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lunedì 13 luglio 2026

Le città sotto assedio del caldo: l’adattamento è ormai urgente



Articolo da Ambientenonsolo

Il progetto H2C evidenzia rischi crescenti per la salute nelle aree urbane e indica strategie concrete per affrontare ondate di calore e isole di calore urbane

Le città sono sempre più esposte agli effetti delle ondate di calore e del cambiamento climatico, con impatti diretti sulla salute dei cittadini. È questo il messaggio centrale del report “Chaleur & Santé en ville” del progetto H2C, coordinato da L’Institut Paris Region, che analizza in profondità il legame tra clima urbano, esposizione alla temperatura e rischi sanitari. 

Città più calde: il ruolo dell’isola di calore urbana

Le aree urbane presentano caratteristiche – densità edilizia, materiali impermeabili, scarsa vegetazione – che modificano il clima locale. Il risultato è il fenomeno dell’isola di calore urbana, che rende le città significativamente più calde rispetto alle aree rurali, soprattutto di notte.

Durante le ondate di calore, questo effetto si amplifica, aumentando l’esposizione della popolazione a temperature elevate e riducendo la capacità di recupero fisiologico, in particolare nelle ore notturne.

Impatti sulla salute: una minaccia concreta

Gli effetti della temperatura elevata sulla salute sono già evidenti. Il report ricorda che eventi estremi come la canicola del 2003 hanno causato decine di migliaia di morti in Europa, con circa 15.000 decessi in Francia e migliaia anche a livello urbano. 

Più in generale:

  • la mortalità aumenta con l’aumentare delle temperature
  • crescono ricoveri e accessi ai pronto soccorso
  • aumentano i rischi per malattie cardiovascolari, respiratorie e renali

Particolarmente vulnerabili risultano:

  • anziani
  • persone con patologie croniche
  • popolazioni socialmente fragili
  • cittadini esposti a condizioni abitative sfavorevoli

Disuguaglianze e vulnerabilità urbana

Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dal progetto H2C è la forte dimensione sociale del rischio.

La vulnerabilità al caldo dipende da tre fattori principali:

  • esposizione (quanto si è esposti alle alte temperature)
  • suscettibilità individuale (età, salute)
  • capacità di adattamento (condizioni economiche, qualità dell’abitare) 

Le aree urbane più dense e con minori risorse risultano quindi più esposte agli impatti sanitari, accentuando le disuguaglianze.

Caldo e inquinamento: un rischio combinato

Il report evidenzia anche la stretta relazione tra calore e qualità dell’aria. Le alte temperature favoriscono la formazione di ozono e aggravano l’inquinamento atmosferico, aumentando ulteriormente i rischi sanitari.

Questo effetto combinato rappresenta una delle principali sfide ambientali e sanitarie nelle città europee.

Spazi verdi: una soluzione chiave ma non sufficiente

La vegetazione urbana emerge come uno degli strumenti più efficaci per contrastare il caldo. Parchi e alberature:

  • riducono le temperature attraverso ombra ed evapotraspirazione
  • migliorano il comfort termico
  • offrono benefici per la salute e il benessere

Tuttavia, il loro effetto dipende da diversi fattori:

  • dimensione e distribuzione degli spazi verdi
  • disponibilità di acqua
  • condizioni meteorologiche

In particolare, nelle notti senza vento, i parchi possono diventare veri e propri “rifugi climatici”, con temperature inferiori anche di diversi gradi rispetto alle aree costruite.

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Fonte: Ambientenonsolo

Autore: Ambientenonsolo
Articolo tratto interamente da Ambientenonsolo 

Immagine generata con intelligenza artificiale


Il razzismo

"Il razzismo non è semplicemente un'opinione politica errata o un pregiudizio superficiale che si può cancellare con un dibattito; si tratta di una profonda deformazione della psiche umana che corrompe la capacità di amare, distorce la percezione della realtà e spinge intere società a giustificare l'ingiustizia sistematica pur di proteggere i propri privilegi economici e storici."

