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giovedì 2 aprile 2026

Strage silenziosa a sud di Lampedusa



Articolo da Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

Una motovedetta della guardia costiera italiana ha operato un intervento di soccorso a 85 miglia sud da Lampedusa, in quella zona di acque internazionali che si definisce Sar “libica”, anche se la Libia non ha ancora unità territoriale e centrali unificate di coordinamento (RCC) dei soccorsi in mare. Sul barcone “agganciato” dalla motovedetta italiana attorno alle 3 del primo aprile, secondo quanto riferisce l’ANSA, si trovavano diversi cadaveri. Durante il trasferimento verso Lampedusa, dove la temperatura non superava 10 gradi, prima dell’arrivo al molo Favarolo, altri naufraghi, fra cui diverse donne, hanno perso la vita. Tutti sarebbero morti per ipotermia. Una sequenza di morti per freddo che impone un rigoroso accertamento dei fatti, al di là della ricerca dei soliti “scafisti”. Perchè non è la prima volta che questi decessi si verificano a distanza di ore dalla segnalazione e dall’intervento di primo soccorso. Per evitare che altre stragi simili si ripetano in futuro occorre verificare i tempi di avvistamento, le regole di ingaggio e di intercettazione dopo la prima segnalazione dell’evento di soccorso, il ruolo di tutti i mezzi coinvolti in operazioni che forse, se si fossero svolte qualche ora prima, si sarebbero concluse con un minor numero di vittime.

Mentre i cadaveri sono stati trasferiti nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana cinque naufraghi, fra cui un bambino, sono stati portati al pronto soccorso e versano in gravissime condizioni, tanto che potrebbero essere trasferiti, non appena possibile, con l’elisoccorso verso un ospedale a Palermo o in un altra struttura ospedaliera specializzata in Sicilia. Purtroppo si tratta di una vicenda tragica che ripropone la stessa dinamica di altre precedenti stragi in mare, nel mare dell’indifferenza collettiva, casi nei quali non si sono accertate responsabilità, tanto che questo tipo di tragedie continuano a ripetersi, soprattutto dopo l’intensificazione della guerra alle navi del soccorso civile, allontanate verso porti vessatori o colpite con provevdimenti prefettizi di fermo amministrativo. I giornali riportano scarne notizie sui periodici naufragi, per qualche ora, poi tutto cade nel dimenticatoio.

Il decreto legge “Piantedosi” n.1 del 2023, poi convertito nella legge n.15/2023 consente al governo italiano di allontanare le navi delle ONG dopo il primo soccorso, anche se hanno raccolto in mare soltanto qualche decina di persone e potrebbero salvarne ancora centinaia, che invece vengono abbandonate al loro destino di morte. Il Consiglio d’Europa aveva immediatamente avvertito che “la norma che obbliga le navi dopo l’operazione di salvataggio, a raggiungere senza ritardo il porto assegnato, ritenuta da Strasburgo una previsione che impedisce i salvataggi multipli, rischia nella sua applicazione pratica di inibire un’effettiva attività di ricerca e salvataggio, costringendo le navi ad ignorare ulteriori chiamate di soccorso in violazione del diritto internazionale”. Ed è lo stesso decreto “anti ONG” che consente alle autorità di governo di assegnare alle navi umanitarie porti di sbarco sempre più lontani, in modo da tenerle lontano per il maggior tempo possibile dall’area dei soccorsi a nord delle coste libiche e tunisine. Un espediente che serve anche per trasferire sulle autorità libiche (e tunisine) attività di ricerca e salvataggio che, quando non si traducono in intercettazioni su imbarcazioni tracciate da Frontex, comportano ritardi ed omissioni di soccorso che sono costate la vita di migliaia di persone.

