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lunedì 18 maggio 2026

Marostica e la lezione più difficile: educare all’empatia senza paura


Articolo da FriuliSera

A Marostica ci sono stato tanti anni fa, da piccolo, in gita di famiglia, non in gita scolastica. Ci sono stato con la mia mamma e il mio papà. Ero un bambino di 8 anni e provai grande meraviglia di fronte a quella piazza grande in cui era riprodotta una scacchiera gigante, una scacchiera vera, dove i pedoni, gli alfieri, la Regina, il Re, le torri e i cavalli erano raffigurati da persone vere, con cavalli veri, in carne e ossa. Era una scacchiera vivente, non era un semplice gioco. Ricordo ancora che ne rimasi meravigliato. Evidentemente a Marostica sono abituati a dare “corpo” alle cose e la rappresentazione di un fenomeno fatta con persone vere non poteva che trovare ispirazione in chi nella città degli scacchi ci vive e ci lavora.

Nell’ultima settimana sale agli onori delle cronache una scolaresca di Marostica. Ai bambini di questa scuola primaria le insegnanti, evidentemente molto capaci e che hanno a cuore la formazione delle persone prima ancora che la formazione di futuri professionisti, hanno prima fatto rivivere l’esperienza dei migranti lungo la rotta balcanica ai propri scolari attraverso una simulazione in cui i piccoli giravano in una stanza bendati e a piedi nudi – proprio come i migranti lungo la Balkan Route: al buio della notte, senza orientamento, e spesso a piedi nudi o con le scarpe distrutte – e poi li hanno portati a conoscere dal vivo i migranti che, dopo un lunghissimo viaggio, finalmente arrivano alle porte d’Europa e entrano a Trieste. Qui, grazie al cielo, vengono soccorsi con le prime cure dall’associazione LINEA D’OMBRA, sodalizio che da anni si sostituisce alle istituzioni manchevoli di “humana pietas” e non rispettose della minima forma di solidarietà che un paese civile dovrebbe riservare a chi ha bisogno di una mano. I piccoli scolari veneti hanno così somministrato pasti caldi e aiutato i volontari dell’associazione. Beh che splendida cosa che hanno fatto queste insegnanti. Mi piacerebbe conoscerle per scambiare delle opinioni e sapere quale è stato l’impatto emotivo della gita sui loro piccoli allievi. Siamo di fronte a un’attività educativa contemporanea e ricca di contenuti, da questo penso sia difficile dissentire. E invece no, apriti cielo. La politica si scatena, l’Europarlamentare Cisint parla di lavaggio del cervello, l’ufficio Scolastico regionale del Veneto apre delle sessioni di verifica, due parlamentari addirittura presentano interrogazioni al Ministro dell’Istruzione (… e del merito….vabbè!!!!!!!!!!). Secondo queste persone i ragazzini sarebbero stati esposti a pericoli, secondo il Presidente del FVG Fedriga addirittura avrebbero avuto l’occasione per conoscere da vicino cosa è l’illegalità. Come detto qualcun altro farnetica di lavaggio del cervello.
Cerchiamo di mettere le cose in ordine, magari provando a dare una risposta punto su punto.
Solitamente si parla di “lavaggio del cervello” quando si attiva un’azione pressante e manipolatoria nei confronti di qualcuno. In verità gli scolari di Marostica non hanno ricevuto alcuna manipolazione in quanto le cose che gli sono state raccontate non sono un’invenzione, la sofferenza dei migranti è sotto gli occhi di tutti e i migranti sono assolutamente veri, come veri sono stati i pasti caldi che i piccoli hanno somministrato alle persone in transito a Trieste. Il lavaggio del cervello presuppone quindi un’azione coercitiva, una manipolazione per far digerire o accettare qualche cosa di falso o contro natura. Mi pare evidente che non ci troviamo in questa situazione. Ai bambini sono stati mostrati dei fatti e delle persone, in carne e ossa. A Marostica è in carne e ossa pure il gioco degli scacchi, assolutamente opportuno che i bambini conoscano i migranti in carne e ossa, se di migrazione l’insegnante parla.
I “bambini sono stati esposti a pericoli” si è letto. Scusate ma quali sarebbero i pericoli? Se uno va a dare una mano alla mensa della Caritas è un santo, se uno invece i pasti li dona in piazza allora è in pericolo? Credo che i fantasmi che popolano la mente di chi associa la figura del migrante all’idea di pericolo siano davvero bizzarri e duri a morire.
Veniamo al punto dell’illegalità sollevato da Fedriga, che continua a bollare come “clandestini” i migranti che arrivano dalla rotta balcanica. È sempre bene ricordare al Presidente che i giornalisti che usano impropriamente il termine “clandestino” possono essere sanzionati dall’Ordine dei Giornalisti in quanto la Carta di Roma prevede che tale termine non trovi basi giuridiche nel nostro assetto normativo. Mettiamo i puntini sulle i una volta per tutte: le persone che arrivano alla frontiera dalla rotta balcanica non sono clandestine e nemmeno irregolari in quanto sono protette da una norma di assoluto rilievo, ovvero dalla nostra Costituzione che all’articolo 10 afferma che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.” Che gli stranieri che arrivano in frontiera siano meritevoli di protezione o meno non lo decide né Fedriga né Cisint ma lo decidono le Commissioni Territoriali per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e, in caso di rigetto, in appello un Magistrato. Si invitano pertanto i rappresentanti delle nostre Istituzioni a verificare la veridicità dei contenuti che esternano, onde evitare di presidiare posizioni sempre più radicali e ideologiche cui la gente oramai non crede più.
Veniamo al merito: perché serve un intervento dell’ufficio scolastico o addirittura del Ministro? Quale è il problema? Le insegnanti hanno semplicemente fatto il loro lavoro, hanno educato i propri allievi all’”empatia”, ovvero “alla capacità di mettersi nei panni del prossimo meno fortunato”. Quale miglior insegnamento per un bambino se non l’educazione all’empatia? All’attenzione per il prossimo? per i meno fortunati? Si può sapere dove sta il problema? Si può sapere perché a scuola non si deve parlare di immigrazione che è uno dei fenomeni più attuali e di impatto sociale dei nostri tempi? Se educhiamo i ragazzi al distacco, alla lontananza e all’odio nei confronti del diverso non saremo mai in grado di venire a capo di un fenomeno, come quello dell’immigrazione, che è epocale e estremamente complesso, peraltro con un conseguente ulteriore imbarbarimento della nostra società. Se insistiamo a ridurre tutto dentro gli schemi della legalità e della sicurezza continueremo a scatenare guerre fra poveri e a non risolvere nulla.

