martedì 30 aprile 2019

Si continua a morire di lavoro


Articolo da Volere la luna

Alla vigilia della festa del lavoro, il 24 aprile, in un solo giorno, ci sono stati in Italia quattro morti sul lavoro, uno a Livorno , due a Cuneo, uno a Ravello (Salerno). Si chiamavano Vicenzo Langella di 51 anni, Daniele Racca di 44 anni, Nicola Palumbe 54 anni, Renzo Corona di 65 anni.

Ora, come sempre, sarà avviata la solita inchiesta, le solite verifiche da parte degli organismi preposti (Ispettorato del lavoro, Inail, ASL) che quasi sicuramente diranno che gli operai erano specializzati nel fare il loro lavoro, che forse le aziende non applicavano le normative della sicurezza oppure che i lavoratori sono morti per una serie di “fatalità” negative… Ma in realtà quello che avviene è il frutto di scelte e responsabilità imprenditoriali e politiche.

I dati INAIL dicono che nei primi tre mesi del 2019 in Italia ci sono stati tre morti al giorno compresi i sabati e le domeniche. La media dei morti sul lavoro è di 1.000 l’anno. Nel 2018 gli “omicidi bianchi” sono cresciuti del 10 per cento, così come le malattie professionali. Gli infortuni sono aumentati anche negli anni della crisi, nonostante la crescita della disoccupazione e la Cassa integrazione di centinaia di migliaia di lavoratori. I dati continuano a evidenziare la drammaticità della mancata prevenzione. Oltre agli omicidi bianchi essi segnalano oltre un milione di infortuni e di malattie professionali. Ma, se si tiene conto delle morti per patologie dovute alle esposizioni di sostanze tossiche presenti sul lavoro, di quelle differite a seguito di infortunio, di quelle non denunciate perché le vittime lavoravano in nero, i morti diventano ogni anno molti di più, probabilmente oltre 4000. Una vera guerra!

Questi dati su morti e infortuni mostrano che è in atto da molti anni una grande tragedia di cui non si vede la fine. Anzi siamo in presenza di un ulteriore incremento di infortuni e morti!

Ma allora cos’è che non va? Le cause fondamentali sono due.


Anzitutto le origini del “male” stanno nel fatto che, a partire dagli anni Ottanta, le scelte dei datori di lavoro per gestire le imprese si sono basate, tranne alcune lodevoli eccezioni, sul risparmio dei costi del lavoro, compresi quelli della prevenzione alla fonte e della formazione, informazione e addestramento di chi lavora. Il secondo motivo sta nel fatto che c’è stata, da parte degli ultimi governi, una continua rincorsa alla creazione di lavoro precario, flessibile, frantumato, parcellizzato, senza prevenzione e tutele. Si è partiti nel 2003 con la legge Biagi, varata dal Governo Berlusconi (con il leghista Maroni al Ministero del lavoro), che ha portato alla definizione di ben 46 forme di lavoro precario e senza diritti. Sempre Berlusconi, nel 2011, ha eliminato molte leggi in materia di sicurezza, soprattutto tramite la depenalizzazione del relativo testo unico, così che i datori di lavoro che non fanno prevenzione non rischiano più il carcere ma solo una multa. La rincorsa alla riduzione dei costi del lavoro e della sicurezza è proseguita con il Governo Renzi mediante il Jobs Act che ha ulteriormente aggravato la situazione perché, con l’abolizione dell’art. 18 per i nuovi assunti, sempre più spesso i lavoratori sono costretti, per evitare il licenziamento, a lavorare in condizioni di minor sicurezza o addirittura a denunciare come malattie le patologie da infortuni. Infine un che di negativo, anche se in quantità minore, è stato aggiunto dal Governo gialloverde che ha indebolito la prevenzione e la sicurezza nei luoghi di lavoro diminuendo di circa il 16 per cento i contributi assicurativi per l’Inail a carico delle imprese, così togliendo all’Istituto oltre 1,5 miliardi di euro in 3 anni e facendogli mancare le risorse necessarie all’attività di formazione, prevenzione e sicurezza dei lavoratori.

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Fonte: Volere la luna

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Articolo tratto interamente da Volere la luna


L’analfabeta politico

Bertolt-Brecht

"Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla, né s’interessa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine, dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è talmente somaro che si inorgoglisce e si gonfia il petto nel dire che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali."

