sabato 10 aprile 2021

La sfida musicale: scegli la tua canzone preferita



V'invito a scegliere la vostra canzone preferita tra le cinque del sondaggio, inoltre voglio ricordare a tutti, che si può esprimere una sola preferenza e attendo anche i vostri commenti.

Mi raccomando di condividere questo post nei vostri blog/profili sociali e invitare i vostri amici a partecipare nella scelta. 




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Una Stella di Alessandro Poerio



Una Stella

Da una stella lontana e come ascosa
Fra gli splendori del notturno Cielo,
Mi viene una pensosa
Gioia, che sboccia come fior da stelo;
E come di confuse alme fragranze,
Empiemi di memorie e di speranze.
S’ella non fosse eterna, io breve cosa,
La crederei per la mia pace nata,
Tanto cara mi giugne e innamorata
La sua pallida luce.
Finch’ella non tramonti in lei son fiso,
Come tra mille aspetti
Occhio rivolto a desiato viso.
L’altre eteree sorelle,
Assai di lei più belle,
Supreme intelligenze radïanti
Paiono al mio pensier; ma questa sola
Questa viene al cor mio, come Pietade
Che della terra i pianti
Intende e racconsola.

Alessandro Poerio


La storia di Emiliano Zapata

Articolo da Il Corsaro - l'altra informazione 

Quando sulla sua testa venne messa una taglia di circa centomila pesos, non pochi erano quelli che lo volevano vedere morto. Soprattutto erano ricchi e potenti: gli opportunisti dell’ultimo momento e i voltagabbana della causa contadina. Ufficialmente, in Messico, con la costituzione del Querétaro del 1917, il lungo ciclo rivoluzionario iniziato alla fine del 1910 poteva dirsi concluso. Ma gli strascichi di quella sanguinosa lotta continuarono, protraendosi fino al 10 aprile 1919: fino agli ultimi giorni di vita di Emiliano Zapata, l’invincibile. “El caudillo del sur”, come venne soprannominato in quegli anni di pena e di speranza, e i campesinos suoi seguaci da anni chiedevano giustizia,  lottando per la libertà della terra, il diritto di sciopero e il riconoscimento dei sindacati. Nel paese delle disuguaglianze e delle menzogne, dove lo strapotere dei latifondisti sostenitori di Porfirio Dìaz calpestava diritti e consumava vite umane, Emiliano Zapata lanciò il grido “Reforma, Libertad, Justicia y Ley”, mettendosi a capo di un ampio esercito, fatto di contadini, indiani e meticci.

Degli emarginati di sempre contro gli oppressori in divisa. La rivoluzione aveva toccato il suo apice nel dicembre del 1914, quando Pancho Villa e lo stesso Zapata varcarono le porte di Città del Messico, obbligando l’esercito del costituzionalista Venustiano Carranza, prima alleato, alla veloce ritirata. Dopo anni di combattimenti e secoli di soprusi, i contadini in sandali del Chihuaha, i meticci delle terre del Morelos, gli indigeni degli aspri altipiani della Sierra madre e i lavoratori di lingua nahuatl entrarono trionfalmente nella capitale. Correva la primavera del 1915, quando però le forze delle reazione risposero e contrattaccarono. Fu Venustiano Carranza a mettere una taglia sulla testa di Emiliano Zapata.Fu lui il mandante della sua morte. E nel paese delle menzogne fu appunto un tradimento a segnare la morte dell’invincibile Zapata.

Dopo la sconfitta di Pancho Villa, costretto a ripiegare verso il nordest, il generale dell’esercito di Carranza, Pablo Gonzalez si spinse verso sud per annientare l’armata zapatista. Di fronte alla tenace resistenza dei contadini del Morelos, si decise allora di giocare sporco e trargli un’imboscata. Secondo quanto riportato dallo storico americano John Womack, alla fine del marzo 1919, Emiliano Zapata spedì una lettera al colonnello Jesùs Guajardo, membro incarcerato dell’esercito controrivoluzionario, in cui lo invitava ad unirsi alla sua causa e a quella dei contadini. La lettera finì però nelle mani del generale Gonzalez, che decise di sfruttare l’occasione a suo vantaggio. Convincere cioè Guajardo al doppio gioco: attirare l’imprendibile Zapata, accattivarsi la sua fiducia e ucciderlo. E così fu.

I due si incontrarono coi propri uomini inizialmente nei pressi Jonacatepec, i primi di aprile. Dopo alcuni giorni di sospetti, misti a rediviva illusione, giunsero a Chinameca, dove ebbero un colloquio. Ma la trappola era ormai scattata. Lì, in una fattoria del posto, il 10 aprile del 1919, Emiliano Zapata venne crivellato di colpi dai soldati di Guajardo. I suoi uomini o ammazzati o costretti alla fuga. Per convincere tutte e tutti che fosse morto, il cadavere di Emiliano Zapata venne trasportato a dorso di un mulo fino a Cuautla e lasciato per un giorno su una rozza impalcatura di legno. Ma ciò sembrava non bastare: qualche giorno dopo, per convincere gli increduli restanti, la sua testa venne fatta girare per i villaggi del Morelos. Là, dove aveva redistribuito terre e riconsegnato dignità.



Citazione del giorno


"È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio!"

Emiliano Zapata



10 aprile 1991 – Il traghetto Moby Prince prende fuoco nel porto di Livorno, causando la morte di 140 persone


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il disastro del Moby Prince è stato un sinistro marittimo avvenuto la sera del 10 aprile 1991, quando il traghetto Moby Prince, di proprietà della Nav.Ar.Ma., entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno.

In seguito all'urto si sviluppò un vasto incendio, alimentato dal petrolio fuoriuscito dalla petroliera, che causò la morte di tutte le 140 persone a bordo del Moby Prince, equipaggio e passeggeri, eccetto che del giovane mozzo napoletano Alessio Bertrand.

Il 28 maggio 1998 la nave, posta sotto sequestro probatorio, affondò nelle acque del porto di Livorno mentre era ormeggiata alla banchina; fu poi recuperata e avviata alla demolizione in Turchia.

Solo nel gennaio 2018 è stata pubblicata la relazione finale della Commissione parlamentare d'inchiesta su quella che è stata, in termini di perdita di vite umane, la più grave tragedia che abbia colpito la Marina mercantile italiana dal secondo dopoguerra. 

Alle ore 22:03 del 10 aprile 1991, il traghetto Moby Prince, in servizio di linea tra Livorno e Olbia, mollò gli ormeggi per la traversata. A bordo era presente l'intero equipaggio, formato da 65 persone agli ordini del comandante Ugo Chessa, e 75 passeggeri. Il traghetto, durante la percorrenza del cono di uscita del porto, colpì con la prua la petroliera Agip Abruzzo, penetrando all'interno della cisterna numero 7, contenente circa 2700 tonnellate di petrolio Iranian Light. Alle ore 22:25, il marconista di bordo lanciò il Mayday dal VHF portatile, e non dalla postazione radio, dato che, come stabilito anche dal punto in cui fu ritrovato il cadavere, al momento dell'impatto non si trovava in sala radio.

Parte del petrolio che fuoriuscì dalla cisterna n. 7 della petroliera Agip Abruzzo si riversò in mare, parte invece investì in pieno la prua del traghetto. A causa delle scintille prodotte dallo sfregamento delle lamiere delle due navi al momento dell'impatto, il petrolio prese rapidamente fuoco, circondando e incendiando il traghetto.

Non è possibile stabilire esattamente quanto greggio sia stato "spruzzato" sul Moby; secondo l'ing. Del Bene, nominato come consulente di parte civile nel processo, si trattò di una quantità compresa tra le 100 e le 300 tonnellate.

L'incendio sprigionatosi all'esterno della nave probabilmente penetrò all'interno del traghetto a causa della rottura di due coperchi che separavano la coperta prodiera dal garage superiore (probabilmente fino al locale eliche di prua).

Tuttavia l'incendio non si propagò subito a tutta la nave, in quanto il Moby Prince era provvisto di paratie tagliafuoco per impedire la propagazione delle fiamme. Si stima che le fiamme siano arrivate all'altezza del salone "De Luxe" (dove sono state ritrovate gran parte delle 140 vittime) in un tempo sicuramente superiore alla mezz'ora. I soccorsi partirono in mare solo dopo le ripetute richieste di aiuto da parte dell'Agip Abruzzo. Lo scafo in fiamme della Moby Prince non venne individuato fino alle ore 23:35. Il Moby Prince, con i motori ancora in funzione, percorse ancora alcune migliaia di metri, allontanandosi dal punto d'impatto e iniziando a girare in senso circolare, rendendo così ancora più difficoltosa la sua individuazione.

Si appurò, in seguito, che l'equipaggio fece sistemare, in attesa dei soccorsi (attesi in brevissimo tempo, vista la vicinanza delle banchine del porto), gran parte dei passeggeri nel salone De Luxe posto a prua della nave e dotato di pareti e porte tagliafuoco. Le fiamme provenivano appunto dalla parte anteriore della nave e, raggiunto il salone, lo "scavalcarono", passando intorno e infiammando tutti gli arredi e le strutture circostanti al suo perimetro. In questo modo il salone De Luxe si trovò esattamente al centro dell'incendio e, quando l'equipaggio si accorse del ritardo dei soccorsi, non fu più possibile evacuare le persone dall'uscita posteriore del salone, tanto meno da quella anteriore, già luogo di provenienza delle fiamme. Gli esami tossicologici rilevarono inoltre un elevatissimo tasso di monossido di carbonio nel sangue delle vittime, sintomo del fatto che in molti sopravvissero per ore (anche in stato di incoscienza) all'incendio, e non tutti quindi morirono a causa delle fiamme nel giro di pochi minuti dall'impatto.

Un fattore che ha contribuito in maniera importante alla mortalità sul traghetto fu di sicuro il fumo nero e denso originato dalla combustione del petrolio e dei materiali plastici, e in misura minore i gas prodotti dall'evaporazione del petrolio che, concentrati in ambienti ridotti come quelli di un traghetto, hanno aumentato il loro potere soffocante. Ad aggravare la presenza dei fumi e dei gas fu anche il sistema di aria condizionata e di aria forzata del traghetto, rimasto acceso durante tutto l'evolversi dell'incendio (fu trovato ancora in funzione il giorno dopo l'incidente), che distribuì il fumo e i gas tossici anche negli ambienti della nave non direttamente interessati dall'incendio.

Tredici salme (tutte, con una eccezione, di membri dell'equipaggio) vennero rinvenute sul ponte imbarcazioni, otto delle quali nell'area scoperta di poppa (ponte sole), due nell'atrio abbandono nave di prua (nei pressi della plancia; una delle due era quella del comandante Chessa), una nell'atrio tra il ristorante e la discoteca Moby Club e due nelle cucine. La maggior parte delle vittime fu ritrovata nel ponte di coperta. La salma di un membro dell'equipaggio fu rinvenuta nel corridoio che dalle cabine di II classe portava sul ponte scoperto di poppa, altre tre (tutte di membri dell'equipaggio) sulle scale che portavano al garage, 30 (9 passeggeri e 21 membri dell'equipaggio) nella zona cabine di II classe (principalmente nei corridoi, tranne i resti di 6 persone trovati in un locale adiacente adibito a bar/ripostiglio), 28 (21 passeggeri e 7 membri dell'equipaggio) nel vestibolo abbandono nave (l'atrio tra la zona cabine di II classe ed il salone De Luxe), 60 nel salone De Luxe (43 passeggeri e 17 membri dell'equipaggio) e due, un passeggero ed un motorista, in un bagno a destra del vestibolo abbandono nave. I corpi di un motorista e di un passeggero vennero invece trovati in sala macchine, mentre quello di un altro motorista fu trovato negli alloggi dell'equipaggio, vicino ad una manichetta antincendio. Un'unica salma, quella del barista Francesco Esposito, venne ritrovata in mare, unica vittima deceduta per annegamento.

I familiari delle vittime del Moby Prince si sono costituiti in due associazioni. La prima denominata "140" è presieduta da Loris Rispoli il quale, nel rogo del traghetto, ha perso la sorella. Tale associazione raccoglie la maggioranza dei familiari. La seconda, quella più recente, denominata "10 aprile" è presieduta da Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby Prince, il com.te CSLC Ugo Chessa. Entrambe le associazioni continuano a chiedere alle autorità competenti che sia fatta luce e giustizia su questo terribile avvenimento. 

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Stonehenge 4K

Stonehenge 4K Drone DJI mini 2 sunrise from Wildheartt on Vimeo.

Photo e video credit Wildheartt caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


Nuvole in movimento

Shape of Clouds / Uyuni effect / 3 minute Meditation with timelapse from yasuain on Vimeo.

Photo e video credit yasuain caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


venerdì 9 aprile 2021

Comunicazione per tutti



In vista del 25 aprile, rendo disponibile un po' di spazio del mio blog,  pubblicando i vostri post sulla resistenza e la liberazione.

Se qualcuno è interessato alla pubblicazione, mi può contattare via mail.




Egitto: scoperta una città risalente a circa 3mila anni fa



Articolo da Globo Channel

Il governo egiziano ha annunciato questo giovedì la scoperta sotto la sabbia nella monumentale Luxor dei resti di una grande città di circa 3.000 anni che era andata perduta. La città è in buono stato di conservazione.

È il “più grande insediamento amministrativo e industriale dell’era dell’Impero egiziano sulla sponda occidentale di Luxor”, situato sul Nilo, è stato definito dal Ministero egiziano del turismo e delle antichità come la scoperta “più grande città mai trovata in Egitto“. La città, aggiunge, ha ricevuto il nome di The Ascent of Aten ed è stata attiva durante i regni dei faraoni della XVIII dinastia, come Amenhotep III o Tutankhamon. “Le strade della città sono fiancheggiate da case, con pietre nei muri alte fino a tre metri ” , ha detto il famoso archeologo Zahi Hawas, responsabile della missione e autore  della scoperta.

La città, segnala il ministero, è “in buone condizioni di conservazione, con le sue mura quasi complete e le stanze piene di oggetti di vita quotidiana, che hanno permesso di datare l’insediamento.  “La scoperta di questa città perduta è la seconda scoperta archeologica più importante dalla scoperta della tomba di Tutankhamon “ , secondo Betsy Brian, il professore di egittologia presso l’Università americana John Hopkins, citato nella dichiarazione. Secondo questo archeologo, The Rise of Aten non solo darà uno sguardo alla vita degli antichi egizi in un momento in cui “l’Impero era al suo apice”, ma farà anche luce su uno dei più grandi misteri della storia: perché Akhenaton e Nefertiti decisero di trasferirsi ad Amarna, la regione in cui fu costruita una nuova capitale imperiale nel XVI secolo aC? Gli scavi che hanno portato al ritrovamento si trovano tra due templi, uno dedicato ad Amenhotep III e un altro a Ramses III, a Luxor, ed erano iniziati nel settembre 2020 per cercare di trovare il tempio funerario di Tutankhamon. Ma in sole due settimane dal suo inizio, la missione archeologica ebbe una grande sorpresa quando i mattoni di adobe iniziarono ad apparire ovunque e gli archeologi iniziarono a portare alla luce la grande città.

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Autore: redazione Globo Channel
Articolo tratto interamente da Globo Channel

Noi speriamo...



"Noi speriamo in un mondo che riesca a migliorare la qualità della vita di tutti: l'ambiente, la possibilità di conoscere, la possibilità di comunicare e di informare. E, soprattutto, la possibilità di eliminare tutto quello che è oggetto per distruggersi come le armi, le guerre, la pena capitale. Ed io credo che già quello sarebbe un grande cambiamento."

Gian Maria Volonté


L’inquinamento atmosferico non sembra diminuito in Italia

Articolo da Openpolis

Il 2020 è stato caratterizzato dalla pandemia e in particolare dal lockdown che ha costretto in casa tutti gli italiani per oltre due mesi. Gli spostamenti sono stati limitati alle esigenze primarie e questo ha fatto sì che l’utilizzo delle macchine, del trasporto locale e di altri mezzi si sia ridotto notevolmente. Una situazione che inizialmente ha avuto dei risvolti vantaggiosi sull’ambiente, con una riduzione dell’inquinamento atmosferico registrata in diverse parti del mondo. Tuttavia, dai dati provvisori diffusi dal sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), i livelli di inquinamento atmosferico risultano complessivamente aumentati nel 2020, piuttosto che diminuiti. Questo probabilmente a causa della minore piovosità registrata in alcuni mesi dell’anno, che ha portato a una ridotta dispersione degli inquinanti.

Il lockdown legato all’emergenza COVID-19 non è stato sufficiente a compensare una meteorologia meno favorevole alla dispersione degli inquinanti

Nonostante si tratti di dati provvisori, è interessante osservare l’andamento di questo fenomeno nel 2020. In particolare rispetto a uno degli agenti maggiormente responsabili dell’inquinamento atmosferico, il Pm10

I limiti sulla presenza di Pm10 nell’aria

Il particolato Pm10 è tra i principali inquinanti generati dai processi di combustione, come quelli che coinvolgono l’utilizzo di veicoli a motore e di impianti di riscaldamento.

