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lunedì 12 ottobre 2026

E voi, imparate che occorre vedere...


"E voi, imparate che occorre vedere

e non guardare in aria; occorre agire

e non parlare. Questo mostro stava,

una volta, per governare il mondo!

I popoli lo spensero, ma ora non

cantiamo vittoria troppo presto:

il grembo da cui nacque è ancor fecondo."

Bertolt Brecht


Dipinto del giorno

 


Stapleton Park near Pontefract Sun di John Atkinson Grimshaw


Difficile è credere...


"Difficile è credere che sia un dono la vita, quando si trascina una stanca esistenza e il vivere d’ora in ora ci tortura; ma anche nei tuoi occhi vedo brume di dolore. Hanno già flagellato il tuo giovane cuore? E rispose per te il mare e un ombra lieve di cormorano. Tacevi e sogguardavi mesta l’orizzonte estremo."

Eugenio Montale

La storia del calciatore partigiano Bruno Neri


Articolo da Novecento.org

Sappiamo quanto lo sport in generale, compreso il calcio, abbia contribuito al successo dell’immagine del fascismo durante gli anni ’20 e ’30, attraverso l’accorta politica propagandistica del regime, il pieno controllo degli organi della Figc, del Coni, delle federazioni sportive, dei principali giornali sportivi quali la Gazzetta e il Corriere dello Sport. Gli stadi in particolare divennero veri e propri “teatri di massa”, dove si radunavano folle oceaniche cui poteva facilmente rivolgersi la propaganda del regime, che si esprimeva anche attraverso gesti simbolici come l’imposizione dell’obbligo del saluto romano prima dell’inizio delle partite. Ma lo sport ha combattuto anche la sua Resistenza e per averne delle prove occorre ricercare le fonti documentarie, anche attraverso la memorialistica, in grado di sottrarre dall’oblio atleti che hanno onorato lo sport senza rinunciare alla propria dignità di uomini, che hanno saputo compiere scelte coraggiose, pagandone fino in fondo le conseguenze.

Il primo episodio assai eloquente che vede protagonista il nostro calciatore è riassunto in una immagine fotografica. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi, intitolato alla squadrista Giovanni Berta. In campo per una amichevole la squadra viola, in cui militava Bruno Neri, contro il Montevarchi.
Come si può vedere nell’istantanea, riportata nei documenti proposti, Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto fascista. Un bel coraggio, non c’è che dire.

Bruno Neri era passato due anni prima, per diecimila lire, dal Faenza (sua città natale) alla società gigliata del conte Ridolfi, che aveva finanziato la costruzione dello stadio di Campo di Marte, oggi Artemio Franchi. A Firenze sarebbe rimasto fino alla stagione 1935-36, collezionando circa duecento presenze e realizzando un solo gol. In maglia viola le sue pregevoli doti da mediano furono apprezzate anche da Vittorio Pozzo che lo volle prima nella nazionale B e poi lo fece esordire in quella maggiore il 25 ottobre del 1935, in uno scontro con la Svizzera, valido per la Coppa Internazionale e vinto dagli azzurri per 4-2. Nonostante fosse un ottimo mediano di interdizione, Nerì collezionò solo tre presenze in nazionale. Dopo la Fiorentina vestì per una sola stagione la casacca rossonera della Lucchese, allenata dal grande tecnico ungherese Ernest Erbstein, con il quale vivrà in seguito due esaltanti stagioni nel Torino, dove giocherà per complessivi tre campionati, fino al 1940, per poi far ritorno al suo Faenza. Andò molto peggio ad Erbstein, che all’undicesima giornata del campionato 1938/1939, quando il suo Torino era primo in classifica davanti ai campioni d’Italia dell’Ambrosiana (come era stata autarchicamente rinominata Internazionale), venne convocato in questura: era il 18 dicembre 1938, e le vergognose leggi razziali fasciste imponevano ad un cittadino straniero di origine ebraica l’abbandono del nostro Paese. Anche le sue figlie, pur battezzate, furono costrette a lasciare la scuola, come migliaia di altri studenti ebrei. Due mesi più tardi stessa sorte toccherà ad un altro grande allenatore, Árpád Weisz, che aveva guidato il Bologna alla vittoria di due scudetti consecutivi, tra il 1935 e il 1937. Due tecnici che avevano riportato grandi risultati calcistici e che, come nel caso di Weisz, avevano inventato gli “schemi”, rivoluzionando il modo di giocare in senso moderno, sparirono letteralmente senza che nessuno in Italia sentisse la necessità di difenderli o, almeno, ricordarli. Quando poche settimane dopo l’allontanamento di Erbstein dal Torino, Vittorio Pozzo, il commissario tecnico della Nazionale osservò che la squadra granata avrebbe dovuto lavorare ancora molto per tornare al gioco brillante che le aveva dato il tecnico magiaro, non fece alcun riferimento al motivo razziale che lo aveva costretto a lasciare la guida della squadra[1]. L’indifferenza, ancor più che l’antisemitismo, fu il sentimento prevalente con cui la maggior parte degli italiani, purtroppo, assistette all’applicazione delle leggi razziali.[2]

Ma torniamo al nostro calciatore faentino. Amante dell’arte e della poesia, Bruno Neri quando non era in campo si dedicava a promuovere incontri culturali, oppure se ne andava con gli amici poeti per mostre e musei. Durante gli anni in riva all’Arno frequentò lo storico caffè letterario delle Giubbe Rosse in piazza della Repubblica dove poteva incontrare Mario Luzi, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Eugenio Montale. Dopo l’armistizio del 1943 e mentre disputava il campionato dell’Alta Italia col Faenza, Neri scelse la militanza antifascista arruolandosi nella Brigata Ravenna con il nome di battaglia Berni.

Così riassume la sua adesione alla lotta partigiana lo storico Sergio Giuntini:

Tramite il cugino Virgilio Neri, aderì all’«Organizzazione Resistenza Italiana» (ORI): un movimento che, sotto la spinta precipua dell’«azionista» Raimondo Craveri, si era costuito il 15 novembre 1943. In stretta connessione con l’OSS (Office of Strategic Service) americano e il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), l’ORI si poneva il compito di raccogliere informazioni e svolgere azioni di sabotaggio a favore dei resistenti e, in questo contesto, sorse per l’appunto il Battaglione «Ravenna», la formazione partigiana di Neri. Il «Ravenna» doveva posizionarsi e agire nella zona compresa tra il campo d’azione del gruppo comandato dal leggendario – anch’egli a suo tempo calciatore del Faenza – Silvio Corbari (Tradozio-Modigliana-San Valentino) e la trentaseiesima Brigata «Bianconcini» (Vallata della Sintria e Monte Faggiola); insomma assolvere a un ruolo strategico e combattente oltremodo significativo a ridosso della Linea Gotica. Del Battaglione «Ravenna» Neri, che per nome di battaglia assunse quello di «Berni», divenne il vicecapo lasciandone il comando al più militarmente esperto Vittorio Bellenghi («Nico»), un ex ufficiale del Regio esercito nato a Faenza il 7 marzo 1916. Due compagni inseparabili, accomunati anche nel sacrificio estremo. In particolare, il «Ravenna» si segnalò nel recupero di vari aviolanci alleati. Una prima volta, il 10 giugno 1944, sul Monte Castellaccio, quindi in un’analoga operazione il 23 giugno successivo e, infine, preparandosi per un lancio previsto tra il 16 e il 20 luglio ’44 sul Monte Lavane. Giusto in vista di quest’azione, il 10 luglio 1944, all’Eremo di Gamogna in prossimità di Marradi, perderà eroicamente la vita il partigiano-calciatore.

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Fonte: Novecento.org


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Articolo tratto interamente da Novecento.org


Quel che vediam la notte...


"Quel che vediam la notte, è lo sfortunato residuo di quanto abbiamo negletto durante la veglia. Il sogno è sovente la rivincita delle cose disprezzate o il rimprovero degli esseri abbandonati. Da qui l'imprevisto e talvolta la tristezza."

Anatole France


Chi sa fare la musica...

"Chi sa fare la musica la fa, chi la sa fare meno la insegna, chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così la critica."

Luciano Pavarotti

Photo credit Kingkongphoto & www.celebrity-photos.com from Laurel Maryland, USA, CC BY-SA 2.0, da Wikimedia Commons




domenica 11 ottobre 2026

La storia di Clorinda Menguzzato



Articolo da Enciclopedia delle donne

Clorinda Menguzzato nasce a Castello Tesino, in provincia di Trento, il 15 ottobre 1924. Proveniente da una modesta famiglia di origini contadine e seconda di tre figli, fa parte di quella generazione di giovani educata dal fascismo.