Bertolt Brecht

Photo credit Bundesarchiv, Bild 183-W0409-300 / Kolbe, Jörg / CC-BY-SA [CC-BY-SA-3.0-de], via Wikimedia Commons


I compagni: recensione del film


I compagni è un film del 1963 diretto da Mario Monicelli.

Trama 

Torino, fine Ottocento. In una fabbrica tessile, l'ennesimo grave incidente spinge gli operai a richiedere migliori condizioni di lavoro. Quando la loro richiesta di ridurre l'orario di lavoro da quattordici a tredici ore viene del tutto ignorata, decidono di compiere un gesto dimostrativo, suonare la sirena di fine turno in anticipo di un'ora, che procura però una multa a tutti e una sospensione a Pautasso, l'autore materiale.

Gli operai organizzano quindi uno sciopero, approfittando dell'esperienza in materia dell'esperto professor Sinigaglia, appena giunto in città proveniente da Genova, ricercato dalla polizia per aggressione ad un pubblico ufficiale durante una manifestazione. I padroni per risolvere la situazione sono disposti a ritirare multa e sospensione e "perdonare" gli operai influenzati da "agitatori di professione", ma gli operai non possono accettare una concessione così modesta rispetto al livello ormai raggiunto dalla protesta.

Di fronte alla resistenza degli operai, che tengono duro, forti della reciproca solidarietà, i padroni arrivano a chiamare lavoratori disoccupati da un'altra città. Gli scioperanti tentano di bloccare il treno che trasporta i crumiri, ma durante gli scontri Pautasso perde tragicamente la vita. Il prof. Sinigaglia, visti i precedenti, è costretto a nascondersi e trova un accogliente rifugio nella casa della prostituta Niobe, figlia di un operaio che l'ha ripudiata per la sua scelta di vita.

I lavoratori in sciopero, dopo aver resistito un intero mese, sono ormai prossimi a cedere, ignorando di aver portato i padroni sul punto di cedere per primi. Mentre gli operai hanno già votato per la ripresa del lavoro, il prof. Sinigaglia lascia il comodo nascondiglio, rischiando l'arresto per parlare agli operai, giunge trafelato e riesce a riaccendere in loro il desiderio di proseguire la lotta con la sua appassionata retorica, che riecheggia il discorso di Marco Antonio nel Giulio Cesare di William Shakespeare. Spinti dalle parole del professore, i lavoratori marciano in corteo verso la fabbrica per occuparla. Ma la cavalleria, chiamata a difendere la fabbrica, spara sulla folla e uccide Omero, uno degli operai più giovani, appena un ragazzino, mentre il prof. Sinigaglia viene infine arrestato.

Gli operai tornano al lavoro, sconfitti. Fra loro il fratello minore del ragazzo ucciso, che ne ha preso il posto. Il prof. Sinigaglia, dal carcere, continua a diffondere le sue idee di progresso sociale, mentre altri lavoratori come Raoul portano avanti la lotta.

Curiosità sul film

La pellicola ha come interpreti principali Marcello Mastroianni e Renato Salvatori e fu candidata agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

La mia opinione

Un ottimo film diretto da Monicelli, che ci fa riflettere sulla grande questione dei diritti dei lavoratori. Questo film è assolutamente da vedere e attualissimo.

Voto: 7,5

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Madre operaia di Ada Negri



Madre operaia

Nel lanificio dove aspro clamore
cupamente la volta ampia percote,
e fra stridenti rote
di mille donne sfruttasi il vigore,

già da tre lustri ella affatica. - Lesta
core a la spola la sua man nervosa,
né l'altra e fragorosa
voce la scote de la gran tempesta

che le scoppia dattorno. - Ell'è sì stanca,
qualche volta; oh, sì stanca e affievolita!...
Ma la fronte patita
spiana e rialza, con fermezza franca;

e par che dica: «Avanti ancora!...» - Oh, guai,
oh, guai se inferma ella cadesse un giorno,
e al suo posto ritorno
far non potesse, o sventurata, mai!... -

Non lo deve; non lo può. - Suo figlio, il solo,
l'immenso orgoglio de la sua miseria,
cui ne la vasta e seria
fronte del genio essa divina il volo,

suo figlio studia. - Ed essa all'opificio
a stilla a stilla lascerà la vita,
e affranta, rifinita,
offrirà di se stessa il sacrificio;

e la tremante e gelida vecchiaia
offrirà, come un dì la giovinezza,
e salute, e debolezza
di riposo offrirà, santa operai;

ma il figlio studierà. - Temuto e grande
Lo vedrà l'avvenire; ed a la bruna
sua testa la fortuna
d'oro e di lauro tesserà ghirlande!...

