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sabato 17 ottobre 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Curre curre guaglió dei 99 Posse



Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che raccontano un'epoca e altre che riescono ad attraversare il tempo. Curre curre guagliò dei 99 Posse appartiene a entrambe le categorie.

Pubblicato nel 1993 all'interno dell'omonimo album d'esordio, il brano esplose ben oltre la scena alternativa napoletana, diventando uno dei simboli musicali degli anni Novanta. La sua forza stava nella capacità di mescolare rap, reggae e raggamuffin con un linguaggio diretto, radicato nella realtà delle strade e dei centri sociali da cui il gruppo proveniva.

Il titolo significa letteralmente "Corri, corri ragazzo", ma sarebbe riduttivo interpretarlo come un semplice invito al movimento. In quelle parole c'è un'esortazione a non restare spettatori, a non accettare passivamente ciò che accade intorno, a prendere coscienza e posizione di fronte alle ingiustizie sociali.

Nata in una Napoli piena di contraddizioni, creatività e fermento culturale, Curre curre guagliò divenne presto molto più di una canzone. Era un messaggio, un'identità condivisa, un modo di guardare il mondo. L'inserimento nella colonna sonora del film Sud di Gabriele Salvatores contribuì a far conoscere il brano a un pubblico ancora più ampio, trasformandolo in un vero e proprio manifesto generazionale.

In un'epoca in cui tutto scorre veloce e spesso si dimentica in fretta, Curre curre guagliò continua a ricordarci una cosa semplice: l'indifferenza non ha mai cambiato nulla.

Per questo il suo messaggio continua a correre. E forse oggi ne abbiamo bisogno quanto allora.

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Le proteste studentesche si diffondono dalla Francia, raggiungendo Albania e Argentina



Articolo da Democracy Now!

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Democracy Now!

Il leader albanese resiste alle richieste di dimissioni, nonostante le manifestazioni studentesche che ne chiedono la rimozione. Giovedì, a Tirana, capitale dell'Albania, si sono verificati scontri tra manifestanti e polizia per il terzo giorno consecutivo, spingendo il Parlamento a sospendere la sessione.

Arber Lleshi : "Siamo qui per protestare contro il nostro governo più corrotto di sempre, che sta sfruttando e abusando del nostro ambiente, delle nostre risorse naturali, della nostra terra, delle nostre aree protette. Questo è il governo più corrotto che il nostro Paese abbia mai visto e deve andarsene il prima possibile".
I manifestanti chiedono alle autorità albanesi di annullare la vendita di un tratto di costa meridionale a un progetto di sviluppo di un resort di lusso sostenuto dal genero del presidente Trump, Jared Kushner.

L'Albania si unisce all'ondata di proteste studentesche iniziate in Francia contro le classi sovraffollate, la carenza di insegnanti e le infrastrutture fatiscenti. Queste proteste si sono poi diffuse in Grecia e in Argentina, dove giovedì migliaia di studenti e lavoratori universitari hanno sfilato nella capitale Buenos Aires per protestare contro i drastici tagli all'istruzione voluti dal presidente di estrema destra Javier Milei.

Ary Piovaroli : “La verità è che viviamo con un salario di sussistenza che a malapena copre i nostri bisogni primari. E la verità è che abbiamo colleghi che lavorano di notte, insegnano la mattina e dormono quando possono. È davvero folle, vista la situazione in cui ci troviamo. È estremamente grave.”

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Fonte: Democracy Now!

Autore: Democracy Now!

Articolo tratto interamente da Democracy Now!


Violenza assimilazione e repressione sotto Mussolini nelle terre di frontiera



Articolo da East Journal

Il fascismo trasformò il confine orientale in un laboratorio di italianizzazione, repressione e anti-slavismo, nel tentativo di cancellare identità e culture slovene e croate. Ma per il regime quella frontiera rimase sempre una spina nel fianco.

Il confine orientale fu una delle grandi ossessioni dell’Italia fascista. Agli occhi del nazionalismo italiano esso rappresentava una sorta di frontiera “incompiuta”, una linea politica dietro la quale vivevano popolazioni che rendevano evidente quanto il nuovo confine non coincidesse con quello linguistico ed etnico tanto caro al regime. Prendiamo spunto dall’anniversario della nascita dello Stato dei Serbi, Croati e Sloveni il 29 ottobre 1918 (poi diventato Regno il 1° dicembre dello stesso anno) per riflettere sul fenomeno del fascismo di frontiera.

