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sabato 17 gennaio 2026

Dalla Costa Adriatica ai Segreti del Cielo: L’Universo Edutainment di Vinko Bas


Ricevo e pubblico:

Esistono libri che intrattengono e libri che insegnano. Poi esistono le opere di Vinko Bas, che scelgono una terza via: quella dell’Edutainment. Con la pubblicazione di "Il Peso delle Stelle", si chiude (o forse si apre del tutto) un cerchio narrativo che trasforma il lettore in un esploratore del tempo e della scienza.

Le fondamenta: Al e Sol tra Mistero e Storia

Tutto inizia con "Il Segreto del Molo 13", un debutto che profuma di salsedine e adrenalina. Qui incontriamo per la prima volta i fratelli Al e Sol: il cervello e il muscolo, la logica e l'azione. È un mistero classico per ragazzi, ma con una marcia in più: la capacità di osservare la realtà oltre le apparenze.

Il viaggio prosegue poi verso l'entroterra con "L'Enigma del Ponte Gobbo". Qui il tono si alza: Bobbio diventa il palcoscenico di un'indagine archeologica dove il passato medievale inizia a bussare alla porta del presente. È in queste pagine che compare l'oggetto del destino: il nocturlabio eliocentrico, uno strumento che non dovrebbe esistere e che sfida le cronologie ufficiali.

L’Ultima Frontiera: "Il Peso delle Stelle"

L'ultimo nato, "Il Peso delle Stelle", è l’opera più ambiziosa. Non è solo un prequel ideale, ma un esperimento di narrazione multimediale.

La trama e il metodo:

Mentre nell'episodio di Bobbio i ragazzi trovano lo strumento, qui scopriamo come quel tesoro ha attraversato l'Italia. Attraverso le mail di Zia Fanni (personaggio che funge da mentore scientifico), veniamo catapultati nell'anno 999. Seguiamo Mor, un giovane monaco in missione per conto di Papa Silvestro II (il leggendario Gerberto d’Aurillac).

Perché è un libro unico:

  1. Rigore Scientifico e Licenza Poetica: L'autore gioca con la figura di Gerberto, attribuendogli l'invenzione di un nocturlabio eliocentrico. Un'ipotesi affascinante che poggia su basi storiche solide: Gerberto fu davvero l'uomo che portò i numeri arabi in Occidente e che "vedeva" le stelle in modo moderno.

  2. La Guida Michelin del Medioevo: Seguendo il viaggio di Mor sulla Via Francigena, il lettore percorre un itinerario geografico e culturale reale.

  3. Esperienza Multimediale: Il libro è disseminato di QR Code. Non sono semplici link, ma finestre su ricette storiche, siti archeologici e approfondimenti, rendendo la lettura un'esperienza interattiva.

Verdetto

La trilogia di Vinko Bas è una boccata d'aria fresca nel panorama Young Adult. Se Il Molo 13 ci ha insegnato a guardare nell'ombra e il Ponte Gobbo a scavare nella terra, Il Peso delle Stelle ci costringe ad alzare gli occhi al cielo.

È un progetto consigliato non solo ai ragazzi, ma anche a docenti e genitori che cercano una narrazione capace di unire MacGyver e Umberto Eco, l'azione di un romanzo d'avventura e il rigore di una lezione di storia della scienza.

Scheda Tecnica: Il Segreto del Molo 13

  • Titolo: Il Segreto del Molo 13

  • Autore: Vinko Bas

  • ISBN: 9798276830902

  • Genere: Avventura / Giallo per ragazzi

  • Target Consigliato: 9-13 anni (Middle Grade)

  • Ambientazione: Una città di mare sferzata dal vento

  • Prezzo: 9,98 EUR

  • Disponibile su Amazon: https://www.amazon.it/Segreto-del-Molo-13/dp/B0G5621JNN

In breve: Due ragazzi, Al e Sol, si ritrovano coinvolti in un mistero sepolto sotto le onde del porto. Tra inseguimenti notturni e indagini tecnologiche, dovranno fermare una banda di trafficanti di reperti archeologici prima che sia troppo tardi... e soprattutto prima di essere messi in punizione per il ritardo a cena!


Scheda Tecnica: L'Enigma del Ponte Gobbo

  • Titolo: L'Enigma del Ponte Gobbo

  • Autore: Vinko Bas

  • ISBN: 9798241279330

  • Genere: Mystery / Archeologia / Avventura per ragazzi

  • Target Consigliato: 10-14 anni

  • Ambientazione: Bobbio e la Val Trebbia

  • Prezzo: 11,99 EUR

  • Disponibile su Amazon: https://www.amazon.it/dp/B0GCLNQ1XV

In breve:

Le vacanze a Bobbio si trasformano in un'indagine millenaria quando Al e Sol, guidati dall'intuito di Zia Fanni, scoprono nelle cripte sotterranee un oggetto che non dovrebbe esistere: un nocturlabio eliocentrico appartenuto a Gerberto d’Aurillac. Un segreto protetto dal tempo che li porterà a sfidare ombre medievali e mappe celesti dimenticate tra le pietre del Ponte Gobbo.


 🌟 Scheda Tecnica: Il Peso delle Stelle

  • Titolo: Il Peso delle Stelle

  • Autore: Vinko Bas

  • ISBN: 9798243787444

  • Genere: Avventura Storica / Scienza / Edutainment

  • Target Consigliato: 12-16 anni (Young Adult)

  • Ambientazione: La Via Francigena nell'anno 999 e il presente digitale

  • Prezzo: 13,98 EUR

  • Disponibile su Amazon: https://www.amazon.it/dp/B0GGYMWPDV

In breve:

Come ha fatto un oggetto rivoluzionario a restare sepolto per mille anni? Attraverso le mail di Zia Fanni, scopriamo l'odissea di Mor, un giovane monaco in fuga attraverso l'Italia medievale per proteggere il segreto di Gerberto d'Aurillac. Un viaggio reale sulla Via Francigena, arricchito da QR Code e approfondimenti che trasformano la lettura in un'esperienza interattiva tra passato e modernità.