Come le altre polveri sottili, il Pm10 può causare gravi danni alla salute dell’uomo. Un rischio sottolineato anche nell’ultimo report di Legambiente, che dichiara che nel nostro paese sono oltre 50mila all’anno le morti causate dall’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici.

Studi scientifici hanno inoltre evidenziato una correlazione tra i livelli alti di Pm10 e un aumento di ricoveri per malattie cardiache e respiratorie. In particolare nei grandi centri urbani, dove l’inquinamento atmosferico è tendenzialmente maggiore che in altri territori.

È dunque fondamentale monitorare la presenza di questo agente nell’atmosfera e per farlo vengono utilizzate apposite stazioni localizzate nella maggior parte delle aree urbane d’Italia.

Per area urbana si intende il territorio che comprende la città di riferimento, perlopiù capoluoghi di provincia, e l’area limitrofa.

534 le stazione di monitoraggio dei valori di Pm10 in Italia.

Essendo uno dei principali elementi inquinanti sono stati stabiliti dei limiti per regolamentarne i valori, sopra i quali l’aria diventa dannosa per gli abitanti. L’organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha fissato un valore di riferimento entro cui sottostare, pari a 50 µg/m³ da non superare per più di 3 volte in un anno. Il rispetto di questo limite rientra nei 17 obiettivi che le Nazioni unite hanno prefissato all’interno dell’agenda 2030 a cui hanno aderito l’Unione europea e i suoi stati membri, compresa l’Italia.

Oltre alle raccomandazioni dell’Oms, anche l’Italia nel decreto legislativo 155/2010 regola la concentrazione di Pm10, stabilendo come limite massimo 50 µg/m³, da non superare oltre 35 giorni all’anno. Lo stesso parametro è stato assunto anche a livello europeo all’interno del pacchetto aria pulita volto a ridurre notevolmente l’inquinamento atmosferico in tutti i paesi membri.

Il superamento dei limiti nelle regioni

Considerata la situazione eccezionale che ha coinvolto l’Italia nel 2020, in particolare nei mesi di lockdown, era possibile aspettarsi una concentrazione inferiore di Pm10 nelle aree urbane del paese. Invece, come accennato in precedenza, il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) mostra una situazione differente da quella immaginata. Con i dati 2020 che mostrano, seppur in via ancora provvisoria, un aumento della presenza di Pm10 rispetto al 2019. Almeno in termini di superamento dei limiti di legge.

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Fonte: Openpolis


Autore: redazione Openpolis

Licenza: Licenza Creative Commons Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da 
Openpolis


Duecento anni dalla nascita di Charles Baudelaire

Articolo da Fata Morgana Web

«L’arte perde in leggerezza ciò che guadagna in precisione». Potrebbe essere una delle divise di Baudelaire, una chiave che ci permette di addentrarci nella novità, sempre vitale, delle opere di uno dei vessilli della modernità. La frase è ispirata dalla rilettura di un passo che l’autore dedica a una Pietà di Delacroix del 1844, dipinto murale presente nella chiesa parigina di Saint-Denis. Sono ben note le simpatie di Baudelaire nei confronti di Delacroix, considerato con piglio convinto l’anticipatore della modernità e la perfetta incarnazione del pittore romantico. Nelle tele di Delacroix Baudelaire coglieva soprattutto il movimento, la rottura della stasi accademica, la contestazione della plastica raffaellesca diffusa in molti artisti di metà Ottocento, l’argine perentorio imposto alla cultura della “scultura dipinta”. Delacroix, evidentemente, sapeva cogliere il carattere “passeggero” della bellezza, ne assecondava la vocazione dinamica, leggera, attraverso cui la bellezza è portata a transitare senza mai bloccarsi in figure immobili. Per Baudelaire, del resto, Delacroix crea una pittura rapida come la scrittura degli autori concisi e concentrati: «Ceux dont la prose peu chargée d’ornements a l’air d’imiter les mouvements rapides de la pensée, et dont la phrase ressemble à un geste» (Art romantique).

Vi sarebbe allora un’affinità tra il movimento che anima il corpo e la rapidità del pensiero, sicché quest’ultimo ha una radice corporea, si svela attraverso le attitudini fugaci che volta a volta arriva a imprimere alla materia viva. Il legame di corpo e pensiero pone allora le basi per una specie di intellettualismo grafico: le immagini dell’arte ci consegnano i pensieri nel loro veloce transito, sono lo specchio della libertà interiore, lasciano trasparire l’agilità del nostro io pensante. La modernità svela la mobilità interna del pensiero e il corpo diventa una materia malleabile, pronta a mutare, a deformarsi in accordo con le forze profonde che la percorrono.

Nei contemporanei di Baudelaire, assuefatti alla stasi raffaellesca, la visione delle opere di Delacroix suscitava tutt’al più «idées vagues de fougue mal dirigée, de turbulence, d’inspiration aventurière, de désordre même» (Curiosités esthétiques). I corpi in movimento di Delacroix riflettono dunque la mobilità a patto però di mostrarsi liberi da orpelli e ornamenti, se colti nell’atto di manifestare la loro “nudità” dinamica, come se la loro proiezione nel movimento avesse l’effetto di denudare la fisicità, capace di svelarsi e di svelare l’io pensante nella misura in cui il corpo riesce a scrollarsi di dosso i contrassegni della storia e del costume. Il movimento – in ultima analisi – destoricizza il corpo, lo riporta a una nudità senza tempo, lo ripulisce dei rimandi al tempo corrente, mutandolo in una presenza assoluta, per certi versi primitiva, la sola capace di rivelare l’accordo sovrastorico del movimento con il pensiero.