Una frontiera incompiuta

Per comprendere questa vicenda occorre in primis chiarire la geografia del confine orientale: la Venezia Giulia, intesa nel suo significato storico più ampio, comprendeva Trieste, il Goriziano e l’Istria, che divennero parte del Regno d’Italia al termine della prima guerra mondiale, mentre Fiume, annessa all’Italia nel 1924, rappresentava un ulteriore nodo della contesa adriatica. In questi territori convivevano da secoli comunità italiane e popolazioni slovene e croate, in una realtà plurilingue e composita, segnata da identità, appartenenze e rivendicazioni diverse. Fu su questo equilibrio complesso che il fascismo intervenne, trasformando la tutela dell’italianità in un progetto di assimilazione forzata e repressione delle minoranze.

Dopo la Prima guerra mondiale la Venezia Giulia divenne così uno degli spazi più delicati del nuovo ordine europeo: Trieste, l’Istria e Fiume erano diventate simboli della vittoria mutilata, mentre dall’altra parte del confine il nuovo stato jugoslavo – nato dalla lunga gestazione jugoslavista – rivendicava territori nei quali vivevano importanti comunità slovene e croate. La frontiera era dunque una questione nazionale oltre che territoriale, e proprio qui il fascismo trovò uno dei suoi terreni di coltura più favorevoli.

Lo squadrismo come “sintesi” anti-slava e anti-comunista

Lo scontro sociale raggiunse il culmine nell’Istria del 1920, contrapponendo operai e contadini da una parte, proprietari terrieri e industriali dall’altra; nel mezzo, la paura del comunismo e quella, profondamente intrecciata, del nazionalismo slavo. Per usare le parole di Davide Conti nel suo L’occupazione italiana dei Balcani, lo squadrismo si presentò come elemento di sintesi dell’opposizione anti-slava e anti-comunista.

Se lo squadrismo quindi si impose come forza capace di ricomporre interessi diversi, la frontiera forniva al fascismo un nemico facilmente identificabile e consentiva di saldare la paura della rivoluzione sociale con quella della minaccia slava. L’attivismo fascista anti-jugoslavo e anti-socialista riuscì così ad aggregare settori significativi della società della Venezia Giulia, sostenuto dalla stampa locale e nazionale e da un’opinione pubblica fortemente intimorita dal pericolo rosso.

Dallo squadrismo all’italianizzazione

Tra il 1921 e il 1922 iniziò una politica sistematica di snazionalizzazione, in cui la violenza squadrista fu affiancata da una legislazione che voleva distruggere l’identità slovena e quella croata. Si procedette alla cancellazione delle associazioni e delle strutture jugoslave, alla repressione della cultura slovena e croata, all’imposizione dell’italiano e all’italianizzazione dei cognomi. E quando nella seconda metà degli anni ’20 il regime si consolidò, la repressione si fece ancora più capillare: scioglimento delle organizzazioni politiche, culturali e sociali, soppressione della stampa non italiana, chiusura delle scuole e delle strutture economiche e associative della minoranza.

La scuola divenne uno degli strumenti fondamentali. La legge del 1923 impose l’italiano come lingua dell’insegnamento e nell’arco di pochi anni gli insegnanti sloveni e croati furono progressivamente sostituiti da docenti italiani: nel giro di cinque anni fu completata la sostituzione degli insegnanti nelle oltre 130 scuole croate e nelle oltre 70 slovene dell’Istria. La frontiera veniva così trasformata attraverso due direttrici principali: quella della repressione politica, e quella che potremmo chiamare della “ingegneria dell’identità”.

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Autore: 
Paolo Garatti

Licenza: Licenza Creative Commons

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da East Journal


La verità sotto le macerie



Articolo da CTXT

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su CTXT

Un rapporto del Relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati analizza l'eliminazione dei giornalisti palestinesi e l'inasprimento delle restrizioni sui media in Israele. 

