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venerdì 29 maggio 2026

Waters e Miari: l’arte che si schiera

C’è un punto esatto in cui la musica smette di essere intrattenimento e torna a fare il suo mestiere: mettere a disagio chi preferisce non vedere. Roger Waters lo conosce da una vita, e la nuova versione di Comfortably Numb con la cantante palestinese Mona Miari è esattamente questo: un pugno sul tavolo, un atto d’accusa travestito da classico.

Nel 1979 parlava di alienazione personale. Oggi, con la voce di Miari che taglia l’aria come una ferita aperta, quel “piacevole intorpidimento” diventa la fotografia dell’intorpidimento morale del mondo davanti all’occupazione e alla sofferenza del popolo palestinese. Non è una cover: è una denuncia.

Funziona perché non cerca di piacere. Non è nostalgia, non è marketing, non è un’operazione da playlist. È arte che sceglie da che parte stare, che rifiuta la neutralità come alibi, che restituisce voce a chi viene sistematicamente silenziato. È un gesto politico, e sì: è scomodo. Ma è proprio questo il punto.

Waters non ha mai inseguito l’applauso facile, e questa collaborazione lo ribadisce. Restare immobili, oggi, significa essere complici. Questa versione ci dice una cosa semplice e brutale: il torpore non è più un’opzione.

L’avete ascoltata? Vi parla? Vi disturba? Perché se l’arte non disturba, allora a cosa serve.

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Autore: Mary B.

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Immagine generata con intelligenza artificiale


La storia non assolve i silenzi


Articolo da Comune-info

Francesco De Gregori dice di provare imbarazzo quando un artista prende posizione pubblica sulla politica. Non contesta le canzoni impegnate, lui stesso ne ha scritte. Contesta la parola dal palco, il proclama esplicito. E cita Springsteen come esempio di ciò che non capisce.

Chi ha visto un concerto di Springsteen sa che non funziona come un comizio. Introduce “The Ghost of Tom Joad” raccontando la storia di un operaio licenziato. Porta veterani del Vietnam sul palco per spiegare cosa significa davvero “Born in the USA” non il trionfalismo che Reagan voleva usarci sopra. Dedica “American Skin (41 Shots)” ad Amadou Diallo, immigrato guineano ucciso dalla polizia di New York con 41 proiettili nel 1999. Lo fa da trent’anni, prima di Trump, prima di Minneapolis, prima che fosse di moda. Non è un proclama: è drammaturgia. È esattamente quello che De Gregori dice di fare – solo che Springsteen lo fa anche a voce, oltre che in musica. E lo fa dopo aver guadagnato, non per guadagnare – il che è esattamente il contrario del calcolo commerciale.

De Gregori dice: “ho le idee confuse anch’io, contengo moltitudini”. È una posizione che solo chi è al sicuro può permettersi senza conseguenze. Le sue canzoni degli anni ’70 erano dense di metafore politiche ma la metafora è anche una forma di protezione. Permette di dire e non dire, di schierarsi e poter smentire.

Arturo Toscanini non scrisse mai una canzone contro il fascismo. Non era un cantautore. Quello che fece fu rifiutarsi di alzare la bacchetta su “Giovinezza” a Bologna nel 1931. Un gesto, non una nota. Per questo fu aggredito da un gruppo di fascisti fuori dal teatro, e lasciò l’Italia per non tornarci fino al 1946. La sua “presa di posizione” fu un silenzio, un rifiuto fisico, una parola negata. Era politica quanto una canzone forse di più, perché non poteva nascondersi dietro la metafora. La metafora era un privilegio che Ali Maachi non aveva: cantante algerino fucilato dall’esercito francese nel 1958 e il corpo esposto in piazza a Tiaret, perché aveva cantato “Il mio paese è l’Algeria” con la bandiera nazionale sul palco. Non una metafora: una dichiarazione. Quella che De Gregori chiama imbarazzante. Sherif Merdani trascorse 16 anni nelle prigioni di Enver Hoxha perché cantava “Let It Be” nell’Albania comunista. I Beatles non l’avevano scritta come proclama politico ma in quel contesto, cantarla in pubblico lo era diventata. Dopo la liberazione scrisse una canzone intitolata “Se kënduam ‘Let It Be'” (Perché cantavamo Let It Be). Anche quella era una parola dal palco. Víctor Jara: le mani fracassate dai fucilieri di Pinochet prima dei 44 proiettili. Aveva cantato canzoni, non fatto comizi. Ma quando il regime ha deciso di ucciderlo, non ha distinto tra la canzone e la parola. Per non parlare poi di Fela Kuti, Miriam Makeba, Mikis Theodorakis, Nûdem Durak o Ernst Busch, severamente torturato dalla Gestapo. La sua storia è il contrario esatto dell’estetica del “non mi schiero”: un uomo che cantò sapendo dove avrebbe portato quella scelta.