Veniamo quindi alla descrizione che Baudelaire fornisce della Pietà di Delacroix nel Salon del 1846:

Allez voir à Saint-Louis au Marais cette Pietà, où la majestueuse reine des douleurs tient sur ses genoux le corps de son enfant mort, les deux bras étendus horizontalement dans un accès de désespoir, une attaque de nerfs maternelle. L’un des deux personnages qui soutient et modère sa douleur est éploré comme les figures les plus lamentables de l’Hamlet, avec laquelle œuvre celle-ci a du reste plus d’un rapport. — Des deux saintes femmes, la première rampe convulsivement à terre, encore revêtue des bijoux et des insignes du luxe; l’autre, blonde et dorée, s’affaisse plus mollement sous le poids énorme de son désespoir. Le groupe est échelonné et disposé tout entier sur un fond d’un vert sombre et uniforme, qui ressemble autant à des amas de rochers qu’à une mer bouleversée par l’orage. Ce fond est d’une simplicité fantastique, et E. Delacroix a sans doute, comme Michel-Ange, supprimé l’accessoire pour ne pas nuire à la clarté de son idée. Ce chef-d’œuvre laisse dans l’esprit un sillon profond de mélancolie.


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Articolo tratto interamente da Fata Morgana Web


Spleen di Charles Baudelaire


Spleen

Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
Sull’anima gemente in preda a lunghi affanni,
E in un unico cerchio stringendo l’orizzonte
Riversa un giorno nero più triste dell notti;

Quando la terra cambia in un’umida cella,
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello,
Sbattendo la sua timida ala contro i muri
E picchiando la testa sul fradicio soffitto;

Quando la pioggia stende le sue immense strisce
Imitando le sbarre di una vasta prigione,
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;

Delle campane a un tratto esplodono con furia
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso,
Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria
Che si mettano a gemere in maniera ostinata.

– E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera…

Charles Baudelaire

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Pollice su e giù della settimana

 

 Bimbo di sette anni riceve finalmente un cuore nuovo tratto da Doremifa-sol


Coronavirus. Brasile, nuovo record di 4.249 morti in 24 ore tratto da Rai News





mercoledì 7 aprile 2021

La salute è un diritto di tutti!

Per maggiori informazioni:

Right2cure/DirittoallaCura pagina italiana dell'ICE | Facebook

Nessun profitto sulla pandemia. Tutti hanno diritto alla protezione dal COVID-19 (noprofitonpandemic.eu)



Video credit ITALIA NoProfitONPandemic caricato su YouTube


L’invasione nazifascista della Jugoslavia



Articolo da Il Manifesto

Il 6 aprile 1941 divisioni tedesche e italiane invadevano la Jugoslavia dividendola in zone di occupazione. L’Italia monarchico-fascista costituì la «provincia italiana di Lubiana» in Slovenia annettendo al regno di casa Savoia, dal luglio 1941, anche il Montenegro.

Iniziò così l’occupazione della Jugoslavia che non solo completò l’aggressione del regime ai Balcani, iniziata nel 1939 in Albania e seguita nel 1940 in Grecia, ma rappresentò il correlato storico-politico del «fascismo di frontiera» emerso negli anni Venti con lo squadrismo e sintetizzato nei suoi obiettivi da Mussolini nella visita a Pola del 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone (…) si possono più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

IN LINEA con questo impianto ideologico le truppe del regio esercito, le autorità di polizia, i carabinieri e le milizie fasciste dei battaglioni «M» disposero su tutto il territorio le misure della «guerra ai civili», che lo stesso popolo italiano avrebbe poi drammaticamente conosciuto durante l’occupazione nazista. Fucilazioni di civili e partigiani, deportazioni di massa (100.000 jugoslavi trasferiti nei campi d’internamento italiani), incendio e saccheggio delle città e dei villaggi (nel febbraio 1942 l’intera città di Lubiana venne circondata da una «cintura» di filo spinato e posti di blocco e poi razziata), stragi (il 12 luglio 1942 a Podhum 108 fucilati e oltre 800 deportati; a Niksic e in altre città del Montenegro fucilazione di 95 comunisti e 200 civili tra il 20 giugno 1942 e il 25 giugno 1943) violenze e abusi sulla popolazione (nella sola Lubiana morirono 33.000 persone pari al 10% dei suoi abitanti) assunsero un carattere sistemico codificato dalle disposizioni della «circolare 3C» firmata dal generale Mario Roatta, già capo del Servizio Informazioni Militari, guida delle truppe fasciste in Spagna e poi al vertice della II Armata di occupazione in Croazia.

L’OCCUPAZIONE MILITARE costò alla Jugoslavia oltre un milione di morti mentre in tutta l’area dei Balcani i crimini di guerra compiuti dal regio esercito e dalle autorità italiane contribuirono da un lato al rincrudimento delle misure di repressione e controguerriglia antipartigiana e dall’altro ad alimentare la Resistenza militare e civile delle popolazioni in Albania, Grecia e Jugoslavia.

Nel maggio 1942 su La Voce del Montenegro il generale Alessandro Pirzio Biroli da «governatore» della regione scriverà: «Tutto il popolo sappia che ogni partigiano, ogni collaboratore, informatore e simpatizzante dei partigiani sarà fucilato sul luogo della cattura». Dal canto suo Mussolini il 31 luglio 1942 a Gorizia aveva ordinato ai generali: «Al terrore dei partigiani si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri (…) questa popolazione non ci amerà mai (…). Questo territorio deve essere considerato territorio di esperienza. Non vi preoccupate del disagio della popolazione, lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze».

Al termine del secondo conflitto mondiale le Nazioni Unite stilarono un lungo elenco di criminali di guerra italiani che solo per la Jugoslavia comprendeva 750 nomi (generali, ufficiali dell’esercito, carabinieri, questori, camicie nere) a cui si aggiungevano i 142 iscritti nelle liste dell’Albania, i 111 della Grecia, i 12 dell’Urss.

Le ragioni della Guerra Fredda, la nuova collocazione geopolitica di Roma e la sistematizzazione dell’anticomunismo di Stato permisero ai governi dell’Italia post-bellica di non estradare i criminali nei Paesi che ne facevano richiesta; evitare processi presso un tribunale internazionale; non pagare i risarcimenti alle vittime ed agli Stati nonostante le disposizioni del Trattato di Pace di Parigi del 1947. Così la «mancata Norimberga italiana» rappresentò un vulnus storico nella stessa radice di nascita della democrazia repubblicana alimentando il falso mito degli «italiani brava gente», consentendo l’impunità dei criminali ed il loro reinserimento negli apparati delle Forze Armate, dei servizi segreti e delle forze dell’ordine sostanziando una «continuità dello Stato» che incise fortemente sul carattere e la qualità della nostra democrazia nei decenni successivi, tanto che diversi criminali di guerra furono coinvolti nelle stragi e nei tentativi di colpo di Stato degli anni Settanta.

OTTANT’ANNI DOPO l’occupazione della Jugoslavia, un appello di centinaia di storici e studiosi chiede alle istituzioni e al Paese un atto di coraggio in grado di rielaborare sul piano pubblico questo tragico passato rimosso, assumendo come memoria storica collettiva le responsabilità per i crimini compiuti dal fascismo contro altri popoli in un’ottica di superamento dei nazionalismi, di valorizzazione del dettato costituzionale in ordine al ripudio della guerra, di liquidazione tanto etico-morale quanto politico-sociale del fascismo.

L’APPELLO

Alle istituzioni per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti in Jugoslavia in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’invasione da parte dell’esercito italiano.

QUEST’ANNO ricorre l’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano, avvenuta il 6 aprile 1941. Durante l’occupazione fascista e nazista, e fino alla Liberazione nel 1945, in questo territorio si contano circa un milione di morti. L’Italia fascista ha contribuito indirettamente a queste uccisioni con l’aggressione militare e l’appoggio offerto alle forze collaborazioniste che hanno condotto vere e proprie operazioni di sterminio. Ma anche direttamente con fucilazioni di prigionieri e ostaggi, rappresaglie, rastrellamenti e campi di concentramento, nei quali sono stati internati circa centomila jugoslavi.
La Repubblica Italiana non ha mai espresso una netta condanna, né una presa di distanza radicale da queste atrocità: non sono stati istituiti giorni commemorativi, né sono state compiute visite di Stato in luoghi della memoria dei crimini fascisti in Jugoslavia.

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Articolo tratto interamente da Il Manifesto


Proverbio del giorno

 

Una buona risata allunga la vita. 

Proverbio svedese



7 aprile 1944 – Eccidio di Fragheto per opera dei nazi-fascisti


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

L'eccidio di Fragheto fu compiuto da truppe nazifasciste il 7 aprile 1944 nell'omonimo borgo, frazione del comune di Casteldelci, situato nella zona appenninica a cavallo tra Marche e Romagna. Nell'eccidio vennero trucidati 30 abitanti e 15 partigiani catturati nella zona nel corso degli scontri con la Brigata Garibaldi Romagnola.

Al Comune di Casteldelci è stata conferita la Medaglia d'argento al merito civile, con la seguente motivazione: 

«Piccolo centro, durante l’ultimo conflitto mondiale, avendo fornito momentanea ospitalità ad un gruppo di partigiani, veniva sottoposto ad una feroce e cieca rappresaglia da parte delle truppe tedesche, che trucidarono trenta suoi cittadini, in maggioranza anziani, donne e bambini e distrussero l’intero abitato. 7 aprile 1944 - Casteldelci - Fraz. Fragheto (PS)» 

A ricordo della strage sono state costituite due associazioni di volontariato: "Casa Fragheto" nel 2000 a Fragheto e "Il Borgo della Pace" nel 2003 a Novafeltria. 

Nei primi giorni di aprile del 1944, nell'ambito dell'operazione di rastrellamento che portò alla temporanea disgregazione della Brigata Garibaldi Romagnola, il comando partigiano venne informato che ingenti forze nazifasciste avevano cominciato rastrellamenti massicci nella zona tra il monte Fumaiolo e Casteldelci. Durante l'operazione di sganciamento, la 1ª Compagnia comandata da Alberto Bardi (Falco), la meglio armata e più agguerrita dell'intera Brigata, si fermò a riposare la notte del 6 aprile a Fragheto. La mattina successiva le vedette partigiane avvisarono che truppe tedesche si stavano avvicinando al paese; i partigiani decisero di affrontare il nemico, risalirono le alture circostanti in località Calanco e, giunti in posizione favorevole, attaccarono di sorpresa i reparti tedeschi.

Nello scontro a fuoco morirono numerosi tedeschi e tre partigiani. Dopo l'assalto i partigiani continuarono la loro azione di ripiegamento, che qualche giorno dopo si concluderà con il definitivo scioglimento della Compagnia. Nelle ore successive del 7 aprile, quattordici soldati tedeschi dello Sturmbattaillon OB Südwest coinvolto nello scontro, giunti nella frazione, entrarono in molte case e uccisero in rapida sequenza 30 persone, sterminando intere famiglie: su 75 abitanti del paese furono uccisi 15 donne, 7 bambini, 6 vecchi e 2 giovani. I giovani e gli uomini del borgo si erano in precedenza nascosti nelle vicinanze, perché avvisati dai partigiani di un'imminente incursione nazista e, forse sottovalutando i tedeschi, avevano pensato che nulla sarebbe stato fatto a donne, bambini e vecchi e che solo gli uomini sarebbero potuti diventare oggetto di rappresaglie in quanto possibili partigiani.