... Ne la stamberga ove non giunge il sole
studia, figlio di popolo, che porti
scritte negli occhi assorti
de l'impegno le mistiche parole,

e nei muscoli fieri e nella sana
verde energia de le tue fibre serbi
gli ardimenti superbi
de la indomita razza popolana.

Per aprirti la via morrà tua madre;
a l'intrepido suo corpo caduto
getta un bacio e un saluto,
e corri incontro a le nemiche squadre,

e pugna colla voce e colla penna.
D'altri orizzonti il folgorar sublime
move ed eccelse cime
addita al vecchio secol che tentenna:

e incorrotto tu sia, saldo ed onesto...
Nel vigile clamor d'un lanificio
tua madre il sacrificio
de la sua vita consumò per questo.

Ada Negri




lunedì 29 aprile 2019

Elezioni in Spagna: vincono i socialisti

2019 Spanish election - Results


Articolo da Radio Onda d’Urto

LUNEDì 29 APRILE – Il Psoe (Partito socialista operaio spagnolo) del premier uscente Sanchez vince con il 28,7% le elezioni politiche di domenica 28 aprile 2019 in Spagna, ma come da sondaggi non ha la maggioranza da solo, nè con Unidos Podemos. Tracollo del Partito Popolare sotto il 17%, al peggior risultato di sempre, e male anche la stessa Unidos Podemos, che passa dal 21% al 14%, superata dai liberisti e spagnolisti di Ciudadanos, al 16%. L’estrema destra franchista di Vox con il 10,3% entra per la prima volta in Parlamento dagli anni Ottanta. Il tutto con un’affluenza record, che ha superato il 75,7%, e punte altissime nei centri urbani – quasi tutti pro-Psoe – e in Catalogna.

IL VOTO – La Spagna si ritrova dopo il terzo voto politico in quattro anni con una netta affermazione socialista (dal 22% a quasi il 29%) ma senza una maggioranza chiara per formare il prossimo governo. La maggioranza è a quota 175 seggi: Psoe (123) e Unidos Podemos (42) arrivano a 165. Mancano quindi all’appello una decina di seggi. Centrali saranno i partiti autonomisti e indipendentisti, usciti rafforzati dal voto, in particolare proprio in Catalogna, con i catalani di sinistra di Erc – Soberanistes che arrivano addirittura al 4% e ottengono ben 15 seggi, approfittando anche della mancata candidatura della sinistra indipendentista e anticapitalista della Cup. Più indietro ma comunque forti i centristi catalani di Junts per Catalunya (7 seggi), gli autonomisti centristi baschi del Pnv con 6 seggi e la sinistra abertzale basca di Bildu, con 4 seggi. 6 i seggi, infine, per altri movimenti autonomisti tra Canarie, Navarra, Cantabria e Paese valenciano.


I sostenitori del Psoe, domenica sera in piazza per festeggiare, hanno scandito a chiare lettere che non vogliono un’alleanza con Ciudadanos, invitando Sanchez ad allearsi con Unidos Podemos e ad altre forze autonomiste, ma il premier uscente si tiene le mano libere e dice: “tenderemo la mano a tutte le forze politiche nell’ambito della Costituzione”.

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Intervento audio su Radio Onda d’Urto 


Fonte: Radio Onda d’Urto 

Autore: redazione Radio Onda d’Urto

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.5 Italia.


Articolo tratto interamente da Radio Onda d’Urto 

Photo credit Erinthecute [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons


Le Balze del Valdarno

LE BALZE del VALDARNO - 4K from [sTen]* on Vimeo.

Photo e video credit [sTen]* caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


Groenlandia in 4K

Greenland ICE II - Arctic Ice Diving in 4K from Global Dive Media on Vimeo.

Photo e video credit Global Dive Media caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons 


domenica 28 aprile 2019

Citazione del giorno


"Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri."