Nadine Gordimer


La storia di Frida Kahlo


Video credit IL LATO POSITIVO caricato su YouTube


Genova ospita l'assemblea nazionale No Kings con i movimenti uniti contro guerra e autoritarismo

 

Articolo da GlobalProject

Il 18 luglio a Palazzo Ducale la rete No Kings chiama movimenti, territori e realtà sociali a costruire nuove convergenze verso l'autunno

Il 18 luglio, dentro le giornate per i 25 anni dal G8 di Genova, la rete No Kings si ritrova a Palazzo Ducale per costruire convergenze tra movimenti sociali, lotte territoriali, pratiche democratiche e mobilitazioni contro riarmo, repressione e concentrazione del potere.

Venticinque anni dopo il G8 del 2001, Genova torna a essere un luogo decisivo per interrogare il presente. Non solo uno spazio della memoria, ma un punto di attraversamento politico tra le ferite ancora aperte di allora e le nuove forme del comando globale. Dentro il programma di “25Genova 2001-2026”, sabato 18 luglio 2026 si terrà a Palazzo Ducale l’Assemblea nazionale No Kings, nella Sala del Maggior Consiglio, con apertura dei lavori in mattinata.

La scelta di Genova non è neutra. Nel luglio 2001, il movimento dei movimenti seppe nominare con una forza straordinaria la sproporzione tra pochi centri di potere e la vita di miliardi di persone. Oggi quello stesso nodo ritorna, ma dentro una composizione del dominio più frammentata e più feroce: guerra permanente, economie del riarmo, crisi climatica, frontiere, piattaforme digitali, rendita urbana, estrazione di valore dai territori e dai corpi.

Dire No Kings significa allora rifiutare l’idea che il mondo debba essere governato da sovrani, autocrati, padroni della finanza, signori della guerra, proprietari delle città, gestori delle frontiere e nuovi oligarchi tecnologici. Non si tratta soltanto di opporsi alle figure più evidenti dell’autoritarismo globale, ma di leggere il modo in cui la crisi della democrazia liberale si salda alla normalizzazione della guerra, alla repressione del dissenso e alla trasformazione della sicurezza in dispositivo ordinario di governo.

L’assemblea del 18 luglio nasce da questa consapevolezza: non basta resistere, bisogna costruire connessioni e avanzamenti politici collettivi. No Kings fin dall'inizio si è proposto come spazio di convergenza tra movimenti sociali, reti civiche, organizzazioni, territori e pratiche di democrazia radicale impegnate contro autoritarismo, guerre, disuguaglianze e concentrazione del potere. La grandissima riuscita della due giorni romana del 27 e 28 marzo lo dimostrano ampiamente. L'appuntamento di Palazzo Ducale rappresenta allo stesso tempo un momento di verifica, di rilancio e di allargamento.

La giornata del 18 luglio si colloca infatti dentro un calendario più ampio di iniziative che attraverserà Genova dal 17 al 21 luglio, con appuntamenti dedicati a repressione, capitalismo della sorveglianza, cittadinanza digitale, intelligenza artificiale, memoria di Carlo Giuliani, Diaz, diritto al dissenso e continuità delle lotte sociali. L’assemblea No Kings sarà anche e soprattutto un passaggio organizzativo verso l’autunno. I lavori prevedono una sessione plenaria e tavoli tematici su guerra e riarmo, migranti, diritti sociali, territorio, repressione, lavoro, casa, salute, ambiente ed energia. Tra i temi in discussione ci sarà anche la proposta di una mobilitazione europea coordinata con studenti e sindacati per il 20, 21 e 22 novembre.