Malgrado numerose pronunce dei tribunali italiani che sospendono o annullano i fermi amministrativi, l’applicazione disumana del decreto Piantedosi (D.L. 1/2023) consente alle autorità di governo di sanzionare le navi delle odiate ONG che non hanno comunicato la loro attività di soccorso in acque internazionali alla sedicente guardia costiera “libica”, ritenuta a torto dal governo italiano e dai suoi organi di polizia come “autorità competente” a coordinare le attività di ricerca e salvataggio nella vastissima zona SAR che si continua a riconoscere a diverse entità statali libiche, che non hanno mezzi adeguati per i soccorsi e non garantiscono il rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Purtroppo neppure la Corte costituzionale è riuscita a bloccare l’applicazione di una normativa disumana, anche se ha enunciato principi che avrebbero dovuto portare all’immediata sospensione dell’attuazione del Memorandum d’intesa Italia-Libia del 2017, ancora in vigore. Ma per le autorità italiane, ancora oggi, chiunque opera soccorsi nelle acque internazionali ritenute di competenza libica, dovrebbe sottomettersi al coordinamento di una guardia costiera che non rispetta gli obblighi di soccorso e sbarco in un porto sicuro (place of safety) sanciti dalle Convenzioni internazionali. Un obbligo di coordinamento con i libici che viene escluso nei provvedimenti giurisdizionali che sospendono o annullano i fermi amministrativi delle navi del soccorso civile.

Il cruscotto statistico del Viminale riporta il numero degli ingressi in Italia, ma non dà notizie sul numero delle vittime di traversata nel Mediterraneo centrale. Nessun politico potrà vantare di avere ridotto il numero delle vittime con il contrasto più rigoroso degli “sbarchi” in Italia, perchè quest’anno, malgrado il calo degli arrivi, si deve registrare un aumento esponenziale delle vittime di naufragio, spesso abbandonate in mare, tanto che nei mesi scorsi decine di cadaveri sono stati raccolti sulle coste siciliane e calabresi, anche a grande distanza dalla zona nella quale le onde avevano avuto il sopravvento sui fragili scafi sovraccarichi utilizzati nei tentativi di traversata verso l’Italia.

Le motovedette donate dall’Italia ai libici, che sparano sulle ONG, e la formazione elargita ai guardiacoste, non garantiscono interventi di soccorso. Continuano nell’indifferenza generale le intercettazioni nel Mediterraneo centrale, con il supporto operativo degli assetti aerei dell’agenzia europea Frontex, senza alcuna garanzia di sbarco in un porto sicuro, ma con il risultato evidente di riconsegnare le persone bloccate in acque internazionali alle milizie che in territorio libico controllano partenze e sbarchi, gestendo direttamente o sorvegliando i centri di detenzione. E si continuano a sommare nel tempo, nell’indifferenza generale, i rapporti delle organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite che confermano come ancora oggi le persone trattenute in questi centri subiscano torture per praticare estorsione verso i familiari e violenze sistematiche, in particolare le donne ed i minori non accompagnati.

Qualificare come law enforcement (contrasto dell’immigrazione illegale) quelli che dovrebbero essere ritenuti come eventi di soccorso in acque internazionali non serve soltanto a contrastare gli sbarchi, e gli interventi di soccorso delle ONG, ma contribuisce a ritardare i salvataggi, magari per aumentare il numero dei naufraghi che possono essere intercettati in alto mare e ricondotti in territorio libico. Per questa ragione, rispetto a quanto avveniva fino al 2019, le attività di ricerca e salvataggio affidate alla Guardia di finanza o alla Guardia costiera italiana al di fuori delle acque territoriali e della zona contigua (24 miglia dalla costa) si sono diradate. Spesso il monitoraggio a distanza delle imbarcazioni già in condizioni di distress (pericolo) attuale, è finalizzato all’attesa di un intervento di una motovedetta libica, se non all’arrivo dei barconi “in autonomia” sulle coste italiane. Se queste circostanze possono portare a ritardi ingiustificabili, è compito della magistratura accertare il complessivo svolgersi degli eventi di ricerca e soccorso, e verificare, al di là delle responsabilità individuali degli operatori, se ricorrano moduli operativi che producono effetti letali e che siano direttamente imputabili alla imposizione di precise linee operative da parte dei vertici politici e militari.