Antonio Gramsci


sabato 27 aprile 2019

La sfida musicale: scegli la tua canzone preferita



V'invito a scegliere la vostra canzone preferita tra le cinque del sondaggio, inoltre voglio ricordare a tutti, che si può esprimere una sola preferenza e attendo anche i vostri commenti.

Mi raccomando di condividere questo post nei vostri blog/profili sociali e invitare i vostri amici a partecipare nella scelta. 






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Scoperta una nuova specie umana nelle Filippine

Callao Cave

Articolo da Il Fatto Storico

Un nuovo ramo è stato aggiunto all’albero dell’evoluzione umana dopo che una nuova, antica specie umana, l’Homo luzonensis, è stata scoperta nelle Filippine. Sono almeno tre individui di circa 67.000 anni fa. Tra il 2007 e il 2015, i ricercatori ne hanno trovato 13 ossa nei sedimenti della grotta di Callao, sull’isola di Luzon. La scoperta riecheggia l’enigmatico Homo floresiensis scoperto in Indonesia: entrambi piccoli e ritrovati incredibilmente su delle isole.

L’opinione di Chris Stringer


Il professor Chris Stringer, ricercatore presso il Museo di Storia Naturale di Londra e autorità indiscussa sulla storia dell’evoluzione umana, afferma: «Dato il piccolo campione di fossili rinvenuti, alcuni scienziati metteranno in discussione l’opportunità di creare una nuova specie. Altri, come me, si chiedono invece se i ritrovamenti di Luzon si riveleranno essere una variante del già noto Homo floresiensis. Sappiamo che l’isolamento su un’isola può essere un catalizzatore per alcuni strani cambiamenti evolutivi, comprese le reversioni a stati apparentemente primitivi. Tuttavia, per il momento è probabilmente ragionevole accettare la nuova specie in attesa di altri ritrovamenti».

Un albero ramificato

Le recenti scoperte di nuove specie umane hanno trasformato l’albero dell’evoluzione umana in un “boschetto”. Sappiamo che sempre più specie antiche sono sopravvissute negli ultimi 100.000 anni suggerendo che, almeno in alcuni luoghi come il sud-est asiatico, i nostri antenati potrebbe averci convissuto. Durante una prima migrazione fuori dall’Africa, l’Homo erectus arrivò in Cina e in Indonesia, mentre si pensa che il più enigmatico Uomo di Denisova (un parente dei Neanderthal) potrebbe aver persino raggiunto i pressi della Papua Nuova Guinea.


Fino al ritrovamento dell’Homo floresiensis su un’isola, la loro abilità marinara era stata spesso messa in discussione. Ci si chiedeva se i loro antenati ci arrivarono su zattere in modo accidentale o se stessero esplorando attivamente la regione. La presenza dell’Homo luzonensis nelle Filippine si aggiunge a questo dibattito, poiché l’isola di Luzon non è mai stata collegata alla terraferma asiatica, il che significa che i loro antenati devono aver attraversato l’oceano in qualche modo.

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Fonte: Il Fatto Storico

Autore: redazione Il Fatto Storico

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Articolo tratto interamente da
 Il Fatto Storico

Proverbio del giorno


Se il tuo lume brilla più degli altri sii felice, ma non spegnere mai il lume degli altri per far brillare il tuo.



venerdì 26 aprile 2019

Ogni volta che vuoi giudicare qualcuno...



“Ogni volta che vuoi giudicare qualcuno, cammina prima per tre lune nei suoi mocassini.” Dobbiamo diventare dei grandi camminatori, non credi? Camminare, camminare e camminare ancora, uno a fianco dell’altro, scambiandoci le scarpe, uno nelle scarpe dell’altro. Camminare pensando al giorno in cui siamo venuti al mondo e a quello in cui ce andremo. Camminare accanto alla fragilità, nella nudità, senza toghe, senza indici levati. Dobbiamo camminare per costruire un mondo la cui base non siano più il giudizio e il pregiudizio, ma l’umiltà e la comprensione.

Susanna Tamaro


L’epopea del Ragno nero


Articolo da Sport popolare

Ai tempi dei miliardi di Cr7 e Messi, dei calciatori dal selfie facile e dai tweet bollenti, delle modelle e delle serate in discoteca, la storia di Lev Jašin rischia di abbagliare come un faro nella notte. E non solo perché appartiene a un’epoca lontana che si tinge di contorni mitologici e si confonde fra realtà e leggenda, risvegliando un certo bisogno di “epica” sportiva, ma perché dimostra quanto il calcio possa essere – non solo business e spettacolo – una solida bussola capace di regalare modelli positivi di vita, oltreché far sognare una folta schiera di appassionati.

