie ai proventi delle conferenze, delle campagne pubblicitarie, dei suoi scritti e dei numerosi incarichi che ebbe in compagnie aeree, Amelia negli anni successivi poté non solo dedicarsi alla sua passione per il volo, anche agonistico, ma anche promuovere l’aviazione, in particolare, le donne aviatrici.

Nel 1931 sposò George Putnam, scrittore ed editore (aveva pubblicato il libro in cui Lindbergh raccontava la sua trasvolata) e organizzatore delle prime imprese della stessa Amelia. L’anno seguente Amelia riuscì a concretizzare, finalmente, il sogno di essere la prima donna ad attraversare in volo l’Atlantico in solitaria. Il 20 maggio partì da Harbour Grace, a Terranova, ai comandi di un Lockheed Vega e, dopo un volo di quasi quindici ore, atterrò a Culmore, in Irlanda del Nord. L’impresa la consacrò definitivamente come la più nota eroina della fase pionieristica della storia dell’aviazione. Amelia ricevette, tra gli altri riconoscimenti, la Legion d’Onore e la Distiguished Flying Cross dal Congresso degli Stati Uniti.

Dopo aver compiuto altri voli in solitaria – dalle Hawai alla California, da Los Angels a Città del Messico – Amelia Earhart si dedicò alla pianificazione di una nuova grande impresa, la circumnavigazione aerea del globo seguendo la rotta equatoriale, la più lunga. L’aereo prescelto fu un bimotore Lockheed Electra e Fred Noonan avrebbe dovuto accompagnarla come navigatore. Amelia e Fred decollarono da Miami il 1 giugno 1937 facendo rotta verso est. Fecero varie tappe in Sud America, Africa, India e Indocina, arrivando a Lae, in Nuova Guinea, il 29 dello stesso mese. Avevano percorso circa 35000 chilometri e dovevano ora affrontare l’ultimo balzo attraverso l’Oceano Pacifico. Il 2 giugno decollarono da Lae alla volta di Howland Island – a oltre 4000 chilometri – dove avrebbero dovuto fare tappa. Le tracce del Lockheed Electra si persero però circa 1000 chilometri dopo Lae e nonostante una mobilitazione senza precedenti di navi e aerei di soccorso, Amelia e Fred Noonan non vennero mai ritrovati. 

Continua la lettura su Enciclopedia delle donne

Fonte: Enciclopedia delle donne


Licenza: Licenza Creative Commons

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da Enciclopedia delle donne 


martedì 16 giugno 2026

16 giugno 1976 – Apartheid: rivolte studentesche a Soweto, Sudafrica



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Gli scontri di Soweto (o rivolta di Soweto) furono una serie di scontri che avvennero nella township (baraccopoli) di Soweto (sobborgo di Johannesburg, Sudafrica) nel giugno del 1976.[1]

Gli scontri coinvolsero studenti neri che protestavano contro la politica segregazionista del National Party, il partito degli afrikaner nazionalisti che a quell'epoca era al governo del paese. La polizia soffocò le manifestazioni studentesche con la forza; diverse centinaia di persone furono uccise nell'arco di dieci giorni di contestazione. Questo evento, che colpì l'opinione pubblica mondiale, diede inizio a una catena di conseguenze che sfociarono, quindici anni dopo, nella caduta del regime dell'apartheid, grazie alle altre rivolte che ci furono in America ed altri paesi.

Dopo la repressione dell'African National Congress negli anni sessanta, la protesta nera contro l'apartheid tacque per diversi anni. Alla metà del decennio successivo, tuttavia, il successo di altre organizzazioni rivoluzionarie nei paesi vicini (quali la Frelimo) alimentò nuove speranze per i neri che intendevano rovesciare il governo afrikaner. L'ANC giunse a formare una propria ala armata (chiamata Umkhonto we Sizwe) e incitò la popolazione africana a "rendere il paese ingovernabile".

Il motivo specifico della protesta studentesca di Soweto fu un decreto governativo (l'Afrikaans Medium Decree) che imponeva a tutte le scuole per neri di utilizzare l'afrikaans come lingua paritetica all'inglese. Il 1º gennaio 1975 tutti i presidi delle scuole nere ricevettero ordine di usare l'afrikaans nelle lezioni di alcune materie; l'annuncio fu dato da J. G. Erasmus, Direttore Regionale dell'"Istruzione Bantu" ("bantu" era il termine usato dalle autorità sudafricane per riferirsi alla popolazione nera).

Questa misura era l'ultimo episodio di una lunga serie di imposizioni da parte degli afrikaner, e fu percepita come direttamente associata alla logica generale dell'apartheid; l'inglese era infatti di gran lunga più diffuso presso la popolazione nera, ed era stato scelto come lingua ufficiale da molti bantustan. Al contrario, come ebbe a dire Desmond Tutu, l'afrikaans era "la lingua degli oppressori".

Il Ministro per l'Istruzione Bantu, Punt Janson, ebbe a dire:[2]

«Non ho consultato gli africani sulla questione della lingua e non intendo farlo. Un africano potrebbe trovarsi di fronte a un "capo" che parla afrikaans o che parla inglese. È nel suo interesse conoscere entrambe le lingue.»

Il decreto suscitò numerose proteste da parte del corpo docenti e degli studenti della maggior parte delle scuole per neri. Il 30 aprile 1976, i bambini della Orlando West Junior School (nel sobborgo di Orlando a Soweto) diedero inizio a uno sciopero, rifiutandosi di andare a scuola. Gli studenti di Soweto formarono un comitato d'azione, il Soweto Students' Representative Council, per organizzare la protesta, indicendo una manifestazione di massa per il 16 giugno.[3]

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Taty Almeida, leader delle Madri di Plaza de Mayo, simbolo della lotta per la memoria e la giustizia in Argentina, è morta



Articolo da Resumen

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Resumen

“Non dobbiamo avere paura della parola militantismo. Essere militanti significa avere impegno, quell'impegno che i 30.000 scomparsi hanno assunto”, ha detto Taty Almeida.

Di Joaquín Pérez

Taty Alameida, 95 anni, figura di spicco della storica organizzazione delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, è deceduta all'Ospedale Italiano di Buenos Aires. Dopo la scomparsa di Hebe de Bonafini e Nora Coriñas, già in precarie condizioni di salute, pronunciò il discorso di apertura della grande manifestazione per il 50° anniversario del colpo di stato in Argentina, il 24 marzo 2016. In quell'occasione, dichiarò con chiarezza: "Abbiamo dimostrato a Milei e soci che non saranno in grado di cancellare la memoria. Il loro è un governo totalmente negazionista".

Milioni di argentini, per lo più giovani, hanno riempito le manifestazioni nelle principali città del Paese, riaffermando le storiche rivendicazioni di verità e giustizia delle Madri di Plaza de Mayo, in una dimostrazione di forza sia nelle strade che sui media, che il governo Milei ha percepito in modo acuto. L'impatto si è esteso ai social media, il loro campo di battaglia prediletto, dove il governo negazionista di Milei è stato sonoramente sconfitto dalle Madri di Plaza de Mayo.

Lo scorso aprile, Taty Almedida ha ricevuto una laurea honoris causa dall'Università di Buenos Aires (UBA). In quell'occasione, ha tenuto un discorso in cui ha sottolineato la necessità di un ricambio generazionale nella lotta per la memoria storica e i diritti umani: "Siamo rimaste solo tre madri e due nonne". In quello stesso auditorium gremito di professori e studenti, Taty, ricordando suo figlio, ha osservato: "Non dobbiamo avere paura della parola 'attivismo'. Essere attivisti significa avere impegno, quell'impegno che i 30.000 scomparsi si sono assunti".

Taty nacque a Buenos Aires nel 1930. Studiò pedagogia e lavorò come insegnante. Sposata con Jorge Almeida, ne assunse il cognome, come era consuetudine in Argentina. Ebbero tre figli, uno dei quali era Alejandro, ventenne, che lavorava all'Istituto Geografico Militare e all'agenzia di stampa TELAM. Studiava medicina all'Università di Buenos Aires. Il 17 giugno 1975, prima del colpo di stato militare, fu rapito dalla casa dei genitori dalla Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina), un'organizzazione paramilitare che aveva iniziato i rapimenti e le sparizioni di attivisti di sinistra due anni prima del colpo di stato di Videla (24 marzo 1976). Le sue ultime parole furono rivolte alla madre mentre usciva, già ammanettato dagli agenti del terrorismo di stato, dalla porta del suo palazzo, cercando di rassicurarla: "Mamma, torno subito".

Taty proveniva da una famiglia di militari; suo padre si era ritirato con il grado di tenente colonnello di cavalleria, suo fratello Carlos era arrivato al grado di colonnello dell'esercito, le sue sorelle avevano sposato ufficiali dell'aeronautica argentina e anche suo marito, il padre dei suoi figli, proveniva da una famiglia di militari. Tuttavia, nulla di tutto ciò le fu d'aiuto. Parlò persino con Galtieri, uno dei membri della giunta, ma lui non le fornì alcuna informazione su suo figlio.

Fin da giovanissimo, a soli 14 anni, Alejandro si distinse come leader studentesco alle scuole superiori. In quegli anni svolse attività di volontariato nelle favelas di Buenos Aires. In seguito, si unì al Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (PRT) e al suo braccio armato, l'ERP (Esercito Rivoluzionario Popolare). Nonostante la sua giovane età, il suo nome comparve negli archivi dei servizi segreti e il regime genocida venne a prenderlo.

La lealtà di Alejandro verso i suoi compagni attivisti ha caratterizzato le ore successive alla sua cattura. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti ai centri clandestini di tortura e sterminio, che hanno condiviso con lui i luoghi del rapimento, molti di loro sono riusciti a fuggire dal paese e a salvarsi la vita grazie alla resistenza di Alejandro alla prigionia e alle torture, senza rivelare informazioni ai suoi rapitori.

In una delle sue ultime apparizioni pubbliche, durante un evento organizzato dalla Confederazione Generale dei Lavoratori Argentini (CGT), Taty dichiarò: "Non faccio altro che chiedere a Dio di non portarmi via finché non potrò almeno toccare le ossa di Alejandro". Il suo desiderio non fu esaudito, ma il ricordo di suo figlio rimane vivo nelle nuove generazioni di giovani argentini che si battono per la memoria e i diritti umani. 

Il gruppo Hijos, che riunisce i discendenti degli scomparsi, ha ricordato Taty in questo modo: “Colei che ci capiva meglio e ci stimolava, colei che affrontava tutto con un sorriso forte […] Dobbiamo ancora sapere cosa hanno fatto e dov'è Alejandro. Il suo nome sul tuo fazzoletto, il tuo nome nella nostra lotta. Continueremo a cercarlo con la sua famiglia. Perché la verità prima o poi verrà a galla.”

Negli ultimi anni, senza Hebe, Nora o molte delle sue compagne Madri di Plaza de Mayo, Taty si è assunta il compito di difendere i diritti umani e la memoria storica. Non si può tornare indietro rispetto al punto stabilito dalle Madri. Né la repressione né l'inganno lo permetteranno. Quello è l'ultimo baluardo della dignità; al di là di esso, non esiste altro che la degradazione dell'umanità.

La salma di Almeida sarà esposta lunedì prossimo presso la sede del sindacato dei lavoratori delle telecomunicazioni (Foetra) a Buenos Aires. "Mamma voleva che fosse esposta lì, in un sindacato, senza alcun legame con il Parlamento o il Congresso", ha dichiarato la figlia, Fabiana Almeida.

Continua la lettura su Resumen


Fonte: Resumen


Autore: Joaquín Pérez - Resumen

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Unported.

Articolo tratto interamente da Resumen


Photo credit benito roveran, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons