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venerdì 20 marzo 2026

Difendi la Costituzione: vota NO!

 


Domenica e lunedì l’Italia è chiamata a un voto decisivo. Non è solo un tecnicismo: è una scelta sul futuro della nostra democrazia e sulla tutela dei tuoi diritti.

🔴 Perché votare NO?

Questa riforma non accelera i processi, non svuota le carceri e non assume personale. Serve solo a indebolire chi deve controllare il potere.

  • Difendiamo l'indipendenza: Separare le carriere e colpire il CSM significa mettere i magistrati sotto il possibile controllo della politica. Un giudice non deve rispondere ai partiti, ma solo alla legge.

  • La legge deve essere uguale per tutti: Senza una magistratura autonoma, chi ha potere, soldi e influenze sarà sempre più "protetto". Il NO garantisce che nessuno sia al di sopra della Costituzione.

  • Contro la corruzione e le tangenti: In un Paese dove la corruzione e il malaffare sottraggono miliardi alla collettività, abbiamo bisogno di una magistratura forte, non di una giustizia "azzoppata" che fatica a indagare sui colletti bianchi.

🕯️ In memoria di chi ha pagato con la vita

Votare NO significa onorare la memoria di uomini come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti i magistrati che hanno sacrificato la vita per combattere le mafie e il malaffare. Loro credevano in una magistratura unita e indipendente, presidio di libertà contro ogni forma di prevaricazione. Non smantelliamo ciò che hanno costruito col sangue.

Ricorda: in questo referendum NON c’è il quorum. Vince chi prende anche un solo voto in più. Se resti a casa, lasci che siano gli altri a decidere per te.

“La magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.” (Art. 104 della Costituzione)

📍 Quando si vota:

  • Domenica 22 marzo: dalle 7:00 alle 23:00

  • Lunedì 23 marzo: dalle 7:00 alle 15:00

Difendi la Costituzione. Proteggi la tua libertà. Vota NO! 

PS

Ringrazio tutti quelli che hanno sostenuto l'iniziativa Blogger uniti per il no, i vari post che avete condiviso sui social, compreso i miei reel. Adesso la parola passa alle urne.



La questione morale...


"La questione morale esiste da tempo. Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico."


Enrico Berlinguer


C’era un paese che si reggeva sull’illecito...


"C’era un paese che si reggeva sull’illecito, non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia. Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.

In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.

Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una contro società di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una contro società che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la contro società degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è."

Italo Calvino

Tratto da Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti di Italo Calvino


Chi teme la giustizia attacca i magistrati: Falcone lo aveva già visto



Articolo da Pressenza

Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura”

Giovanni Falcone

Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva perché era così.

Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e trasversali provenienti da diversi settori, sia di destra che di sinistra, che aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e professionale, che ha contribuito a isolarlo.

Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura” (sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che il fenomeno del correntismo è da decenni, per la maggioranza, pendente a destra, pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso era un magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica interna alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste.

Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con “istituzionale”.

Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, si vide l’allora Sindaco di Palermo accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici della mafia nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione con la mafia del politico democristiano Salvo Lima.

Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente, senza mai pentirsi amaramente.

Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo, nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche, con la caratteristica di nascondersi dietro “lecite opinioni” e di essere sempre presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli “uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali (sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzionali che dovevano essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati).

Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del Maurizio Costanzo Show abbia iniziato ad applaudire. Un applauso anacronistico, un paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la denigrazione e la legittimazione della magistratura.

Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco).

La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è sempre stata profondamente “idiota” nel senso greco non-dispregiativo del termine.

Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le “persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”, “inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona “priva di intelligenza o senno”.

Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci, il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria, incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione, interiorizzando la volontà dei “padroni”.

Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone, renderlo distante dall’opinione pubblica.

Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli “utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro narrazione fosse la narrativa perfetta usata dal potere per poter delegittimare e isolare Falcone insieme a Borsellino e molti altri magistrati.

Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la protegge?”.

Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribattè: “Se fino ad ora sono vivo mi è andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro, ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”.

“No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias.

La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone, ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte incombere (“come hanno preso altri, prenderanno anche me”) sentiva che non aveva solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza istituzionale non lo desse a vedere. Falcone era stato abbandonato dalla Stato, nonostante il suo incarico ministeriale. E così rispose.

Poi, quando venne ucciso, si calò improvvisamente il sipario su quello che la gente viveva quotidianamente immersa nel senso comune, venendo catapultata in un altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia, Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa facesse veramente Falcone durante il giorno.

Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre prima lo snobbavano, o addirittura negavano l’esistenza della mafia stessa.

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Fonte: Pressenza

Autore: Lorenzo Poli

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Articolo tratto interamente da Pressenza 


Il Libano potrebbe diventare la prossima Gaza, avverte un alto funzionario delle Nazioni Unite



Articolo da Wikinotícias

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Wikinotícias 

Mercoledì (18), la crisi umanitaria in Libano, causata dalla persistenza degli attacchi israeliani, potrebbe finire per assomigliare a quella verificatasi a Gaza, ha detto a Euronews Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore dei soccorsi di emergenza.

"Temo, infatti, che il Libano possa diventare la prossima Gaza", ha dichiarato il massimo funzionario umanitario delle Nazioni Unite durante l'intervista al programma di Euronews "12 Minutes with", aggiungendo che "in realtà, temo questo perché è ciò che sentiamo dire da alcuni ministri israeliani in questo momento, che usano un linguaggio sempre più belligerante riguardo a ciò che intendono fare al Libano". Gli attacchi israeliani si sono verificati principalmente nel Libano meridionale e nella periferia meridionale di Beirut.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha avvertito che i libanesi costretti ad abbandonare le proprie case non potranno farvi ritorno finché non sarà garantita la sicurezza degli israeliani nel nord del Paese, paragonando la situazione a quella di Gaza.

La situazione del conflitto in Medio Oriente ha raggiunto un nuovo livello di gravità. Sabato (14), il governo israeliano, guidato dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha minacciato pubblicamente di trasformare il Libano in una "nuova Gaza" se gli attacchi del gruppo Hezbollah non si fossero fermati. La dichiarazione giunge in un momento di intensificazione dei bombardamenti, che hanno già provocato centinaia di vittime civili e mobilitato gli sforzi diplomatici in tutto il mondo.

Dall'inizio di marzo, la controffensiva israeliana in Libano ha causato la morte di quasi 800 persone, tra cui circa 100 bambini. Recentemente, nuovi raid aerei sulla città di Sidone, strategicamente situata tra la capitale Beirut e il confine meridionale, hanno provocato la morte di quattro persone.

Un altro attacco su larga scala ha colpito un centro sanitario nel sud del Paese, uccidendo 23 persone, tra cui 12 medici. Israele giustifica le sue azioni affermando che Hezbollah utilizza ambulanze e infrastrutture civili per scopi militari, mentre le autorità libanesi condannano la portata sproporzionata degli attacchi.

Gli esperti di diritto internazionale suggeriscono che la strategia di Israele potrebbe andare oltre la semplice neutralizzazione militare. Secondo il professor Salem Nasser, l'obiettivo sarebbe quello di stabilire una "zona di sicurezza" nel Libano meridionale.

Secondo l'analisi, questa zona di sicurezza richiede che il territorio venga evacuato non solo dai combattenti, ma anche dai suoi abitanti civili. I bombardamenti sui villaggi meridionali mirerebbero a costringere gli abitanti ad abbandonare la regione, in modo che, secondo il piano israeliano, queste persone non facciano ritorno. L'esercito israeliano ha distribuito volantini a Beirut avvertendo che la devastazione potrebbe essere simile a quella vista nella Striscia di Gaza se il lancio di razzi non cessasse.

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Fonte: Wikinotícias

Autori: vari

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Articolo tratto interamente da 
Wikinotícias


20 marzo 1994 – A Mogadiscio, in Somalia vengono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Ilaria Alpi giunse per la prima volta in Somalia nel dicembre 1992 per seguire, come inviata del TG3, la missione di pace Restore Hope, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991, dopo la caduta di Siad Barre. Alla missione prese parte anche l'Italia, superando in tal modo le riserve dell'inviato speciale per la Somalia, Robert B. Oakley, legate agli ambigui rapporti che il governo italiano aveva intrattenuto con Barre nel corso degli anni ottanta.

Le inchieste della giornalista si sarebbero poi soffermate su un possibile traffico di armi e di rifiuti tossici che avrebbero visto, tra l'altro, la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni italiane:[1][2][4][5] Alpi avrebbe infatti scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici prodotti nei paesi industrializzati e dislocati in alcuni paesi africani in cambio di tangenti e di armi scambiate con i gruppi politici locali. Nel novembre precedente all'assassinio della giornalista, era stato ucciso, sempre in Somalia e in circostanze misteriose, il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.[6]

Alpi e Hrovatin furono uccisi in prossimità dell'ambasciata italiana a Mogadiscio, a pochi metri dall'hotel Hamana, nel quartiere Shibis; in particolare, in corrispondenza dell'incrocio tra via Alto Giuba e corso Somalia (nota anche come strada Jamhuriyada, corso Repubblica). La giornalista e il suo operatore erano di ritorno da Bosaso, città del nord della Somalia: qui Ilaria Alpi aveva avuto modo di intervistare il cosiddetto sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor, che riferì di stretti rapporti intrattenuti da alcuni funzionari italiani con il governo di Siad Barre, verso la fine degli anni ottanta e successivamente, negli ultimi cinque minuti finali del colloquio, su domanda esplicita della Alpi, parlò della società di pesca italosomala Shifco, azienda della quale lo stato italiano aveva donato dei pescherecci che furono usati molto probabilmente anche per il trasporto dei rifiuti.[7] L'intervista durò probabilmente 2 ore ma arrivarono in redazione RAI poco meno di 15 minuti.[8] La giornalista salì poi a bordo di alcuni pescherecci, ormeggiati presso la banchina del porto di Bosaso, sospettati di essere al centro di traffici illeciti di rifiuti e di armi: si trattava di navi che inizialmente facevano capo ad una società di diritto pubblico somalo e che, dopo la caduta di Barre, erano illegittimamente divenute di proprietà personale di un imprenditore italo-somalo. Tornati a Mogadiscio, Alpi e Hrovatin non trovarono il loro autista personale, mentre si presentò Ali Abdi, che li accompagnò all'hotel Sahafi, vicino all'aeroporto, e poi all'hotel Hamana, nelle vicinanze del quale avvenne il duplice delitto. A bordo del mezzo si trovava altresì Nur Aden, con funzioni di scorta armata.

Sulla scena del crimine arrivarono subito l'imprenditore italiano Giancarlo Marocchino e gli unici giornalisti italiani presenti a Mogadiscio: Giovanni Porzio e Gabriella Simoni. Una troupe americana (un libero professionista che lavorava per un network americano) arrivò mentre i colleghi italiani spostavano i corpi dall'auto in cui erano stati uccisi, successivamente portati al Porto vecchio. Una troupe della Televisione svizzera di lingua italiana si trovava invece all'Hotel Sahafi (dall'altra parte della linea verde) e filmò su richiesta di Gabriella Simoni - perché ci fosse un documento video - le stanze di Miran e Ilaria e gli oggetti che vennero raccolti.[9]

Il duplice omicidio determinò l'apertura di due distinti procedimenti penali a carico di ignoti: l'uno, presso la procura di Roma, per la morte di Alpi (p.p. 2822/94 RGNR mod. 44); l'altro, presso la procura di Trieste, per la morte di Hrovatin (p.p. 110/1994 RGNR mod. 44). Titolari delle indagini erano, rispettivamente, i sostituti procuratori Andrea De Gasperis e Filippo Gulotta; in seguito, il 22 marzo 1996, il procuratore capo di Roma Michele Coiro affiancò a De Gasperis il sostituto Giuseppe Pititto, senza tuttavia procedere ad una revoca formale delle indagini nei confronti di De Gasperis.

Pititto dette alle indagini un impulso significativo: dispose l'autopsia sul corpo di Alpi, laddove, in precedenza, erano stati effettuati soltanto rilievi necroscopici esterni; richiese una nuova consulenza tecnica balistica, a seguito della quale fu accertato che i colpi furono inferti alla giornalista a una distanza ravvicinata, alla stregua di un'esecuzione, mentre la prima consulenza, effettuata nel maggio 1994, aveva accreditato l'ipotesi che i colpi fossero stati sparati da lontano; soprattutto, il 12 giugno 1997 convocò a Roma, quali persone informate sui fatti, Mohamed Nur Aden, la guardia del corpo della giornalista, e Sidi Ali Abdi, che aveva accompagnato i due cronisti dall'aeroporto di Mogadiscio fino all'hotel Hamana, in prossimità del quale era avvenuto il duplice omicidio (sia Nur Aden che Ali Abdi erano stati rintracciati dalla Digos di Udine).

Il 16 giugno 1997, tuttavia, il nuovo procuratore capo di Roma, Salvatore Vecchione, revocò la titolarità delle indagini a Pititto per assegnarla a Franco Ionta. La motivazione addotta in proposito fu che Pititto avrebbe assunto la gestione del procedimento senza informare il contitolare delle indagini, De Gasperis, di fatto estromettendolo; segnatamente, Vecchione asserì di avergli revocato il procedimento «dopo aver constatato l'esistenza di disparità di vedute sulle modalità di conduzione dell'indagine». Nondimeno, come fu accertato nell'ambito di una successiva ispezione disposta dal ministero di grazia e giustizia, allorché, nel marzo 1996, il precedente procuratore, Coiro, decise di affiancare Pititto a De Gasperis, questi, come da lui stesso espressamente dichiarato, rimise il procedimento al procuratore, considerandolo «come se fosse stato assegnato in via esclusiva al dottor Pititto». La relazione ministeriale del 14 maggio 1998 giunse alla conclusione che Pititto, ritenendo a ragione di essere l'unico designato alla conduzione del procedimento, aveva omesso ogni coordinamento legittimamente. La motivazione addotta dal procuratore per revocare le indagini apparse così discutibile:

«Se la ragione per cui l'inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto tra me e De Gasperis, allora dev'essere un'altra: una ragione occulta. E ciò che è segreto, e incide su un'inchiesta giudiziaria per un duplice omicidio pregiudicando l’accertamento delle responsabilità, non può che allarmare.»

(Dott. Giuseppe Pititto, intervista a Famiglia Cristiana, 23 aprile 2000)

In tal modo, Pititto non poté sentire i due potenziali testimoni chiave della vicenda: all'assunzione di informazioni procedette così, il 17 luglio 1997, il nuovo titolare dell'inchiesta, inopinatamente chiamato a prendere cognizione della consistente mole investigativa e a valutare i diversi elementi di prova sino ad allora raccolti in appena un mese dall'assegnazione del fascicolo. Assunto a informazioni, Ali Abdi dichiarò che Alpi gli aveva riferito di dover andare insieme a Hrovatin all'hotel Hamana per incontrare il giornalista Remigio Benni, in realtà già partito da due giorni alla volta di Nairobi, precisando che, una volta giunti a destinazione, solo Alpi sarebbe scesa dalla vettura; l'altra persona escussa, Nur Aden, dichiarò invece che entrambi i cronisti erano entrati nell'hotel.