Per i nati nella seconda metà del Novecento, alla domanda su chi sia stato il miglior portiere di tutti i tempi, la risposta è sempre univoca e scontata: Lev Jašin.

Il portiere sovietico è stato unanimemente riconosciuto come l’estremo difensore più forte della storia, baluardo fra i pali della nazionale sovietica e bandiera della Dynamo Mosca per tutti gli anni ’50 e ’60, ma anche vero e proprio eroe del popolo, secondo per fama solo al cosmonauta Jurij Gagarin, autentico emblema dell’uomo nuovo sovietico.

L’epopea del Ragno nero – questo il soprannome di Lev Ivanovič Jašin – è raccontata con intelligenza da Mario Alessandro Curletto e Romano Lupi in Jašin. Vita di un portiere, uscito per Il Melangolo nel 2014.

Un libro da divorare in un solo boccone, mai pesante, veloce, facile da leggere, che non scade mai nel feticcio del “particolarismo”, “delle piccole cose” ma piuttosto racconta in maniera leggera la vita del più grande numero uno della storia del calcio.

Dall’infanzia in fabbrica durante la guerra mondiale, all’esordio come centravanti, passando per l’esperienza come portiere di hockey – vincitore persino di un campionato sovietico nel 1953 – alla definitiva consacrazione come numero uno della nazionale sovietica, tutto in un denso riassunto della vita sportiva del Ragno nero.

Un uomo pienamente radicato in quella che si potrebbe chiamare essenza dei tempi, perfettamente cosciente del suo ruolo, come ricordano puntualmente Curletto e Lupi: “Jašin, figlio del suo tempo, come da adolescente aveva svolto in fabbrica, al massimo delle proprie possibilità, le mansioni di tornitore, così si comportava nello sport, avvertendo un ulteriore senso di responsabilità nel mantenere alto, non tanto il proprio prestigio di personaggio pubblico, quanto l’onore della propria società e della propria patria”.


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Fonte: 
Sport popolare 



Articolo tratto interamente da 
Sport popolare





In un momento di Dino Campana



In un momento

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

Dino Campana

Manhattan

4k iPhone7 plus Short Film | DJI Osmo Mobile - Filmic Pro | Across Manhattan from Attilio Ruffo on Vimeo.

Photo e video credit Attilio Ruffo caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons 


Patagonia

Patagonia from Luca Giustozzi on Vimeo.

Photo e video credit Luca Giustozzi caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


26 aprile 1986 – L'esplosione in una centrale nucleare a Chernobyl, in Ucraina, provoca trentuno vittime


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il disastro di Černobyl' (in ucraino: Чорнобильська катастрофа?, traslitterato: Čornobyl's'ka katastrofa; in bielorusso: Чарнобыльская катастрофа?, traslitterato: Čarnobyĺskaja katastrofa; in russo: Чернобыльская авария?, traslitterato: Černobyl'skaja avarija) è stato il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare. È uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 e massimo della scala INES dell'IAEA, insieme all'incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Il disastro avvenne il 26 aprile 1986 alle ore 1:23 circa, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (all'epoca parte dell'URSS), a 3 km dalla città di Pryp"jat' e 18 km da quella di Černobyl', 16 km a sud del confine con la Bielorussia. Le cause furono indicate variamente in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico sia dirigente, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell'impianto stesso e nella sua errata gestione economica e amministrativa. Nel corso di un test definito "di sicurezza" (già eseguito senza problemi di sorta sul reattore n. 3), il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore n. 4 della centrale: si determinò la scissione dell'acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell'idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l'aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio.

Una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l'Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l'Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America.

Un rapporto del Chernobyl Forum redatto da agenzie dell'ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) conta 65 morti accertati e più di 4.000 casi di tumore della tiroide fra quelli che avevano fra 0 e 18 anni al tempo del disastro, larga parte dei quali probabilmente attribuibili alle radiazioni. La maggior parte di questi casi è stata trattata con prognosi favorevoli. Al 2002 si erano contati 15 morti.

I dati ufficiali sono contestati da associazioni antinucleariste internazionali, fra le quali Greenpeace, che presenta una stima fino a 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo il modello specifico adottato nell'analisi. Il gruppo dei Verdi del parlamento europeo, pur concordando con il rapporto ufficiale ONU per quanto riguarda il numero dei morti accertati, se ne differenzia e lo contesta sulle morti presunte, che stima piuttosto in 30 000-60 000.

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Pollice su e giù della settimana



Sanità: eseguito all'Aquila intervento innovativo che elimina il tremore del Parkinson tratto da News Town





Sri Lanka, bilancio strage rivisto: i morti sono 250 tratto da Sky Tg24








giovedì 25 aprile 2019

La storia di Irma Bandiera


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Irma Bandiera (Bologna, 8 aprile 1915 – Bologna, 14 agosto 1944) è stata una partigiana italiana, Medaglia d'oro al valor militare (alla memoria).

Irma Bandiera nasce nel 1915 in una benestante famiglia bolognese; il padre Angelo è capomastro edile e si avvicina all'antifascismo durante la dittatura; la madre è Argentina Manferrati, e ha una sorella, Nastia.

Il fidanzato di Irma, militare, è fatto prigioniero dai tedeschi a Creta dopo l'8 settembre 1943 e resta disperso dopo che la nave su cui era imbarcato per il trasferimento in Germania è bombardata e affonda al porto del Pireo. Le sue ricerche restano infruttuose.

Irma Bandiera inizia ad aiutare i soldati sbandati dopo l'armistizio e ad interessarsi di politica, aderendo al Partito Comunista. A Funo, dove andava a trovare i parenti, conosce uno studente di medicina, Dino Cipollani di Argelato, il partigiano "Marco". Irma entra quindi nella Resistenza, al tempo molto attiva nella bassa bolognese, con il nome di battaglia "Mimma" nella VII brigata GAP Gianni Garibaldi di Bologna.

Il 5 agosto 1944 i partigiani uccidono un ufficiale tedesco e un comandante delle brigate nere, il che scatena il giorno successivo la rappresaglia a Funo. Tre partigiani vengono arrestati e portati alle scuole di San Giorgio di Piano.

Il 7 agosto 1944 Irma Bandiera aveva trasportato delle armi alla base della sua formazione a Castel Maggiore. La sera del 7 agosto Irma Bandiera è arrestata a casa dello zio, insieme ad altri due partigiani. Rinchiusa anch'ella alle scuole di San Giorgio, ma separata dai compagni, è quindi tradotta a Bologna, dove i fascisti speravano di ottenere da lei altre informazioni sulla Resistenza.

Per sei giorni e sei notti Irma fu torturata dai fascisti della Compagnia Autonoma Speciale, guidati dal Capitano Renato Tartarotti, che arrivarono ad accecarla, ma Irma resistette senza parlare, preservando così i suoi compagni partigiani. Secondo Renata Viganò, "la più ignominiosa disfatta della loro sanguinante professione si chiamava Irma Bandiera".

I fascisti la fucilarono infine con alcuni colpi di pistola a bruciapelo al Meloncello di Bologna, nei pressi della casa dei suoi genitori, il 14 agosto.

La famiglia Bandiera la cercò alle Caserme Rosse di via Corticella, centro di smistamento per i deportati, e sperarono anche fosse fra i detenuti liberati dai gappisti nel carcere cittadino di San Giovanni in Monte, il 9 agosto. La madre continuò a cercarla, insieme alla sorella, in Questura e al comando tedesco di via Santa Chiara 6/3.

Il corpo di Irma venne ritrovato il 14 agosto sul selciato vicino allo stabilimento della ICO, fabbrica di materiale sanitario, dove i suoi aguzzini l'avevano lasciata in vista per una intera giornata, a monito. Fu quindi portata all'Istituto di Medicina Legale di via Irnerio dove un custode, amico della Resistenza, scattò le foto del viso devastato dalle torture. Irma infine sepolta nel Cimitero monumentale della Certosa di Bologna, accompagnata dai familiari e qualche amica.

La federazione bolognese del PCI il 4 settembre 1944 fece circolare un foglio clandestino in cui si ricordava il senso patriottico del sacrificio di Irma, incitando i bolognesi a intensificare la lotta partigiana per la liberazione dal nazi-fascismo.