Grazie a Vinko Bas per la presentazione delle sue opere e per avere scelto questo blog.

Per ulteriori informazioni:

Pagina Facebook autore: Vinko Bas

Se siete interessati alla pubblicazione di una vostra opera su questo blog, inviatemi la vostra richiesta via mail.

Photo credit Vinko Bas concessa gentilmente per la pubblicazione di questo post


giovedì 16 ottobre 2025

Quando lo sport è anche politica


Articolo da Il lavoro culturale


“Storie di sport e politica”, il libro di Alberto Molinari e Gioacchino Toni, accompagna il lettore in quella stagione di conflitti che dalle Olimpiadi messicane del 1968 arriva fino ai Mondiali di calcio in Argentina del 1978.


«Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio»: questa frase di José Mourinho posta in epigrafe all’introduzione dell’interessante saggio di Alberto Molinari e Gioacchino Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978, uscito recentemente per Mimesis, potrebbe fungere da epigrafe all’intero libro. Quest’ultimo, infatti, affronta le delicate relazioni fra sport e politica nell’arco di un decennio, dal 1968 al 1978: un periodo che si può, a ben diritto, definire «una stagione di conflitti» (come suona il sottotitolo del saggio).

Tutto il libro è percorso da una costante contrapposizione tra due diversi modi di vedere e di sentire lo sport: tra chi pensa che esso sia una sorta di “isola felice”, separata e lontana dalle problematiche sociali e politiche della quotidianità e chi, invece, pensa che sia proprio uno specchio delle contraddizioni di natura sociale che quotidianamente investono l’esistenza e che, perciò, esso sia inseparabile da una dimensione politica. Come scrive Gian Paolo Ormezzano nella prefazione, «Dire che lo sport è anche politica mi pare dire di una situazione chiara ed anzi elementare, di un rapporto imprescindibile»: alla luce di questa affermazione acquista senso e significato la frase di Mourinho sopra citata. Chi sa solo di calcio – qui assunto quasi a simbolo dello sport in generale – non sa niente di calcio perché esso, in quanto sport praticato da una comunità, biologicamente e naturalmente si intreccia e si confonde con tematiche di natura politica.

Il viaggio nel quale ci accompagnano gli autori, nei più profondi interstizi di quella «stagione di conflitti», è costellato di testimonianze vive dell’epoca, tanti articoli di giornali  relativi alle principali vicende sportive affrontate. Si parte dalle grandi contestazioni globali legate al Sessantotto – contro il razzismo e l’apartheid, contro il sistema e l’organizzazione dei grandi eventi sportivi, in primis le Olimpiadi – per approdare alla situazione “calda” degli anni Settanta, in una accurata disamina dei conflitti generati da importanti manifestazioni sportive organizzate dalle dittature di destra in America Latina e, successivamente, a problematiche più peculiarmente italiane. Fra queste due estremità, la parte seconda del volume si concentra invece sulle «teorie critiche sullo sport», soprattutto «sull’onda del maggio francese», in un contesto culturale caratterizzato dal pensiero di Marx e Adorno.


In vista delle Olimpiadi messicane del 1968 avviene per la prima volta una importante frattura nel mondo dello sport: molti stati minacciano di boicottare le Olimpiadi a causa della partecipazione del Sudafrica, nazione in cui vige l’apartheid nei confronti della popolazione di colore. E quelle di Città del Messico sono veramente delle Olimpiadi “infuocate”: si svolgono infatti fra proteste in piazza di studenti e cittadini e dure repressioni da parte del Governo che vedranno il culmine il 3 ottobre in Plazas de las Tres Culturas quando i militari spareranno su una folla di manifestanti provocando centinaia di vittime e migliaia di feriti. È all’interno di esse, poi, che si situa la significativa protesta degli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos: una foto che ha fatto storia li ritrae infatti sul podio dei 200 metri con i pugni alzati in guanti neri, simbolo del Black Power, per protestare contro la segregazione razziale negli Stati Uniti.

Continua la lettura su Il lavoro culturale 

Fonte: Il lavoro culturale  


Autore: 


Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.5 Italia.

Articolo tratto interamente da Il lavoro culturale 



venerdì 6 giugno 2025

Quando lo sport è anche politica


Articolo da Il lavoro culturale


“Storie di sport e politica”, il libro di Alberto Molinari e Gioacchino Toni, accompagna il lettore in quella stagione di conflitti che dalle Olimpiadi messicane del 1968 arriva fino ai Mondiali di calcio in Argentina del 1978.


«Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio»: questa frase di José Mourinho posta in epigrafe all’introduzione dell’interessante saggio di Alberto Molinari e Gioacchino Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978, uscito recentemente per Mimesis, potrebbe fungere da epigrafe all’intero libro. Quest’ultimo, infatti, affronta le delicate relazioni fra sport e politica nell’arco di un decennio, dal 1968 al 1978: un periodo che si può, a ben diritto, definire «una stagione di conflitti» (come suona il sottotitolo del saggio).

Tutto il libro è percorso da una costante contrapposizione tra due diversi modi di vedere e di sentire lo sport: tra chi pensa che esso sia una sorta di “isola felice”, separata e lontana dalle problematiche sociali e politiche della quotidianità e chi, invece, pensa che sia proprio uno specchio delle contraddizioni di natura sociale che quotidianamente investono l’esistenza e che, perciò, esso sia inseparabile da una dimensione politica. Come scrive Gian Paolo Ormezzano nella prefazione, «Dire che lo sport è anche politica mi pare dire di una situazione chiara ed anzi elementare, di un rapporto imprescindibile»: alla luce di questa affermazione acquista senso e significato la frase di Mourinho sopra citata. Chi sa solo di calcio – qui assunto quasi a simbolo dello sport in generale – non sa niente di calcio perché esso, in quanto sport praticato da una comunità, biologicamente e naturalmente si intreccia e si confonde con tematiche di natura politica.

Il viaggio nel quale ci accompagnano gli autori, nei più profondi interstizi di quella «stagione di conflitti», è costellato di testimonianze vive dell’epoca, tanti articoli di giornali  relativi alle principali vicende sportive affrontate. Si parte dalle grandi contestazioni globali legate al Sessantotto – contro il razzismo e l’apartheid, contro il sistema e l’organizzazione dei grandi eventi sportivi, in primis le Olimpiadi – per approdare alla situazione “calda” degli anni Settanta, in una accurata disamina dei conflitti generati da importanti manifestazioni sportive organizzate dalle dittature di destra in America Latina e, successivamente, a problematiche più peculiarmente italiane. Fra queste due estremità, la parte seconda del volume si concentra invece sulle «teorie critiche sullo sport», soprattutto «sull’onda del maggio francese», in un contesto culturale caratterizzato dal pensiero di Marx e Adorno.


In vista delle Olimpiadi messicane del 1968 avviene per la prima volta una importante frattura nel mondo dello sport: molti stati minacciano di boicottare le Olimpiadi a causa della partecipazione del Sudafrica, nazione in cui vige l’apartheid nei confronti della popolazione di colore. E quelle di Città del Messico sono veramente delle Olimpiadi “infuocate”: si svolgono infatti fra proteste in piazza di studenti e cittadini e dure repressioni da parte del Governo che vedranno il culmine il 3 ottobre in Plazas de las Tres Culturas quando i militari spareranno su una folla di manifestanti provocando centinaia di vittime e migliaia di feriti. È all’interno di esse, poi, che si situa la significativa protesta degli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos: una foto che ha fatto storia li ritrae infatti sul podio dei 200 metri con i pugni alzati in guanti neri, simbolo del Black Power, per protestare contro la segregazione razziale negli Stati Uniti.

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Fonte: Il lavoro culturale  


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Articolo tratto interamente da Il lavoro culturale 



mercoledì 9 aprile 2025

L’autodifesa delle donne



Articolo da Storie in Movimento

Simona Feci e Laura Schettini (a cura di), L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia, Viella, 2024, 324 pp.

Gli ultimi casi di femminicidio su giovani donne continuano a farci interrogare sul tema della violenza maschile. Un testo che raccoglie numerosi saggi di storiche e studiose cerca di dare una nuova prospettiva storica al tema, proseguendo un filone che era già stato affrontato con “Mai più sole” contro la violenza sessuale di Nadia Maria Filippini (leggi la nostra recensione qui), ma anche con il nostro contributo sul processo di Mazan (che trovi qui, qui, qui e pure qui), durante il quale Gisele Pelicot ha affermato nel presente che le donne non sono più soggetti “disarmati” e che la vergogna deve cambiare lato.

Alice Corte ha letto L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia.

Nato dall’incontro tra studiose di diverse discipline, che prosegue il lavoro iniziato nel 2017 con un convegno volto a mettere in luce sotto il profilo storico la violenza di genere, L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia, edito nel 2024 per i tipi di Viella, si pone l’ambizioso obiettivo di dare spazio alle donne come soggetti attivi e non più “disarmati”, anche quando sopravvissute alla violenza.

E le autrici si augurano che questa raccolta di saggi possa uscire dagli ambienti accademici, perché, dichiarano, il libro vuole per scelta essere militante, femminista, strumento anch’esso di autodifesa[1]. L’approccio al tema segue linee di riflessione ampie e si compone di tredici saggi che si snodano in tre nuclei principali: Rivendicare, agire, immaginare l’autodifesa; Il diritto all’autodifesa; Contesti di autodifesa. La prima sezione riporta saggi che raccontano da un lato movimenti politici, come quello delle suffragette o l’elaborazione teorica pratica fatta con la pratica di autodifesa marcatamente femminista WenDo, dall’altro un’elaborazione teorica che è passata attraverso espressioni artistiche di contenuto antipatriarcale, come nell’opera di Niki de Saint Phalle. La seconda sezione passa invece  a un’analisi dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale del tema dell’autodifesa, a partire da un saggio che vede l’evoluzione del concetto proprio in relazione alle donne che reagirono di fronte alla violenza. Infine, l’obiettivo dell’ultima sezione, quella di più ampio respiro storiografico, è quello di «mettere in luce le multiformi storie di resistenza alle maglie oppressive dell’autorità e del potere esercitato dagli uomini» (p.28) e lo fa partendo dalla storia moderna per arrivare alla seconda guerra mondiale.

I saggi, oltre a essere molto interessanti sotto diversi profili – che possono incontrare o meno il favore di chi legge, spaziando su tanti temi diversi – mi hanno più volte fatta “ritrovare” e penso che questo sia un sentire che qualunque donna che abbia provato a riflettere sul tema della violenza di genere (anche solo per averla subita dopo una molestia sull’autobus o guardandosi le spalle tornando a casa la sera) possa sentirsi in qualche modo chiamata in causa dalle letture .

La raccolta di saggi, infatti, parla alle femministe che si sono fatte promotrici di pratiche di autodifesa nate dalle arti marziali, ma applicate alla lotta politica, come fecero le suffragette che impararono il ju-jitsu per poter rispondere alla repressione poliziesca, ma anche a quelle che organizzarono le prime manifestazioni notturne, per dimostrare che se vissuta insieme anche la “notte ci piace” e forse sono più le mura domestiche a far paura.

Parla alle donne sopravvissute alla violenza, che hanno affrontato o stanno affrontando un processo per aver contrastato deisoprusi, o sono vittime una seconda volta per la violenza sistemicatribunali, penali o civili, perché, ad esempio, considerate provocatrici da un lato (nei casi di violenza sessuale) e profittatrici dall’altro (quando si separano da uomini violenti). O, ancora, perché incolpate di essere cattive madri e sottoposte ad esame psicologico per non aver saputo proteggere se stesse e i propri figli…

Parla ai centri antiviolenza, che in quei tribunali hanno messo il punto, grazie al sostegno di tante donne stanche di sentirsi violentate di nuovo.

Parla alle singole che hanno alzato la voce perché anche se in certi contesti – come quelli di guerra, ma anche nel rapporto familiare – sembra “normale” (nel caso analizzato nella Grecia occupata), lo stupro non dovrebbe essere mai considerato un sopruso di serie b e i colpevoli dovrebbero essere perseguiti come tali.

Continua la lettura su Storie in Movimento



Autore: 
Alice Corte

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da Storie in Movimento


sabato 9 novembre 2024

Consigli di lettura: I Pensieri di P.



Oggi ospito Pia nel mio blog, che ci presenta il suo libro.

Articolo da Personalità...Tra Scrittura ed Arte con Fantasia

Mi sono sempre chiesta cosa la vita mi avrebbe riservato.
Forse poco, forse tanto. 
Finora però ho sempre gradito ogni mio evolvermi. 
Nonostante le mie estreme timidezze tra dubbi e paure. 

Però oggi voglio regalarvi ed ovviamente regalarmi questo. 

Una speciale sorpresa per voi che mi conoscete e spero solo che sia gradita. 

Il mio libro finalmente! 
❤️ 

Già, proprio come il mio vecchio blog "I Pensieri di P." nel quale ho scritto senza neanche rendermene conto e che oggi potrete finalmente leggere su pagine vere. 

Lo troverete per ora nel sito dell'importante e prezioso 


Nei prossimi giorni anche in tutte le piattaforme editoriali più importanti e popolari. 

Grazie a chi vorrà scoprire meglio ciò che ho ideato, scegliendo attentamente e personalmente impaginazione, testo e ideando l'elaborazione grafica che ha anch'essa un nome. Ma lo scoprirete solo se avrete in mano il mio libro. 
Nel frattempo attendo vostre opinioni e vi abbraccio fortissimo. Ciao. 

P.s. Un ringraziamento speciale lo voglio dedicare alle persone che hanno creduto in me e che mi hanno sostenuto in questo mio progetto e soprattutto per la pazienza avuta, assecondandomi in ogni mia idea e cambiamento. 
Grazie davvero! 😘😘😘 

Pia

Ringrazio e mi congratulo con Pia, per il suo libro.

Per maggiori informazioni:



Se siete interessati alla pubblicazione di una vostra opera su questo blog, inviatemi la vostra richiesta via e-mail.


Fonte: Personalità...Tra Scrittura ed Arte con Fantasia

Autore: Pia

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore


Photo credit Pia concessa gentilmente per la pubblicazione di questo post

Quest’articolo è stato condiviso e segnalato dal suo autore. Se vuoi pubblicare i tuoi post in questo blog, clicca qui


lunedì 7 ottobre 2024

La crisi del capitalismo



Articolo da Collettivo Le Gauche

  1. Note sulla speranza

John Holloway nel libro La speranza in un tempo senza speranza ci invita ad analizzare criticamente un sistema sociale che è basato sul dominio del capitale e in cui il possesso o non possesso del denaro plasma l’esistenza di ognuno di noi. Questa analisi serve a rifiutare un mondo funzionante in questo modo, profondamente falso e sbagliato, traghettando, così, la nostra rabbia nella grammatica della speranza. Il senso di colpa che emerge dall’incontro con le ingiustizie può essere colmato in molti modi. Possiamo fare beneficenza, chiudendo però gli occhi sulle cause scatenenanti il problema a cui vogliamo trovare una soluzione, può diventare indifferenza e con una “scrollata di spalle” possiamo continuare come se nulla fosse la nostra esistenza oppure può trasformarsi in rabbia nei confronti dei disperati che ci fanno sentire in colpa. La sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato si rivolge contro le vittime e ci fa pretendere assurdità come la reclusione dei senzatetto, l’espulsione dei migranti o la repressione del movimento femminista che pretende eguali diritti per le donne. Questo schema, che l’autore chiama dolore-rabbia-frustrazione, sembra funzionare al momento in quest’ultimo modo facendo moltiplicare il razzismo, il sessismo, la paura e il nazionalismo.

“Abbiamo più che mai bisogno di speranza, la speranza in una società radicalmente diversa, la speranza che possa far fluire creativamente il dolore del mondo, la speranza che scaturisca dalla rabbia, ma che dia senso a quella rabbia, la speranza che porta ad aprire, e non chiudere e fortificare porte e finestre”1.

La speranza ci serve per far fluire creativamente il dolore del mondo. La speranza ci spinge fuori, diversamente dalla paura e per fare tutto ciò occorre partire dalla nostra ricchezza e dalle nostre potenzialità creative, da quello che l’autore definisce assoluto movimento del divenire al momento intrappolato ma la cui forza trabocca dalla gabbia in cui è imprigionato. Si tratta di un’enorme ricchezza che ci spinge contro-e-oltre. Questa ricchezza è una ricchezza-contro, quella dell’antagonismo contro il tempo senza speranza, contro il mondo che umilia la nostra ricchezza o cerca di impoverirla oppure contro il capitale che minaccia la nostra vita. Bisogna opporre al dominio lo schema rifiuto-resistenza-ribellione. In questo modo riusciremo ad andare oltre la tradizione della sinistra, tanto critica verso il capitalismo ma incapace di portarci fuori di esso, rimandando a data da destinarsi il giorno della rivoluzione. Si tratta di un modo di ragionare capace di trasformare la nostra speranza in paura a cui dobbiamo opporre la gioia della lotta e la sua luce fatta di coloro vivaci che illumina il nostro mondo. Holloway elenca molti momenti in cui ciò è accaduto dal ‘68 alle lotte in Argentina tra il 2001 e il 2002 oppure Occupy, le primavere arabe per arrivare fino ai gilet gialli. Sono tutti eventi capaci di trasformare la nostra percezione e consapevolezza di ciò che siamo e possiamo essere, in definitiva, durante questi momenti di lotta vengono rotti i limiti del possibile e siamo in grado di pensare a cose prima impossibili. Oltre a queste ribellioni Holloway pensa che lo stesso risultato possa essere raggiunto dalla proliferazione quotidiana del rifiuto e dalle sperimentazioni di alternative all’attuale sistema capitalista qui e ora la cui moltiplicazione per l’autore è il modo migliore per rompere con la società in cui viviamo.