Una volta ottenuta la licenza elementare comincia a lavorare a fianco del padre Augusto, sarto ambulante, come venditrice di cappelli. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, è proprio grazie ai viaggi di lavoro con il padre che assiste, nelle stazioni ferroviarie di Trento e Bolzano, alla deportazione di tantissimi connazionali verso i campi di concentramento. Prima della partenza dei convogli, ne raccoglie i messaggi destinati alle famiglie. Questa dolorosa esperienza segna il suo ingresso nella Resistenza.

Nel luglio 1944, all’età di 18 anni, si unisce alle forze partigiane della Compagnia “Giorgio Gherlenda”, un distaccamento della brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, seguendo l’esempio del fratello maggiore Rodolfo (nome di battaglia “Menefrego”). All’interno della Compagnia non si limita solo al ruolo di infermiera e staffetta, ma si adopera anche in opere di propaganda dell’azione partigiana, fino a diventare, al pari dei compagni uomini, combattente in prima linea. La pericolosità delle azioni a cui prende parte la costringe ad assumere persino due pseudonimi: «Garibaldina» e «Veglia» o «Velia».

L’azione più rilevante del «Gherlenda», a cui anche «Veglia» partecipa, avviene il 14 settembre 1944, con la presa della caserma del C.S.T. (Corpo di Sicurezza Trentino) di Castello Tesino e la cattura di 55 militari e diversi ufficiali tedeschi. La buona riuscita del piano è da attribuire anche alle preziose informazioni carpite da Clorinda, che si avvale della fiducia che molti militi nutrono nei suoi confronti. Grazie a lei, nessun prigioniero viene ucciso e alcuni possono rientrare a casa, con la promessa di non fare ritorno al Comando tedesco. Tale è il successo dell’azione partigiana che ne scrivono i Bollettini 70 e 80 della Resistenza e ne parlano persino su Radio Londra. Inoltre, per meriti di guerra, il 19 settembre 1944, la Compagnia «Giorgio Gherlenda» viene insignita del titolo di Battaglione.

La risposta dei nazisti all’attacco non si fa attendere molto. L’8 ottobre 1944, a Castello Tesino, si sparge la voce di un incombente rastrellamento per stanare la formazione partigiana e punire i cittadini che le avevano prestato aiuto. Intanto, «Veglia» sta rientrando da una missione a Primolano. Ad attenderla in paese c’è il vicecomandante partigiano Gastone Velo («Nazzari»), con il quale da qualche tempo intrattiene una relazione amorosa. Clorinda si rifiuta di abbandonare Gastone, febbricitante per via di percosse ricevute tempo addietro, e lo aiuta a lasciare il paese per cercare rifugio altrove. Nella notte, tra le ore 11 e mezzanotte, durante la fuga, vengono entrambi catturati in località Zuna e condotti all’hotel Savoia, dove ha sede il reparto militare delle SS del capitano Karl Julius Hegenbart. Tra i prigionieri lì rinchiusi c’è anche don Narciso Sordo, il prete del «Gherlenda», che confessa tutti i partigiani presenti.

Nel frattempo, il giorno seguente, i militi del C.S.T., insieme ai soldati delle SS, raggiungono la casa dei Menguzzato, la distruggono e picchiano i parenti di Clorinda. Suo fratello minore, Fortunato, a seguito dei colpi inferti alla testa, riporta un’invalidità permanente.

«Veglia» muore il 10 ottobre 1944, dopo aver subito tre giorni di sevizie, molteplici stupri ed essere stata azzannata dai cani del capitano Hegenbart. La giovane, denominata «leonessa dei partigiani» dallo stesso Hegenbart, non tradisce i compagni di lotta e per questo muore, quasi ventenne, sotto una raffica di proiettili. Il suo corpo, gettato in un dirupo vicino alla strada per Pieve Tesino, viene raccolto, vestito degli abiti tradizionali e sepolto dai suoi compaesani. Vicino a villa Daziaro, tra Castello e Pieve Tesino, è stata posta una lapide in suo ricordo. 

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Fonte: Enciclopedia delle donne


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Articolo tratto interamente da
Enciclopedia delle donne