In suo onore, nell'estate del 1944, una formazione di partigiani operanti a Bologna prese il nome Prima Brigata Garibaldi "Irma Bandiera". A lei fu inoltre intitolata una brigata SAP (Squadra di azione patriottica) che operava nella periferia nord di Bologna ed un GDD (Gruppo di Difesa della Donna).


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Citazione del giorno

"Ai vecchi perché ricordino, ai giovani perché sappiano quanto costi riconquistare la libertà perduta."
Sandro Pertini


Come liberarci definitivamente dal fascismo


Articolo da Pressenza

Nel nostro Paese, per liberarci definitivamente dal fascismo, sempre ritornante sotto mentite spoglie, ci sono alcune fondamentali liberazioni preliminari ancora da realizzare.

La prima è la liberazione dall’ignoranza. Regolarmente il nostro Paese viene indicato dalle ricerche degli organismi internazionali come profondamente e tecnicamente ignorante. L’ultima di queste è l’annuale classifica dell’Index of ignorans a cura dell’organismo di ricerca internazionale Ipsos Mori che, a proposito de “i pericoli della percezione” – ossia della distorsione percettiva della realtà – indica negli italiani persistentemente i più ignoranti d’Europa rispetto alla conoscenza dei dati reali della società nella quale viviamo, in riferimento alle informazioni di base relative, per esempio, agli immigrati, alla criminalità, agli attentati terroristici ecc. Del resto, come certifica regolarmente l’ISTAT siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione laureata e l’unico Paese in cui i laureati sono meno del 20% della popolazione. Dati che si intrecciano a quelli, ormai classici e strutturali, dell’OCSE che indicano l’Italia come penultima in Europa, dietro alla Turchia, per analfabetismo funzionale e quart’ultima al mondo: ossia, almeno un italiano su tre – pur essendo andato a scuola – non è in grado di decodificare e comprendere un testo minimamente complesso. Come questo articolo, per esempio.


La seconda liberazione, strettamente collegata alla prima, è quella dalla paura. Siamo in una fase storica in cui la paura dell’altro, chiunque esso sia, sembra giungere al parossismo. “Sicurezza” è diventata la parola magica per vincere le elezioni in un Paese impaurito, in nome di essa si inventano leggi e decreti dai nomi improbabili – dal “decreto sicurezza e immigrazione” alla “legittima difesa”, entrambi di sicura incostituzionalità – che, invece di risolvere, aumentano e diffondono insicurezza e paura. Eppure, i dati forniti anno dopo anno dal Ministero dell’Interno ci raccontano un Paese opposto a quello che chi guida – indegnamente – quel ministero vuole far apparire: i reati contro le persone sono costantemente in calo. Chi, come me, si ricorda le stagioni del terrorismo e delle stragi di mafia, sa che fino ai primi anni ’90 i morti ammazzati in Italia erano migliaia all’anno, nel 2012 erano già calati a 555, nel 2018 a 319. Nello stesso periodo le rapine sono calate del 35,8% e i furti del 24,2% Dal punto di vista dei reati violenti l’Italia è uno dei Paesi più sicuri d’Europa e del mondo, eppure la narrazione politica e mediatica corrente racconta esattamente il contrario, facendo scaturire dalla paura l’odio e la violenza. Alla ricerca continua di nuovi capri espiatori da colpire.

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La partecipazione femminile alla Resistenza



Voglio ricordare tutte le donne che hanno partecipato attivamente nei gruppi partigiani e spesso dimenticate.

Ecco alcune stime:


Fonte dati: Wikipedia

Se voi volete...



"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione."

Piero Calamandrei


Un 25 aprile antifascista




“Violenze e sopraffazioni di minoranze etniche. Fanatismi. Nazionalismi galoppanti. Clamorose retromarce persino rispetto ad assodate verità scientifiche, oscurantismo e bigottismo”. Questo è il quadro di vero e proprio deterioramento culturale e morale dentro il quale ci troviamo a vivere in questa drammatica fase della storia.

Il ritorno di un’ideologia di tipo fascista fa parte oggettivamente di questo vero e proprio “ arretramento storico.” E’ il caso, allora, di rammentare non semplicemente cosa è stato il fascismo ma di sottolineare quanto ne persista nella realtà.

Veri e propri rigurgiti fascisti si avvertono anche a livello di schemi culturali, di comportamenti a livello di massa, di opzioni politiche concrete. Rigurgiti fascisti che avanzano senza ricevere quel contrasto che meriterebbero.

La situazione attuale, nella quale si stanno riproducendo soprattutto i temi deteriori del razzismo, deve essere affrontata attraverso l’indicazione costante della negatività assoluta dei principi che il fascismo ha rappresentato, comparando con grande attenzione ciò che avvenne allora con la realtà di oggi.

E’ necessario ricordare che la Resistenza non è stata il derby tra fascisti e comunisti. Serve allora un 25 aprile non ecumenicamente “afascista” di generica unità nazionale, ma un 25 aprile antifascista.
Ricordando prima di tutto chi ha costruito l’antifascismo nell’Italia del ventennio.

Rammentando allora:

1) quale era la composizione sociale e politica di gran parte dei condannati dal Tribunale Speciale;

2) la composizione sociale e politica dei 135.000 eroi che votarono contro nel plebiscito fascista del 1929. Erano quelli tempi nei quali il popolo purtroppo aveva ancora bisogno di eroi;

3) la composizione sociale e politica degli italiani che combatterono in Spagna nelle brigate internazionali dalla parte della Repubblica;

4) i luoghi dove si alimentò ancora, anche nei momenti più duri e del delirante consenso al regime, l’antifascismo militante;

5) la composizione sociale e politica delle migliaia di deportati a Mauthausen dopo lo sciopero del 1 marzo 1944 e giorni seguenti fino alla razzia di Genova del 16 giugno 1944.

6) ancora la composizione sociale e politica delle brigate partigiane, dei GAP, delle SAP, dei gruppi di difesa della donna, del Fronte della Gioventù.

7) di fronte a chi si arresero i tedeschi a Genova: unica città d’Europa dove avvenne quel fatto straordinario dell’arrendersi delle truppe germaniche davanti ai partigiani.

Soprattutto è necessario ricordare come la ricchezza dei contenuti e delle forme di lotta espressa in quel momento dalla classe operaia risultò assolutamente determinante per conseguire l’obiettivo primario dell’abbattimento del fascismo e della vittoria sul nazismo.


Da quella classe operaia sorse la Resistenza e nacquero la Repubblica e la Costituzione. Una Costituzione inapplicata per lunghi anni: anche questo è un dato da ricordare.


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Autore: Franco Astengo


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Articolo tratto interamente da la Sinistra quotidiana 


Vignetta del giorno


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mercoledì 24 aprile 2019

L'avvertimento di Eco così attuale



"Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l''Ur-Fascismo', o il 'fascismo eterno'. L'Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: 'voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!'. Ahimè, la vita non è così facile. L'Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo."

Umberto Eco


L'ultima lettera di Paola Garelli alla figlia



Articolo da Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

Paola Garelli (Mirka)
Di anni 28. Nata il 14 maggio 1916 a Mondovì, in provincia di Cuneo. Residente a Savona. Sposata. Di professione pettinatrice. Dopo l’armistizio, nell’ottobre 1943, entra in clandestinità, unendosi ai partigiani della Brigata SAP Colombo, operante in città ed inquadrata nella Divisione Gramsci. Con il nome di battaglia "Mirka", svolge numerose missioni di collegamento con le formazioni dislocate nelle zone circostanti a Savona, occupandosi anche di rifornirle di armi e provviste. La notte tra il 14 e il 15 ottobre 1944, è sorpresa dalle Brigate Nere mentre si trova nella propria abitazione. Immediatamente arrestata, viene imprigionata nella sede della Federazione fascista di Savona fino al 1º novembre, quando è condotta alla fortezza ex Priamar e fucilata nel fossato del castello assieme Comotto Luigina, Lanzone Franca, Baldassare Giuseppe, Cassano Pietro e Peluffo Stefano (tutti detenuti con l’accusa di appartenenza a banda partigiana). 

La sua ultima lettera alla figlia:

Mimma cara la tua mamma se ne va pensandoti ed amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia e ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino, il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti di me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo solo una cosa: studia, io ti proteggerò dal cielo. Ti abbraccio col pensiero te e tutti, ricordandovi. La tua infelice mamma. 

1/11/1944

Tratto da | Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (http://www.ultimelettere.it), on line dal 26 aprile 2007, INSMLI.


Fonte: Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

Autori: vari

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Articolo tratto interamente da Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana - INSMLI