Sempre a Fragheto, durante la medesima operazione militare, furono uccisi dai tedeschi 5 partigiani catturati nei giorni precedenti. Altri 8 giovani, partigiani o renitenti alla leva repubblicana, furono fucilati dai fascisti lungo la strada durante lo spostamento verso Casteldelci, nel luogo ora denominato "Ponte degli 8 Martiri".

L'eccidio di Fragheto, nelle testimonianze della popolazione e dei partigiani, costituisce un esempio di memoria divisa tra il ricordo dei partigiani e quello della popolazione: da una parte c'è chi tende a riversare indirettamente la responsabilità della strage sui partigiani che il giorno precedente erano passati a Fragheto e si erano fermati per proseguire il giorno successivo, tacendo tuttavia sulla barbara ritorsione su vittime innocenti che invece fu direttamente perpetrata dai nazifascisti; dall'altra parte c'è la memoria dei partigiani i quali, nonostante l'inferiorità delle proprie forze rispetto ai tedeschi che li inseguivano, ricordano di aver deciso di attaccare per primi sulle alture, ma lontani dal paese. L'episodio, nelle modalità in cui si svolse, si allinea ad altri eccidi simili perpetrati durante la guerra sull'Appennino centrale, tra cui quelli di Tavolicci, Civitella in Val di Chiana e Sant'Anna di Stazzema. 

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martedì 6 aprile 2021

Quei luoghi gentili di Oscar Wilde





Quei luoghi gentili 

E noi li abbiamo lasciati quei luoghi gentili 
Con passo pesante, verso il nuovo calvario, 
Di qui osserviamo, come chi allo specchio 
Veda il proprio volto, 
L'umanità suicida. 
Capiamo quali spettri orribili 
La mano rossa dell'uomo 
Sappia fare sorgere. 

Oscar Wilde



Voglio ricordare il guestbook

Guestbook


Voglio ricordare ai lettori e amici del blog, che ho creato un libro degli ospiti. Nella pagina puoi lasciare qualsiasi commento, non pertinente ai post.

Grazie a tutti!


Citazione del giorno


"Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti."

Martin Luther King


lunedì 5 aprile 2021

Everyday Is The Right Day: alcune riflessioni sulla Convenzione di Istanbul

İstanbul Sözleşmesi'ni Uygulatacağız yazılı pankart

Questo post, partecipa all'iniziativa lanciata da Daniele Verzetti il Rockpoeta, contro la violenza sulle donne.

Per maggiori dettagli:

https://agoradelrockpoeta.blogspot.com/2021/03/everyday-is-right-day-me-and-gun-tori.html

Partecipano a questa iniziativa, i seguenti blog/siti:

L'Agorà

Doremifasol, libri e caffè

Il blog di Gus

Postodibloggo

Web sul blog

Lilladoro

Articolo da Transform! Italia

Il governo della Turchia ha deciso di ritirare la propria firma dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne.

Una Convenzione, ironia della sorte, che ha preso il nome proprio da Istanbul, città nella quale, il 7 aprile 2011, è stata adottata in occasione della 121ª Sessione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Il primo Stato a firmarla fu proprio la Turchia, l’11 maggio 2011, mentre,per inciso, la Gran Bretagna ancora non l’ha fatto e così pure la Russia, benché siano anch’essi membri del Consiglio d’Europa.

Ricordo che, come ha scritto il Consiglio d’Europa, la Convenzione di Istanbul è “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza ed è incentrata sulla prevenzione della violenza domestica al fine di proteggere le vittime e perseguire i trasgressori”. Nella Convenzione all’articolo 3, la violenza contro le donne è considerata come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione e pertanto ogni Stato è invitato a “prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli” (art.5). Inoltre, la Convenzione considera come reati una serie di violenze contro le donne ed invita gli Stati ad includerli nei propri codici penali e ordinamenti giuridici, se non già inclusi. I reati previsti dalla Convenzione sono: la violenza psicologica, lo stalking, la violenza fisica e/o la violenza sessuale compreso lo stupro, il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali femminili, l’aborto forzato e la sterilizzazione forzata, le molestie sessuali.

Numeri drammatici

Una decisione, quella del governo turco, che stride con la realtà dei fatti visto che durante la pandemia, a causa del confinamento dentro le mura domestica, le violenze contro le donne ad opera di maschi familiari sono aumentate, in ogni parte del mondo, in modo esponenziale e così pure i femminicidi.

Una situazione tanto drammatica che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres,  ha chiesto a tutti i Paesi di adottare misure contro lo “scioccante aumento” di violenza maschile contro le donne. Guterres ha invitato ad aumentare le risorse per implementare servizi on-line, a fare in modo che i sistemi giudiziari continuino a perseguire gli autori degli abusi, a creare sistemi di allarme nelle farmacie e nei supermercati e ad aumentare le risorse destinate ai centri anti-violenza o di accoglienza, che dovrebbero essere considerati servizi essenziali.

Dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dal Belgio all’Australia, dall’Argentina al Libano, alla Cina alla Malaysia, come le statistiche confermano, le richieste di aiuto sono raddoppiate così come le violenze e i femminicidi. Nel nostro Paese le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza della rete Di.Re sono state il 74,5% in più rispetto alla media mensile registrata due anni fa. Mentre i femminicidi sono stati 73 nel 2020 e ben 14 dall’inizio del 2021.

Qualche inquietante perché

Ebbene nonostante questo allarmante situazione, la Turchia, un Paese in cui, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno il 40% delle donne è vittima di violenza, rispetto a una media europea del 25% e dove ogni giorno avviene almeno un femminicidio, decide di uscire dalla Convenzione.

Perché il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha deciso di ritirare la Turchia dalla Convenzione quando, oltretutto, fu il primo a firmarla?

Nel 2011 il governo turco aveva bisogno di accreditarsi agli occhi dell’Europa come alleato affidabile, moderno e progressista. Sottoscrivere la Convenzione calzava a pennello!

Oggi la Turchia, getta la maschera e si schiera con quei governi ultra-conservatori (ricordo fra questi la Polonia e l’Ungheria che la scorsa estate non hanno ratificato la Convenzione benché l’avessero firmata) che, a partire dalla profonda misoginia di cui sono portatori e dalla funesta cultura patriarcale di cui sono espressione, vedono come fumo negli occhi la libertà delle donne di decidere sul proprio corpo e non sono affatto disponibili a colpevolizzare o “addirittura” a condannare i maschi che usano violenza contro le “loro” donne.

Una funesta cultura patriarcale che è viva e vegeta e cerca spazi per espandersi ovunque possibile. Anche nel nostro Paese.

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Fonte: 
Transform! Italia


Autore: 
Nicoletta Pirotta



Articolo tratto interamente da Transform! Italia

Photo credit Hilmi Hacaloğlu, Public domain, via Wikimedia Commons


sabato 3 aprile 2021

venerdì 2 aprile 2021

Il mare...



"Il mare appariva come una volta eterea, come un cielo solido e senza stelle sotto di noi, e nell’aria trasparente si perdeva nell’immensità; nessuna striscia, scura o luminosa, limitava l’orizzonte; c’era una chiarità, una vastità infinita, che non si può dipingere né descrivere, se non nella profondità eterna del pensiero."

Hans Christian Andersen



La folle corsa agli armamenti

Articolo da Volere la luna

Per uscire dalla pandemia «occorre prendere coscienza che l’umanità e la natura non sono sfere separate e che il pianeta è una costante trama di relazioni che costituiscono un’unica “rete della vita”, nella quale siamo tutte e tutti connessi, con una interdipendenza delle esistenze con gli ecosistemi. Dobbiamo orientarci alla cooperazione e al rispetto di tutte le forme del vivente». Così si legge nell’introduzione a un documento sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) di Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Laudato Sì e Nostra! (http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/2021/03/31/osservazioni-generali-e-alcuni-contributi-sul-pnrr-a-cura-di-coordinamento-per-la-democrazia-costituzionale-laudato-si-nostra/).

Peccato che questa concezione di un’unica rete della vita che abbraccia tutte le forme del vivente non abbia fatto breccia laddove si impostano le strategie e le tecnologie che tengono la vita sotto scacco. La pandemia non ha insegnato niente se, invece di collaborare per far uscire l’umanità da questa catastrofe connessa con il collasso degli eco-sistemi, si costruiscono nuove minacce idonee a provocare una devastazione globale  della trama della vita. 

È curioso che in piena pandemia non solo non si arresti ma addirittura si rilanci la corsa agli armamenti, superando sempre nuove soglie. È passata inosservata una cattiva novella che proviene direttamente da Washington. L’11 marzo il Capo di Stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti,  il generale James C. McConville, in un intervento a un meeting di esperti alla George Washington School of Media and Public Affairs ha comunicato che la US Army si sta preparando a installare nuovi missili in Europa, rivelando che saranno missili ipersonici. I missili ipersonici – con velocità superiore a cinque volte quella del suono (Mach 5), ossia più di 6.000 km/h – rappresentano un “salto di qualità” nella corsa agli armamenti; costituiscono infatti un nuovo sistema d’arma con capacità di attacco nucleare superiore a quella dei missili balistici. Mentre questi seguono una traiettoria ad arco per la maggior parte al di sopra dell’atmosfera, i missili ipersonici seguono invece una traiettoria a bassa altitudine nell’atmosfera direttamente verso l’obiettivo, che raggiungono in minor tempo penetrando le difese nemiche, senza possibilità di essere intercettati. Nel suo intervento il generale McConville ha informato che la US Army sta preparando una task force dotata di «capacità di fuoco di precisione a lungo raggio che può arrivare ovunque, composta da missili ipersonici, missili a medio raggio, missili per attacchi di precisione» e che «questi sistemi sono in grado di penetrare lo spazio dello sbarramento anti-aereo». Il generale ha precisato poi che una di queste task force sarà schierata in Europa e probabilmente due nel Pacifico. La task force europea dovrebbe adoperare un sistema missilistico ipersonico a raggio intermedio con lancio da terra, ovvero quella categoria di missili con gittata tra 500 e 5500 km che era stata proibita dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, sulla base del quale furono ritirati dall’Europa i cosiddetti “euromissili” che gli USA avevano schierato, malgrado le vivaci proteste dell’opinione pubblica, nel 1984. Poiché Trump ha stracciato il Trattato INF nel 2019, evidentemente non ci sono più remore da parte dell’Amministrazione americana a riportare in Europa lo scenario della guerra fredda. I missili ipersonici nucleari a raggio intermedio probabilmente saranno dislocati in Polonia e Romania. Avendo già oggi la capacità di volare a circa 10.000 km/h, i missili ipersonici saranno in grado di raggiungere Mosca in circa cinque minuti. Naturalmente la Russia non sta a guardare e sta realizzando anch’essa missili ipersonici a raggio intermedio che potranno raggiungere in pochi minuti le basi Usa in Europa, anzitutto quelle nucleari come Ghedi e Aviano in Italia. 

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Fonte: Volere la luna

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Licenza: Creative Commons (non specificata la versione

Articolo tratto interamente da Volere la luna