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sabato 20 giugno 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Vento D'estate di Max Gazzè e Niccolò Fabi



Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che non invecchiano. Tornano ogni anno, puntuali, come un piccolo rito personale. “Vento d’estate” di Max Gazzè e Niccolò Fabi è una di quelle.

È uscita nel 1998, finendo poi nei rispettivi album La favola di Adamo ed Eva e Niccolò Fabi, entrambi pubblicati da Virgin Records.

La sua storia, però, parte molto prima. Gazzè ne aveva scritto una bozza già nel 1992, ma non lo convinceva. Rimase lì, in un cassetto, finché non la riprese insieme a Riccardo Sinigallia, che la rielaborò profondamente e ne divenne coautore e produttore. A quel punto mancava solo una voce capace di darle un respiro diverso: quella di Niccolò Fabi, amico di lunga data. Il brano, così, diventò un vero duetto.

Curiosamente, non fu nemmeno pubblicato come singolo “ufficiale”. Eppure esplose lo stesso: vinse Un disco per l’estate, arrivò al Festivalbar 1998 e divenne una delle canzoni più trasmesse dell’anno successivo. Nel tempo ha ottenuto anche la certificazione oro, superando le 25.000 copie vendute.

La forza di “Vento d’estate” sta nel suo modo delicato di raccontare la stagione più leggera dell’anno. Non parla di spiagge, feste o cliché da cartolina. Parla di cambiamento, di transizioni, di quel momento sospeso in cui senti che qualcosa dentro di te si muove, proprio come fa il vento.

Gazzè e Fabi raccontano la libertà, le partenze, gli amori che vanno e tornano, le identità che si trasformano “in base alle persone”. È una canzone che accarezza, ma lascia anche un piccolo nodo alla gola: l’estate come parentesi, come fuga temporanea, come spazio in cui perdersi un attimo per capire chi si è davvero.

Forse è proprio questo equilibrio tra leggerezza e malinconia ad averla trasformata in un classico generazionale. Una colonna sonora discreta, ma potentissima, per chi almeno una volta si è sentito sospeso tra un prima e un dopo.

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mercoledì 17 giugno 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Il peso del coraggio di Fiorella Mannoia



Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che non si limitano a raccontare un’emozione: ti attraversano. Il peso del coraggio di Fiorella Mannoia è una di quelle. Non è un brano che si ascolta distrattamente, mentre si fa altro. Ti costringe a fermarti, a guardarti dentro, a chiederti quanto spazio dai al coraggio nella tua vita.

Mannoia non usa parole leggere. Parla di scelte, di responsabilità, di quella forza silenziosa che serve per restare umani anche quando tutto intorno sembra spingerti a chiudere gli occhi. Non ti promette che andrà tutto bene, ma ti ricorda che puoi scegliere di non restare fermo. E che ogni volta che lo fai, stai già cambiando qualcosa.

In un tempo in cui la paura sembra più comoda del coraggio, questa canzone è un pugno sul tavolo. Ti dice che il coraggio pesa, sì, ma pesa molto di più rinunciare a usarlo. E allora diventa quasi un invito: a non tirarsi indietro, a non lasciare che siano gli altri a decidere chi sei, a non smettere di credere che la dignità e la verità valgano ancora qualcosa.

Il peso del coraggio non è solo una canzone. È una presa di posizione. È la voce di chi non si arrende, di chi sceglie di parlare anche quando sarebbe più facile tacere. E in fondo, è un promemoria per tutti noi: il coraggio non è un gesto eroico. È una scelta quotidiana, piccola, ostinata, che fa la differenza.

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sabato 6 giugno 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Blowin’ in the Wind di Bob Dylan



Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che sembrano attraversare il tempo senza perdere un grammo della loro forza. Blowin’ in the Wind di Bob Dylan è una di queste. Pubblicata nel 1963 all’interno dell’album The Freewheelin’ Bob Dylan, è diventata subito una sorta di preghiera laica, una domanda aperta rivolta al mondo.

Dylan la scrisse in pochi minuti, ispirandosi a un vecchio spiritual afroamericano. Eppure, dietro quella melodia così essenziale, c’è un peso enorme: la guerra, i diritti civili, la libertà negata, la fatica di vedere sempre gli stessi errori ripetersi. Non dà risposte, e forse è proprio questo il punto. Le risposte “soffiano nel vento”, sono lì, ma serve il coraggio di ascoltarle.

Una curiosità: quando uscì, molti critici non capirono subito la sua portata. Fu il movimento per i diritti civili a trasformarla in un inno, cantandola nelle marce e nelle manifestazioni. Da allora è rimasta una delle canzoni simbolo di chi non si rassegna.

Riascoltarla oggi fa ancora effetto. Le domande che pone sono le stesse che ci facciamo quando il mondo sembra girare al contrario. E forse è per questo che continua a parlare a tutti, senza bisogno di alzare la voce.

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sabato 23 maggio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Pensa di Fabrizio Moro


Angolo curato e gestito da Mary B.

Penso a Fabrizio Moro, a quella sua capacità rara di dire cose che sembrano semplici e invece ti scavano dentro. Pensa non è solo una canzone: è un invito, quasi un richiamo. Ti mette davanti a te stesso, ti costringe a fermarti un attimo e guardare davvero ciò che hai intorno. È una di quelle parole che, nelle sue mani, diventano un gesto, un atto di resistenza quotidiana.

E oggi, 23 maggio, quel verbo pesa ancora di più. Perché non si può ascoltare Pensa senza ricordare chi ha pagato con la vita il coraggio di farlo davvero. Giovanni Falcone, la sua scorta, tutte le vittime della mafia che non hanno avuto scelta se non quella di restare fedeli a ciò che era giusto. Ogni anno questa data ritorna come un nodo alla gola: non per riaprire ferite, ma per ricordarci che certe battaglie non finiscono mai davvero.

Forse è proprio questo il punto che lega tutto: una canzone che ti chiede di non smettere di pensare, e una memoria collettiva che ti chiede di non smettere di scegliere da che parte stare. Sono due strade che si incontrano nello stesso luogo: quello in cui la coscienza non può più fare finta di niente.

Oggi è un giorno che brucia e illumina allo stesso tempo. Un giorno per ricordare, per ringraziare chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche quando era più facile arrendersi. E per dirci, sottovoce ma con fermezza, che quel “pensa” non è un consiglio: è un dovere.

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sabato 9 maggio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): I Cento Passi dei Modena City Ramblers



Angolo curato e gestito da Mary B.

I cento passi dei Modena City Ramblers è uno di quei brani che non si ascoltano soltanto: si attraversano. Pubblicato nel 2004 all’interno dell’album Viva la vida, muera la muerte!, nasce come omaggio diretto a Peppino Impastato, alla sua storia e a quel coraggio ostinato che continua a risuonare ancora oggi.

Il titolo richiama la distanza reale tra la casa di Peppino e quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti: cento passi appena, un paradosso che racconta meglio di qualsiasi discorso la vicinanza soffocante tra vita quotidiana e potere criminale. È un’immagine semplice, quasi banale, ma proprio per questo potentissima. I Modena City Ramblers la trasformano in un racconto musicale che mescola rabbia, memoria e un senso di giustizia che non si spegne.

Una curiosità: il brano riprende e rielabora il tema del film I cento passi di Marco Tullio Giordana, uscito qualche anno prima. Non è una semplice “canzone ispirata”, ma un vero e proprio ponte tra cinema, musica e impegno civile. E infatti, nel tempo, è diventato uno dei pezzi più amati e più cantati dal vivo, quasi un rito collettivo.

Il significato resta limpido: ricordare Peppino non come un martire distante, ma come un ragazzo che ha scelto di non abbassare la testa. La canzone non indulge nella retorica; preferisce un tono diretto, quasi confidenziale, che rende tutto più vicino, più nostro. È un invito a non restare fermi, a non accettare l’inevitabile, a fare almeno metaforicamente quei cento passi che separano il silenzio dalla presa di posizione.

Un brano che continua a camminare, anno dopo anno, insieme a chi non vuole dimenticare.

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sabato 2 maggio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Let It Be dei The Beatles


Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono brani che non invecchiano mai, che sembrano tornare ogni volta con un significato nuovo. Let It Be è uno di quelli. Pubblicata l’8 maggio 1970, negli ultimi mesi di vita dei Beatles come gruppo, porta con sé un’aura particolare: quella delle cose dette all’ultimo momento, quando si sente che un capitolo sta per chiudersi ma c’è ancora qualcosa da lasciare al mondo.

Basta l’inizio, quel pianoforte semplice e diretto, per creare un piccolo spazio di silenzio. È come se la canzone si aprisse da sola, senza forzature, e ti invitasse a respirare un po’ più lentamente. Paul McCartney l’ha scritta in un periodo complicato, e forse è proprio per questo che riesce a parlare a chiunque. Non è solo una melodia rassicurante: è un gesto di gentilezza, una frase che arriva quando serve, senza pretese.

“Let it be”. Lascia che sia. Tre parole che sembrano quasi banali, e invece no. Hanno il peso delle cose semplici che capisci davvero solo quando ne hai bisogno. È una canzone che non ti spinge a reagire, non ti dice cosa fare. Ti accompagna. Ti ricorda che, a volte, accettare è già un modo per andare avanti.

Riascoltarla oggi fa lo stesso effetto di sempre. Forse perché non cerca di impressionare, non vuole stupire. Si limita a esserci. E ogni volta che ritorna, sembra portare con sé una luce diversa, come se avesse ancora qualcosa da dire, anche dopo più di cinquant’anni.

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domenica 26 aprile 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Gocce di memoria di Giorgia


Angolo curato e gestito da Mary B.

A volte una canzone arriva e si sistema in un angolo preciso della nostra vita, senza chiedere permesso. Gocce di memoria fa proprio questo: entra piano, ma resta. È uno di quei brani che non ascolti soltanto, li attraversi. E ogni volta sembra di ritrovarci qualcosa di diverso, come se il tempo ci cambiasse l’orecchio e il cuore.

Pubblicata il 20 marzo 2003, la canzone nasce come parte della colonna sonora de La finestra di fronte, ma fin da subito ha preso una strada tutta sua, diventando un simbolo di ciò che resta quando tutto il resto sembra svanire.

C’è un filo emotivo fortissimo che attraversa il brano: Giorgia canta i ricordi come un luogo in cui tornare, un ponte fragile ma necessario verso chi non c’è più. È un omaggio delicato e potentissimo ad Alex Baroni, e forse è proprio questa sincerità a renderla così universale. Non serve conoscere la loro storia per sentirla: basta aver amato qualcuno, basta aver perso qualcuno.

La voce di Giorgia, qui, sembra quasi respirare insieme al testo. Si muove tra sussurri e aperture improvvise, come se cercasse di trattenere qualcosa che scivola via. E il risultato è un equilibrio raro: intimo, ma mai chiuso; personale, ma capace di parlare a chiunque. Riascoltarla oggi fa un certo effetto. Non è solo nostalgia: è la consapevolezza che alcune canzoni non invecchiano perché non appartengono davvero a un’epoca. Appartengono alle persone. E Gocce di memoria, da vent’anni, continua a trovare la sua strada nelle nostre storie.

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domenica 19 aprile 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): The Final Countdown degli Europe


Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che non si limitano a entrare nella storia: la riscrivono. The Final Countdown degli Europe è una di quelle. Pubblicata il 10 febbraio 1986, è arrivata come un fulmine in un periodo in cui l’hard rock stava cercando nuovi modi per farsi ascoltare. E gli Europe, invece di seguire la strada più ovvia, hanno fatto l’opposto: hanno messo un sintetizzatore in prima linea, creando un intro che ancora oggi riconosci dopo mezzo secondo.

La cosa incredibile è che quel riff non nasce da un piano strategico, ma da un’idea che Joey Tempest aveva registrato anni prima su un Korg Polysix. Un appunto sonoro, quasi un esercizio. Quando lo ripropose alla band, le reazioni furono tutt’altro che entusiaste: troppo strano, troppo “pop”, troppo lontano dal loro suono. Eppure, proprio quel dettaglio fuori posto è diventato la chiave di tutto. È il classico esempio di come un’intuizione, se lasciata respirare, può trasformarsi in un simbolo.

Il brano esplode in un crescendo che non ti lascia scampo: batteria marziale, chitarre che entrano come una spinta sulla schiena, e quella voce che sembra annunciarti un decollo imminente. Non è solo una canzone: è un conto alla rovescia emotivo, un invito a partire, a rischiare, a buttarsi. Forse è per questo che ha resistito così bene al tempo. Non parla di un’epoca: parla di una sensazione universale.

Riascoltarla oggi non è un esercizio nostalgico. È un promemoria di quanto gli anni ’80 sapessero essere audaci, teatrali, esagerati e proprio per questo indimenticabili. The Final Countdown non è un semplice successo: è un rituale collettivo. Parte il riff, e all’improvviso siamo tutti lì, pronti a contare insieme.

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Photo credit Massimorock, CC0, via Wikimedia Commons


sabato 11 aprile 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Parole parole di Mina


Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che non invecchiano, non perché inseguano la modernità, ma perché raccontano qualcosa di profondamente umano. Parole parole è una di queste. Pubblicata il 13 aprile 1972, nasce come sigla di chiusura della trasmissione televisiva Teatro 10, dove Mina duettava con l’attore Alberto Lupo in un gioco scenico che oggi definiremmo quasi meta‑teatrale.

La storia del brano è semplice e geniale allo stesso tempo: lui parla, seduce, promette; lei risponde, smonta, ironizza. È un botta e risposta che funziona perché non è solo recitazione, ma un piccolo teatro sentimentale in cui tutti, prima o poi, si riconoscono. La voce calda e controllata di Lupo, messa lì a impersonare il corteggiatore insistente e un po’ fuori moda, si scontra con la lucidità tagliente di Mina, che ribatte con un misto di eleganza e disincanto.

Il risultato è un duetto che scorre come una scena di vita quotidiana: lui insiste, lei non ci casca. E in mezzo, quel ritornello che è diventato proverbiale, quasi un modo di dire collettivo.

Il successo fu immediato. Non solo in Italia: l’anno dopo Dalida e Alain Delon ne registrarono la versione francese, Paroles, paroles, trasformandola in un classico internazionale. Da allora il brano è stato reinterpretato, citato, parodiato, riportato in scena in mille forme diverse. Eppure, ogni volta che lo si riascolta, resta intatto il suo nucleo: la leggerezza con cui racconta una relazione che si regge ormai solo su promesse vuote.

Forse è proprio questo il segreto della sua longevità. Parole parole non parla di un’epoca, ma di un meccanismo eterno: quando le parole non bastano più, quando diventano un rumore di fondo, quando l’incanto si spezza e resta solo la consapevolezza. Mina lo canta con una sincerità che non ha bisogno di spiegazioni.

E così, a più di cinquant’anni dalla sua uscita, il brano continua a vivere. Non come nostalgia, ma come specchio. Perché certe dinamiche non cambiano mai, e certe canzoni nemmeno.

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sabato 4 aprile 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): La donna cannone di Francesco De Gregori



Angolo curato e gestito da Mary B.

Pubblicata nel 1983, La donna cannone è una di quelle canzoni che sembrano esistere da sempre, come se fossero entrate nel nostro immaginario collettivo ancora prima di essere scritte. E invece nasce da qualcosa di molto concreto: un piccolo trafiletto di giornale, una storia di circo e di fuga per amore.

De Gregori legge quell’articolo “la donna cannone molla tutti e se ne va” e qualcosa scatta. Una donna, protagonista di un numero circense, decide di scappare con l’uomo che ama, sfidando le regole ferree del circo che non permettono relazioni tra artisti. Una scelta che manda in crisi l’intero spettacolo, ma che restituisce dignità a chi, fino a quel momento, era stata trattata come un fenomeno da baraccone. 

Il cuore del brano sta proprio qui: nel desiderio di riscatto, nella ricerca di un amore che non giudica, nella voglia di liberarsi da uno sguardo che ferisce. È una canzone che parla di coraggio, di diversità, di quella forza silenziosa che spinge a cambiare vita anche quando tutto sembra remare contro. Non è solo una fuga romantica: è un atto di autodeterminazione.

Nel tempo, attorno al brano sono nate diverse leggende. Una delle più diffuse sosteneva che fosse stato scritto per Mia Martini, ma De Gregori lo ha smentito chiaramente. La verità è molto più semplice e, forse proprio per questo, più potente: tutto parte da un fatto di cronaca, poi trasformato in poesia.

Un’altra curiosità riguarda la musica: la melodia nasce da una sequenza di note al pianoforte che tormentava De Gregori da settimane, quei “grappoli di note a cascata” che lui stesso descriveva così. Una piccola ossessione che ha trovato finalmente la sua forma grazie a quella storia letta per caso.

Negli anni, La donna cannone è stata reinterpretata da moltissimi artisti e nel 2014 De Gregori l’ha riarrangiata per l’album Vivavoce, riportandola al centro dell’attenzione di una nuova generazione di ascoltatori.

A distanza di decenni, resta una delle canzoni più amate della musica italiana: un inno alla libertà, alla fragilità che diventa forza, alla possibilità di “volare via” senza ali e senza rete.

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sabato 28 marzo 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Masters Of War di Bob Dylan



Angolo curato e gestito da Mary B.

Bob Dylan con Masters of War non si limita a cantare una protesta: scava, accusa, mette a nudo un sistema che fabbrica morte mentre finge di difendere la pace. È una canzone che non invecchia, perché non parla solo di un conflitto o di un’epoca, ma di un meccanismo eterno: il potere che manda altri a morire e poi si lava le mani, come se nulla fosse.

Dylan non urla, non predica. Ti guarda dritto negli occhi e ti dice che i “padroni della guerra” non costruiscono solo armi: costruiscono illusioni. Si nascondono dietro scrivanie lucide, dietro parole come “sicurezza”, “strategia”, “interesse nazionale”, mentre i ragazzi che mandano al fronte non hanno nemmeno il tempo di capire perché stanno combattendo. La sua voce è ferma, quasi gelida, e proprio per questo fa più male. Non c’è retorica, non c’è eroismo: c’è solo la verità nuda di chi vede l’ipocrisia e decide di non abbassare lo sguardo.

La forza del brano sta anche nella sua radicalità. Dylan non cerca compromessi, non offre attenuanti. Dice chiaramente che chi costruisce la guerra non merita onori, né statue, né funerali solenni. Merita di essere guardato per ciò che è: qualcuno che guadagna mentre altri perdono tutto. 

Ascoltare Masters of War oggi significa riconoscere che certe dinamiche non sono mai scomparse. Cambiano i nomi, cambiano i confini, ma il copione resta simile: chi decide non paga, chi paga non decide. E allora la canzone diventa un promemoria, un avvertimento, una richiesta di lucidità. Ci ricorda che la pace non è un dono, ma una responsabilità. E che la guerra, quando arriva, non è mai inevitabile: è sempre stata preparata da qualcuno che aveva qualcosa da guadagnare.

Dylan, in fondo, ci chiede una cosa semplice: non accettare la narrazione comoda. Guardare dietro le quinte, chi ci guadagna davvero. E non smettere mai di farlo.

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mercoledì 18 marzo 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Bandiera bianca di Franco Battiato



Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che non invecchiano, semplicemente perché continuano a dire la verità anche quando il mondo cambia faccia. Bandiera bianca è una di quelle. Battiato ci mette davanti allo specchio con un sorriso storto, un po’ amaro, un po’ divertito. E lo fa con quella sua eleganza strana, che sembra leggerezza ma in realtà pesa più di un saggio di filosofia.

È un brano che parla di resa, certo, ma non della resa dei deboli. È la resa di chi è stanco del rumore, della mediocrità travestita da modernità, delle mode che passano e delle idee che non arrivano mai. Una resa ironica, quasi liberatoria: alzo le mani, fate voi, io mi tiro fuori da questo circo.

Eppure, sotto la superficie, c’è una rabbia lucidissima. Una critica che non urla, non sbraita, non fa comizi. Ti arriva addosso con una melodia che sembra innocua e invece ti scava dentro. È il classico colpo di Battiato: ti fa ballare mentre ti smonta il mondo.

Riascoltarla oggi fa quasi impressione. Sembra scritta ieri. O forse domani. Perché certe intuizioni non hanno data di scadenza, e Bandiera bianca continua a ricordarci che arrendersi, a volte, è solo un modo elegante per dire che non ci stiamo più.

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sabato 7 marzo 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Figlia d’ ’a Tempest di La Niña



Angolo curato e gestito da Mary B.

“Figlia d’ ’a Tempest” non è solo una canzone: è un modo di stare al mondo da donna. La Niña canta con quella voce che non chiede permesso, che non si scusa per la propria intensità, che non si piega per risultare più “accettabile”. È una figlia della tempesta perché la tempesta, spesso, è l’unico posto che ci viene lasciato.

In questo brano c’è tutta la storia di chi cresce imparando a difendersi, a parlare forte, a non farsi schiacciare da chi vorrebbe decidere chi sei e come dovresti comportarti. E La Niña lo fa in napoletano, con una lingua che diventa scudo e radice, corpo e memoria. Una lingua che per anni è stata considerata “meno”, proprio come le donne che la parlavano.

Il femminismo qui non è teoria: è carne, è voce, è resistenza quotidiana. È dire: non mi addolcisco per piacere, non mi rimpicciolisco per rassicurare, non mi nascondo per non disturbare. È rivendicare la propria complessità, la propria rabbia, la propria dolcezza, senza che nessuno possa metterci un’etichetta sopra.

“Figlia d’ ’a Tempest” è un inno a tutte le donne che hanno imparato a stare in piedi anche quando il vento spinge forte contro. A quelle che non si vergognano più delle proprie cicatrici. A quelle che hanno capito che essere “troppo” è spesso l’unico modo per essere libere.

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mercoledì 4 marzo 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Futura di Lucio Dalla




Angolo curato e gestito da 
Mary B.

Futura, pubblicata nel 1980, è una di quelle canzoni che sembrano scritte ieri. Non perché il tempo non sia passato, ma perché parla di qualcosa che non smette mai di riguardarci: la paura del presente e il bisogno ostinato di credere che domani possa essere diverso.

La scena è semplice: una notte, due persone, una città che respira male. Attorno c’è tensione, incertezza, un mondo che sembra sul punto di spezzarsi. Eppure, proprio lì, in mezzo a tutto questo, nasce un dialogo fragile e potentissimo. Parlano di una bambina che forse arriverà, di un nome da darle, di un futuro che non esiste ancora ma che potrebbe cambiare tutto.

Dalla non racconta un’utopia. Racconta la vita vera: fatta di dubbi, di esitazioni, di “chissà”. Ma dentro quel “chissà domani” c’è una forza enorme. È la forza di chi, pur avendo paura, sceglie comunque di immaginare qualcosa di bello.

Quando Futura esce, l’Italia è ancora scossa dagli anni di piombo. Paura, violenza, diffidenza. Parlare di futuro, allora, non era un esercizio poetico: era un atto politico, quasi rivoluzionario. Dalla prende quella tensione e la trasforma in una promessa sussurrata. Non urla, non predica. Semplicemente immagina una bambina che un giorno potrà “ballare sopra il mondo”.

È un gesto minuscolo, ma è così che cambiano le cose: con un’immagine, un desiderio, una possibilità.

Futura è una carezza data nel buio. È la voce di chi dice: “Ho paura, ma ci provo lo stesso”. È un invito a non arrendersi, a immaginare un domani che abbia spazio per la tenerezza, per la vita, per un respiro nuovo.

E forse è per questo che continua a commuovere: perché dentro quella bambina immaginata ci siamo tutti noi, con i nostri sogni, le nostre ferite, e quella piccola, ostinata voglia di crederci ancora.

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sabato 28 febbraio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Ciao Amore, Ciao di Luigi Tenco




Angolo curato e gestito da Mary B.

Ciao amore ciao non è soltanto una canzone: è un addio che continua a risuonare, anche quando pensiamo di conoscerlo già. Dentro quelle parole c’è un’Italia che cambia a metà, che corre e inciampa, che promette futuro ma spesso lo nega. La campagna che non offre più niente, la città che sembra una possibilità e invece, a volte, è solo un’altra fatica. E poi c’è chi parte perché restare fa troppo male.

Quando Tenco porta questo brano a Sanremo nel ’67, lo fa con una sincerità che spiazza. Parla di migrazioni interne, di disuguaglianze, di un Paese che si riempie la bocca di progresso ma lascia indietro chi non ha voce. È una denuncia sociale nascosta dentro una melodia d’amore, e forse proprio per questo molti non la colgono. O non vogliono coglierla.

La sua fine, poche ore dopo l’esibizione, resta una ferita che non si è mai davvero chiusa. Non riguarda solo l’artista: riguarda tutti noi. È il simbolo di un’Italia che spesso non sa ascoltare chi la mette davanti alle sue contraddizioni, che si difende dalla verità invece di accoglierla. È il silenzio che cala quando qualcuno parla troppo presto, troppo forte, troppo da solo.

Riascoltare Ciao amore ciao oggi significa ricordare tutto questo: la fragilità e la lucidità di Tenco, la sua rabbia gentile, la sua solitudine. E significa riconoscere che molte delle ingiustizie che denunciava sono ancora qui, sotto i nostri occhi. Ogni volta che parte quella canzone, sembra di sentirlo chiedere: “Che Paese vogliamo essere davvero?”

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mercoledì 18 febbraio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Via del campo di Fabrizio De André


Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che non si limitano a essere ascoltate: ti attraversano. Via del campo è una di queste. È una carezza data a chi la vita l’ha conosciuta dalla parte sbagliata della strada, ma anche uno schiaffo gentile a chi si ostina a guardare il mondo con occhi pieni di giudizio.

De André prende una strada qualunque di Genova e la trasforma in un luogo sacro. Non perché ci siano santi, ma perché ci sono persone. Persone che la società preferisce ignorare, nascondere, etichettare. E invece lui le guarda con una tenerezza che spiazza. Non le idealizza, non le assolve, non le condanna. Le ascolta. Le vede davvero.

In Via del campo c’è una verità semplice e luminosa: la dignità non dipende dal ruolo che hai, dal lavoro che fai, da quanto vali agli occhi degli altri. La dignità è un fatto umano, e basta

E poi c’è quella frase che tutti conosciamo, che sembra scritta per ricordarci ogni giorno che la bellezza non è proprietà dei “migliori”, ma un dono che nasce dove vuole lei. Anche nei luoghi che la società considera sbagliati. Anche nelle persone che qualcuno definisce “perdute”.

È questo che rende la canzone così attuale: ci invita a cambiare sguardo. A rallentare. A non fermarci alla superficie. A capire che spesso la vera umanità vive proprio lì, dove nessuno guarda.

Via del campo non è solo una canzone: è un invito a essere più gentili, più attenti, più umani. È un promemoria che ci dice: “Guarda meglio. Ascolta davvero. Non avere paura di vedere la bellezza dove gli altri non la cercano”.

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sabato 14 febbraio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Perfect di Ed Sheeran


Angolo curato e gestito da Mary B.

 “Perfect” di Ed Sheeran è uscita il 26 settembre 2017, e ogni volta che la riascolto mi stupisco di quanto sia rimasta intatta nel tempo. È una di quelle canzoni che non invecchiano, perché non inseguono mode: raccontano semplicemente un’emozione, e lo fanno con una sincerità disarmante.

Quando uscì, ricordo che molti la definirono “la classica canzone da matrimonio”. In realtà è molto di più. È un racconto intimo, quasi sussurrato, di un amore visto da vicino, senza filtri, senza la pretesa di essere epico. È la normalità che diventa straordinaria: un ballo lento, un momento rubato, quella sensazione di sentirsi finalmente al posto giusto.

La forza di “Perfect” sta proprio nella sua delicatezza. Non ti travolge, ti accompagna. Ti fa pensare a tutte quelle volte in cui hai guardato qualcuno e hai capito che non servivano parole complicate. Bastava esserci.

Ed Sheeran ha questa capacità rara: trasformare la quotidianità in qualcosa di universale. E forse è per questo che, a distanza di anni, la canzone continua a essere scelta per dichiarazioni, anniversari, ricordi importanti. È diventata una colonna sonora emotiva, un posto sicuro in cui tornare.

Riascoltarla oggi è come aprire una finestra su un momento che hai vissuto o che avresti voluto vivere. E ogni volta ti ricorda che l’amore, quando è vero, non ha bisogno di essere perfetto. Ha solo bisogno di essere sentito.

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martedì 10 febbraio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Mercanti e servi dei Nomadi



Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che ti arrivano addosso anche a distanza di anni, come se qualcuno ti bussasse alla porta per ricordarti chi sei.

Mercanti e servi dei Nomadi fa esattamente questo: non consola, non accarezza. Ti guarda dritto negli occhi.

Da una parte ci sono i mercanti, quelli che comprano e vendono tutto, anche ciò che non dovrebbe avere prezzo.

Dall’altra i servi, quelli che si lasciano trascinare, che tacciono, che si adattano per paura di perdere qualcosa.

È un’immagine dura, ma tremendamente vera.

E la cosa più scomoda è che non parla “degli altri”: parla di noi.

Di tutte le volte in cui scegliamo la strada più semplice, o ci convinciamo che non valga la pena alzare la testa.

E allora questa canzone diventa un invito, quasi una scossa: non essere merce, non essere ingranaggio. Non diventare ciò che gli altri decidono per te. Scegli di restare libero, anche quando costa fatica.

I Nomadi, ancora una volta, ci ricordano che la musica può essere un pugno sul tavolo. E che certe verità, per quanto facciano male, servono.

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Immagine generata con intelligenza artificiale


domenica 1 febbraio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Alexander Platz di Franco Battiato



Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono brani che sembrano arrivare da un altro tempo, ma quando li ascolti ti parlano come se fossero stati scritti ieri. Alexander Platz è così: una canzone che non ha fretta, che si muove lenta, come un pensiero che torna quando meno te lo aspetti.

Battiato racconta una storia fatta di distanze, di desideri trattenuti, di vite che cercano un punto da cui ripartire. Berlino diventa lo sfondo perfetto: una città che ha conosciuto muri, divisioni, ricostruzioni. Una città che assomiglia alle nostre fragilità, ai nostri tentativi di rimettere insieme i pezzi.

La voce di Battiato non giudica, non spinge, non pretende. È una voce che osserva. Sembra quasi che cammini accanto a te, mentre attraversi la tua personale “piazza” piena di domande. Ti accompagna senza invadere, come fanno le persone che sanno ascoltare davvero.

In questa canzone c’è un senso di attesa che non pesa. Un’attesa che non è immobilità, ma possibilità. Come se ogni passo, anche il più incerto, fosse comunque un modo per avvicinarsi a qualcosa di nuovo.

Forse è per questo che Alexander Platz continua a emozionare: perché parla di cambiamenti che fanno paura, ma anche di quella forza silenziosa che ci spinge avanti. Parla di noi quando ci sentiamo lontani da tutto, e di noi quando troviamo il coraggio di ricominciare.

È una canzone che non si limita a essere ascoltata: si vive. E ogni volta che la rimetti, ti ritrovi un po’ diverso, un po’ più consapevole, un po’ più vicino a te stesso.

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venerdì 30 gennaio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Sunday Bloody Sunday degli U2



Angolo curato e gestito da Mary B.

Sunday Bloody Sunday è una di quelle canzoni che non puoi ascoltare “di sottofondo”. Ti prende, ti scuote, ti costringe a guardare in faccia una verità scomoda: la violenza non è mai solo un fatto di cronaca, è una ferita che resta nella storia e nelle persone.

Gli U2 l’hanno scritta pensando al Bloody Sunday del 1972, quando a Derry, in Irlanda del Nord, una manifestazione pacifica finì in tragedia. Ma il punto della canzone non è raccontare un evento: è ricordarci quanto sia assurdo e disumano che la politica, l’odio e le divisioni portino sempre allo stesso risultato, ovunque nel mondo.

La forza del brano sta proprio nella sua semplicità. Non fa retorica, non cerca eroi. Dice solo: “Com’è possibile che siamo ancora qui, a contare morti?”. È una domanda che vale ieri come oggi.

E forse è per questo che Sunday Bloody Sunday continua a parlare a tutti. Perché non è solo una canzone di protesta: è un grido di umanità. Un invito a non abituarci mai alla violenza, a non considerarla “normale”, a non voltare lo sguardo.

A volte basta una canzone per ricordarci che possiamo e dobbiamo: essere migliori.

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