Il 6 giugno 1997, intanto, Panorama aveva dato conto, in un ampio reportage, di numerose violenze asseritamente commesse dalle truppe italiane in Somalia nell'ambito della missione Ibis (UNOSOM I e II), pubblicando alcune foto; inoltre, era stato diffuso un memoriale (memoriale Aloi), in cui l'estensore, un maresciallo all'epoca in servizio presso il reggimento Tuscania, aveva denunciato una serie di presunte violenze messe in atto dal contigente italiano ai danni di civili somali, adombrando un possibile collegamento tra la morte della giornalista Alpi e certi comportamenti dei militari italiani. Al fine di accertare la perpetrazione di eventuali abusi nei confronti della popolazione, il 16 giugno fu nominata un'apposita commissione governativa d'inchiesta (presieduta da Ettore Gallo e composta da Tina Anselmi, Tullia Zevi, i generali Antonino Tambuzzo e Cesare Vitale). Di lì a poco, d'altra parte, emerse la mendacità delle affermazioni rilasciate nel corso dell'intervista a Panorama da uno degli accusatori[10], mentre la stessa commissione Gallo, al termine dei lavori, escluse che il contingente italiano si fosse reso responsabile, nel suo complesso, di atti di violenza contro i civili (al contrario di quanto fu accertato per il contingente canadese, nell'ambito del cosiddetto Somalia affair, e per quello belga)[11].

Nel corso del 1997, un giornalista, Giovanni Maria Bellu, portò alla luce una singolare circostanza. Dal momento che due componenti del commando erano rimasti feriti, Bellu, recatosi nella capitale somala, chiese ad un amministratore dell'ospedale Keysaney, unico presidio di Mogadiscio in grado di affrontare emergenze di una certa rilevanza, di poter visionare i registri delle persone che si erano presentate presso detto ospedale. A tal fine, Bellu fornì come pretesto la vicenda delle presunte violenze commesse dai militari italiani ai danni della popolazione civile e richiese i registri relativi a date disparate, tra le quali inserì però la data dell'agguato; ebbene, nel registro relativo al 20 marzo 1994, giorno dell'agguato, figuravano solo due feriti d'arma da fuoco e il nome di entrambi i pazienti era stato cancellato con il bianchetto e poi riscritto sopra.

Nei primi mesi del 1997, intanto, in un'intervista rilasciata a Isabel Pisano e Serena Purarelli per Format, Osman Omar Weile (detto Gasgas), colonnello della polizia di Mogadiscio nord, sostenne di avere i nominativi degli esecutori materiali dell'agguato: egli, infatti, era intervenuto sul luogo del delitto il giorno del tragico evento e aveva provveduto ad ascoltare alcune persone presenti sul posto per tentare di ricostruire la dinamica dell'agguato, incaricando poi il suo vice, Ali Jiro Shermarke, di redigere una dettagliata relazione. Il capo della polizia di Mogadiscio nord era, all'epoca dei fatti, il generale Ahmed Jilao Addo.

Nel frattempo, attraverso l'attività svolta dall'ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, venne rintracciato un possibile testimone oculare, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, il quale asseriva di essersi trovato sul luogo dell'agguato al momento del duplice omicidio e alla cui individuazione si giunse mediante i buoni uffici di due cittadini somali, Ahmed Mohamed Mohamud (detto Washington), a sua volta coadiuvato da Abdisalam Ahmed Hassan (detto Shino), e di Mohamed Nur Mohamud (detto Garibaldi). Gelle fu così accompagnato a Roma in veste di persona informata sui fatti: assunto a sommarie informazioni dalla Digos di Roma il 10 ottobre 1997 e nuovamente escusso da Ionta il giorno successivo, accusò dell'omicidio Alpi-Hrovatin un suo connazionale, tale Hashi detto "Faudo", riconoscendolo come uno degli autori materiali del duplice omicidio e precisando di aver assistito personalmente alla sparatoria mentre si trovava davanti all'hotel Hamana. Il 23 dicembre 1997 la Digos di Udine riuscì a identificare la persona indicata da Gelle, sennonché, il giorno stesso, Gelle divenne irreperibile.

