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domenica 3 maggio 2026

Omettere non è neutrale: la memoria antifascista merita rispetto


Quello che è successo al Concerto del Primo Maggio con Delia che modifica le parole di Bella ciao è l’ennesima dimostrazione di quanto, in questo Paese, la memoria antifascista venga trattata come un optional.

Bella ciao non è una canzone qualsiasi: è un inno di resistenza cantato in tutto il mondo, da Santiago a Berlino, da Istanbul a Buenos Aires, sempre con le sue parole, senza edulcorazioni, senza timori, senza “aggiustamenti” per non disturbare nessuno.

Cambiarla non è un gesto neutro. È un modo per svuotarla del suo significato politico e storico. È un modo per trasformare un simbolo universale di lotta contro l’oppressione in un jingle innocuo, da palcoscenico.

E diciamolo chiaramente: Bella ciao divide solo chi si sente chiamato in causa dalla parola resistenza. Chi la considera “divisiva” sta ammettendo, più o meno consapevolmente, di non riconoscersi nei valori che rappresenta: libertà, dignità, giustizia sociale, antifascismo.

Il Primo Maggio è la festa delle lavoratrici e dei lavoratori, non il luogo dove annacquare la storia per non urtare la sensibilità di chi vorrebbe un Paese senza memoria. La Resistenza non si riscrive. Le sue parole non si toccano.

Autore: Lupo rosso

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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"Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee."

George Bernard Shaw




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Le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro italiano



Articolo da Il Menabò di Etica ed Economia

Federica Cavallo, Armanda Cetrulo, Valeria Cirillo, Marialuisa Divella e Eustachio Ferrulli si chiedono se la contrattazione collettiva nazionale contrasti le disuguaglianze di genere. Esaminando le clausole sulle pari opportunità in un campione di 245 CCNL, trovano che esse sono diffuse ma orientate più alla conciliazione vita-lavoro e alla tutela della maternità, che alla riduzione delle disuguaglianze. Tenendo conto anche di altri aspetti gli autori concludono che il contributo della contrattazione nazionale alla promozione di un’effettiva parità di genere è limitato.

Negli ultimi due decenni diverse riforme – fra cui la Legge Biagi del 2003 e la riforma Fornero del 2012 – hanno inciso sull’assetto del mercato del lavoro italiano, causando una crescente frammentazione delle forme contrattuali e, dunque, una precarizzazione della forza lavoro. Parte della letteratura ha evidenziato come tali trasformazioni abbiano contribuito ad un indebolimento del potere contrattuale dei sindacati, in un contesto segnato da stagnazione salariale e peggioramento della qualità dell’occupazione. In questo quadro, le donne risultano esposte a maggiore vulnerabilità: l’occupazione femminile è concentrata nei segmenti a bassa retribuzione e presenta una più elevata incidenza di rapporti di lavoro part-time e a termine. Tale quadro è ulteriormente aggravato dalla limitata offerta di servizi per l’infanzia e dalla scarsa diffusione dei congedi di paternità, che contribuiscono a una distribuzione asimmetrica dei carichi di cura all’interno delle famiglie. Le interruzioni di carriera legate alla maternità si riflettono in divari retributivi persistenti. Come sottolinea l’ultimo rendiconto di genere dell’INPS, il gap retributivo fra donne e uomini sulla base della retribuzione media giornaliera è superiore ai venti punti percentuali. Inoltre, il forte divario di genere all’interno delle professioni più apicali, quali dirigenti e quadri è eclatante; solo il 21,8% delle donne ha contratti da dirigente a tempo indeterminato.

In questo contesto caratterizzato da profondi e persistenti divari salariali ed occupazionali, qual è il ruolo della contrattazione collettiva? Cosa fa e cosa potrebbe fare?

Il ruolo della contrattazione collettiva e la questione di genere. Nonostante il tentativo di favorire un sempre maggiore ricorso alla contrattazione aziendale e l’esplosione dei contratti pirata, la contrattazione collettiva nazionale di settore rimane un pilastro all’interno del sistema di relazioni industriali. I Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) coprono infatti la quasi totalità della forza lavoro dipendente e disciplinano minimi salariali, orari, congedi e diritti individuali e collettivi. Se la struttura del mercato del lavoro contribuisce a generare disuguaglianze di genere, è dunque rilevante interrogarsi sul ruolo (attuale e potenziale) della contrattazione nel contrastarle. Data la sua funzione di indirizzo rispetto ai livelli decentrati, la contrattazione settoriale potrebbe incidere anche sul ricorso al part-time, su pratiche organizzative, quali il lavoro agile, ed altri istituti apparentemente neutri – come l’accesso ai benefit ed i criteri di attribuzione dei premi di produzione, che producono effetti differenziati tra uomini e donne.

Tuttavia, nonostante l’ampia letteratura scientifica rivolta allo studio delle dinamiche negoziali, minore attenzione è stata dedicata all’analisi sistematica delle clausole di genere nei contratti collettivi. Gli studi si sono concentrati soprattutto sul divario salariale e sulle politiche di conciliazione, privilegiando l’analisi della contrattazione decentrata che risulta tuttavia ancora scarsamente diffusa tra le imprese italiane.

La (dis)parità di genere nei CCNL. In un recente lavoro abbiamo analizzato le clausole sulle pari opportunità contenute in un campione di 245 CCNL, esplorandone la diffusione e i temi trattati tramite tecniche di analisi testuale. Fra i 1009 CCNL del settore privato accessibili tramite il sito del CNEL – escludendo quelli del settore agricolo – abbiamo selezionato i contratti applicati ad almeno 500 lavoratori dipendenti.

In termini di composizione settoriale, i testi mostrano una distribuzione eterogenea secondo la classificazione disponibile nell’archivio del CNEL. Il margine discrezionale lasciato alle organizzazioni firmatarie in sede di deposito degli accordi collettivi ha generato discrepanze tra il settore dichiarato e quello effettivo di applicazione. Questo è il caso del settore commerciale, il più numeroso del campione (22,5%, pari a 55 contratti), che raggruppa attività del terziario, studi professionali, vigilanza privata, turismo e servizi alla persona. Una dinamica analoga si riscontra nel settore degli enti e delle istituzioni private (11,8%, 29 contratti), comprendente sanità privata, ambito socio-assistenziale, istruzione non statale e terzo settore. Seguono il comparto dei trasporti (10,2%, 25 contratti), quello poligrafico e dello spettacolo (9,4%, 23 contratti), il comparto delle aziende di servizi (8,2%, 20 contratti), che include attività di pulizia, utilities e multiservizi, la categoria residuale “altri vari” (7,4%, 18 contratti) e il settore edilizio (5,7%, 14 contratti). Nei settori meccanico, agroindustriale, tessile, chimico e credito-assicurativo, le quote variano tra il 4% e il 5,7%.

L’analisi dei documenti è stata articolata in diverse fasi, a partire dall’individuazione degli istituti configurabili come strumenti di conciliazione vita-lavoro o a uso prevalentemente femminile. Le clausole rimandano nella maggior parte dei casi alla normativa vigente, quali il D.Lgs. 151/2001 e l’accordo quadro sulle molestie e la violenza nei luoghi di lavoro.

I contratti privi di qualsiasi riferimento, anche solo normativo, risultano numericamente limitati e riguardano alcuni segmenti degli enti e istituzioni private (area sanitaria), il settore poligrafico (cinema, giornalismo e teatro) e specifici contratti relativi ai dipendenti delle parrocchie e al sottosettore moda. In tutti gli altri casi il richiamo a tematiche di genere è presente. Ma quali sono i contenuti di queste clausole?

La Figura 1 mostra come i diritti genitoriali costituiscano il tema più frequente (47,7%), seguito dai richiami alle pari opportunità (21,2%), alla flessibilità oraria (13,5%) e meno diffusamente da lavoro agile e divieto di licenziamento in gravidanza. La prevalenza di clausole a carattere conciliativo evidenzia come l’introduzione delle misure sia legata ad eventi specifici che coinvolgono le lavoratrici.

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Fonte: Il Menabò di Etica ed Economia

Autore: Armanda Cetrulo - Eustachio Ferrulli -Federica Cavallo -Marialuisa Divella -Valeria Cirillo

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da 
Il Menabò di Etica ed Economia


Le conseguenze della scomparsa dei ghiacciai sulla qualità dell'acqua



Articolo da Eurac Research

I ghiacciai e il permafrost stanno scomparendo. Ma che impatto ha questo fenomeno sulle sorgenti d’acqua alpine? Un gruppo di ricerca si è posto questa domanda, e ciò che emerge dai suoi studi fa suonare l’ennesimo campanello d’allarme.

Tel è un piccolo centro abitato a 500 metri sul livello del mare. Sorge lungo le rive del fiume Adige, all’imbocco della Val Venosta, circondato da meleti e ai piedi di montagne che raggiungono i 3000 metri. Nessuna industria, nessun recente cambiamento nell’uso dei terreni circostanti. Eppure, negli ultimi anni, i livelli di metalli pesanti nel tratto di Adige che lambisce Tel stanno aumentando. E il problema non riguarda solo Tel, ma ha origine da molto più in alto.  

 “Quando nel 2021 l’Agenzia provinciale per l'ambiente e la tutela del clima di Bolzano comunicò i risultati delle analisi sui campioni d’acqua di Tel, si è subito attivata per cercare di capire quale fosse il problema e poi ci ha coinvolti”, racconta Stefano Brighenti, che all’epoca lavorava all’Università di Bolzano e oggi è ricercatore presso il centro bolzanino Eco Research. “La nostra ipotesi era che c’entrasse la perdita dei ghiacciai”. Già nel 2007, infatti, uno studio aveva rilevato un aumento delle concentrazioni di metalli pesanti come il nichel, nel lago alpino di Rasass, in Alto Adige. Autori e autrici avevano attribuito questo aumento al disgelo del permafrost, la porzione di terreno che rimane congelata per almeno due anni consecutivi. Quello che all'epoca non si sapeva ancora, tuttavia, era se il fenomeno potesse propagarsi fino al fondovalle.  

 Per capire cosa ci fosse dietro l’aumento dei livelli di nichel nell’Adige, Brighenti e il suo gruppo di ricerca hanno svolto una serie di analisi e, nel 2025, hanno pubblicato una prima scoperta. “Confrontando i livelli di nichel misurati nell’acqua di 61 siti dislocati lungo l’Adige e un suo affluente, ci siamo accorti che, tra il 2011 e il 2023, questi valori sono aumentati di circa quattro volte”, spiega Brighenti. “Abbiamo anche osservato che le concentrazioni aumentavano man mano che ci si avvicinava a ghiacciai e a zone con permafrost. Attraverso una serie di analisi statistiche, quindi, siamo stati in grado di attribuire questo fenomeno al ritiro dei ghiacci e la perdita di permafrost, causati dal riscaldamento del clima”.

Come spiega Brighenti, la contaminazione da metalli pesanti delle acque d’alta quota dipende sia dalla perdita di ghiacciai e permafrost sia dalla geologia del territorio. “Il ghiaccio agisce come una barriera, in cui le reazioni chimiche sono inibite. Quando il suo volume diminuisce, le acque derivanti dalle piogge e dalla fusione della neve penetrano più in profondità nel terreno e attraversano zone ricche di materiale roccioso recentemente sminuzzato dall’azione dei ghiacciai e del permafrost. In queste condizioni, l’interazione tra acqua, ossigeno e superfici minerali si intensifica, aumentando l’acidità e favorendo il rilascio di metalli pesanti dalle rocce. Il risultato è che le acque delle sorgenti di alta quota contengono concentrazioni più elevate di queste sostanze”. 

 Uno studio ancora più recente, di cui Brighenti è primo autore, ha anche rivelato che il problema è più diffuso di quanto si pensasse. Gli autori e le autrici dello studio hanno analizzato le acque di 80 sorgenti d’alta quota, situate in diversi massicci delle Alpi Centro-orientali, scoprendo che, nelle vallate con alcuni tipi di roccia molto comuni, le sorgenti derivanti da zone di permafrost e ghiacciai sono caratterizzate da alti livelli di metalli pesanti. In particolare, nel 36% dei casi le concentrazioni superavano i limiti di legge per l’acqua potabile previsti dalle normative europee e italiane. E non è tutto. Prima di questo studio, la maggior parte delle ricerche si era focalizzata solo sui ghiacciai rocciosi e, in minor misura, sui ghiacciai. Ciò che emerge dal lavoro di Brighenti, invece, è che il fenomeno riguarda anche le sorgenti alimentate da altre strutture alpine come le morene di recente formazione e i conoidi di detrito.

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Fonte: Eurac Research

Autore: 
Andrea De Giovanni 

Licenza: This work  is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International

Articolo tratto interamente da Eurac Research


Citazione del giorno


 “Questo mondo è così pieno di ipocrisia, l’unico modo per essere onesti è quello di essere un eremita.” 

Pete Seeger


Mi preoccupavo di quello che diceva la gente...

"Mi preoccupavo di quello che diceva la gente: sono sempre stata un'amante della libertà, ma mi sono subito resa conto che non tutti sono così. Soprattutto quando sei una ragazzina e il giudizio è difficile da combattere se non hai abbastanza armi a disposizione."

Elodie





Lasciami gridare

 “Lasciami gridare

Rinnegare il cielo

Prendere a sassate tutti i sogni

ancora in volo

Li farò cadere ad uno ad uno.” 

Tratto dal brano Perdere l'amore di Massimo Ranieri

Photo credit gnuckx, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons