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venerdì 1 maggio 2026

Turni, sacrifici, dignità: la realtà che non si racconta mai


Oggi, mentre molti si godono un giorno di riposo, migliaia di lavoratrici e lavoratori stanno affrontando un altro turno. Turnisti dell’industria, della logistica, della sanità, dei trasporti, della grande distribuzione. Persone che tengono in piedi il Paese anche quando il Paese sembra non accorgersene.

C’è chi entra alle sei del mattino, con il rumore delle linee che ti entra nelle ossa prima ancora che nel cervello. C’è chi fa la notte in magazzino, spostando merci che nessuno vede ma che tutti pretendono di trovare puntuali sugli scaffali. C’è chi lavora in corsia, in un ospedale che non dorme mai, perché la cura non conosce festività. C’è chi guida autobus, treni, camion, mentre fuori scorrono città addormentate. C’è chi sta in cassa, chi rifornisce, chi pulisce, chi sorveglia, chi ripara, chi produce. E spesso lo fa con stipendi bassi, contratti fragili, orari che spezzano il corpo e la vita familiare.

La classe operaia non è un ricordo in bianco e nero. È qui, oggi, viva e concreta. Ha mani che si sporcano, schiene che si piegano, occhi che si chiudono per la stanchezza mentre il resto del mondo festeggia. È fatta di persone che rendono possibile tutto ciò che consideriamo “normale”: luce, acqua, trasporti, cibo, sicurezza, assistenza, produzione.

Eppure, troppo spesso, queste persone vengono trattate come numeri. Come costi da tagliare, come ingranaggi sostituibili. Si parla di “produttività”, “competitività”, flessibilità”, ma quasi mai di dignità. Quasi mai di quanto sia ingiusto che chi lavora su turni massacranti debba anche lottare per arrivare a fine mese. Quasi mai del fatto che, senza di loro, tutto si fermerebbe nel giro di poche ore.

Stare dalla parte dei lavoratori significa riconoscere tutto questo. Significa dire che il lavoro non può essere sfruttamento. Che la sicurezza non è un favore. Che il salario deve permettere di vivere, non solo di sopravvivere. Che i diritti non sono un lusso, ma la base di una società decente. Che chi lavora di notte, nei festivi, nei weekend, merita rispetto, tutele e voce.

Oggi il mio pensiero va a loro. A chi sta timbrando adesso, a chi sta iniziando un turno, a chi lo sta finendo con le gambe pesanti e la testa piena. A chi non può scegliere, a chi non può fermarsi, a chi tiene in piedi tutto ciò che diamo per scontato.

La classe operaia esiste, resiste e merita molto più di ciò che riceve. E finché ci saranno lavoratrici e lavoratori che non vengono ascoltati, ci sarà sempre bisogno di chi si mette al loro fianco, senza esitazioni.

Autore: Spartaco

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Operaia di Emilio Girardini


Operaia

Nel turbinoso strepito del vasto
laboratorio, intenta al tuo telaio,
donzelletta strappata ai campi, il gaio
stornel, solo conforto, t'è rimasto.

Non come un tempo più si ripercuote
lieto di balza in balza, né si perde
in onde sempre più lievi nel verde
piano, ma tra l'ansar di ordigni e ruote.

Ed or risenti, nel suo ritmo stanco,
le dolci sere in cui con le compagne
tornavi dopo il sol da le cmapagne,
la ronca appesa sul crescente fianco;

or con eco piangente la caduta
rosa anzi tempo del tuo volto accusa,
poi che a notte dormir ti si ricusa,
o intenta al tuo telaio ombra sparuta.

Emilio Girardini


Intervista a un'operaia metalmeccanica

 


Oggi intervisto un'operaia metalmeccanica, che ci spiega i vari problemi che tanti operai affrontano.

Maria, puoi raccontarci com’è una tua giornata tipo in fabbrica? 

Maria: Mi sveglio alle cinque, prendo l’autobus e arrivo in reparto alle sei e mezza. Otto ore di lavoro alla catena, spesso in piedi, con ritmi serrati. Non c’è molto spazio per fermarsi: la produzione deve andare avanti.

Quali sono le difficoltà principali che incontri? 

Maria: La fatica fisica è tanta, ma anche quella mentale. I turni cambiano spesso, e non è facile conciliare lavoro e famiglia. Poi c’è la questione della sicurezza: le macchine sono vecchie e non sempre ci sono controlli adeguati.

In Italia si parla spesso di precarietà. Ti riguarda? 

Maria: Sì, eccome. Molti di noi hanno contratti a tempo determinato o interinali. Viviamo con l’ansia di non sapere se il mese dopo saremo ancora assunti. Questo rende difficile programmare la vita: un mutuo, un progetto, persino una vacanza.

E sul fronte dei salari?

Maria: Lo stipendio è basso rispetto al costo della vita. Con gli aumenti delle bollette e degli affitti, quello che guadagniamo basta appena. 

C’è solidarietà tra colleghi? 

Maria: Sì, in linea di massima. Purtroppo ci sono sempre i lecchini, che con i loro inciuci rovinano tutta la classe operaia italiana.

Cosa vorresti cambiasse? 

Maria: Vorrei più stabilità, salari dignitosi e rispetto. Non chiediamo privilegi, solo di vivere con dignità. E che la politica si ricordasse che dietro le statistiche ci sono persone in carne e ossa.

Grazie Maria, per il tempo che hai dedicato.

Se qualcuno è interessato per un'intervista, basta contattarmi via mail, cliccando sul banner "Contatti".

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Post originale 18 novembre 2025


Primo Maggio di facciata: il gioco di prestigio di un governo contro i lavoratori



Articolo da la Sinistra quotidiana

La chiamavano “esportazione della democrazia” ed in realtà era guerra imperialista, sostituzione di un dispotismo con un regime coloniale, avvicendamento di truppe: dalle autoctone a quelle degli Stati compartecipanti alle coalizioni di più o meno volenterosi per espandere domini, per derubare i popoli dei loro beni preziosi nel sottosuolo, nel soprasuolo. La chiamano “resistenza“, ma il conflitto in Ucraina è, dalla parte in cui ci troviamo, niente di meno e niente di più di un finanziamento ad regime acquiescente nei confronti dell’Occidente sempre imperialista e del militarismo targato NATO. La chiamano “Mivtza Charvot Barzel” che, tradotto dall’ebraico, significa “Spade di ferro“. Ed almeno in questo caso il governo di Nentayahu, Ben-Gvir e Smotrich non finge poi tanto di essere il benefattore del popolo palestinese.

Un raro caso di coerenza tra parole e fatti. Anche se, la sola immagine delle armi bianche non rende certamente nemmeno lontanamente l’impatto del conflitto scatenato da Tel Aviv contro la Striscia di Gaza: 72.000 morti, centinaia di migliaia di feriti, condizioni disperate di una intera popolazione priva dei beni essenziali, delle medicine, di ogni cura, di ogni diritto umano degno di questo titolo. Poi c’è la guerra scatenata sempre uni-bilateralmente tra l’asse israelo-statunitense e la Repubblica islamica dell’Iran. Regimi contro regime. Nessuna democrazia in soccorso del popolo persiano. Solo una nuova ricerca di spazi di dominio, cercando di far venire meno il ruolo di potenza egemone – insieme ad altre uguali e contrarie come la Turchia – nel tribolatissimo Medio Oriente…

Le parole hanno perso di significato un po’ da sempre quando devono inserirsi nelle guerre tra gli Stati che i popoli subiscono. Le parole perdono quotidianamente di significato quando sono artefatte e poste al servizio della propaganda politica. Nei comizi elettorali è risaputo. Così come lo è nell’attitudine amministrativa giornaliera, nelle prove generali di turlupinamento che vengono fatte ogni fine aprile, in questo caso dal governo di Giorgia Meloni, per provare che l’esecutivo è dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e che, con una decretazione ad hoc, intende favorire il lavoro dipendente. Al pari delle esportazioni democratiche per quanto concerne le aggressioni imperialiste delle grandi potenze contro le più piccole ricche di petrolio, gas e materie prime, qui si parla di “salario giusto” mentre si regalano milioni e milioni di euro solo alle imprese che assumo.