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Fonte: FriuliSera

Autore: Giovanni Tonutti Oikos

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Articolo tratto interamente da FriuliSera

Immagine generata con intelligenza artificiale


La marina israeliana assalta le navi degli aiuti umanitari

Stamattina la marina militare israeliana ha intercettato in acque internazionali la "Global Sumud Flotilla", la flotta di barche civili partita dalla Turchia per portare aiuti umanitari a Gaza.

L'operazione militare è scattata  in pieno mare internazionale nei pressi delle coste cipriote. Secondo le testimonianze degli attivisti e i video trasmessi in diretta streaming prima dell'interruzione dei ponti radio, circa 4 navi da guerra e 6 motovedette veloci israeliane hanno circondato la flotta. I commando armati dell'IDF sono saliti a bordo dei natanti, intimando lo stop e assumendo il controllo dei timoni.

Gli attivisti a bordo hanno filmato le prime fasi dell'abbordaggio, mostrando una resistenza assolutamente pacifica e passaporti alla mano prima che le comunicazioni venissero interrotte. 


Video credit Global Sumud Italia caricato su Facebook


Modena, 16 maggio: la verità corre più veloce della propaganda



Modena non dimenticherà facilmente il pomeriggio di sabato 16 maggio. Poco dopo le 16.30, una Citroën C3 grigia ha iniziato a sfrecciare lungo la via Emilia come un’arma fuori controllo. L’auto zigzagava, saliva sui marciapiedi, travolgeva chiunque si trovasse sulla sua traiettoria. In pochi secondi, la strada si è trasformata in un caos di urla, corpi feriti, biciclette distrutte.

Il bilancio è pesante: otto feriti, quattro in condizioni gravissime.

Alla guida c’era Salim El Koudri, 31 anni, cittadino italiano nato in provincia di Bergamo, con una storia di fragilità psichiatriche. Dopo aver investito i passanti, è sceso dall’auto e ha tentato di colpire altre persone con un coltello. Un momento di puro terrore, in cui tutto sembrava possibile.

A bloccare El Koudri non sono stati agenti armati o forze speciali. Sono stati cittadini comuni, persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento giusto e hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte.

Tre nomi, soprattutto:

  • Osama Shalaby, 56 anni, muratore;

  • Mohammed Shalaby, 20 anni, suo figlio;

  • Luca Signorelli, modenese.

Osama e Mohammed sono egiziani. Vivono in Italia da trent’anni. Eppure, nonostante una vita intera trascorsa qui, non hanno la cittadinanza italiana.

Questo però non li ha fermati. Non hanno esitato un secondo: hanno corso verso un uomo armato di coltello, lo hanno affrontato, disarmato, immobilizzato. Hanno rischiato la vita per salvare quella degli altri.

Un gesto che non si improvvisa. Un gesto che racconta molto più di mille discorsi sull’integrazione.

In un Paese che troppo spesso li ha guardati con sospetto, trattati come un problema, come un bersaglio facile per la propaganda, loro hanno fatto ciò che molti non avrebbero avuto il coraggio di fare.

Mentre Modena si lecca le ferite e ringrazia i suoi eroi, una parte della politica sceglie la strada più comoda: lo sciacallaggio.

Nonostante gli inquirenti abbiano chiesto prudenza, ricordando che le motivazioni dell’uomo non sono ancora chiare e che non risultano legami con gruppi terroristici, alcuni esponenti politici hanno subito iniziato a:

  • parlare di “attentato”;

  • invocare revoche di cittadinanza;

  • rilanciare slogan sull’immigrazione;

  • trasformare una tragedia complessa in un pretesto per la solita propaganda.

I fatti di Modena raccontano due Italie:

  • quella che interviene, rischia, salva, protegge;

  • e quella che sfrutta, semplifica, divide.

La prima è fatta di persone che scelgono di essere umane prima di tutto. La seconda è fatta di slogan che evaporano davanti alla realtà.

La verità è semplice: gli eroi non hanno bisogno di cittadinanza per esserlo. La propaganda, invece, ha bisogno di ignorare i fatti per sopravvivere.

Modena, in un giorno di dolore, ha ricordato al Paese quale delle due Italie vale la pena difendere.

Autore: Lupo rosso

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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L’appello degli accademici e la filosofia ridotta a protocollo



Articolo da Agorà. La Filosofia in piazza

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le bozze delle nuovissime Indicazioni nazionali per i Licei il 22 aprile 2026. Abbiamo letto in queste settimane tanti interventi autorevoli e interessanti molto critici, ma altri anche abbastanza accondiscendenti, quasi fiduciosi, nei confronti di quello che, di sicuro, non sarà ricordato come un documento di portata epocale. 

Ci siamo informati, però, perché non volevamo esprimere un parere preconcetto, né tantomeno cavalcare la facile polemica su autori o periodi storico/culturali selezionati, su quelli bannati, esaltati, dimenticati, oppure su quelli semplicemente ridimensionati. 

Una polemica sterile, perché in fin dei conti, la libertà d’insegnamento non si tocca – e questo lo ribadisce la Costituzione all’articolo 33, al di là di cotante indicazioni autorevoli, che pure all’interno della Premessa citano ad ogni piè sospinto (11 volte!) la parola libertà, salvo mai associarla, secondo il dettame costituzionale, proprio all’insegnamento.  