Successivamente, l'11 gennaio 1998, Cassini condusse a Roma undici cittadini somali per essere sentiti dalla commissione Gallo: alcuni in qualità di vittime delle violenze asseritamente commesse nei loro riguardi dai militari italiani; altre perché comunque ritenute persone informate sui fatti. A tal fine, l'ambasciatore si era rivolto ad Ali Mahdi e al figlio del generale Aidid, Hussein Farrah Aidid, i quali, a loro volta, avevano affidato l'incarico di redigere una lista delle possibili vittime ad un gruppo di anziani, la Società degli Intellettuali Somali. Tra le persone accompagnate in Italia vi erano l'autista di Ilaria Alpi, Ali Abdi, e la persona accusata dallo stesso Gelle quale autore del duplice omicidio, Hashi Omar Hassan: a suo dire, infatti, alcuni militari italiani lo avrebbero legato e gettato in mare presso il porto vecchio di Mogadiscio insieme ad altre venti persone che, in tale occasione, avrebbero perso la vita[12].

Il 12 gennaio 1998 fu di nuovo assunto a sommarie informazioni l'autista di Alpi, giunto a Roma appena il giorno precedente. Mentre nella precedente escussione, effettuata il 17 luglio 1997 da parte di Ionta (a seguito della convocazione disposta da Pititto), Ali Abdi non aveva rilasciato alcuna dichiarazione eteroaccusatoria in merito al duplice omicidio, dinanzi agli inquirenti della Digos egli fornì una diversa versione dei fatti: in particolare, nella serata del 12 gennaio, ripresa l'escussione precedentemente interrotta, Ali Abdi dichiarò di riconoscere in Hashi uno degli uomini presenti all'interno della Land Rover con a bordo i sette componenti del commando, armati di fucili mitragliatori FAL[13]. Tale dichiarazione fu confermata nella successiva assunzione a sommarie informazioni del 20 gennaio 1998.

Il 13 gennaio Hassan fu così sottoposto a fermo (p.p. 24/1998 RGNR mod. 21); due giorni dopo veniva disposta la custodia cautelare in carcere, con ordinanza confermata dal tribunale del riesame il 7 febbraio. Parallelamente, si apriva un nuovo fascicolo contro ignoti (p.p. 6403/1998 RGNR mod. 44).

Il 15 luglio 1998 furono assunti a sommarie informazioni altri tre cittadini somali: Adar Ahmed Omar, una donna che gestiva una bancarella del the davanti all'hotel Hamana; Hussein Alasow Mohamoud (detto Bahal), seduto davanti al medesimo albergo; Abdi Mohamed Omar (detto Jalla), il quale si era intrattenuto nelle vicinanze dell'albergo. Costoro non rilasciarono alcuna dichiarazione accusatoria nei confronti di Hassan ed erano giunti in Italia a seguito delle indagini svolte dalla Digos di Udine sulla base delle informazioni assunte da due somali: Mohamed Moamud Mohamed (detto Gargallo), la cui identità non era stata rivelata dalla Digos per motivi di sicurezza (fu poi avventatamente resa pubblica nel corso dei lavori della commissione presieduta da Taormina); Umar Hajimunye Diini (detto Omar Dini), giornalista. 

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Il piacere della vita di Friedrich Hölderlin


Il piacere della vita

Ancora ritorna in me la dolce primavera
ancora non invecchia il mio cuore infantilmente allegro
ancora scorre la rugiada dell’amore giù dall’occhio mio
ancora vivono in me il piacere e il dolore della speranza.

Ancora mi consolano con dolce incanto
il cielo blu e la verde campagna,
la divina mi porge la coppa dell’ebbrezza,
la gentile, giovane natura.

Fiducioso! Vale i dolori, questa vita
fino a quando per noi poveracci il sole di Dio splende
e immagini di un tempo migliore si librano intorno alla nostra anima,
e ahimè, un occhio gentile piange con noi.

Friedrich Hölderlin