Lavoratrici e lavoratori non toccano un centesimo di euro che possa essere uno. Di norma, poi, una impresa assume se ha bisogno di assumere o se, cercando di uscire da una crisi strutturale, prova a licenziare e a fare sostituzione di mano d’opera solo per ottenere contratti al ribasso e tagliare quindi sempre sul fronte dei salari. Quasi un miliardo di euro quelli messi nero su bianco dal governo delle destre-destre: tutti pronti per essere dati ai padroni. Nessun aumento salariale, nessuna politica espansiva, ma sempre e soltanto incentivi al mondo delle imprese, mentre per quello del lavoro solo restrizioni, costrizioni, divisioni interne e blandimento anche sul fronte sindacale. Nello specifico della CISL che, insieme all’UGL, è la sola applaudire le misure del “decreto Primo maggio“. Persino ciò che è previsto per i lavoratori simbolo dello sfruttamento massimo, i riders che portano a casa spesa, panini, sushi, kebap e altro ancora, c’è una beffa grande.

Li si vuol tentare di dimostrare che si colpisce l’intermediazione illecita, meglio conosciuta come “caporalato“, ma tutto quello che il governo fa è contrastare l’adozione di più account da parte di un singolo ciclofattorino, senza porre in concreto nessuna azione che vada nella direzione tracciata dalle contestazioni della magistratura alle grandi aziende che sfruttano il lavoro precario e le partite IVA aperte con enormi svantaggi. I giudici hanno, ormai da tempo, improntato una linea di accusa che muove dalla constatazione del fatto che lavoratrici e lavoratori in questi frangenti «percepiscono retribuzioni sicuramente non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro». Alla corretta constatazione magistratuale non corrisponde però un effettivo contrasto di questo regime della subordinazione tramite algoritmi che sono e veri e propri “caporali digitali“.

Le parole, per l’appunto: creano dei danni enormi quando servono a nascondere la verità dei fatti. I riders che lavorano come partite IVA, quindi non in regime di prestazione occasionale vincolato ad un massimo annuale di guadagno lordo di cinquemila euro (con ritenuta d’acconto del 20%), non possono nemmeno dirsi “autonomi” perché nella pratica operano come dipendenti di una azienda che è impersonale e che si manifesta nei loro confronti solo tramite la piattaforma, la app scaricata sui telefonini che è la selezionatrice degli ordini, che dispone tempi e modi di consegna, che, quindi, è identificabile, appunto, con la figura del “caporale“. Ma il governo Meloni si fa forte di dati che parlano di un aumento occupazione in assoluto: ciò che non viene detto è che, come sempre in questi casi, quelle cifre riguardano centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori a chiamata, a giornata.

Un tempo quando si guardava l’indice dell’occupazione ci si riferiva esclusivamente al lavoro a tempo indeterminato. Oggi i riferimenti sono molteplici, perché la contrattualità è esattamente tale e non perché virtuosamente adattata alle esigenze di chi è impiegato in una fabbrica, in un ufficio, in un lavoro più o meno usurante; semmai perché l’unica variabile da cui tutto dipende è la resa profittuale, l’arricchimento di poco a scapito dell’immiserimento di moltissimi. Quindi qui di “salario giusto” non si può assolutamente parlare, se non, per l’appunto, entro i termini di una propaganda di governo fatta sulla pelle dei più fragili e indigenti di questa disgraziata società immersa nell’economia di guerra fino ed oltre il collo. La decretazione meloniana, del resto, è classista dalla prima all’ultima parola: intende consentire una retribuzione costituzionale affidandone la generazione alle organizzazioni sindacali di maggiore rappresentatività.

