Angolo curato e gestito da Mary B.
Ci sono canzoni che non chiedono il permesso: entrano, si impongono, ti raddrizzano la schiena. Think di Aretha Franklin, uscita nel 1968, è una di quelle. Non si limita a farsi ascoltare: ti parla, ti provoca, ti mette davanti a una verità che non puoi scansare.
Aretha la canta con una forza che va oltre la voce. È una presa di posizione, quasi un ultimatum. Quel “freedom” non è un ritornello: è un grido, un richiamo, un promemoria per chiunque abbia sentito il bisogno di riprendersi spazio, dignità, direzione. E non sorprende che la canzone sia diventata un simbolo del movimento per i diritti civili. In quegli anni, chiedere libertà non era un gesto astratto: era una necessità urgente, una questione concreta.
E poi c’è la scena cult dei Blues Brothers: Aretha che trasforma una cucina in un palcoscenico e ricorda a tutti, che la libertà non si negozia. È un momento che resta, perché lei non interpreta: lei afferma.
Riascoltarla oggi fa lo stesso effetto. È un invito diretto, senza fronzoli: pensa. Pensa a chi sei, a cosa vuoi, a cosa non sei più disposto ad accettare. Pensa, e poi scegli. La libertà comincia sempre da lì.
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