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martedì 13 ottobre 2026

Scuole e università in mobilitazione: la protesta si estende in tutta Italia



Articolo da L'Indipendente

Dalle occupazioni delle scuole alle tende davanti agli atenei, la mobilitazione studentesca si estende in Italia. In molte città d’Italia, tra cui spiccano Torino, Roma, Napoli e Genova, si moltiplicano assemblee, picchetti e interruzioni delle lezioni, mentre gli universitari tornano a denunciare affitti insostenibili e carenze nel diritto allo studio. Al centro delle contestazioni ci sono edifici degradati, carovita e politiche del governo, accusato dai manifestanti di privilegiare le spese militari rispetto all’istruzione e ai servizi pubblici. Sulla scia delle proteste francesi e spagnole, gli studenti preparano nuove iniziative: il prossimo appuntamento nazionale è lo sciopero del 16 ottobre.

Quello che è stato definito dal Collettivo OSA uno “tsunami-occupazioni” vede Torino come uno dei fronti più estesi. Il 5 ottobre sono stati occupati il Regina Margherita e il Carlo Ignazio Giulio, seguiti il giorno successivo dal Sella Aalto Lagrange; al Gobetti è partita l’autogestione. In seguito si sono aggiunti l’Einstein e il Primo Liceo Artistico, insieme a scioperi, assemblee e blocchi in altri istituti. Questa mattina è stato occupato anche il Berti. L’assemblea studentesca del Gioberti ha diramato un comunicato in cui ha stigmatizzato il sistema Valditara, che vedrebbe la scuola come «luogo di disciplinamento per i futuri cittadini che devono imparare a subire in silenzio mentre approvano decreti razzisti e le scuole cascano a pezzi». Assemblee straordinarie sono state convocate al D’Azeglio e al Ferraris. Il 9 ottobre circa duecento studenti si erano riuniti davanti alla Città Metropolitana per chiedere interventi edilizi. Nel mirino dei collettivi ci sono anche le politiche scolastiche del governo, dal limite agli alunni stranieri al divieto del burqa. A Carignano, la Cub Sur ha denunciato la presenza dei carabinieri nei corridoi del Norberto Bobbio durante uno sciopero.

A Roma, all’occupazione del Cavour del 6 ottobre si sono aggiunte, il giorno successivo, quelle del Lattanzio e del Tullio Levi Civita. Picchetti e assemblee si sono svolti anche all’Avogadro e al Newton. A Napoli, dopo il Tito Lucrezio Caro di Posillipo, lunedì 12 ottobre sono stati occupati l’Umberto, il Mercalli, il Sannazaro e il Genovesi. Al Mercalli la dirigente ha comunicato formalmente l’occupazione dell’istituto e l’impossibilità di garantire il regolare svolgimento delle attività didattiche e amministrative. La mattina di oggi, 13 ottobre, ha visto coinvolto nella mobilitazione anche il Mazzini, al Vomero, dove gli accessi sono rimasti chiusi e la dirigente ha richiesto l’intervento preventivo dei carabinieri.

A Genova, dopo il Gobetti, anche il Calvino è stato occupato: seconda scuola cittadina in ventiquattro ore. Gli studenti contestano la gestione delle risorse pubbliche, con meno fondi a scuola, sanità e trasporti e più risorse al riarmo. Denunciano mancanza di riscaldamento, bagni inagibili, infiltrazioni e topi. Contestano il carovita, citando il carburante a 2,30 euro al litro e lo sconto statale di 30 centesimi giudicato insufficiente, oltre alle politiche di Valditara, al decreto bavaglio e all’ultimo decreto sull’immigrazione. Mobilitazioni anche a Bologna, dove un centinaio di ragazzi ha sfilato nel quartiere universitario.

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Fonte: L'Indipendente

Autore: 
Stefano Baudino

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da L'Indipendente

Immagine generata con intelligenza artificiale


La conoscenza ti fa dubitare




"Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere."

Dario Fo


L'arte

"L'arte, io non lo so se sia eterna o provvisoria, se la forma d'arte nella quale viviamo per molti secoli ci si sia connaturata come sangue, ma so che questa carica, che noi abbiamo oggi, è una carica di comprensione della vita."

Cesare Zavattini


lunedì 12 ottobre 2026

E voi, imparate che occorre vedere...


"E voi, imparate che occorre vedere

e non guardare in aria; occorre agire

e non parlare. Questo mostro stava,

una volta, per governare il mondo!

I popoli lo spensero, ma ora non

cantiamo vittoria troppo presto:

il grembo da cui nacque è ancor fecondo."

Bertolt Brecht


Dipinto del giorno

 


Stapleton Park near Pontefract Sun di John Atkinson Grimshaw


Difficile è credere...


"Difficile è credere che sia un dono la vita, quando si trascina una stanca esistenza e il vivere d’ora in ora ci tortura; ma anche nei tuoi occhi vedo brume di dolore. Hanno già flagellato il tuo giovane cuore? E rispose per te il mare e un ombra lieve di cormorano. Tacevi e sogguardavi mesta l’orizzonte estremo."

Eugenio Montale

La storia del calciatore partigiano Bruno Neri


Articolo da Novecento.org

Sappiamo quanto lo sport in generale, compreso il calcio, abbia contribuito al successo dell’immagine del fascismo durante gli anni ’20 e ’30, attraverso l’accorta politica propagandistica del regime, il pieno controllo degli organi della Figc, del Coni, delle federazioni sportive, dei principali giornali sportivi quali la Gazzetta e il Corriere dello Sport. Gli stadi in particolare divennero veri e propri “teatri di massa”, dove si radunavano folle oceaniche cui poteva facilmente rivolgersi la propaganda del regime, che si esprimeva anche attraverso gesti simbolici come l’imposizione dell’obbligo del saluto romano prima dell’inizio delle partite. Ma lo sport ha combattuto anche la sua Resistenza e per averne delle prove occorre ricercare le fonti documentarie, anche attraverso la memorialistica, in grado di sottrarre dall’oblio atleti che hanno onorato lo sport senza rinunciare alla propria dignità di uomini, che hanno saputo compiere scelte coraggiose, pagandone fino in fondo le conseguenze.

Il primo episodio assai eloquente che vede protagonista il nostro calciatore è riassunto in una immagine fotografica. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi, intitolato alla squadrista Giovanni Berta. In campo per una amichevole la squadra viola, in cui militava Bruno Neri, contro il Montevarchi.
Come si può vedere nell’istantanea, riportata nei documenti proposti, Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto fascista. Un bel coraggio, non c’è che dire.

Bruno Neri era passato due anni prima, per diecimila lire, dal Faenza (sua città natale) alla società gigliata del conte Ridolfi, che aveva finanziato la costruzione dello stadio di Campo di Marte, oggi Artemio Franchi. A Firenze sarebbe rimasto fino alla stagione 1935-36, collezionando circa duecento presenze e realizzando un solo gol. In maglia viola le sue pregevoli doti da mediano furono apprezzate anche da Vittorio Pozzo che lo volle prima nella nazionale B e poi lo fece esordire in quella maggiore il 25 ottobre del 1935, in uno scontro con la Svizzera, valido per la Coppa Internazionale e vinto dagli azzurri per 4-2. Nonostante fosse un ottimo mediano di interdizione, Nerì collezionò solo tre presenze in nazionale. Dopo la Fiorentina vestì per una sola stagione la casacca rossonera della Lucchese, allenata dal grande tecnico ungherese Ernest Erbstein, con il quale vivrà in seguito due esaltanti stagioni nel Torino, dove giocherà per complessivi tre campionati, fino al 1940, per poi far ritorno al suo Faenza. Andò molto peggio ad Erbstein, che all’undicesima giornata del campionato 1938/1939, quando il suo Torino era primo in classifica davanti ai campioni d’Italia dell’Ambrosiana (come era stata autarchicamente rinominata Internazionale), venne convocato in questura: era il 18 dicembre 1938, e le vergognose leggi razziali fasciste imponevano ad un cittadino straniero di origine ebraica l’abbandono del nostro Paese. Anche le sue figlie, pur battezzate, furono costrette a lasciare la scuola, come migliaia di altri studenti ebrei. Due mesi più tardi stessa sorte toccherà ad un altro grande allenatore, Árpád Weisz, che aveva guidato il Bologna alla vittoria di due scudetti consecutivi, tra il 1935 e il 1937. Due tecnici che avevano riportato grandi risultati calcistici e che, come nel caso di Weisz, avevano inventato gli “schemi”, rivoluzionando il modo di giocare in senso moderno, sparirono letteralmente senza che nessuno in Italia sentisse la necessità di difenderli o, almeno, ricordarli. Quando poche settimane dopo l’allontanamento di Erbstein dal Torino, Vittorio Pozzo, il commissario tecnico della Nazionale osservò che la squadra granata avrebbe dovuto lavorare ancora molto per tornare al gioco brillante che le aveva dato il tecnico magiaro, non fece alcun riferimento al motivo razziale che lo aveva costretto a lasciare la guida della squadra[1]. L’indifferenza, ancor più che l’antisemitismo, fu il sentimento prevalente con cui la maggior parte degli italiani, purtroppo, assistette all’applicazione delle leggi razziali.[2]

Ma torniamo al nostro calciatore faentino. Amante dell’arte e della poesia, Bruno Neri quando non era in campo si dedicava a promuovere incontri culturali, oppure se ne andava con gli amici poeti per mostre e musei. Durante gli anni in riva all’Arno frequentò lo storico caffè letterario delle Giubbe Rosse in piazza della Repubblica dove poteva incontrare Mario Luzi, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Eugenio Montale. Dopo l’armistizio del 1943 e mentre disputava il campionato dell’Alta Italia col Faenza, Neri scelse la militanza antifascista arruolandosi nella Brigata Ravenna con il nome di battaglia Berni.

Così riassume la sua adesione alla lotta partigiana lo storico Sergio Giuntini:

Tramite il cugino Virgilio Neri, aderì all’«Organizzazione Resistenza Italiana» (ORI): un movimento che, sotto la spinta precipua dell’«azionista» Raimondo Craveri, si era costuito il 15 novembre 1943. In stretta connessione con l’OSS (Office of Strategic Service) americano e il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), l’ORI si poneva il compito di raccogliere informazioni e svolgere azioni di sabotaggio a favore dei resistenti e, in questo contesto, sorse per l’appunto il Battaglione «Ravenna», la formazione partigiana di Neri. Il «Ravenna» doveva posizionarsi e agire nella zona compresa tra il campo d’azione del gruppo comandato dal leggendario – anch’egli a suo tempo calciatore del Faenza – Silvio Corbari (Tradozio-Modigliana-San Valentino) e la trentaseiesima Brigata «Bianconcini» (Vallata della Sintria e Monte Faggiola); insomma assolvere a un ruolo strategico e combattente oltremodo significativo a ridosso della Linea Gotica. Del Battaglione «Ravenna» Neri, che per nome di battaglia assunse quello di «Berni», divenne il vicecapo lasciandone il comando al più militarmente esperto Vittorio Bellenghi («Nico»), un ex ufficiale del Regio esercito nato a Faenza il 7 marzo 1916. Due compagni inseparabili, accomunati anche nel sacrificio estremo. In particolare, il «Ravenna» si segnalò nel recupero di vari aviolanci alleati. Una prima volta, il 10 giugno 1944, sul Monte Castellaccio, quindi in un’analoga operazione il 23 giugno successivo e, infine, preparandosi per un lancio previsto tra il 16 e il 20 luglio ’44 sul Monte Lavane. Giusto in vista di quest’azione, il 10 luglio 1944, all’Eremo di Gamogna in prossimità di Marradi, perderà eroicamente la vita il partigiano-calciatore.

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Fonte: Novecento.org


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Articolo tratto interamente da Novecento.org