Non si capisce perché le organizzazioni sindacali minori debbano essere escluse da questo processo di formazione e di tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Il tutto, poi, fatto – e siamo sempre nella distorsione delle parole e nell’artificialità di un linguaggio alterato a proprio, esclusivo piacere ed interesse – nel nome della Costituzione! Nel decreto del Primo maggio tutto è costruito molto accuratamente per essere una norma che va contro le protagoniste e i protagonisti della giornata internazionale del lavoro. Più che di un “salario giusto“, Meloni e ministri avrebbero fatto meglio ad essere intellettualmente onesti per una volta e chiamare l’insieme di queste disposizioni con il loro vero nome: “profitto opportuno” per le imprese di cui questo governo è il reggi coda, il cavalier servente, l’interprete esclusivo dei moderni tempi di ritrovata bellicosità in un nazionalismo esclusivistico.

La pericolosità rappresentata dal governo Meloni emerge in tutta la sua prepotenza nella saldatura tra i tentativi di destrutturazione democratica dell’equipollenza tra i poteri dello Stato e l’impronta ben marcata del suo essere apertamente e indefessamente un esecutivo iperliberista, il cui punto di vista nemmeno prende in considerazione un compromesso tra le classi sociali esistenti; punta a privilegiare solo le prerogative imprenditoriali e distribuisce al mondo del lavoro solo delle briciole spacciandole per miglioramenti delle condizioni generali in più e più settori. Se davvero avessero voluto intervenire sul fronte dell’aumento dei salari per renderli “giusti” (adeguati in qualche modo agli standard europei) avrebbero dovuto mettere mano alla progressività della fiscalità e della tassazione delle grandissime rendite.

Avrebbero dovuto promuovere, come maggioranza che si picca di essere patriotticamente vicina alla popolazione, una legislazione sulla diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Avrebbero dovuto istituire un salario minimo garantito capace di fronteggiare il tornado inflattivo che investe i prezzi dei generi alimentari, delle primarie esigenze di ciascuno, senza escludere farmaci, carburanti, servizi sociali, pensioni comprese. Avrebbero dovuto diminuire la spesa militare e investire nella scuola pubblica, potenziando i capitoli di spesa sull’ammodernamento delle strutture, sulla messa in sicurezza degli edifici, sull’acquisto di nuovi materiali per l’apprendimento e, nel caso delle università, per la ricerca. Ma questo governo, da quasi quattro anni a questa parte, si è mosso – come era assolutamente prevedibile – nell’esatta, opposta direzione.

Articolo tratto interamente da la Sinistra quotidiana 



La strage infinita nei luoghi di lavoro



Articolo da Pressenza

Al 17 aprile 2026, come certifica l’Osservatorio di Bologna sulle morti sul lavoro di Carlo Soricelli, sono già 299 i morti sul lavoro, che arrivano a 384 includendo anche quelli in itinere, con una media di 3,43 morti al giorno. Aperto il 1° gennaio 2008, a seguito della strage all’acciaieriaThyssenkrupp di Torino (dove nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2008 morirono sette lavoratori in un incendio), quello di Soricelli è il primo osservatorio nato in Italia (e ancora l’unico) che monitora e registra tutti i morti sul lavoro nel nostro Paese, anche quelli che non dispongono di un’assicurazione (morti in nero) o che ne hanno una diversa da INAIL: https://cadutisullavoro.blogspot.com/.

Siamo di fronte ad un’incredibile strage di lavoratori che non si riesce a fermare. Lavoratori che non di rado sono anziani costretti a dover ancora lavorare e a svolgere un lavoro pericoloso e stranieri: solo il 13% degli occupati è di origine straniera, ma il 25%, cioè un quarto, delle vittime sul lavoro registrate nel 2024 era immigrato.

Una strage che è figlia di un modo di fare impresa malato, che abusa, sfrutta e uccide le persone.

Di fronte a questa tragedia, le misure governative che si tenta di mettere in campo non sembrano andare nella giusta direzione.

E’ il caso del Decreto Sicurezza sul lavoro, approvato definitivamente alla fine dello scorso anno, che – a parere della CGIL – non cambia affatto le condizioni che producono infortuni e morti.

Per le lavoratrici e i lavoratori nulla di nuovo, anzi – aveva sottolineato al momento dell’approvazione del testo la segretaria confederale della CGIL, Francesca Re David – Dal testo è stata cancellata la previsione di allargare le prestazioni per malattie professionali e infortuni, ferme da 25 anni; è stata bloccata l’estensione dei diritti per i superstiti alle coppie di fatto e ai conviventi con figli, una scelta tutta ideologica, ancor più insopportabile di fronte a una tragedia; è stato rimosso l’obbligo, nel settore turistico-alberghiero-ristorazione, alla formazione sulla salute e sicurezza al momento dell’assunzione, dilatandolo a trenta giorni, con il risultato di escludere i lavoratori precari e, comunque, quelli nella fase più delicata di avvio al lavoro. Questi sono solo alcuni dei peggioramenti su cui la maggioranza di Governo si è esercitata. Non si possono più ascoltare dichiarazioni di cordoglio quando si è scelto, ancora una volta, di fare risparmi di cassa e <<semplificazione>> sulla pelle di chi lavora. La salute e la sicurezza sul lavoro sono per il Governo solo un costo”.

Oggi, 28 Aprile, è la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, dedicata quest’anno dall’ILO al benessere psicosociale: https://www.ilo.org/it/aree-tematiche/salute-e-sicurezza-sul-lavoro/giornata-mondiale-la-salute-e-la-sicurezza-sul-lavoro-2026.

Non è fatalità. È il sistema che va cambiato. La vita e la salute, fisica e mentale, delle lavoratrici e dei lavoratori va messa al centro. Basta precarietà, appalti selvaggi e scarsi investimenti. LE PERSONE SONO IL VALORE”. Questo lo slogan scelto dalla CGIL per celebrare questo importante appuntamento, riprendendo, in parte il tema del benessere mentale e organizzativo, assegnato quest’anno a livello mondiale e internazionale dall’ILO, ma rilanciando anche i temi che caratterizzano l’adesione della Cgil a livello nazionale.

Per l’occasione, la Federazione agroalimentare della Cisl ha invece tracciato con un report un bilancio dal 2020 ad oggi proponendo una più attenta tutela dei lavoratori e delle lavoratrici del settore agricolo. Il rapporto completo è stato pubblicato nell’ultimo numero della rivista del sindacato, “Fai Proposte”.

Nel periodo gennaio-febbraio 2026 gli infortuni sul lavoro denunciati sono stati in totale 91.912, contro gli 89.556 di gennaio-febbraio 2025: di questi, 3.245 riguardano l’agricoltura. Mentre nel complesso gli infortuni sono aumentati, dunque, in agricoltura sono leggermente diminuiti, passando da 3.529 a 3.245, di cui 3.099 sul lavoro e 146 in itinere. Gli eventi con esito mortale sono scesi da 138 a 102 in totale, in agricoltura sono passati da 16 a 5.

Tra gli aspetti preoccupanti evidenziati dal sindacato, la crescita delle malattie professionali. L’inizio del 2026 segna un aumento sia per uomini che donne: le denunce sono passate in totale dalle 14.917 del bimestre gennaio-febbraio 2025 alle 17.036 del 2026; significativo l’aumento anche in agricoltura, dove si è passati da 1.667 a 1.902 denunce per gli uomini e da 749 a 797 per le donne, per un totale di 2.699 denunce, contro le 2.416 di inizio 2025. I dati del rapporto fanno emergere una tendenza, sempre con riferimento all’agricoltura, che non ha subito grandi variazioni, a parte una importante diminuzione del 2,1% degli infortuni in occasione di lavoro. Nel 2020 le malattie professionali denunciate sono state 7.520, l’anno seguente 9.151, poi 10.015, successivamente 11.484 fino ai 14.026 casi del 2024. Anche nel 2025, si configura un aumento delle malattie professionali, passate a 15.346 (+9,4%), mentre gli infortuni risultano diminuiti da 24.207 a 23.695, ma sono aumentati da 102 a 106 gli infortuni con esito mortale.

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Fonte: Pressenza
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Articolo tratto interamente da Pressenza 

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Rana Plaza, tredici anni dopo



Articolo da Valori

La moda si dice sostenibile, ma chi cuce i vestiti resta invisibile. Tredici anni dopo il Rana Plaza, i diritti sociali sono ancora il punto.

Tredici anni fa, il 24 aprile 2013, un edificio di otto piani crollava a Dacca, in Bangladesh. Dentro c’erano cinque fabbriche tessili. Morirono almeno 1.138 persone, operai e operaie che quella mattina erano stati costretti a entrare nonostante le crepe nelle mura fossero già visibili. Il Rana Plaza non fu una fatalità, ma il risultato di un sistema basato su salari da fame, assenza di sindacati, controlli inesistenti. E una catena di fornitura globale che comprava a prezzi talmente bassi da rendere impossibile qualsiasi investimento in sicurezza.

Tredici anni dopo, l’industria della moda si è trasformata, almeno nella comunicazione. I brand pubblicano report di sostenibilità, le fabbriche ottengono certificazioni ambientali, le collezioni si chiamano “eco” o “green”. L’Europa ha cominciato a legiferare seriamente.

Eppure qualcosa manca: il dibattito sulla moda sostenibile si concentra sull’impatto ambientale, ma chi cuce i vestiti continua ad essere invisibile. Una sostenibilità a metà.

Fast fashion e sovrapproduzione: 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili l’anno

Che il settore della moda abbia un enorme impatto ambientale e climatico è indubbio. E la causa va rintracciata in un modello economico che impone di produrre sempre di più per consumare sempre più capi di qualità sempre più bassa. Tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di abbigliamento è raddoppiata, mentre il numero medio di volte in cui un capo viene indossato è diminuito del 36%, secondo l’Ellen MacArthur Foundation.

Le collezioni, che tradizionalmente erano due l’anno, sono diventate decine: ogni settimana i brand della fast fashion sfornano nuovi modelli rendendo obsoleti – e quindi non più desiderabili – i vecchi. Il risultato è una montagna di circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, la maggior parte in discarica o incenerita.

Ne abbiamo scritto nel nostro dossier sulla moda. Ed è su questo terreno che l’Unione europea ha scelto di intervenire con un pacchetto normativo tra i più ambiziosi mai adottati per un singolo settore.

Ecodesign e Epr: cosa cambia con la normativa europea sulla moda

La prima misura entrerà in vigore tra pochi mesi. Dal 19 luglio 2026, in forza del Regolamento europeo sull’ecodesign (Espr), le grandi imprese non potranno più distruggere articoli di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Le medie imprese avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi; le piccole sono per ora esentate.

Ad oggi la discarica e l’inceneritore sono un’opzione ordinaria per la gestione degli invenduti. Da luglio le aziende dovranno ripensare il modello inserendo donazione, ricondizionamento e riciclo delle fibre come uniche strade percorribili per smaltire il magazzino. Ciò comporta anche il ripensamento della sostenibilità a monte, visto che a limitare la possibilità di donare capi e riciclare tessuti è oggi la scarsa qualità dei materiali e delle confezioni. Per l’industria «cosa succede dopo» non è mai stato un problema, mentre produrre abiti a basso costo era la condizione di base per aumentare i profitti.

Sempre sul fronte dei rifiuti, quest’anno entrerà in vigore l’Epr tessile, la Responsabilità estesa del produttore. Mentre l’Espr vieta la distruzione di capi nuovi mai venduti, l’Epr riguarda i capi già acquistati e poi dismessi dal consumatore. Renderà i brand responsabili della raccolta, del riciclo e dello smaltimento dei propri prodotti a fine vita. Un dato chiarisce perché questa norma era urgente: oggi in Italia viene raccolta in modo differenziato solo il 12% dei tessili immessi al consumo. Il restante 88% viene smaltito come rifiuto generico.

Il passaporto digitale di ogni capo e la fine del greenwashing

Entro il 2027, ogni prodotto tessile immesso sul mercato europeo dovrà avere un Digital product passport (Dpp), una carta d’identità digitale accessibile via Qr code o Nfc. Scansionandolo, i consumatori – e le autorità doganali – potranno vedere la composizione esatta dei materiali, la percentuale di contenuto riciclato, le istruzioni per la riparazione e lo smaltimento, la tracciabilità della filiera produttiva. Per i brand, significa dover condividere informazioni sui fornitori e sui laboratori di confezione. Dati che fino ad oggi erano considerati riservati e che spesso nascondevano subappalti a cascata verso fabbriche con standard minimi.

Dal 27 settembre prossimo, con il recepimento italiano della direttiva europea 2024/825, sarà illegale usare termini come “eco-friendly”, “green”, “sostenibile”, “a zero emissioni” o “carbon neutral” senza prove verificabili. L’Agcm – l’Antitrust italiano – potrà chiedere documentazione a supporto di qualsiasi messaggio ambientale diffuso al pubblico e applicare sanzioni in caso di dichiarazioni ingannevoli. Dovrebbe essere la fine, almeno sulla carta, del greenwashing che ha caratterizzato la comunicazione della moda (e non solo) negli ultimi anni. Ma manca ancora all’appello la seconda direttiva che avrebbe dovuto istituire un meccanismo unico di verifica ex ante dei green claim volontari.

Il punto cieco della moda sostenibile: 75 milioni di lavoratori senza diritti

Queste iniziative europee, pur lodevoli, ruotano intorno a tre assi: impatto ambientale, trasparenza delle informazioni, economia circolare. Ciò che manca è l’attenzione ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici della filiera – circa 75 milioni di persone nel mondo, la grande maggioranza donne, concentrate nei paesi del Sud globale. 

Nel rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio” a cura della Campagna Abiti Puliti, emerge come l’attenzione per la sostenibilità ambientale non necessariamente vada di pari passo con un miglioramento delle condizioni di lavoro. Il Bangladesh è il Paese del mondo con il maggior numero di fabbriche certificate Leed. Una certificazione che rappresenta uno degli standard più riconosciuti a livello internazionale per valutare la sostenibilità degli edifici. Nelle otto fabbriche analizzate è assente qualsiasi rappresentanza sindacale e il divario tra salario pagato e minimo dignitoso è del 70%. Fabbriche con i pannelli solari sul tetto e senza sindacato.

Come sintetizza Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti: «Le politiche green, calate dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari».

Decidere di trattare la crisi ambientale e climatica e i diritti delle persone lavoratrici come questioni separate è una scelta politica precisa. Eppure, è solo affrontandole come complementari che possiamo realizzare una transizione giusta. Ovvero, politiche di tutela dell’ambiente e del clima che promuovano giustizia sociale.

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Fonte: Valori

Autore: 
Claudia Vago

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Articolo tratto interamente da 
Valori


Il pericolo del lavoro moderno

"Il pericolo del lavoro moderno è che l'uomo diventi schiavo non di un padrone in carne e ossa, ma del processo produttivo stesso. Quando l'eccellenza e la dignità vengono sacrificate sull'altare dell'efficienza e del profitto a ogni costo, lo sfruttamento diventa sistemico e invisibile. Non c'è più un tiranno da abbattere, ma una mentalità da cambiare che vede l'essere umano come una risorsa naturale da esaurire."

Hannah Arendt