Partire dalla speranza oggi significa parlare di una speranza sempre più angosciata per le crisi che dobbiamo affrontare. Pensare alla speranza significa raffigurarsi qualcosa di simile a Giano, il dio romano a due facce, una che guarda indietro e un’altra che guarda avanti. La speranza ci obbliga a tenere in considerazione entrambe le direzioni in quella che Holloway definisce speranza-contro-la-speranza, qualcosa di diverso dall’ottimismo e che ci permette di essere coscienti della corrente capace di scorrere verso la distruzione. In poche parole, parliamo di una speranza senza certezze e senza la rassicurazione di un lieto fine.

Eppure Holloway ci invita a re-imparare la speranza e per farlo parte da due autori particolari: Ernst Bloch e Adorno. Il primo vedeva la centralità della speranza in ogni attività umana che mostrava l’esistenza nel presente di un mondo ancora inesistente il cui punto di arrivo è il progetto comunista di Marx. Non possiamo avere, a 70 anni di distanza, la stessa sicurezza di Bloch in questo sbocco finale, in un mondo non dominato dal fascismo ma da qualcosa di molto simile. Inoltre viviamo in un contesto dove sono scomparsi i partiti rivoluzionari che contraddistinguono il suo mondo e assieme ad essi è collassata l’idea di un’alternativa reale al capitalismo con il crollo dell’URSS e del campo socialista. La storia sembra non essere più dalla nostra parte ma allo stesso tempo è sempre più urgente un cambiamento radicale della nostra società visto che ci sta inesorabilmente trascinando verso l’abisso dell’autodistruzione dell’umanità, annientando ogni possibilità di lieto fine per la nostra storia. Questo ha prodotto anche un abbassamento nelle aspettative della sinistra che sembra puntare più ad avere un capitalismo democratico rispetto al suo superamento mentre quest’ultimo diventa sempre più aggressivo e violento, portandoci in una situazione simile agli anni ‘30, dove riemergono i fascismi e la guerra. Allora è molto più facile cadere nella depressione rispetto a re-imparare la speranza. Holloway dice che sperare è facile, molto più difficile è pensare la speranza, cioè esercitare una docta spes, come direbbe Bloch, una speranza ragionata opposta al pio desiderio che non porta da nessuna parte. La docta spes presuppone una connessione pratica tra soggetto e oggetto. Questo legame impedisce di dare libero sfogo al pio desiderio che ha come unico risultato anestetizzare la nostra voglia di cambiare il mondo. La docta spes ci impone, invece, di confrontarci con le basi reali per costruire un mondo alternativo a quello in cui viviamo, dimostrando che non si tratta di una bella fantasia. Nel pensiero di Bloch, tuttavia, sembra che la speranza sia un motore del progresso, come se fosse qualcosa di ontologico, proprio della natura umana. La speranza in realtà è qualcosa di storicamente specifico e le forze che ci portano avanti si oppongono ad altre forze opprimenti e storicamente determinate. La speranza nella lettura di Holloway diventa qualcosa che mira alla rottura della coesione sociale ed è necessariamente antagonista. Se il progresso rafforza l’attacco contro di noi, essa è contro il progresso. La speranza non è il motore del progresso ma una spinta contro la distruzione, per l’emancipazione e per la costruzione di un modo di vivere libero dalle dinamiche distruttive del capitalismo. Da Adorno invece viene ripresa l’idea di una dialettica negativa che rompe con qualsiasi rassicurante idea di lieto fine, presente anche in Bloch.

Continua la lettura su Collettivo Le Gauche


Fonte: 
Collettivo Le Gauche


Autore: Collettivo Le Gauche

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Articolo tratto interamente da 
Collettivo Le Gauche


giovedì 26 settembre 2024

Memorie e storia della lotta per la casa a Roma




Articolo da 
Storie in Movimento


Dopo la pausa estiva, riprendiamo le pubblicazioni sul nostro sito con un nuovo consiglio di lettura!

Abbiamo chiesto a Giulia Novaro di leggere per noi il volume pubblicato nella collana di Storia Orale di Editpress sulla lotta per la casa a Roma nel secondo dopoguerra… perché ancora oggi aspettare non si può più.

È recentemente uscito per Editpress il volume Ma noi non potevamo aspettare più. Memorie e storia della lotta per la casa a Roma che affronta la lunga stagione di mobilitazioni nella città capitolina, soffermandosi in particolare sul ventennio 1963-1985. Un tema non inedito, per quanto manchi ad oggi uno studio sistematico, che i curatori, Bruno Fusciardi e Giulia Zitelli Conti, affrontano però in maniera originale, concentrandosi non tanto sulla ricostruzione fattuale degli eventi (alla quale provvede comunque il capitolo conclusivo del libro) quanto sul racconto autobiografico di testimoni e protagonisti delle vicende, sulla memoria di quei fatti, su rappresentazioni, auto-rappresentazioni, aneddoti, esperienze e stati d’animo di quegli anni.

A parte alcuni brevi e necessari capitoli di narrazione delle vicende e di riflessione sulla pratica della storia orale scritti da Giulia Zitelli Conti, il volume è in buona parte costituito dalla trascrizione delle lunghe conversazioni avute da Bruno Fusciardi con Renato Fattorini, a lungo leader del Comitato Agitazione Borgate, e Antonio Molinari, animatore, insieme alla compagna Delia, del comitato di lotta della Magliana. Entrambi militanti politici, le due figure hanno però trascorsi autobiografici profondamente diversi che si rispecchiano nelle differenti geografie dei loro racconti. Se le memorie del primo ripercorrono buona parte della città, le sue periferie e i suoi borghetti, zone nel quale egli stesso era cresciuto, l’esposizione del secondo, di origine lucana e di professione architetto, si sofferma su un quartiere, la Magliana, dove egli concentrò la propria esistenza e attività politica. Mentre il racconto di Fattorini rimane individuale, al di là degli interventi della moglie Betta, la narrazione di Molinari, destabilizzata dalla sua morte improvvisa, assume, tramite il coinvolgimento di compagni e compagne di lotta, i tratti del racconto corale, del «mosaico memoriale» secondo la bella definizione che ne dà Giulia Zitelli Conti nell’introduzione (p. 10).

È un libro di memorie personali, spesso faticosamente collocate nel tempo, aneddoti non consequenziali, scarti temporali, fatti e riflessioni in cui presente e passato coesistono, si compenetrano e si contaminano a vicenda. Ma è anche la trasposizione di un dialogo, di uno scambio tra militanti di due generazioni differenti, da un lato i due protagonisti appena citati dall’altro lo stesso Fusciardi, che si riconoscono e si confrontano a partire da vissuti ed esperienze comuni. Emerge questa condivisione e una confidenza che permette di rischiarare anche episodi “oscuri”, e così anche la natura militante del volume e della ricerca che vi sta dietro. «Ma scusa perché non lo raccontiamo? E non lo facciamo diventare patrimonio? Magari lo mettiamo in discussione, non solo come ricordo e memoria, ma facendolo diventare un elemento di dibattito nelle attuali iniziative e lotte sulla casa», «queste due persone hanno dato parte della loro vita e alcune scelte che hanno fatto so’ state determinate da quella decina di anni di attività fatta in un modo così… [cerca la parola giusta] generoso, disinteressato, senza intenti di potere. Questa qua è stata l’altra molla mia. Questi devono avè un riconoscimento» risponde Fusciardi a Giulia Zitelli Conti (p. 12) che gli chiede perché abbia intrapreso questo percorso, in un’intervista, quella portata avanti dalla studiosa romana al co-curatore, che aggiunge un ulteriore livello di confronto intersoggettivo e intergenerazionale al volume.

Vengono così raccontati vent’anni di lotte per la casa, mobilitazioni nei borghetti e nei baraccamenti, vicende che produssero centinaia di occupazioni e coinvolsero decine di migliaia di persone. La narrazione si concentra su episodi vari e differenti l’uno dall’altro: sopralluoghi nei palazzi, occupazioni, sgomberi, assemblee, picchetti e cene collettive, scontri con la polizia e rappresentazioni teatrali. La prospettiva autobiografica non limita però il racconto alle mobilitazioni, alla militanza e al protagonismo degli/lle intervistati/e, ma lo interseca ad altre storie, più o meno “maiuscole”: dalle gesta di Rocco Scotellaro alla socialità nella casa di Grassano Scalo, stazione-crocevia delle migrazioni al nord, dove i genitori di Antonio accoglievano amici e conoscenti che aspettavano il treno, dai racconti resistenziali della famiglia di Delia, la moglie di Antonio, alla fuga da Pola di quella di Mirella, o ancora la vita di strada dell’infanzia e dell’adolescenza di Fattorini e l’incontro con Pasolini. Differenti racconti e luoghi che non distraggono dal tema di ricerca ma mostrano la pluralità di percorsi, soggettività, esperienze che si incontravano nelle mobilitazioni, in un continuo dialogo tra dimensione personale e collettiva che è prerogativa del volume.

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Autore: 
Giulia Novaro

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Storie in Movimento


martedì 24 settembre 2024

Poema nero e L’immagine deforme di Alessio Miglietta



Oggi voglio presentavi Alessio Miglietta, un autore indipendente romano. Nato a Roma nel 1984, Miglietta ha saputo conquistare il pubblico e la critica con la sua produzione letteraria versatile e profonda, che spazia dal romanzo alla poesia, fino alla narrativa contemporanea, senza trascurare il poema e l'haiku. È un grande onore essere selezionati da un artista per presentare le proprie opere, e questo gesto di fiducia merita sicuramente un ringraziamento sentito.

Note biografiche:

L’esordio avviene nel 2011/2012 con l’antologia CIELI DI VALIUM, seguita dal romanzo introspettivo GRUNGE (1984) nell’arco dell’anno successivo; nel biennio 2022/2023 pubblica la raccolta di poesie sperimentali REQUIEM DI VITE E AMORI, e la silloge FRAMMENTI: COLLEZIONE DI HAIKU. Ottiene poi i seguenti riconoscimenti: vittoria al Premio Letteratura Italiana Contemporanea 2023; menzione speciale di merito al Premio Letterario Internazionale L’Alloro di Dante 2023, al Concorso Letterario Nazionale Argentario e Premio Caravaggio 2023. Tutti questi risultati arrivano grazie a POEMA NERO, dato alle stampe alla fine del 2023. Con la silloge REQUIEM DI VITE E AMORI ottiene la menzione d’onore al Premio Letterario Nazionale Città Etrusca 2023, e il premio speciale della giuria al Premio Letterario Internazionale Città di Latina 2023. Nel 2024 pubblica, per Edizioni Ensemble, la silloge L’IMMAGINE DEFORME. Storicamente contro il mainstream, il marchio di fabbrica è la ricerca di qualità e sperimentazione, e un mix perfetto di innovazione e tradizione, idee visionarie e autenticità.

L'autore presenta le sue opere:

Dopo anni di sviluppo e perfezionamenti, alla fine del 2023 l’autore ha pubblicato POEMA NERO, un’opera monumentale – viste le oltre 500 pagine che si erge come un potente grido di denuncia contro i mali dell’uomo contemporaneo. Un testo, vincitore al Premio Letteratura Italiana Contemporanea 2023 oltre a ottenere vari altri riconoscimenti, che invita a riflettere, a confrontarsi con i propri abissi e a riscoprire la luce in un mondo che sembra sempre più avvolto nel buio.

Non è solo un libro, ma un’esperienza totale che abbraccia il lettore e lo sfida a guardarsi dentro. Attraverso versi intensi e immagini evocative, l’autore affronta tematiche attuali e concettuali come l’alienazione, la solitudine, la ricerca di identità e la crisi dei valori. Con uno stile unico e inconfondibile, Miglietta sa come catturare l’attenzione e scuotere le coscienze, confermandosi ancora una volta come una voce fuori dal coro.

Parallelamente, l’autore annuncia l’uscita della sua nuova silloge poetica, L’IMMAGINE DEFORME, altro progetto visionario pubblicato in sinergia con la prestigiosa Ensemble Edizioni di Roma.

Questa raccolta chiude una sorta di “trilogia in versi” iniziata anni fa (dopo aver esordito con un’antologia di racconti e un romanzo) con REQUIEM DI VITE E AMORI, che ha avuto sin dall’inizio l’intento di esplorare le distorsioni della realtà e la ricerca di un senso, offrendo uno sguardo originale e provocatorio su ciò che ci circonda, ma soprattutto sull’emozione.

Dopo un florilegio alternativo e impegnato, seguito da un vero e proprio poema, con L’IMMAGINE DEFORME l’autore prosegue quindi il suo viaggio di esplorazione e sperimentazione, sottolineando la necessità di un qualche tipo di rivoluzione in ambito artistico.

Per ulteriori informazioni:

Indirizzo e-mail: info.cielidivalium@gmail.com

Canale YouTube ufficiale: www.youtube.com/@AlessioMiglietta 

Sito web ufficiale: www.cielidivalium.blogspot.com/

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/AlessioMigliettaAutore/

Pagina Autore Amazon e titoli disponibili: www.amazon.it/Alessio-Miglietta/e/B0C2ZFY8B6


Ringrazio ancora una volta Alessio Miglietta, che ha scelto questo spazio, mi auguro di ospitarlo nuovamente e mi raccomando di seguirlo, ma soprattutto leggere le sue opere.

Se siete interessati alla pubblicazione di una vostra opera su questo blog, inviatemi la vostra richiesta via e-mail.

Photo credit Alessio Miglietta concessa gentilmente per la pubblicazione di questo post


mercoledì 3 aprile 2024

Torna dopo quasi tre anni, Nicola Pezzoli con il suo nuovo romanzo: "Kevin e l'illusione di esistere"

 


Dopo quasi tre anni di silenzio, torna a pubblicare un nuovo romanzo Nicola Pezzoli (zio Scriba in rete).

Kevin e l'illusione di esistere è stato scritto in un periodo molto difficile per l'autore, dalla sua penna è uscito un romanzo tutto da vivere. Voglio inoltre ricordare, che si tratta di una produzione indipendente e si trova esclusivamente su Amazon.

Ecco la sinossi del romanzo direttamente dal blog di Nicola:

In un futuro minacciosamente vicino, l’umanità è alle prese con la settima mutazione di una pandemia così pestifera da far rimpiangere il vecchio Covid-19. La città di Varese è diventata Zona Nera, le strade pattugliate da robot T91 incaricati di abbattere chi viola il coprifuoco, lo stadio prigione per negazionisti e untori. Il dodicenne Kevin, che deve il nome a un vecchio film natalizio ma non ha perso nessun aereo, anzi, ha di recente perso i genitori a causa di un incidente di volo, approfitta della situazione per schivare scuola e didattica a distanza, nonché due solerti tizi dei servizi sociali che non vedono di buon occhio il suo vivere da solo. Le sue giornate, in un palazzo spettrale e sigillato dall’esterno, sono dedite a fughe nel metaverso, ma ciò non gli impedirà di stringere amicizia con incredibili personaggi: in primis il vecchio professor Malthus del piano di sotto, con le sue strampalate teorie, il suo jogging da salotto con kimono e scarp del tennis e una sconvolgente scoperta che ricodifica l’intera realtà (o irrealtà) dell’esistere; e poi Ewa, la bambina figlia d’uno stupro bellico e divenuta “madre di sua nonna”; e infine Giàngiu, il ragazzone inceppato ginnico, superbocciato e sindromato di Tourette, che nasconde abilità da idiot savant e manovra il più avveniristico e miniaturizzato dei droni spia. Uno scenario in cui quasi nulla è quello che sembra ma in cui, come nel mondo che ci attornia, a essere veri sono proprio gli aspetti più terrificanti. L’autore, con la voce impertinente e dolcissima di Kevin, ci racconta tutto questo senza rinunciare a farci sorridere, perché da sempre convinto che la migliore narrativa non possa che essere frizzante e tragicomica, o forse perché questo è l’unico modo che conosce per scrivere, e per vivere senza pensare di spararsi un colpo in testa un giorno sì e l’altro pure.

Kevin e l'illusione di esistere lo potete acquistare esclusivamente ai seguenti link:


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Per maggiori informazioni:



Se siete interessati alla pubblicazione di una vostra opera su questo blog, inviatemi la vostra richiesta via mail.

Photo credit Zio Scriba (alias Nick Pezzoli) concessa gentilmente per la pubblicazione di questo post



martedì 12 luglio 2022

Il 1984 di Orwell diventa un fumetto



Articolo da Lo Spazio Bianco

“Era una fresca limpida giornata d’aprile e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto, per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso agli Appartamenti della Vittoria (…). A ciascun pianerottolo, proprio di fronte allo sportello dell’ascensore il cartellone con la faccia enorme riguardava dalla parete. Era una di quelle fotografie prese in modo che gli occhi vi seguono mentre vi muovete. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta appostavi sotto”.

Inizia così 1984 di George Orwell, grande classico della letteratura distopica, adattato a fumetto dallo sceneggiatore Jean-Christophe Derrien e dal disegnatore Rémi Torregrossa e pubblicato in Italia da Star Comics, nella collana Astra.
Visto il ruolo cruciale del libro nella letteratura del Novecento – il quotidiano Le Monde lo inserisce al 22° posto nella classifica dei 100 migliori libri del Ventesimo secolo, guarda caso preceduto da Il mondo nuovo di Aldous Huxley e seguito da  il Gallico, primo albo della serie di Goscinny e Uderzo – è importante rispolverarne alcune peculiarità, prima di approfondire la sua versione .
Per inquadrarlo, si può definire 1984 una distopia fantapolitica totalitaria, con una trama e un’ambientazione seminali per la successiva letteratura di genere. Il libro tratta, con una capacità predittiva ancora oggi in grado di stupire, alcune tematiche attuali come la rivoluzione digitale, l’omologazione e, anche se più sullo sfondo, la guerra. Tuttavia, in origine, il romanzo di Orwell fu accolto con freddezza o addirittura criticato. Scritto nel 1948, cioè 74 anni fa, e pubblicato nel 1949, la sua fortuna al momento dell’uscita fu infatti inevitabilmente segnata dal periodo storico.

LE ORIGINI DI UN CLASSICO

“Il Ministero della Verità, Minver in neolingua, era molto diverso da ogni altra costruzione (…) dal luogo dove si trovava Winston si potevano leggere, stampati in eleganti caratteri sulla sua bianca facciata, i tre slogans del Partito: LA GUERRA È PACE – LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ – L’IGNORANZA È FORZA”.

Eric Arthur Blair, questo il vero nome di George Orwell, scrisse 1984 subito dopo , libro che gli valse il successo, e due soli anni prima di morire di tubercolosi.
Era un momento politico difficile e quasi inopportuno per presentare opere del genere: sia La fattoria – allegoria satirica contro lo stalinismo uscita nel 1945, quando l’Inghilterra era alleata con l’Unione Sovietica per combattere Hitler – sia 1984, erano in grado di turbare. Proprio in quest’ultimo romanzo, ispirato alle opere di Huxley, Orwell additò gli orrori ai quali era giunta l’idea marxista nei paesi socialisti, denunciando gli elementi comuni fra stalinismo e nazismo. 1984 ottenne però, dopo alcune difficoltà in fase di pubblicazione, forse sulla scia di , risultati incredibili in termini di vendite. E la critica, in generale allineata alla propaganda politica in un momento difficile, apparve infastidita e ostile perché la degenerazione dell’idea rivoluzionaria sovietica di 1984 poteva fornire pretesti a sostenitori e fautori della e all’ostilità verso l’URSS.
Nonostante l’esordio turbolento, la notorietà dell’ultimo libro di Orwell crebbe fino a raggiungere un’importanza riservata solo ai grandi classici, come dimostra un dato curioso: nell’anno 1984 erano state vendute nel mondo più di 32 milioni di copie di 1984, un destino condiviso dalle pochissime opere letterarie in grado di scavalcare le frontiere nazionali ed entrare nelle case di chi non è abituato ad acquistare libri. Il dato è riportato nella prefazione di Teresa Cremisi all’edizione di La fattoria degli animali e 1984 ristampata, forse non a caso, proprio nel 1984 (dalla quale sono tratti anche i testi di Orwell qui riportati, nella traduzione di Gabriele Baldini).
La longevità di 1984 non è però casuale: come fosse un vino pregiato destinato all’invecchiamento, gli oltre settant’anni trascorsi dalla sua uscita lo hanno migliorato, spogliandolo dai limiti legati ai personaggi, che riflettevano la temperie di quel difficile momento storico. Nei successivi tre quarti di secolo, fino a giungere ai giorni nostri, la storia ha infatti prodotto altri uomini che hanno usato il potere allo stesso modo del maiale-Stalin della Fattoria, o del Grande Fratello di 1984. Il titolo ha assunto così un carattere quasi universale nel descrivere schemi sociali umani ricorrenti, proprio come spiega il famigerato Emmanuel Goldstein, il nemico del popolo in 1984, nel suo libro clandestino “La teoria del collettivismo oligarchico”.

SINTESI FILOSOFICA IN UN FUMETTO

“E se tutti gli altri accettavano quella menzogna che il Partito imponeva (se tutti i documenti ripetevano la stessa storiella), la menzogna diventava verità e passava alla storia «Chi controlla il passato» diceva lo slogan del Partito «controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato». Eppure il passato, sebbene mutevole per sua stessa natura, non era mai stato mutato. Tutto ciò che era vero allora, rimaneva vero da sempre e per sempre. Era semplicissimo. Tutto quel che si richiedeva era soltanto una serie infinita di vittorie sulla propria stessa memoria. Controllo della realtà, lo chiamavano: e in neolingua bispensiero”.

Il libro di Orwell sviscera la psiche del protagonista, Winston Smith, in modo profondo e minuzioso. Lo fa attraverso le sue reazioni, i pensieri critici nei confronti del revisionismo storico (che è il suo lavoro), del Grande Fratello, della guerra. Smith si mette a nudo con le sue riflessioni, ad esempio sulla paura di essere condotto al Ministero dell’Amore (che si occupa delle torture) e scrivendo un diario illegale, per il quale rischia la vita.

Jean-Christophe Derrien riesce nel difficile compito di sintetizzare la complessità di un personaggio come Winston di cui, sin dall’inizio del fumetto, non resta nulla: il protagonista sembra non avere un passato, della sua infanzia ricorda “una serie di quadri senza sfondo e per la maggior parte incomprensibili”, e non sa nemmeno in che anno stia vivendo.

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Fonte: Lo Spazio Bianco


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Articolo tratto interamente da Lo Spazio Bianco