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Fonte: Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

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Articolo tratto interamente da 
Associazione Diritti e Frontiere – ADIF


Vita in Cisgiordania: la terra è stata sottratta, ma la memoria resta



Articolo da People's World

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su People's World

La prima volta che ho capito che mi era stata rubata l'infanzia non è stata quando sono stata costretta ad andarmene, ma quando ho visto uno sconosciuto in mezzo a essa, sorridente per una foto come se fosse sempre stata sua.

Quando ero bambino, all'incirca dieci anni, vivevo nel mio villaggio vicino a Nablus, un villaggio che non è mai stato solo un luogo, ma uno stato di pace, un pezzo di cuore e un rifugio dal frastuono del mondo.

Lì, le case non erano muri silenziosi, ma famiglie viventi. Una singola abitazione poteva ospitare nonni, genitori, zii, zie, cugini e nipoti. Oppure le case vicine sorgevano una accanto all'altra come un'unica grande famiglia radicata nella terra. I vicini si conoscevano profondamente; nessuna porta li separava veramente, e nessuna distanza li divideva. Avevano ereditato la terra e le pietre dai loro antenati, finché ogni pietra non portava con sé una storia e ogni angolo non custodiva un ricordo.

Intorno a ogni casa c'era un piccolo paradiso: alberi, uccelli e vita. Non sapevamo davvero cosa significasse "comprare" le cose come si fa oggi. Le verdure provenivano dalla terra e la frutta dagli alberi: uva, arance, mele, fichi e olive che riempivano l'anima prima ancora di riempire le nostre case.

Ricordo mia nonna. Ogni quattro o cinque giorni, sfornava il pane. Al mattino, il profumo del pane appena sfornato mi svegliava dolcemente, non solo dal sonno, ma mi trasportava da un mondo all'altro. Correvo verso il suo calore, verso quel piccolo angolo che per me sembrava un universo intero. Il cinguettio degli uccelli, la brezza mattutina, la sua voce gentile: questi semplici dettagli davano a ogni giorno un inizio pieno di serenità, come se la vita stessa mi sussurrasse: "Sei al sicuro " .

La pace scandiva il ritmo delle nostre giornate. Ci incontravamo sulla porta, sorridenti, e andavamo a scuola insieme, eppure le nostre menti erano sempre altrove, a pianificare ciò che sarebbe venuto dopo. Ognuno di noi portava qualcosa da casa: pane, pomodori, olio d'oliva e timo, cetrioli, a volte tè, come se ci stessimo preparando per una piccola avventura, un semplice viaggio che per noi significava tutto.

Le montagne erano il nostro mondo aperto. Correva liberi, si arrampicava, vagavamo per i boschi e nuotavamo nelle sorgenti. Non c'erano macchine fotografiche a immortalare quei momenti, eppure sono scolpiti nella nostra memoria, vivi e vividi, come se fossero accaduti ieri.

Ciò che definiva veramente il mio villaggio era la sicurezza. Non c'erano insediamenti israeliani nei dintorni, e già questo, di per sé, era una rara benedizione. Nonostante il passaggio occasionale di jeep e carri armati israeliani, e nonostante la presenza di prigionieri del nostro villaggio, esso ha conservato la sua quiete per anni, quasi a resistere in silenzio.

Ma come in ogni storia palestinese, alla fine il dolore trova la sua strada.

Un paio d'anni fa, tutto è cambiato.

I coloni israeliani arrivarono su una delle montagne del mio villaggio. Montarono delle tende, rubarono il bestiame e seminarono il terrore tra gli abitanti. Si imposero con la forza, rivendicando la terra come loro, affermando di esserne i "custodi", mentre noi eravamo gli stranieri.

La notizia fu come una ferita aperta: terrificante per me e per gli abitanti del mio villaggio, che non erano abituati a tanta oscurità. Da allora, le montagne non sono più le stesse. Non possiamo più andarci liberamente, respirare la loro aria, né viverle come un tempo.

Non posso più portare i miei figli lì per mostrare loro la bellezza che mi ha cresciuto, la bellezza che ha plasmato la persona che sono.

E qualche giorno fa ho visto una foto. Un colono in piedi su una di quelle montagne, che si scattava un selfie, proprio nel luogo che un tempo faceva parte della mia infanzia, delle mie risate, dei miei sogni.

Non si trattava solo di una foto. Era un furto.

Furto di terre, certo, ma anche furto di memoria, di desiderio, di sogni.

Avevo la sensazione che il luogo stesso fosse in lutto, come se ogni pietra soffrisse, ogni albero gridasse, ogni fiore protestasse: "Questo non ti appartiene. Tu non appartieni a questo posto."

Da una singola immagine, si aveva la sensazione che la vita stesse lentamente abbandonando quel luogo: svanendo, affievolendosi, scomparendo.

E la domanda risuona ancora e ancora:

Perché?
Perché dobbiamo vivere così?
E perché ci vengono persino sottratti i ricordi?

Eppure una verità rimane immutata:

L'ingiustizia non dura per sempre e la verità non può essere cancellata.

La terra può essere sottratta, ma ciò che ha seminato in noi – amore, appartenenza, memoria – non può essere portato via. Le nostre storie vivono qui, in ogni pietra, in ogni albero, in ogni granello di terra. E se la terra potesse parlare, direbbe: "Lasciatemi al mio popolo. Non contaminatemi con la vostra presenza " .

Alla fine, la terra può essere sottratta, le strade possono essere chiuse e i corpi possono essere tenuti lontani, ma c'è una cosa che non potrà mai essere portata via: questo senso di appartenenza che vive dentro di noi come un'anima.

Non ci limitiamo a ricordare la terra. La viviamo. La portiamo con noi nei dettagli, nel nostro linguaggio e nelle storie che tramandiamo ai nostri figli, affinché la verità non vada mai perduta.

Potrebbero pensare che la loro presenza sia sufficiente a cancellarci. Ma non sanno che la terra ricorda i suoi abitanti, e che questa memoria è più forte di qualsiasi tentativo di annientarla.

Un giorno, torneremo, non solo per reclamare ciò che ci è stato portato via, ma per risvegliare la vita in ogni pietra e in ogni albero. Per dire: Noi eravamo qui. Siamo ancora qui. E saremo sempre qui.

Noi palestinesi non siamo solo il popolo di questa terra, ma ne siamo anche la pazienza, la speranza, la memoria che non svanisce mai.

E tornerò a quell'albero che ancora mi aspetta. Lo abbraccerò, mi siederò alla sua ombra con i miei figli e racconterò loro le storie che un tempo vivevo qui.

E poi
i suoi rami si piegheranno verso di me,
asciugheranno le lacrime di gioia dai miei occhi
e sussurreranno:

“Bentornato… ci sei mancato.”

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Fonte: People's World

Autore: Abo Sam

Articolo tratto interamente da People's World


Dipinto del giorno

 


La primavera di Giuseppe Arcimboldo


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Pioggia d'Aprile di Luigi Pirandello


Pioggia d'Aprile 

Attoniti, dai nidi
nuovi, sui vecchi tetti
guardano gli uccelletti.
mettendo acuti gridi,
cadere l'invocata
pioggia di mezzo aprile.
Tu dietro la vetrata,
dalla finestra bassa
come lor guardi e ridi.
E' nuvola che passa.

Luigi Pirandello 


La missione Artemis II completa la prima fase del volo verso la Luna


Articolo da Tachyon Beam

Era notte in Italia quando la navicella spaziale Orion della NASA si è separata dall’ultimo stadio, chiamato ICPS (Interim Cryogenic Propulsion Stage), dell’SLS (Space Launch System), che era decollato quasi due ore prima dal Kennedy Space Center. La Orion si è immessa sulla traiettoria che la porterà a viaggiare attorno alla Luna per compiere la sua missione di circa 10 giorni. Si tratta del secondo lancio per l’SLS e per la Orion nella sua configurazione completa. L’importanza della missione Artemis II è data dal fatto che è la prima di questo programma con un equipaggio a bordo.

Quasi tre anni e mezzo dopo la missione Artemis I, finalmente è partita la seconda missione di questo programma che ha lo scopo di riportare astronauti sulla Luna. L’obiettivo finale di questo programma è di costruirvi una base permanente seguendo piani che sono stati modificati nel corso del tempo. La versione corrente del programma è stata annunciata in un evento della NASA solo la scorsa settimana.

I quattro astronauti a bordo della navicella Orion che è stata chiamata Integrity sono:

Gregory Reid Wiseman. Nato l’11 novembre 1975 a Baltimore, nel Maryland, negli USA, si è laureato in ingegneria al Rensselaer Polytechnic Institute. È entrato in marina con il programma NROTC (Naval Reserve Officers Training Corps) ed è stato addestrato come pilota di aeroplani. Ha servito in due tour in Medio Oriente per i quali ha ricevuto varie onoreficenze e ha anche ottenuto un master in ingegneria di sistemi alla Johns Hopkins University nel 2006. Nel 2009 è stato selezionato come candidato astronauta. Tra il maggio e il settembre 2014 ha prestato servizio sulla Stazione Spaziale Internazionale come parte della Expedition 40/41.

Victor Jerome Glover. Nato il 30 aprile 1976 a a Pomona, in California, negli USA, ha conseguito un bachelor of science in ingegneria alla California Polytechnic State University nel 1999 per poi arruolarsi nella Marina militare americana. Durante il servizo, è diventato pilota collaudatore, ha conseguito un master in Ingegneria dei voli di collaudo all’Air University nel 2007, un master in ingegneria di sistemi alla Naval Postgraduate School nel 2009 e un master of Military Operational Art and Science nel 2010. È stato selezionato come candidato astronauta nel 2013. Tra il novembre 2020 e il maggio 2021 ha prestato servizio sulla Stazione Spaziale Internazionale come parte della Expedition 64/65.

Christina Hammock Koch. Nata il 29 gennaio 1979 a Grand Rapids, nel Michigan, negli USA, ha conseguito una laurea in ingegneria elettrica e una in fisica alla North Carolina State University e successivamente un master in ingegneria elettrica. Inizialmente ha lavorato per la NASA come ingegnere presso il Goddard Space Flight Center dando il suo contributo allo sviluppo di varie missioni scientifiche. Ha anche prestato servizio presso la base Base Amundsen-Scott e alla Base Palmer in Antartide. Dopo quell’esperienza ha lavorato alla Johns Hopkins University contribuendo ancora allo sviluppo di vari strumenti per le sonde spaziali van Allen e Juno. Dopo un’altra esperienza alla Base Palmer ha lavorato anche in Groenlandia e per il NOAA in Alaska. È stata selezionata come candidata astronauta dalla NASA nel 2013. Tra il marzo 2019 e il febbraio 2020 ha prestato servizio sulla Stazione Spaziale Internazionale come parte della Expedition 59/60/61.

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Fonte: Tachyon Beam

Autore: 

Licenza: This is work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International

Articolo tratto interamente da Tachyon Beamù

Photo credit NASA HQ PHOTO, Public domain, via Wikimedia Commons


Oggi è la Giornata mondiale per la consapevolezza sull'autismo



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