A tre anni dall'inizio del genocidio a Gaza, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, sul regime informativo attuato da Israele. Secondo Albanese, questo regime ha accompagnato il genocidio, ne ha facilitato la commissione e ha ostacolato l'accertamento delle responsabilità. In questo rapporto, intitolato " La verità sotto le macerie: i media in tempo di genocidio", Albanese analizza tre questioni chiave. In primo luogo, l'eliminazione dei giornalisti palestinesi. In secondo luogo, la censura e le restrizioni imposte ai media nello Stato di Israele e come queste abbiano amplificato l'incitamento all'odio. Infine , il ruolo dei principali organi di informazione internazionali e delle piattaforme digitali nell'"emarginare le voci palestinesi e riprodurre le narrazioni israeliane".

Per quanto riguarda l'eliminazione del giornalismo palestinese, il rapporto rileva che dall'inizio dell'attacco genocida a Gaza, le forze israeliane hanno ucciso quasi 300 giornalisti. Molti sono stati correttamente identificati e almeno 70 sono stati presi di mira per rappresaglia a causa del loro lavoro. Talvolta sono stati effettuati attacchi "a doppio colpo", in cui coloro che sono accorsi in aiuto delle vittime del primo attacco sono stati nuovamente presi di mira. Dall'ottobre 2023, sono stati registrati 240 casi in cui Israele ha utilizzato munizioni vere contro le squadre dei media a Gaza. In Cisgiordania, sono stati registrati 139 attacchi dei coloni contro la stampa. Dall'ottobre 2023, più di 100 giornalisti e operatori dei media palestinesi sono stati arrestati e circa 30 rimangono in carcere.

Riguardo al regime informativo in Israele, Albanese osserva che la censura militare ha raggiunto livelli senza precedenti, con una media di 21 interventi al giorno nel 2024 e 15 nel 2025. Inoltre, le leggi sono state inasprite e i media indipendenti sono stati sanzionati. Dall'ottobre 2023, Israele ha vietato l'ingresso a Gaza ai giornalisti internazionali. Nel 2024, ad Al Jazeera è stato proibito di operare in Israele.

Riguardo al ruolo della stampa internazionale, Albanese afferma che testate come il New York Times e la BBC hanno omesso o minimizzato la responsabilità di Israele nel riportare eventi come l'omicidio di Hind Rajab, che la BBC ha descritto con il titolo: "Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo aver chiesto aiuto". Sottolinea inoltre che aziende come Meta, Alphabet (Google) e X hanno applicato una moderazione dei contenuti di parte, favorendo la narrativa del governo israeliano.

Il rapporto si conclude con una serie di raccomandazioni all'Assemblea generale, agli Stati membri e alle piattaforme mediatiche e di comunicazione per preservare le prove del genocidio, proteggere i giornalisti e il diritto all'informazione e contrastare l'incitamento all'odio.

Potete leggere il rapporto completo qui. 

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Fonte: CTXT

Autore: Francesca Albanese

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza
Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da CTXT


Gli studenti francesi subiscono solo repressione



Articolo da Rebelión

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Rebelión

Sabato 17 ottobre sono previste imponenti manifestazioni di studenti e lavoratori.

Le legittime rivendicazioni degli studenti francesi, represse in modo generalizzato dalle autorità governative, offrono dati allarmanti.

I numeri sono impressionanti: oltre 270.000 manifestanti hanno partecipato alle proteste in numerose regioni della Francia; 6.900 arresti dal 17 settembre, l'86% dei quali minori; 225 studenti feriti e un numero simile di agenti di polizia; una trentina di scuole superiori coinvolte; 30.000 studenti impossibilitati a frequentare le lezioni.

Gli studenti delle scuole superiori, Perlopiù di età compresa tra i 15 e i 18 anni, denunciano la mancanza di supplenti per gli insegnanti. Assenze, orari sovraccarichi, aule deteriorate dove è impossibile per resistere all'aumento delle temperature e ai miglioramenti della domanda nell'ultimo ciclo di secondario e la sospensione o le modifiche in Parcoursup, un sistema di accesso a studi di istruzione superiore che considerano opachi.

Sabrine Kharbach, portavoce dell'Unione degli Studenti, ha chiesto una partecipazione massiccia alle prossime mobilitazioni e ha dichiarato che "finché non saranno messi sul tavolo 10 miliardi di euro, le loro manifestazioni continueranno. Il Ministero dell'Istruzione ne offre solo 3 miliardi".

Come è già stato fatto comune nei media tradizionali e nei social network controllato da consorzi potenti come Meta o Google, quando si parla di Le proteste mettono in luce l'aggressività dei giovani e diminuiscono la repressione Polizia Stradale.

Lui , il candidato presidenziale di La France Insoumise ( LFI ) Jean-Luc Mélenchon , ha sottolineato: Il Il governo deve smettere di giocare con la violenza e la corruzione e rivedere completa la tua copia di istruzione in il bilancio .

Queste richieste Si verificano quando il presidente francese Emmanuel Macron ha solo il 17% di approvazione e dopo che si è saputo che durante un recente incontro a New York con il Il presidente Vladimir Zelensky lo ha informato della decisione del suo governo di continuare gli aiuti multimilionari all'Ucraina affinché possa continuare la guerra contro Russia.

Gli analisti Essi indicano che il governo è in una situazione senza via d'uscita, poiché non sarà in grado di rispondere alle richieste. a causa del suo debito, che ammonta al 120% del prodotto interno lordo Ruvido.

Martedì 13, altri Le manifestazioni studentesche si sono svolte soprattutto a Parigi e Nantes. L'Inter-Unione degli studenti Le organizzazioni studentesche e le scuole superiori hanno segnalato una cifra di 480 000 partecipanti a livello nazionale.

In A Parigi , la polizia ha usato gas lacrimogeni. e cannoni ad acqua per per disperdere la folla radunatasi in piazza Vauban, nei pressi di Les Invalides. Anche a Nantes le autorità hanno fatto uso di gas lacrimogeni. contro la marcia studentesca, che ha risposto lanciando pietre, palline di vernice e fuochi d'artificio.

Per il prossimo sabato Il 17, le organizzazioni studentesche hanno invitato le persone a scendere in piazza , insieme alle proteste dell' Gilet gialli, un movimento nato in Francia nel 2018 che chiede richieste sociali ed economiche, che si sono diffuse in altri paesi come Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Spagna.

In una dichiarazione, la Confederazione Generale del Lavoro (CGT), oltre a consolidare L'alleanza con gli studenti ha sostenuto tutte le mobilitazioni nel paese per richieste sociali, aumento dei salari e delle pensioni, prezzi più bassi e la difesa di un servizio pubblico che soddisfi i bisogni.

In Questa settimana il Parlamento sta discutendo il bilancio 2027, che Propongono che un terzo dei finanziamenti nazionali per l'istruzione sia reindirizzare al pagamento dei funzionari pubblici

Il bilancio proposto dal governo prevede tagli alla spesa per 54 miliardi di euro e alcuni aumenti delle tasse . L' obiettivo principale del governo è ridurre il deficit pubblico al 5%, dato che il debito pubblico si attesta al 120% del PIL, una cifra superata nell'Unione Europea solo da Italia e Grecia.

Secondo Secondo diverse fonti, la bozza contiene misure impopolari e sarà La sua approvazione in Parlamento è complicata, poiché manca la maggioranza, ma... Il primo ministro Sébastien Lecornu lo ha fatto la carta jolly di promuoverli per decreto, anche se ciò lo esporrebbe a una mozione di censura.

Indubbiamente, le imponenti manifestazioni in Francia riflettono la crisi del sistema capitalistico e il declino dei diritti sociali in quel Paese e in altri dell'Europa occidentale, che vengono controllati attraverso la repressione violenta.

Hedelberto López Blanch, giornalista, scrittore e ricercatore cubano, specializzato in politica internazionale. 

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Fonte: Rebelión

Autore: Hedelberto López Blanch 

Articolo tratto interamente da Rebelión

Photo credit Thomas Bresson, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons


La guerra del governo statunitense contro i migranti: la violenza come arma politica e strategia di deterrenza



Articolo da Desinformémonos

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I migranti, sia quelli con permesso di soggiorno che, soprattutto, quelli senza, sono diventati bersaglio e vittime di una violenta offensiva mediatica e politica da parte dell'attuale governo degli Stati Uniti. Nonostante il loro innegabile e ingente contributo socioeconomico, i migranti continuano a essere soggetti a una spietata aggressione statale xenofoba.

I numeri parlano chiaro: secondo una ricerca del Cato Institute, tra il 1994 e il 2023 gli immigrati hanno versato quasi 14.500 miliardi di dollari in tasse locali, statali e federali. Nel mercato del lavoro, rappresentano circa il 20% della forza lavoro del Paese. La loro presenza è ancora più cruciale nei settori essenziali: secondo i dati del Dipartimento dell'Agricoltura e dell'American Immigration Council, i lavoratori senza documenti costituiscono il 42% dei 2,4 milioni di braccianti agricoli negli Stati Uniti. Analogamente, nel settore edile, circa il 30% della forza lavoro è composta da immigrati (di cui il 14% senza documenti), mentre nel settore dei servizi rappresentano il 24% di tutti i dipendenti.

Il 2025 è stato un anno segnato da numerosi atti di violenza contro questa popolazione, consolidando un quadro drammatico di rapidi e drastici cambiamenti. Per raggiungere questo obiettivo, il governo degli Stati Uniti ha impiegato diverse forze e strategie territoriali, militarizzando e chiudendo i propri confini. In particolare, lungo il confine con il Messico, l'amministrazione ha schierato quasi 9.000 militari.

La risposta delle altre forze di sicurezza statali non è stata meno severa. La Polizia di Frontiera ha raggiunto un organico record di quasi 21.500 agenti e ha ampliato drasticamente la sua portata territoriale, operando ora non solo al confine meridionale ma anche nell'entroterra del paese, come dimostrano i raid di massa a Los Angeles e Minneapolis. Nel frattempo, l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha raddoppiato il proprio organico tra il 2025 e il 2026, passando da 10.000 a 22.000 agenti, grazie anche a un significativo aumento del budget del Dipartimento per la Sicurezza Interna, che ha raggiunto gli 85 miliardi di dollari. Gli effetti di questo dispiegamento vanno dai raid di massa di alto profilo (Los Angeles e Minneapolis) agli inseguimenti in auto e agli arresti sommari – spesso illegali – nei luoghi di lavoro, nei tribunali e nelle residenze private.

Per quanto riguarda i quadri giuridici e le procedure, è evidente l'aggressione istituzionale. Si assiste a una chiara erosione dei diritti costituzionali e a una costante violazione del giusto processo. Di fatto, il diritto d'asilo ha subito una brutale riduzione e smantellamento, parallelamente alla crescente criminalizzazione dei migranti e delle organizzazioni che li difendono.

Oggi, arresti ed espulsioni vengono effettuati rapidamente e senza un giusto processo, come è accaduto con i cittadini venezuelani all'inizio del 2025, o nel caso specifico di Kilmar García Abrego. Questa politica di criminalizzazione e crudeltà istituzionalizzata ha provocato almeno 52 morti di migranti sotto la custodia dell'ICE, oltre a decine di persone gravemente ferite o uccise durante gli inseguimenti e la cattura, molte delle quali di origine messicana.

Di fronte a questa situazione ostile, le comunità di migranti e i loro alleati hanno sviluppato molteplici strategie di resistenza: pratiche di auto-cura, reti di solidarietà, consulenza legale e iniziative di resistenza attiva e pacifica. Dato l'uso della violenza e della disumanizzazione come politica statale, è fondamentale ricordare che nessun essere umano è illegale e che i migranti, attraverso le loro vite e il loro arduo lavoro quotidiano, generano un contributo inestimabile in termini fiscali, lavorativi, economici e sociali per i paesi di destinazione. 

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Fonte: Desinformémonos

Autore: Guillermo Castillo Ramírez 

Licenza: Copyleft 


Articolo tratto interamente da Desinformémonos


La protesta che i media non raccontano



Articolo da La Fionda

Da settimane agricoltori, allevatori, olivicoltori, pescatori e autotrasportatori sono in mobilitazione contro il caro carburanti e l’aumento dei costi di produzione. Dalla Sicilia alla Calabria, dalla Puglia al Lazio, si susseguono presìdi, cortei e blocchi stradali. Tra il Gargano e il Foggiano, nel Cosentino e nel Catanzarese, si segnalano difficoltà nell’approvvigionamento dei supermercati e lunghe code ai distributori di carburante. Al centro della protesta ci sono condizioni economiche divenute insostenibili per un intero mondo produttivo: l’aumento dei prezzi del gasolio e delle materie prime, i compensi agricoli spesso insufficienti persino a coprire le spese, la concorrenza delle importazioni sottoposte a standard differenti. A pesare è anche il divario tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli pagati dai consumatori, insieme al potere contrattuale degli intermediari e della grande distribuzione organizzata, che tende a scaricare sui primi una parte sproporzionata dei costi e dei rischi d’impresa. Una situazione che mette in difficoltà interi settori produttivi e si ripercuote, attraverso i rincari, anche sui consumatori. Da qui la richiesta di interventi urgenti sul costo dei carburanti, di misure a sostegno delle attività produttive e di risposte istituzionali concrete.

E la mobilitazione non si ferma, anzi si allarga. Dal 16 al 20 ottobre è previsto un fermo di cinque giorni degli autotrasportatori aderenti alle organizzazioni promotrici in Calabria e Sicilia, mentre in altre regioni del Mezzogiorno proseguono presìdi e proteste. Sul piano nazionale, le associazioni del settore chiedono interventi urgenti e prospettano un’estensione della mobilitazione in assenza di risposte adeguate. Dai presìdi emerge la difficoltà crescente di continuare a lavorare: agricoltori schiacciati dall’aumento dei costi e da prezzi di vendita sempre meno remunerativi, imprese di trasporto che non dispongono più della liquidità necessaria a mantenere in circolazione i mezzi, pescatori e piccoli produttori che vedono erodersi ogni margine di guadagno. Particolarmente difficile è la condizione dei piccoli autotrasportatori, spesso impossibilitati a trasferire sui committenti l’aumento dei costi del carburante, a fronte di tariffe che non tengono il passo con i rincari. A questo quadro si affianca la vertenza dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto e dell’indotto, che chiedono garanzie occupazionali e un piano industriale credibile, capace di coniugare continuità produttiva, risanamento ambientale e tutela del lavoro. Sono mobilitazioni differenti, ma attraversate da una medesima questione di fondo: la possibilità, per chi lavora e produce, di continuare a vivere dignitosamente del proprio lavoro.

Eppure, nel grande circo politico-mediatico nazionale, queste proteste, pur non essendo passate completamente sotto silenzio, ricevono un’attenzione del tutto insufficiente rispetto alla loro portata. Il dibattito pubblico si consuma in una baruffa sterile e inconcludente, che aggira le questioni fondamentali del Paese o le affronta soltanto in superficie, mentre il disagio di questi lavoratori e delle loro comunità resta ai margini. È la consueta operazione di rimozione della realtà quando questa risulta sgradita: non occorre censurarla apertamente, basta relegarla sullo sfondo, fino a renderla politicamente quasi invisibile.

È il paradosso di un Paese che celebra il Made in Italy, ma lascia impoverire chi materialmente lo produce. Da una parte, la retorica governativa del «Made in Italietta»; dall’altra, un’opposizione parlamentare distante dalle ragioni profonde di queste mobilitazioni. Il riflesso di una classe dirigente inadempiente e subalterna, incapace di assumere i bisogni, gli interessi e le aspirazioni profonde delle classi lavoratrici come vincolo interno della propria azione politica. Si misura qui la distanza, sempre più evidente, tra le domande che emergono dalla società, attraversando interi territori, settori produttivi e vasti strati sociali, e un sistema politico-istituzionale che non sa raccoglierle, rappresentarle e tradurle in indirizzo politico.

Sullo sfondo, le contraddizioni di un modello economico e sociale che espone le produzioni nazionali alla concorrenza globale senza adeguate garanzie a tutela del lavoro e delle produzioni nazionali, mentre i vincoli europei e sovranazionali ostacolano una politica orientata alla piena e buona occupazione e alla tutela delle capacità produttive del Paese. A tutto questo si aggiungono gli effetti delle guerre e delle politiche di escalation militare sui mercati energetici e sui costi di produzione, mentre la corsa al riarmo sottrae risorse agli investimenti produttivi, allo sviluppo dei territori e al welfare.

Nel Mezzogiorno, tutto ciò si innesta su fragilità strutturali mai superate: carenze infrastrutturali, difficoltà di accesso al credito, disoccupazione, spopolamento, impoverimento del tessuto produttivo e progressivo indebolimento dei servizi pubblici essenziali. Un quadro già segnato da profonde diseguaglianze territoriali, che l’attuazione dell’autonomia differenziata rischia di aggravare ulteriormente, anziché contribuire a superare.

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Fonte: La Fionda

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Articolo tratto interamente da
La Fionda

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