Potremmo rilanciare a questo proposito, con un’operazione amarcord, le vecchie Linee guida del 2010, che sotto questo aspetto erano in effetti più chiare: «La libertà del docente dunque si esplica […] nell’arricchimento di quanto previsto nelle Indicazioni, in ragione dei percorsi che riterrà più proficuo mettere in particolare rilievo». Ma preferiamo ricavare la stessa indicazione, esposta tra le righe giusto un filino retoriche della Premessa delle Nuove Linee Guida: qui vi leggiamo che il docente ha

Al di là della confusione sibillina tra studio e aggiornamento, che facilita l’interpretazione fuorviante del/della docente quale missionaria/o votata/o al sacrificio di sé, piuttosto che di un/a professionista retribuita/o come tale, sulla questione della libertà d’insegnamento possiamo anche qui porre la parola fine. Il/la docente sa cosa e come insegnare, al di là di quanto indicatogli dunque, perché ciò è garantito dalla Costituzione, diremmo certamente, ma soprattutto perché in classe – e parliamo di classi composte normalmente da più di 25 studenti e studentesse molti/e dei quali con piani didattici personalizzati – ci entra lui/lei, eroicamente da sola/o, e non le Indicazioni nazionali.

Per noi, quindi, il problema delle Indicazioni nazionali rimane a monte. Già nella denominazione, peraltro garantita anche dall’attuale Governo, voler indicare una via nazionale a noi sembra un errore anacronistico e pericoloso. Così come pericoloso e fuorviante è muovere una critica alle indicazioni utilizzandone – inconsapevolmente – argomentazioni e velleità.

Chiaramente non siamo dei fan delle Nuove Indicazioni Nazionali (curiosamente abbreviate in “LE-NIN“) e siamo lontanissimi dalle Premesse che le accompagnano, tuttavia l’operazione degli accademici che d’improvviso si destano dal loro torpore, accorgendosi di ciò che sta accadendo da qualche decennio oramai all’interno della scuola pubblica, e scrivono un appello in difesa della Filosofia nei Licei (che non boicottiamo, ovviamente) dimostra, però, e certifica nei fatti una distanza tra accademia e scuola che è abissale.

Tra le altre cose, oltre alle lamentele sull’esclusione di Spinoza, Leibniz e Marx, leggiamo nel documento – firmato da importanti intellettuali e filosofi – che tra i problemi più importanti delle Indicazioni nazionali per la Filosofia ci sarebbe il fatto di voler «diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale». Quindi, in buona sostanza, secondo gli estensori e i firmatari dell’appello la critica alle indicazioni che rigurgitano di un nazionalismo, a tratti becero e a tratti ingiustificabile, passa attraverso il riferimento ad una presunta “tradizione nazionale“. Non andiamo oltre, ma quanto meno consentiteci di azzardare che in questo caso la nostalgia deve aver prevalso sul buon senso…

Nessuno si è accorto, tuttavia, dell’erosione che in questi anni si è consumata a danno delle ore di Filosofia nei Licei, passate da tre a due settimanali negli indirizzi di Scienze Applicate, Linguistico, Coreutico, Artistico, Musicale e Sportivo.
Nessuno si è accorto dell’erosione a danno della Filosofia che si è consumata con l’introduzione nel 2015 di percorsi curriculari all’interno dell’Alternanza Scuola-Lavoro, diventata poi PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento) e adesso, nella smania di “innovazione acronimica”, diventata FSL (Formazione Scuola-Lavoro).

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Fonte: Agorà. La Filosofia in piazza

Autore: 
AP e ML (14/05/2026) per Agorasofia

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International

Articolo tratto interamente da
Agorà. La Filosofia in piazza


La Repubblica tecnologica secondo Palantir


Articolo da Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

La “Repubblica Tecnologica” è il titolo di un documento strategico della Big Tech Palantir, pubblicato su X poche settimane orsono1, il cui fine è quello di sdoganare definitivamente l’idea che la società tecnologica sia edificabile soprattutto a partire dal settore militare.

La narrazione, dal punto di vista economico, segue più o meno il copione canonico dei capitalisti contemporanei: la visione di una nuova era tecnologica che impone la padronanza e l’utilizzo massivo delle strumentazioni e tecnologie di ultima generazione, da cui dipenderà anche la crescita del paese.

L’idea di fondo è semplice: dopo anni di processi innovativi che hanno rivoluzionato l’industria e la tecnologia, anche la Silicon Valley deve onorare un debito morale verso gli USA e da qui scaturisce quello che Palantir definisce «l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione». Obbligo che l’azienda estenderebbe, esplicitamente, all’intera popolazione.

«La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente scrollato le spalle di fronte alla criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio tentativo di affrontare il problema o assumendosi qualsiasi rischio con i propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentare in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane».

Si tratta, dunque, dell’idea che i monopoli capitalistici debbano estendere il proprio controllo sulla popolazione al di là dei poteri dello Stato, e indipendentemente da questo. In quest’ottica vanno letti i molteplici accordi che Palantir sta stringendo con le grandi aziende del settore militare, non ultimo quello con Anduril2. Questo accordo consentirà di sfruttare le tecnologie di Palantir per strutturare, etichettare e preparare i dati della difesa per l’implementazione dei sistemi di sicurezza nazionale, che sono votati non solo al monitoraggio delle minacce estere ma anche alla sorveglianza della popolazione statunitense.


Nel documento di Palantir, infatti, si descrive un paese (gli USA) perennemente sotto minaccia a cui compete l’obbligo del riarmo e la efficacia di ogni tempestiva e puntuale operazione militare. Tutto quel che vada a rafforzare la supremazia tecnologica e militare USA è benvenuto in nome della sicurezza nazionale e non sono ammesse critiche o titubanze di sorta.  L’idea della nazione, e quindi del sorgere di una ideologia nazionalista nuova, trova corpo nell’efficienza dell’apparato tecnologico e militare, ragion per cui ciascun cittadino dovrà fare la propria parte affinché la guerra non sia demandata solo ai militari professionisti: «il servizio nazionale sia un dovere universale».

Viene perciò prefigurata una società distopica nella quale saranno centrali il settore militare e quello tecnologico, e in cui ogni richiesta delle forze armate dovrà essere esaudita, diventando immediatamente un obiettivo di rilevanza strategica attorno al quale lavorare con adeguate risorse e strumenti – sia economici che politici e legislativi.

Nel documento ci sono poi altri aspetti interessanti. Ricorderemo, ad esempio, la richiesta della destra statunitense di accrescere lo stipendio dei militari accordando loro anche forme di sanità e di welfare agevolate e ampliate rispetto ai comuni mortali… ebbene, questi principi li ritroviamo pienamente in Palantir, che pensa a una nuova centralità del pubblico – dove per “pubblico” si intenda non solo la tradizionale macchina militare ma anche la subordinazione a questa dei servizi civili ad essa piegati. Non si tratta, dunque, di un segnale di rinnovato statalismo, quanto piuttosto di un composito processo di militarizzazione della società.

Complessivamente il messaggio lanciato da Palantir è tanto semplicistico da apparire rozzo: basta con messaggi complicati e con il politically correct. E basta pure con la tolleranza e l’accoglienza. La società da costruire ricorda un fortino assalito da nemici e da difendere ad ogni costo, per andare a costruire una nuova società nella quale l’IA e gli apparati militari dovranno farla da padrona. La “vecchia America” del New Deal è morta e sepolta e gli USA sarebbero addirittura in credito con il mondo per avere promosso una lunga era di pace – o, come è stata definita, «una pace straordinariamente lunga».

Lo stesso riarmo di Germania e Giappone sarebbe stato ostacolato dal disarmo imposto all’indomani della Seconda guerra mondiale, durato troppo a lungo, che avrebbe leso gli interessi statunitensi e della stessa Europa.

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Fonte: Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Autore:
 
Federico Giusti, Emiliano Gentili

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International

Articolo tratto interamente da Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Immagine generata con intelligenza artificiale


La testimonianza di un'operatrice sociale


Articolo da Zero in condotta

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di una lavoratrice Sai, che prende spunto da un’auto (la sua) rimossa per raccontare come “diritti degli utenti, condizioni lavorative e salari sono in una fase di regressione mai vista”.

Sono un’operatrice sociale di una cooperativa del terzo settore (Accoglienza Sai) allo stremo delle mie forze.

Sono un’attivista, una delegata del sindacato che non piace alla cooperativa per cui lavoro (e per tale motivo ci hanno punite e continuano a punirci). Tanto altro potrei raccontare. Ma sento la necessità di condividere qualcosa di più basico: l’invisibilità che porta al maltrattamento della nostra figura operativa.

Oggi ho accompagnato una donna rifugiata che ho in carico nel Sai presso il Sant’Orsola per un intervento, un’isterectomia. Terminato il day hospital, ho portato la mia auto (con cui lavoro, sulla quale non esistono rimborsi chilometrici da parte della coop/azienda, e per cui pago i parcheggi di lavoro a mie spese) il più vicino possibile all’uscita, senza occupare divieti di posteggio, senza causare fastidio o difficoltà di passaggio: semplicemente occupando un posto Ausl, lasciando sul cruscotto un messaggio in cui spiegavo che sarei arrivata a breve con una degente in via di dimissioni (in tutto 20 minuti), affiancando all’avviso il mio numero di telefono, in caso di necessità. Quando sono arrivata con la cara e sofferente N., l’auto non c’era: era stata rimossa dopo soli 20 minuti.

Confesso che il biglietto lasciato sul cruscotto della mia auto durante le dimissioni di N. terminava con la parola “grazie”. Era un grazie per la comprensione, per il supporto, per la vicinanza, per l’aiuto. Oltre a scoprire che del “grazie” non importa molto, ho riflettuto sul fatto che io non posso lavorare chiedendo favori o aiuto per dare un servizio (lavorando) ad una persona che ne è beneficiaria.

Dunque, non si può parcheggiare in prossimità delle uscite ospedaliere, va bene. Il punto è che noi operatrici sociali dobbiamo fare cose immense con niente: non abbiamo possibilità di parcheggiare in prossimità di luoghi in cui passiamo intere giornate, non ci vengono dati gli strumenti con cui dovremmo lavorare (la mia coop ha sei o sette auto per una settantina di strutture, circa 300 beneficiari); è ovvio che usiamo le nostre auto e dovremmo avere quantomeno un rimborso. Ma, al di là del rimborso, che lascia il tempo che trova ed è un aspetto quasi marginale rispetto alla patologica struttura del lavoro sociale, il nodo centrale è che lavoriamo come scappati di casa. Abbiamo strutture dove facciamo fatica a scaricare spese o bambini, ci relazioniamo con servizi che ogni volta è come se fosse la prima volta e vogliono la spiegazione completa di quella che è una procedura fatta migliaia di volte. Il nostro lavoro, che mette a terra un servizio di cui qualcuno ha diritto, risente delle scelte politiche più becere e regressive. Pertanto, sia i diritti degli utenti, sia le condizioni del nostro lavoro e salario sono in una fase di regressione mai vista.

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Fonte:
Zero in condotta

Autore: 
Stige 


Articolo tratto interamente da Zero in condotta

Immagine generata con intelligenza artificiale


Il gioco delle tre carte sulla pelle dei cittadini



Articolo da Strategic Culture Foundation

La retorica meloniana sul “governo che abbassa le tasse” serve dunque a coprire una verità meno raccontabile: i salari reali stagnano, il costo della vita aumenta, i servizi pubblici vengono progressivamente impoveriti e nel frattempo la quota di ricchezza sottratta ai cittadini cresce

Più lavoro, più sofrtuna

Nella giornata del 13 maggio, in Senato, Giorgia Meloni ha regalato al Paese una delle dichiarazioni economicamente più confuse e politicamente più rivelatrici degli ultimi anni. Nel tentativo di giustificare l’aumento della pressione fiscale sotto il suo governo, la Presidente del Consiglio ha sostenuto che le tasse non sarebbero aumentate, ma che semplicemente “più persone lavorano” e quindi lo Stato incassa di più. Una spiegazione che, a voler essere generosi, sfiora il grottesco. A voler essere onesti, rappresenta invece l’ennesimo tentativo di manipolare il linguaggio economico per nascondere una realtà molto semplice: gli italiani stanno pagando di più mentre il governo racconta il contrario.

Meloni ha dichiarato: “La pressione fiscale aumenta perché più gente lavora. Questo governo non ha aumentato le tasse, le ha diminuite”.

Il problema è che qui non siamo davanti a un’opinione politica discutibile, ma a un errore elementare di logica economica. O peggio ancora, a una mistificazione deliberata. Perché la Presidente continua a confondere — o finge di confondere — due concetti completamente diversi: gettito fiscale e pressione fiscale.

Il gettito fiscale è la quantità totale di denaro che lo Stato incassa attraverso tasse, contributi e imposte. È un valore assoluto. Se più persone lavorano, è normale che il gettito aumenti, perché aumentano i redditi tassati.

La pressione fiscale, invece, è un rapporto: misura quanto peso fiscale grava sulla ricchezza prodotta complessivamente dal Paese. In altre parole, indica quanta parte del lavoro collettivo degli italiani viene assorbita dallo Stato. Se aumenta il numero di lavoratori, aumenta anche il PIL, cioè la ricchezza prodotta. E allora, se davvero le tasse diminuiscono, la pressione fiscale dovrebbe restare stabile o addirittura scendere.

Se invece cresce, come sta accadendo oggi, significa una sola cosa: lo Stato sta prelevando una quota maggiore della ricchezza prodotta. Altro che “meno tasse”.

Per spiegarlo non servirebbe nemmeno una laurea in economia. Basterebbe un minimo di onestà intellettuale. Immaginiamo un condominio con dieci famiglie. Ognuna produce mille euro di ricchezza l’anno: il totale è diecimila euro. L’amministratore del palazzo, cioè lo Stato, trattiene il 43%: 4300 euro. Questa è la pressione fiscale.

Ora entrano altre cinque famiglie. Più lavoratori, più produzione, più ricchezza. Il totale sale a 15.000 euro. Se davvero le tasse fossero diminuite, l’amministratore dovrebbe accontentarsi di una quota più bassa: il 40%, il 38%, magari il 35%.

Ma non è ciò che accade. Lo Stato continua a trattenere il 43%, anzi di più. Arriva al 44%. Questo significa che il governo si sta prendendo una fetta più grande di una torta più grande. È matematica elementare, non propaganda.

Eppure Meloni continua a raccontare il contrario, contando probabilmente sul fatto che il dibattito pubblico italiano sia ormai ridotto a slogan, semplificazioni e tifoserie. Antonio Gramsci aveva descritto perfettamente questo meccanismo quando parlava di egemonia culturale: il potere non domina soltanto attraverso le leggi o la forza economica, ma soprattutto imponendo una narrazione capace di trasformare l’assurdo in senso comune. Se si ripete abbastanza volte che “le tasse non aumentano”, anche davanti ai numeri che dimostrano il contrario, una parte dell’opinione pubblica finirà per accettarlo come vero.

Il Governo, fa, il Governo dice

Ed è qui che il discorso diventa ancora più grave, perché questa non è soltanto una questione tecnica. È una questione politica e sociale. Karl Marx spiegava che lo Stato, nelle società capitalistiche, tende a presentarsi come arbitro neutrale mentre in realtà opera spesso per preservare gli equilibri di potere esistenti. Oggi vediamo esattamente questo fenomeno: mentre si chiedono sacrifici ai lavoratori dipendenti e ai ceti medi, si continua a proteggere grandi patrimoni, rendite e interessi economici consolidati. Il risultato è che il peso fiscale reale continua a gravare soprattutto su chi produce reddito attraverso il lavoro.

La retorica meloniana sul “governo che abbassa le tasse” serve dunque a coprire una verità meno raccontabile: i salari reali stagnano, il costo della vita aumenta, i servizi pubblici vengono progressivamente impoveriti e nel frattempo la quota di ricchezza sottratta ai cittadini cresce. Non è un caso che milioni di italiani abbiano la sensazione concreta di essere più poveri pur lavorando di più. Perché è esattamente ciò che sta accadendo.

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Fonte: Strategic Culture Foundation

Autore: Lorenzo Maria Pacini

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Strategic Culture Foundation

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