È qui che l’appuntamento genovese assume un significato più largo. Dopo mesi segnati dall’accelerazione bellica europea, dal riarmo come nuova grammatica economica, dalla complicità dei governi occidentali nel genocidio in Palestina, dall’attacco ai diritti sociali e dalla torsione securitaria delle democrazie, il problema non è semplicemente sommare vertenze. La sfida è costruire una nuova capacità di confederare lotte differenti senza neutralizzarne le specificità.

Guerra e carovita, repressione e precarietà, crisi climatica e rendita, frontiere e lavoro povero, controllo digitale e impoverimento democratico non sono capitoli separati. Sono parti dello stesso paesaggio. I “re” contro cui si muove No Kings non abitano soltanto i palazzi del potere politico, ma anche le filiere economiche che trasformano la guerra in profitto, la casa in rendita, la mobilità in confine, la città in vetrina, i dati in comando, la crisi ecologica in nuova occasione estrattiva.

Per questo Genova può diventare un passaggio importante: perché permette di tenere insieme memoria e organizzazione, storia e futuro, trauma e possibilità. I No Kings lo sintetizzano con chiarezza: non vogliono re né padroni, e si oppongono a guerra, autoritarismo e concentrazione del potere. Ricordare il 2001 non significa consegnarlo all’archivio, ma riconoscere che molte delle domande poste allora sono tornate con ancora maggiore urgenza: chi decide sulle nostre vite? Chi accumula ricchezza dalle crisi? Chi paga il prezzo della guerra, delle frontiere, della devastazione ambientale? Quali forme di democrazia possono nascere quando quelle esistenti vengono svuotate dall’alto?

No Kings prova a rispondere a queste domande non con un’identità chiusa, ma con un metodo: allargare alleanze, connettere territori, costruire campagne, organizzare mobilitazioni concrete. Non una sommatoria indistinta, ma uno spazio in cui la lotta contro autoritarismo e guerra possa intrecciarsi con le pratiche sociali che già producono alternative: mutualismo, solidarietà internazionale, ecologia politica, lavoro, reddito, movimenti per la casa, reti antirazziste, femministe e transfemministe, esperienze di democrazia dal basso.

Genova, ancora una volta, può essere una soglia. Non il luogo di una nostalgia, ma quello di una ripartenza. Il 18 luglio l’Assemblea nazionale No Kings proverà a trasformare la memoria in forza comune, il rifiuto dei nuovi sovrani in organizzazione collettiva, la denuncia dell’autoritarismo in una pratica politica capace di guardare all’autunno e oltre.

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Autore: redazione GlobalProject
Licenza: Creative Commons (non specificata la versione

Articolo tratto interamente da GlobalProject  


Diaz - Don't Clean Up This Blood: recensione del film




Diaz - Don't Clean Up This Blood è un film del 2012 diretto da Daniele Vicari.

Trama 

La notte del 21 luglio 2001 93 persone, di età, nazionalità e condizione sociale differente, si trovano a pernottare nella scuola Diaz, messa a disposizione dal comune di Genova come dormitorio, sede del media center e dell'assistenza legale dell'organismo promotore, dopo che, durante la giornata, un automezzo della polizia, passato più volte di fronte all'edificio, è stato per alcuni momenti circondato da un gruppo di no-global e fatto oggetto del lancio, andato a vuoto, di una bottiglia di vetro; le vicende di alcune di loro si intrecciano con gli avvenimenti che seguiranno.

Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna il quale, dopo l'arrivo in redazione della notizia della morte di Carlo Giuliani, in seguito agli scontri per il G8, avvenuti il 20 luglio, decide di recarsi personalmente a Genova per documentare l'evolversi dei fatti. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri ed è rimasta sconvolta per la violenza cui ha assistito che, insieme a Marco, facente parte dell'organizzazione del Genoa Social Forum, e all'amica Franci, un avvocato del Genoa Legal Forum, si mette a disposizione per la ricerca dei dispersi. Nick è un manager che si occupa di economia solidale e che si trova a Genova per un seminario.