De Gregori dice: “Non capisco gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico. Perché? Non è già abbastanza sensibile per conto suo?”. Sembra rispetto per il pubblico. In realtà è il contrario. Ogni canzone di lotta – da Bella Ciao a We Shall Overcome, da Angham El Djazair a The Ghost of Tom Joad – non presuppone un pubblico di ignoranti da educare. Presuppone una comunità che riconosce qualcosa insieme, che si ritrova in una parola detta ad alta voce da qualcuno che ha il palco. L’artista non illumina dall’alto: partecipa. Dire “il pubblico è già sensibile” e quindi l’artista non deve parlare è come dire che le piazze sono già piene di gente e quindi non serve marciare. La sensibilità individuale non produce nulla senza un atto collettivo che la chiami per nome.

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Fonte: Comune-info  

Autore: 
Tahar Lamri

Licenza: Licenza Creative Commons Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Italia

Articolo tratto interamente da
Comune-info 


Dipinto del giorno

La ragazza dei fiori di Gustave Boulanger



Se un uomo non impara a guardare il mondo attraverso gli occhi

"Se un uomo non impara a guardare il mondo attraverso gli occhi di coloro che soffrono, di coloro che sono ai margini, non capirà mai nulla della vera natura umana. La compassione e l'empatia sono le uniche forze capaci di spezzare la catena dell'indifferenza che stringe il nostro tempo." 

Albert Einstein


L'empatia

"L'empatia non è una dote innata e immutabile, ma un muscolo emotivo che va allenato ogni giorno. Richiede la capacità di fare silenzio dentro di sé per accogliere il rumore, a volte assordante, del dolore o della gioia altrui, senza l'urgenza di dover trovare subito una soluzione o dare un consiglio." 

Daniel Goleman


Il colore della rivolta quando il rosa in India diventa un’arma contro il patriarcato



Articolo da GlobalProject

Nata nell’Uttar Pradesh nel 2006, la Gulabi Gang organizza donne e comunità rurali contro abusi impuniti, caste, corruzione e negazione dell’istruzione.

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia lu bastone e tira fora li denti”. Questo è il ritornello di “Malarazza”, una canzone popolare siciliana della fine dell’800, ma potrebbe essere il motto di un movimento di attiviste indiane che si ribellano a qualunque sopruso di genere e non solo.

Gulabi Gang, “gang rosa”, così si fanno chiamare dal rosa dei loro sari ispirato al colore sgargiante della mimosa hamata.

È un movimento nato nel 2006 nell’Uttar Pradesh, una delle regioni più povere e violente dell’India dove, a dispetto delle leggi approvate e scritte, le caste vengono ancora rispettate, le donne non hanno il diritto all’istruzione e la loro voce è sempre muta anche quando urlano. Una regione in cui ancora essere un Dalit, un intoccabile, ti esclude dalla società. 

Al contrario, spiega Sampat Pat Devi, fondatrice del movimento, essere un Dalit, dovrebbe voler dire essere al vertice della società perché i Dalit aiutano tutti e il vero parassita è chi è al vertice. Una posizione dalla quale non è utile a nessuno e serve solo ad esercitare prepotenza su tutti.

Sampat Pat Devi stessa è stata una sposa bambina di dodici anni. Non ha potuto frequentare la scuola ed ha imparato a leggere e scrivere da autodidatta, copiando la scrittura dalle lavagne delle classi nelle quali entrava di nascosto quando gli altri bambini erano usciti. Uno zio che si accorse di ciò, la aiutò a riuscì ad iscriverla in una scuola dove dovette difendersi dai compagni maschi che la deridevano e la sminuivano in quanto femmina. Racconta che una volta, mentre camminava per strada, intervenne nella difesa di una donna battuta dal marito, ma ne ricavò lei stessa un bel po’ di botte. Il giorno dopo, messasi d’accordo con altre donne, armate di lathi, un bastone di legno che diventerà il simbolo della Gang Rosa, andarono a casa della coppia e insieme colpirono l’uomo di santa ragione fino a che, arresosi, non chiese perdono. Così nacquero le Gulabi Gang.  

Il loro programma è chiaro, si ribellano ai matrimoni fra bambini, all’abbandono delle mogli, agli abusi fisici mai puniti, alla mancanza di ascolto da parte delle autorità, alla disparità di diritti in tutti i campi spesso rafforzati dall’appartenenza alle caste più basse. Rivendicano potentemente il diritto femminile all’istruzione. Non vogliono più subire soprusi, si rifiutano di appartenere a qualsiasi schieramento politico perché potrebbe limitare la libertà di azione e il rischio di una strumentalizzazione sarebbe forte, ma negli anni alcune di loro hanno accettato di coprire cariche istituzionali. Con questi punti chiari e indiscutibili, il movimento, che rifiuta qualunque struttura verticistica, si è esteso nell’India settentrionale arrivando a 270mila aderenti fra i 18 e i 60 anni nel 2014. L’ondata rosa ha coinvolto tantissime donne che hanno smesso di indossare i panni delle vittime e hanno cominciato a combattere una cultura patriarcale pericolosamente tollerata soprattutto dalle autorità.

Oggi, conclusa la prima fase spontanea, la Gang si è organizzata in diverse sedi regionali e ogni sezione è guidata da una “comandante”, responsabile delle attività quotidiane e dei problemi locali. Le comandanti inviano aggiornamenti regolari e riferiscono i problemi più seri alla leader del movimento. Una vera e propria organizzazione alla quale ci si iscrive pagando 100 rupie. Molte delle aderenti sono state elette a cariche pubbliche. Il gruppo ha inoltre ottenuto una notevole attenzione mediatica e riconoscimenti pubblici internazionali. Gli uomini sono esclusi dall’iscrizione, ma possono comunque dare un contributo dall’esterno con denunce e collaborazioni. Il movimento comunque interviene anche a difesa degli uomini, nel caso si verifichi un abuso su persone dei villaggi socialmente ed economicamente fragili. Quando gli agricoltori di Banda, un distretto dell’Uttar Pradesh, manifestarono per ottenere compensazioni per i raccolti falliti, chiesero l’aiuto della Gulabi Gang. Un aiuto fondamentale: ha incoraggiato più uomini a sostenere apertamente il gruppo e ad accettare l’idea che le proprie parenti donne vi aderissero.

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Autore: 
Licenza: Creative Commons (non specificata la versione

Articolo tratto interamente da GlobalProject  



Emergenza climatica in Europa: crollano i record di temperatura di maggio



Articolo da Massa Critica

L’estate astronomica è ancora lontana, ma in gran parte d’Europa il clima ha già assunto i tratti soffocanti di pieno luglio. Una violentissima e precocissima ondata di calore sta investendo il continente, polverizzando record storici di temperatura e trasformando quella che dovrebbe essere la tarda primavera in uno scenario tipicamente estivo.

Dalle Isole Britanniche fino all’Europa centrale e mediterranea, le temperature stanno raggiungendo valori eccezionali per il mese di maggio, con anomalie termiche che in alcune aree superano anche i 10 °C rispetto alle medie stagionali. Gli esperti parlano di un evento atmosferico raro per intensità e precocità, destinato ad alimentare nuove preoccupazioni sugli effetti sempre più evidenti della crisi climatica.

Record storici in tutta Europa

I dati diffusi nelle ultime ore dai servizi meteorologici nazionali delineano un quadro impressionante. Nel Regno Unito sono stati registrati addirittura 35 °C, una temperatura senza precedenti per il mese di maggio e superiore di circa 2 °C rispetto al precedente record storico nazionale.

Situazione simile anche in Irlanda, dove i termometri hanno superato di oltre un grado il primato assoluto del periodo. Nell’Europa orientale, l’Ungheria ha registrato un nuovo record storico per Budapest con 32,2 °C, mentre anomalie eccezionali vengono segnalate anche in Germania, Svizzera, Spagna e Italia.

Nel Mediterraneo occidentale, diverse città italiane e spagnole stanno vivendo giornate con temperature più tipiche di fine giugno o inizio luglio. Le grandi aree urbane risultano particolarmente colpite a causa dell’effetto “isola di calore”, che amplifica ulteriormente il disagio termico nelle ore pomeridiane e notturne.

Il satellite Sentinel-3 fotografa un’Europa rovente

A testimoniare l’eccezionalità di questa ondata di caldo è arrivata anche l’immagine diffusa dal satellite Copernicus Sentinel-3 dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), acquisita il 26 maggio. Lo scatto mostra un continente quasi interamente colorato di rosso intenso e arancione scuro, segno di temperature superficiali estremamente elevate.

L’immagine satellitare ha rapidamente fatto il giro del web, diventando il simbolo visivo di un’Europa letteralmente arroventata. Tuttavia, gli esperti invitano a interpretare correttamente questi dati: la mappa non rappresenta la temperatura dell’aria registrata dai termometri meteorologici, bensì la temperatura superficiale del suolo, nota come Land Surface Temperature.

Si tratta di un parametro fondamentale per comprendere gli effetti delle ondate di calore. Durante il giorno, infatti, superfici come asfalto, cemento, rocce e terreni aridi assorbono grandi quantità di energia solare e possono raggiungere temperature molto superiori rispetto all’aria circostante. In presenza di condizioni atmosferiche stabili e assenza di ventilazione, alcune superfici urbane possono superare persino i 50 °C.

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Fonte: Massa Critica

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Articolo tratto interamente da 
Massa Critica