Nei giorni scorsi, davanti all’ingresso dell’ospedale Ruggi
d’Aragona di Salerno, un uomo di 36 anni è stato fatto scendere da
un’auto e lasciato lì, in condizioni disperate. Si chiamava Paul Neeraj,
era cittadino indiano. Chi lo aveva accompagnato si sarebbe
poi allontanato rapidamente. Quando i sanitari lo hanno soccorso, il
quadro clinico era gravissimo. Paul Neeraj presentava una grave
infezione agli arti inferiori, ormai degenerata in una compromissione
generale dell’organismo. Ricoverato d’urgenza, è morto dopo alcuni giorni di agonia.
Ora la Procura indaga per chiarire chi lo abbia portato in ospedale,
dove vivesse, in quali condizioni lavorasse, perché non fosse stato
curato prima e se dietro quella vicenda vi siano sfruttamento, omissioni
o altre responsabilità.
A impedire che questa storia scomparisse nel silenzio sono state la Flai Cgil
e altre realtà sindacali, sociali e politiche che hanno denunciato
l’accaduto e portato il caso all’attenzione pubblica. Ed è forse questo
il dramma più grande: abbiamo conosciuto Paul soltanto così. Non per la
sua vita, non per il lavoro svolto ogni giorno, non per i legami
costruiti, non per i progetti coltivati. Lo abbiamo conosciuto per la
gravità di ciò che gli è accaduto negli ultimi giorni. Che mondo triste è
quello in cui l’invisibilità accompagna la fatica quotidiana, spinge
verso la sofferenza e consegna alla morte, e solo la morte rende di
nuovo visibili.
Le vite che scorrono ai margini
La vicenda di Paul ci mette davanti a una verità scomoda: queste
condizioni di vita, e talvolta di morte, non riguardano un altrove
indistinto. Secondo alcune fonti giornalistiche, viveva e lavorava in
Campania, secondo alcune indiscrezioni nell’area napoletana.
Siamo abituati a pensare lo sfruttamento come qualcosa che riguarda
il Sud Italia, ma sempre un po’ più lontano da noi. Lo immaginiamo nei
grandi ghetti agricoli di Foggia, nelle tendopoli di Rosarno, nelle
campagne della Piana del Sele. Lo collochiamo in geografie note per
sentito dire, come se fosse confinato in spazi eccezionali e separati
dalla normalità delle nostre città. Ma non è così.
Quasi un anno fa, una segnalazione arrivata al nostro Sportello Diritti ci ha portati a Pomigliano d’Arco,
nel cuore dell’area metropolitana di Napoli. Non in una landa remota,
non in un ghetto lontano dagli occhi di tutti, ma a pochi minuti da
case, fabbriche, centri commerciali, strade percorse ogni giorno da
migliaia di persone. Lì abbiamo incontrato un lavoratore indiano che
chiameremo Rajeesh.
Rajeesh viveva in una serra adiacente a quella in cui
lavorava. Per dormire aveva un materasso poggiato a terra, qualche
coperta, pochi vestiti raccolti in una busta. Il caldo d’estate
rendeva l’aria quasi irrespirabile, l’umidità impregnava tutto. La
separazione tra spazio di lavoro e spazio di vita semplicemente non
esisteva. Quando finiva il turno, Rajeesh non tornava a casa. Restava
lì.
Altri lavoratori indiani impiegati nella stessa azienda erano stati
più fortunati di lui. Ma solo un po’. Condividevano una stanza ricavata
in un piccolo gabbiotto di campagna: mura umide, letti accostati, poche
finestre, spazio contato al centimetro. Un riparo, più che una casa. Tra
Rajeesh e loro cambiava la forma del disagio, non la sostanza. In
entrambi i casi, la vita era ridotta a funzione del lavoro.
Lo sfruttamento non abita solo nei campi
Sarebbe però un errore pensare che tutto questo riguardi
soltanto l’agricoltura. Lo sfruttamento si sposta e si adatta. Vive nei
cantieri, nelle officine meccaniche, nei laboratori, nella logistica,
nei servizi dove il lavoro resta poco visibile e facilmente
sostituibile. Quando è arrivato in Italia, Youssef questo lo ha capito rapidamente.
Youssef è arrivato in Italia da minorenne. I documenti li aveva. Eppure non gli è bastato né per trovare un lavoro dignitoso né
per costruirsi una casa vera. Era partito con un’idea semplice:
lavorare, costruirsi un futuro migliore, dare valore ai sacrifici fatti
per arrivare fin qui. Prima di partire aveva perfino fatto tradurre in
italiano il diploma del corso di formazione professionale da barbiere
che ha frequentato dopo gli studi obbligatori. Voleva presentarsi
pronto, qualificato, utile.
Per inseguire quell’obiettivo si è allontanato dal centro per minori non accompagnati in
cui si trovava ed è arrivato in provincia di Napoli. Qui ha trovato
diversi lavori. Non solo in agricoltura. Anche come edile, aiuto cuoco, e
poi come meccanico e gommista. Ma non ha mai trovato un vero contratto.
Ha deciso di fermarsi al lavoro in una officina perché, dopo
aver lavorato per mesi in nero, si è era finalmente “guadagnato” una
regolarizzazione. Non sapeva che quella regolarizzazione era solo
apparente: un contratto registrato a sua insaputa come
tirocinio. Insieme al contratto, anche una stanza offerta dal datore di
lavoro come alloggio, a un costo pari a metà dello stipendio pattuito e
trattenuto direttamente dalla paga mensile. Lavoro sottopagato, casa
dipendente dal padrone, salario decurtato alla fonte. Ogni pezzo della
vita legato allo stesso rapporto di forza. Youssef ha trovato la forza
di denunciare da solo ed è arrivato al nostro Sportello. Ma non tutti
trovano questa forza.
Nelle fabbriche-dormitorio
Poi ci sono le fabbriche tessili, dove il confine tra lavoro e
alloggio si annulla ancora una volta. Da quello fuggiva Milan, un
giovane bengalese, quando lo abbiamo incontrato.
Anche lui era arrivato passando dalla Libia. Alla
frontiera aveva presentato domanda di asilo, molto probabilmente senza
adeguata assistenza legale e senza comprendere davvero la complessità
della procedura. La richiesta era stata respinta. Aveva fatto ricorso,
pagando un avvocato con i pochi soldi che ancora portava con sé. Gli era
stata fissata una data per l’udienza di appello. Ma nel frattempo
l’effetto sospensivo del ricorso era stato negato. In altre parole: era
espellibile. Si è allontanato dal centro in cui era ospitato non appena
ha capito che quello poteva essere il suo destino. Ha chiesto
nuovi prestiti ai familiari ed è riuscito ad arrivare in provincia di
Napoli, inseguendo ancora l’idea di una possibilità.
Quello che ha trovato è ciò che viene offerto a molti altri
giovani bengalesi appena arrivano sul territorio: un posto letto dentro
una fabbrica-dormitorio. Poteva restare lì a pagamento, a
condizione di rendersi disponibile a lavorare nello stesso stabilimento.
Le giornate più comuni andavano dalle dieci alle dodici ore. La paga oscillava tra i 25 e i 30 euro al giorno.
In compenso, non si lavorava tutti i giorni. Così si è formalmente
liberi di riposare, sempre che prima si riesca a mettere insieme i 100
euro mensili necessari per il posto letto, il denaro da restituire ai
parenti che hanno prestato i soldi del viaggio e il minimo
indispensabile per mangiare. Anche qui cambiava il settore produttivo.
Non cambiava la logica: debito, dipendenza, ricattabilità, invisibilità.
Milan si è rivolto a noi in tempo, chiedendo supporto legale e
orientamento. Questo gli ha consentito di non essere travolto
immediatamente da una condizione che per molti altri si traduce in
espulsione o detenzione amministrativa.
La violenza non finisce sul lavoro
Ma la violenza dell’invisibilità non coincide solo con lo
sfruttamento lavorativo. Non si ferma ai cancelli delle aziende,
all’uscita dei campi, dentro i capannoni.
Nell’ultimo anno, al nostro Sportello, sono arrivate diverse
persone — giovani di origine bengalese o provenienti da Paesi
dell’Africa occidentale — vittime di aggressioni di matrice razzista
subite per strada. Spesso gli aggressori erano giovani del
posto. Succedeva tornando a casa dal lavoro in bicicletta. Oppure
durante qualche ora di riposo trascorsa all’aria aperta. Senza alcun
motivo apparente. Per strada, semplicemente.
Se nelle aggressioni fisiche la violenza assume una forma più
visibile, ce ne sono altre più silenziose, ma non meno pericolose. Lo
dimostra la storia di un giovane maliano che chiameremo Muhammad.
Muhammad stava tornando in bicicletta quando è stato
investito da un’auto. La macchina che lo ha colpito si è allontanata,
lasciandolo a terra. È stato soccorso da un passante,
accompagnato a fare un esame privato, poi riportato nella casa isolata
in campagna dove viveva. Probabilmente per ignoranza o per paura,
nessuno lo aveva portato in ospedale. Muhammad non aveva una regolare
iscrizione al servizio sanitario.
I suoi compagni di casa sono riusciti a contattarci solo dopo alcuni
giorni. Quando lo abbiamo trovato, aveva una gamba gonfia fino quasi a
scoppiare. Lo abbiamo accompagnato al pronto soccorso: frattura, gesso, settimane di stop. Per lui significava perdere le giornate di lavoro legate alla preparazione della nuova campagna orticola. Ma sarebbe potuta andare molto peggio.
Molte di queste violenze restano sommerse. Non
vengono denunciate. Le ferite si curano da sole, o non si curano
affatto. Si tace per paura, per sfiducia, per isolamento. Ma soprattutto
si tace perché sullo sfondo c’è spesso una condizione di
precarietà amministrativa: documenti in rinnovo, permessi incerti,
domande pendenti, posizioni fragili. E con questa fragilità
arriva il timore che rivolgersi alle istituzioni significhi esporsi,
essere identificati, perdere tutto, finire in un CPR o essere espulsi.
Proprio come è accaduto a un uomo che chiameremo Sharif.
Sharif era partito con un visto di lavoro per Dubai, convinto
di poter costruire lì un futuro. Invece ha trovato due anni di
sfruttamento, vissuti insieme ad altre decine di persone
ammassate nella stessa casa, in condizioni degradanti. Poi è arrivata
un’altra promessa. Un intermediario gli ha chiesto 6.000 euro per
portarlo a lavorare in Libia. Shadad ha accettato. Ma anche lì ha
trovato soltanto un altro passaggio di violenza: un anno e mezzo trascorso tra lager, abusi e soprusi. Alla fine è riuscito ad arrivare in Italia.
Sharif ha presentato domanda di protezione internazionale, pagando circa 2.000 euro a un avvocato con i pochi soldi rimasti. Il
ricorso è stato depositato, ma la sospensiva è stata rigettata senza
che lui ne comprendesse fino in fondo le conseguenze. Quando si è
presentato in Questura, si è ritrovato con un decreto di espulsione
pendente ed è stato accompagnato in un CPR.
Anche questa è violenza. E se la violenza che si subisce per strada è
silenziosa e quotidiana, quella di essere rinchiuso in un CPR è
eclatante e di Stato.
Il sistema che produce invisibilità
Che cosa produce invisibilità? Nel caso di Paul ancora non lo
sappiamo. Saranno gli inquirenti a fare chiarezza. Lo sappiamo invece
per molti altri. Lo sappiamo osservando le storie che arrivano ogni
settimana al nostro Sportello, dove l’invisibilità non si presenta come
concetto astratto ma come pratica quotidiana.
Nel caso di Rajeesh, e di molti altri, il nodo si chiama decreto flussi.
Strumento presentato come canale di ingresso regolare, ma che troppo
spesso produce lavoratori già consegnati a un rapporto di dipendenza
radicale. Si arriva in Italia perché qualcuno dichiara di avere bisogno
della tua forza lavoro, e da quel bisogno dipende quasi tutto:
documenti, salario, possibilità di restare, margini di autonomia. Poi
succede che il datore di lavoro non c’è, non si trova, oppure non
conferma la sua volontà di assumerti. Il dalal –
l’intermediario a cui hai pagato decine di migliaia di euro a fronte
della promessa di un lavoro, di un regolare permesso di soggiorno e
della via d’ingresso ad un futuro migliore tanto ambito – ti mantiene in
un limbo, chiedendoti di aspettare. Spesso ti estorce altro denaro in cambio di una pec per avere un appuntamento in prefettura,
una dichiarazione di ospitalità, una nuova richiesta di permesso di
soggiorno, magari presentando a tuo nome una istanza di formalizzazione
di una richiesta d’asilo. Nel frattempo, si lavora per sopravvivere e
pagare l’affitto concordato per un posto letto in una casa sovraffollata
di connazionali nelle tue stesse condizioni. Nel frattempo, la validità
del visto scade o viene revocata, e si scivola definitivamente in una
condizione di irregolarità. Quando il rilascio del permesso di soggiorno
si intreccia in questo modo al lavoro, il confine tra assunzione e
ricatto, tra supporto e sfruttamento, tra solidarietà e truffa diventa
sottilissimo. Ma la sua storia racconta anche altro. Rajeesh è stato
accompagnato in un percorso di denuncia per sfruttamento lavorativo. Ha
presentato istanza di permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo
18-ter. Eppure, al momento del ritiro della ricevuta, gli è stata
chiesta una prova di residenza che lui non poteva
produrre. Per chi vive dentro percorsi di sfruttamento, la residenza è
spesso il primo diritto negato. E senza residenza anche l’uscita dallo
sfruttamento diventa più difficile.
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Fonte: Comune-info
Autore: Rete Vesuviana Solidale