Anselmo è un anziano militante del Sindacato Pensionati Italiani della CGIL, che ha partecipato alle manifestazioni sindacali contro il G8, prendendo parte al corteo pacifico. Bea e Ralf sono a Genova di passaggio e devono ripartire per altre mete ma, in attesa della partenza, decidono di pernottare in città, utilizzando uno degli alloggi messi a disposizione dei manifestanti. Etienne e Cecile sono due anarchici francesi, diretti protagonisti della guerriglia e degli scontri di quei giorni. Max è un vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, il quale si è attirato le critiche di molti colleghi perché in mattinata ha preso la decisione di non ordinare una carica contro i black bloc, al fine di evitare il coinvolgimento di tanti pacifici manifestanti addossati a una scogliera.

I destini di tutti loro e di altri manifestanti si incrociano drammaticamente quando, dopo le 23:50 i poliziotti fanno irruzione nella scuola, allo scopo di giustificare agli occhi dell'opinione pubblica sia il mancato mantenimento dell'ordine pubblico durante le grandi manifestazioni di protesta che il comportamento violento delle forze dell'ordine durante le giornate precedenti, procedura già precedentemente messa in atto con un furgone, filmato da un elicottero, dal quale vengono distribuite spranghe ed altri oggetti contundenti ai manifestanti da soggetti in seguito mai identificati, lamentando inoltre l'aggressione subita dall'automezzo della polizia alcune ore prima.

L'irruzione si svolge rapidamente e senza resistenza da parte dei presenti ma, nonostante nell'edificio non si trovino i black bloc, gli agenti aggrediscono con inaudita violenza, crudeltà e sadismo le persone all'interno della scuola, le quali, dopo essere state ferite (alcune in modo grave) vengono arrestate; lo stesso destino subiscono coloro che, a causa delle ferite, sono stati immediatamente trasportati in ospedale, prolungando, dopo essere stati rinchiusi nella caserma di Bolzaneto, l'universo di violenza già subito durante l'irruzione. 

Curiosità sul film

Diaz è il nome della scuola di Genova, resa celebre per la violenta irruzione della polizia, avvenuta la sera del 21 luglio 2001, al termine dei lavori della conferenza del G8 di Genova.

Il film è anche conosciuto semplicemente come Diaz (titolo sulla locandina) o Diaz - Non pulire questo sangue.

Il trailer alterna frasi, immagini (disordini, polizia, giornalisti) e scritte: "Questo è il primo movimento di massa della storia che non sta chiedendo niente per se stesso" e "Quella notte per 93 persone inizia un incubo" e si chiude con l'immagine di una donna che attacca a una finestra chiusa da una griglia un foglio di carta con il sottotitolo del film manoscritto.

La mia opinione

Non è solo un film: è un grido, una memoria incancellabile della brutale irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova nel 2001. Vicari mette in scena il caos, la paura e la violenza di quei momenti con una tensione narrativa palpabile. Assolutamente da guardare e soprattutto riflettere.

Voto: 8

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Lucciole di Romana Rompato


Lucciole 

Sopra ogni stelo, di sera,
scintilla una verde perlina;
è una lucciola ballerina
che tremola nell'ombra nera.
Trema, si accende, si appanna,
dispare, poi luccica ancora;
sembra il lumino d'una capanna
che veglia innanzi all'aurora.
Lucciole, azzurre faville,
 semi di luce perduti dal sole,
la terra schiude le sue fresche aiuole
pei vostri, nidi, a cento, a mille;
e tutte insieme voi filate in aria
lunghe matasse di raggi d'oro,
mentre la luna guarda solitaria,
le vostre danze di messidoro.

 Romana Rompato



La fine della solidarietà: come la modernità ha sbriciolato i legami sociali



Articolo da La Fionda

I.

Che cosa significa, esattamente, pensare tenendo conto del criterio della totalità? Quest’ultima è il principio che precede le parti e le rende intelligibili come momenti di un unico processo. Totalità qui non designa un ordine ora smarrito ma il criterio metodologico senza il quale il pensiero si limita a registrare accadimenti. Senza di essa, ogni fenomeno si dà come accadimento isolato, autosufficiente e privo di storia — una merce fra le merci, nient’altro che eventi senza radice comune. È questa la condizione a cui il mercato contemporaneo riduce l’esperienza stessa: la frantumazione del reale in oggetti discreti. Pensare per frammenti è la forma assunta dalla coscienza quand’essa si adegua alla struttura del mondo che la produce.

Da qui l’urgenza di una postura diversa: l’introduzione di una discontinuità nel flusso ininterrotto delle narrazioni che si autoconfermano. È un lavoro sotterraneo, invisibile per lunghi tratti, che non si accontenta della superficie fenomenica ma scava fino alla struttura ontologica— e che quando riemerge non porta alla luce un fatto in più, bensì la legge che ordinava, magari all’insaputa degli attori, la serie intera dei fatti.

II.

Giunto al culmine della propria espansione, ogni ordine egemonico produce l’illusione di essersi sottratto al tempo — di aver realizzato, nella propria configurazione storica particolare, la forma definitiva dell’umano. È l’illusione che ha attraversato l’Occidente collettivo, e in particolare l’Unione europea, negli ultimi decenni: la propria egemonia economica, militare e culturale — temporanea per definizione, come ogni configurazione storica — è stata imposta ideologicamente come una legge di natura.

Proprio perché si tratta di una configurazione storica, e non di un’essenza, però, essa reca in sé il proprio limite: le regole del gioco — commerciali, monetarie, militari — non sono mai neutre; codificano, nel momento in cui vengono scritte, gli interessi di chi controlla la base materiale della produzione mondiale. Quando quella base si sposta — produzione, capacità industriale, innovazione infrastrutturale, demografia — le regole smettono di corrispondere a chi detiene ora il potere egemonico, e il potere geopolitico si sposta perché nessun ordine sopravvive quando mutano i rapporti di forza.

Occorre qui evitare una lettura consolatoria di questo spostamento: come se il capitalismo globale fosse un sistema capace di autoregolarsi senza traumi. È vero piuttosto il contrario: si tratta di una dialettica spaziale gerarchica, intrinsecamente conflittuale, in cui ogni riequilibrio materiale produce una violenza proporzionale alla resistenza che la forma declinante oppone al proprio superamento. Un ordine che ha smarrito il proprio fondamento nell’economia reale, parlo dell’ordine occidentale, e che tuttavia vuole continuare a consumare più di quanto produce, non può che ricorrere alla coercizione extra-economica — la sanzione, il dazio, infine l’intervento armato — al fine di negare un declino che, tuttavia, non è destino ma l’esito di rapporti di forza che restano, in ogni istante, ancora da giocare. È il paradosso di ogni tramonto: quanto più si cerca di opporsi ad esso, tanto più si conferma di non possedere più i mezzi per negarlo altrimenti che con la forza.

III.

Che cos’è, propriamente, la sovranità? Non è certo una sostanza che si  possieda una volta per tutte. Sovrano è chi decide quando le regole ordinarie non bastano a orientare l’azione, ossia chi si assume la responsabilità di dichiarare l’eccezione. Se questo è vero, allora la vera crisi della sovranità europea consiste in una sorta di abdicazione: le classi dirigenti del continente hanno smesso di decidere, e si sono trasformate in pura cinghia di trasmissione di decisioni prese altrove.

Questo è un punto che merita di essere pensato fino in fondo, perché tocca la differenza fra potere e violenza. Il potere legittimo nasce dall’agire-in-concerto, dalla capacità di una collettività di darsi fini comuni e di deliberare su di essi; la violenza (non necessariamente cruenta) subentra proprio laddove è venuta meno la legittimazione. Un continente che ha rinunciato a decidere della propria sicurezza, della propria energia, della propria collocazione nel mondo, non ha semplicemente perso potere: ha reso possibile che la violenza — economica anzitutto, e potenzialmente altro — riempia il vuoto lasciato da quella rinuncia. La politica interna, in questo scenario, non fa che inscenare un simulacro di decisione, mentre le scelte reali vengono sigillate altrove: nel potere della potenza dominante (Gli Stati Uniti), nei flussi impersonali dei mercati e nei decreti di comitati tecnici che nessuna volontà collettiva ha costituito.

IV.

Il culmine della razionalizzazione produce, paradossalmente, un mondo disincantato che tuttavia si richiude su di sé come una gabbia non meno vincolante di una teologia. Il paradosso si scioglie se si comprende che il disincanto non elimina il sacro ma lo trasferisce altrove: il tecnocapitalismo della modernità avanzata si installa nell’immaginario collettivo come fede totalizzante nei propri dogmi indiscutibili — la crescita infinita, l’efficienza dei mercati come ordine naturale — e nei propri sacerdoti.

Vi è un meccanismo profondo in questa mutazione: ciò che nasce come puro mezzo — lo strumento di scambio — tende strutturalmente a farsi fine assoluto, e in questo movimento trasforma ogni qualità in quantità commensurabile. È lo stesso movimento che oggi riduce ogni forma di esperienza umana alla metrica del calcolo utilitaristico. In questo contesto la politica, benché conservi un’apparenza formale di tipo procedurale, viene dichiarata di fatto obsoleta, e al suo posto si insedia un’imposizione tecnica che pre-ordina ogni possibilità entro la categoria della disponibilità e dell’efficienza: “ce lo chiede il mercato”, “lo richiede l’efficienza tecnologica”, formule che non argomentano più nulla perché si presentano come pura constatazione di un ordine naturale. In questa cornice, quando non è sommerso dal rumore sistemico, il dissenso può scegliere fra l’indifferenza e la patologizzazione.

V.

Second il grande Hegel, comprendiamo una forma storica solo quand’essa è già compiuta: il pensiero arriva sempre troppo tardi rispetto alla vita che pretende di afferrare. Emerge talvolta un atteggiamento che intende forzare questa necessità: pretendere di comprendere una forma storica ancora in divenire applicandole categorie del passato — un letto di Procuste troppo corto in cui si mutila il reale per farlo entrare in una misura che non le appartiene. Il multipolarismo che oggi si annuncia è un fatto strutturale: una rottura dell’involucro che per alcuni decenni ha protetto l’espansione di un unico modello. Restituirgli pensabilità significa rifiutare tanto l’ottimismo quanto il pessimismo, e assumersi il compito — arduo, perché privo di garanzie — di costruire le categorie che possano seguire un reale ancora in movimento, invece di inseguirlo quando sarà, come sempre, già tardi.

VI.

Non esiste discontinuità fra i grandi assetti geopolitici e le dinamiche che attengono alla soggettività: entrambe obbediscono alla medesima operazione. Vi è un momento in cui l’economia si è staccata dal tessuto sociale e dall’etica per farsi sfera autonoma e autoregolata. Si è prodotta così una soggettività separata dal tessuto di relazioni che un tempo fornivano le basi dell’identità sociale e individuale.

È una trama di relazioni concrete a costituire ciò che potremmo chiamare un mondo comune, ossia lo spazio intersoggettivo nel quale  l’azione e la parola acquistano senso. La perdita di questo tessuto non produce individui più liberi: produce una “irrealtà” che si potrebbe chiamare assenza di mondo — una condizione in cui il venir meno dei legami, costituisce la premessa di ogni dominio, perché un soggetto privo di appartenenze stabili è anche privo di ogni punto d’appoggio sulla base del quale poter resistere.

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Fonte: La Fionda

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