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giovedì 9 luglio 2026

L'orizzonte scomparso della militanza collettiva


Articolo da Transform! Italia

Il richiamo è ad una canzone che, per l’autore, aveva ben altro significato. Eppure, c’è da domandarselo, in maniera schietta, con quale faccia torniamo a Genova in queste torride giornate di luglio? Il ricordo? Il rimando ad una stagione splendida e crudele? La possibilità di far riconvergere in un luogo simbolo, energie vecchie e nuove intenzionate a riaffermare che un altro mondo non solo è possibile, ma diventa, per ogni ora che passa sempre più necessario? Proviamo a dipanare, in maniera non certo esaustiva, una matassa complessa, sfilacciata, piena di nodi mai sciolti e di percorsi spezzati che si ritrovano quanto di vie apparentemente nuove che si affacciano. Per chi scrive, ricordare quei tre giorni di luglio di 25 anni fa, la gioia iniziale di poter auspicare ad un mondo senza frontiere, la militarizzazione della città, l’omicidio volontario di Carlo, i tanti e le tante che non fuggirono, la Diaz e Bolzaneto, rappresentarono – col senno di poi e con gli antecedenti a Napoli – quanto sarebbe potuto accadere a chi dissentiva e faceva pesare il fatto di essere una folla immensa. Ma poi?

Chi c’era e non si tirò indietro aveva compreso perfettamente la portata della globalizzazione liberista, quella che fa circolare merci e capitali ma sbarra l’ingresso o quanto meno la seleziona, alle persone, dividendole in sfruttabili o meno, in una oscena gerarchia. Aveva persino intuito i filoni portanti che andavano a ridisegnare il pianeta: la guerra, di cui ci accorgiamo bene da poco solo perché l’odore degli ordigni è più vicino e le spese per sostenerla peggiorano le nostre vite. La frammentazione dei corpi intermedi e poi di qualsiasi forma di possibilità di aggregazione sociale che poteva nuocere a chi era convinto delle proprietà salvifiche del libero mercato (a destra come a sinistra), l’autoritarismo come fattore costante delle nostre vite, capace di trasformare le nostre città, la nostra urbanistica, persino tante coscienze iniettando il veleno mortale della paura costante dell’altro. Lo avevamo capito bene ma poi?
A chi afferma – anche con buon senso – che ogni movimento è per sua natura carsico, sparisce e poi riesplode, andrebbe detto che questo non spiega il silenzio che, salvo lodevoli eccezioni, ha regnato in questo Paese per almeno venti anni, un torpore da cui forse – sottolineo forse – qualcuno sta provando a tirarci fuori. Provando ad accennare una rozza cronologia, dalla fine delle grandi manifestazioni contro le guerre, fino a poco tempo fa, poco o nulla si è mosso, nonostante catastrofi umanitarie, politiche, disastri ambientali e sociali, abbiano dominato e dominano ancora le nostre vite. E si è creato uno iato di cui ancora è difficile comprendere l’ampiezza, quasi un fossato carico fra una generazione che forse, finalmente, sta irrompendo, e quella passata che, oltre a frammentarsi in mille rivoli per personalismi, iperboli politiciste e/o antagoniste, riflussi di diverso tipo, non è stata in grado di costruire memoria, foss’anche per segnare gli errori e le carenze da lasciare come monito, dopo la sconfitta.
Anni fa, uno di quelli che con il G8 muoveva i suoi primi passi e che di quel contesto è stato lucidissimo narratore, faceva notare che buona parte degli strumenti, delle narrazioni, dei materiali provenienti da quei giorni di 25 anni fa, oggi non sono più reperibili. Elencava testate che sono state capaci di raccontare da dentro quell’immenso calderone come Liberazione, Carta, siti come Indymedia, oggi non più consultabili, il cui materiale raccolto è andato in gran parte perso. Come fa, chi oggi ha meno di 40 anni a sapere cosa è accaduto se la fonte resta quella dei vincitori, della comunicazione mainstream, di una spettacolarizzazione mercificata assolutamente non in grado e non predisposta per raccontare il durante, il prima e il dopo quelle giornate di luglio? Poche e preziose tracce, ma per il resto il deserto.

Ed è in questo deserto che rischia di divenire un baratro incolmabile lo iato cronologico. Nei prossimi giorni andranno/andremo a Genova, in molte e molti che quelle giornate le hanno consumate con tutta la forza possibile, che magari hanno avuto anche un ruolo, che rivendicano giustamente quella fase come fondante, anche per la storia del Paese, quella di chi, per ora, è vinto. Col passare degli anni – questa è una considerazione personale – ritrovarsi a Genova ha assunto, più di una volta, il sapore amaro della nostalgia, di un amarcord incompiuto, di chi passa in alcune vie e ricorda ancora l’odore acre della repressione e, spesso del dolore. Sovente il numero dei partecipanti è scemato, per numerose ragioni, tante quante furono quelle di coloro che allora c’erano. E qui sorge la prima domanda per ora senza risposta, non possedendo facoltà divinatorie. Siamo certi che il fatto che siano trascorsi 25 anni, una cifra simbolica, possa divenire fattore attrattivo? C’è da dire che, da tempo, la città ospita numerose e spesso valide iniziative, soprattutto di carattere culturale, che di fatto riportano al centro la memoria. Ma capire quanto queste saranno capaci di mobilitare e di uscire dai confini del capoluogo ligure non è facile.

Qualcosa potrebbe riservare sorprese: l’anno trascorso ha visto di nuovo le piazze riempirsi, contro guerra e riarmo, contro la repressione, il genocidio di Gaza e non solo. Ed in gran parte, a riempire le strade di ogni piccola o grande città, ci sono state e ci sono ragazzi e ragazze che 25 anni fa non erano nemmeno stati concepiti. Nell’assemblea “No Kings” che si terrà il 18 luglio, si proverà a ritrovare convergenza fra passato, presente e futuro. Una scelta ponderata o un azzardo, se si pensa che negli ultimi mesi anche le mobilitazioni dell’autunno passato si sono in parte ridimensionate? I due poli passato vs presente riusciranno a parlarsi non per rifugiarsi nella simbologia ma per elaborare strategie concrete nell’immediato? Una grande scommessa. La manifestazione della domenica successiva sarà in grado di mantenere, anche con la presenza di soggettività diverse, la stessa portata? Le diverse generazioni vorranno incontrarsi il lunedì a Piazza Carlo Giuliani “ragazzo”, non solo per un tributo ma e soprattutto, per continuare il cammino? La risposta a questi quesiti è anche, ma non soltanto, di carattere quantitativo. La storia ufficiale, quella dei vincitori, vuole rimuovere Genova, confinarla in un ambito residuale e da addetti ai lavori, che non contamini la “generazione Gaza”. È il lavoro che spetta all’avversario di classe. Ma chi allora “camminava domandando” e magari anche “domandandosi”, ha intenzione di intercettare chi oggi prova a camminare usando linguaggi, prospettive, mezzi anche diversi, chi nella frantumazione ci è nata/o, ha scoperto la bellezza del ritrovarsi insieme, anche di notte, dalla stessa parte contro un’ingiustizia? Non bastano belle parole come “ascolto” e “umiltà”, occorre un salto enorme ed è difficile prevedere se Genova del 2026 potrà o meno vederlo ed esserne elemento propulsivo.

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Fonte:
Transform! Italia

Autore: 
Stefano Galieni

Licenza: Licenza Creative Commons

Articolo tratto interamente da Transform! Italia

Photo credit Michele Ferraris, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


Bonnie Tyler, la voce roca che ha conquistato il mondo, è morta



Articolo da elDiario.es

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su elDiario.es

La cantante di successi come 'Total Eclipse of the Heart', 'It's a Heartache' e 'Holding Out for a Hero' è morta all'età di 75 anni.

Bonnie Tyler è morta mercoledì a Faro, in Portogallo, all'età di 75 anni, secondo quanto comunicato dalla sua famiglia. La cantante di successi come " It's a Heartache", "Total Eclipse of the Heart " e "Holding Out for a Hero" non è riuscita a guarire dalla malattia per la quale era stata ricoverata in ospedale il mese scorso.

Tyler, il cui vero nome era Gaynor Hopkins, nacque l'8 giugno 1951 nella città gallese di Neath, nel Regno Unito. Il suo amore per la musica le fu trasmesso dalla madre, Elsie, grande appassionata di opera e cantante nel coro di una chiesa locale.Tina Turner

Janis Joplin e Tina Turner erano due delle voci che Bonny Tyler ascoltava da bambina; a diciassette anni, si classificò seconda in un concorso per giovani talenti interpretando " Those Were the Days" di Mary Hopkins e "I Can't Stop Loving You " di Ray Charles. Due anni dopo, formò la sua band, gli Imagination , con cui si esibì in bar e club del Galles del Sud con il nome di Sherene Davis.

Roger Bell la scoprì durante una delle sue esibizioni, rimanendo colpito dal suo talento. Da lì, si trasferì a Londra per registrare alcuni demo e, mesi dopo, firmò un contratto con la RCA Records. Lì, le consigliarono di scegliere un nome più incisivo e lei optò per Bonnie Tyler. "My Honeycomb" e "Lost in France" furono i suoi primi singoli. Dopo la loro pubblicazione, la cantante dovette sottoporsi a un intervento chirurgico per rimuovere dei noduli dalle corde vocali. Il medico le ordinò di non parlare per diverse settimane, ma Tyler disobbedì. Fu proprio questa sua "disobbedienza" a creare il caratteristico suono rauco della sua voce che l'avrebbe accompagnata per il resto della sua carriera.

L'artista si aggiudicò il Brit Award come miglior artista emergente britannica nel 1977, sebbene la sua ascesa alla fama mondiale avvenne un anno dopo con il successo di "It's a Heartache ". Tyler rimase sotto contratto con la RCO fino all'album *Goodbye to the Island*, pubblicato nel 1981 e registrato principalmente in Algarve, Portogallo. La canzone " Sitting on the Edge of the Ocean" vinse il Gran Premio allo Yamaha Music Festival tenutosi a Tokyo nel 1979. Insoddisfatta dei suoi precedenti produttori, alla scadenza del contratto ne cercò di nuovi, rivolgendosi infine a Jim Steinman, con il quale avrebbe raggiunto l'apice della sua carriera.

La loro prima collaborazione fu la hit "Total Eclipse of the Heart", seguita dall'album * Faster Than the Speed ​​of Night* . Sia la canzone che l'album furono candidati a un Grammy Award.

Il suo album successivo, Secret Dreams and Forbidden Fire, includeva un altro dei suoi maggiori successi, "Holding Out for a Hero". La cantante registrò Hide Your Heart con la Columbia Records nel 1988 e in seguito Bitterblue con la Hansa Records, dopo essersi stabilita in Germania. Seguirono Angel Heart (1992) e Silhouette in Red (1993). Alla fine degli anni '90, l'artista firmò con una nuova etichetta, la East West Records, con la quale fuse il pop con la musica celtica nel suo album All in One Voice.

Tyler ha continuato a esibirsi in tour, ha registrato un album di cover con l'Orchestra Filarmonica di Praga e, con Wings , ha assunto per la prima volta un ruolo più attivo nel processo di scrittura dei brani, creando un album prevalentemente pop. Nel 2013, ha aggiunto un altro traguardo alla sua carriera, rappresentando il Regno Unito all'Eurovision con " Believe in Me ". Si è classificata al 19° posto. A Malmö, città ospitante del concorso di quell'anno, ha avuto un divertente incontro con la delegazione spagnola. L'artista ha condiviso il palco con El Sueño de Morfeo nei concerti che hanno preceduto la finale, dove li ha salutati con entusiasmo gridando: "Viva la Spagna!".

Turner ha pubblicato altri due album, Rocks and Honey nel 2013 e Between the Earth and the Stars nel 2019, e ha continuato a esibirsi in tour e ad apparire in televisione. Fino al problema intestinale, era ancora in piena attività. Era infatti in tournée e aveva in programma concerti a Malta il 22 maggio e in Germania il 30.

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Fonte: elDiario.es

Autore: Laura García Higueras

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da elDiario.es

Photo credit Albin Olsson, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons


Il rock

"Il rock è praticamente morto, a meno che non arrivi qualcuno in grado di salvarlo, i nuovi Oasis o i nuovi Nirvana. C'è bisogno di qualcosa di innovativo, qualcosa che sia in grado di toccare la vita delle persone, soprattutto di quelle più giovani. La nuova generazione, a parte poche eccezioni, è cresciuta con la musica rap e non con il rock."

Courtney Love

Photo credit Tom Edwards from London, England, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons


Buongiorno, tristezza

"Buongiorno, tristezza.

Che pomeriggio, tristezza.

Sei venuta a trovarmi oggi.

Cominciavo a sentirmi

un po' triste

per essere stato

lontano da te per così tanto tempo."

Vinícius de Moraes



Citazione del giorno


 “La creatività coinvolge la profondità di una mente e molti, molti livelli inconsci.” 

Oliver Sacks


Tenacia

"Tenacia, tenacia al massimo, soprattutto in questi momenti di crisi. Mettetevi i paraocchi come ho fatto io e dite "tanto che mi frega": soffro, farò tante cose, ma un giorno arriverò a fare quello che voglio. E se lo volete lo fate."

Lino Banfi

Photo credit PM - Il Piccolo Missionario, CC BY-SA 2.0, da Wikimedia Commons


9 luglio 1958 – Nella Baia di Lituya, Alaska, si abbatte la più alta onda anomala mai documentata: 524 m



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il terremoto della baia di Lituya del 1958 fu un evento catastrofico che si verificò il 9 luglio alle 22:15:58 ora locale (06:15:58 del 10 luglio UTC) con una magnitudo del momento sismico compreso tra 7,8 e 8,3 e un massimo di intensità nella scala Mercalli pari a XI ("Catastrofica") nella baia di Lituya, nello stato statunitense dell'Alaska.[4]

Il terremoto ebbe luogo per via della faglia di Fairweather, compresa nella più ampia Queen Charlotte, e innescò una frana dal volume di 30 milioni di metri cubi (circa 90 milioni di tonnellate) nella stretta insenatura della baia di Lituya. L'impatto fu udito fino a 80 km di distanza,[6] con l'improvviso spostamento d'acqua che generò un megatsunami che raggiunse i 524 metri di altezza di run-up, ossia della risalita della massa d'acqua spostata dalla frana sul versante della montagna antistante la frana, e che fu responsabile della distruzione degli alberi situati presso l'insenatura di Gilbert.[7] Si è trattato del maggiore e più significativo megatsunami avvenuto in tempi moderni; il cataclisma impose una rivalutazione degli eventi causati da immense onde e la necessità di tenere in considerazione il pericolo rappresentato da impatti astronomici, cadute massi e frane dalla vasta portata.[8]

La baia di Lituya è un fiordo che giace sulla faglia di Fairweather nella parte nord-orientale del Golfo dell'Alaska, negli Stati Uniti. Si tratta di una baia a forma di T con una larghezza di 3 km e una lunghezza di 11.[9] Lituya è un'insenatura di marea ricoperta dal ghiaccio con una profondità massima di 220 m. Lo stretto ingresso della baia ha una profondità di soli 10 m.[9] I due bracci che creano la parte superiore della forma a T della baia sono le insenature di Gilbert e Crillon e fanno parte di un trench collocato sulla faglia di Fairweather.[10] Negli ultimi 150 anni la baia di Lituya sperimentò altri tre tsunami di oltre 30 m: quello di 120 m del 1854, quello di 61 m del 1899 e quello di 150 m del 1936.[11][12]

Vicino alla cresta dei monti Fairweather si trovano i ghiacciai Lituya e North Crillon. Ciascuno è lungo circa 19 km e largo 1,6 con un'altezza di 1.200 m. I ritiri di questi ghiacciai hanno dato origine all'attuale forma a "T" della baia, ovvero le insenature di Gilbert e Crillon.[10]

Si ritiene che quattro o cinque megatsunami si siano verificati nella baia di Lituya entro un arco temporale di 250 anni:[7][13]

  • Si pensi ai resoconti dei primi esploratori della perdita di tutti gli alberi e della vegetazione lungo la riva e del taglio dei confini degli alberi. Un esempio è costituito dal registro di Jean-François de La Pérouse, il primo europeo a scoprire la baia nel 1786.[5][7]
  • Sulla base delle prove fotografiche, «almeno una e forse due onde» avvennero tra il 1854 e il 1916.[5][7]
  • Un ulteriore evento che cancellò le prove di cui sopra e sradicò alberi a oltre 150 metri sui lati della baia si verificò nel 1936.[5][7]
  • L'evento del 1958.
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