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mercoledì 30 settembre 2026

Naza, il documentario che denuncia un sistema di morte



Articolo da Indie for Bunnies

La prima cosa a cui abbiamo pensato dopo aver visto “Naza”, il film-documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, è stata un verso di una canzone di Fabrizio De André. Verso scritto pensando a tutt’altra storia, ad altri avvenimenti, eppure terribilmente capace di risuonare davanti alle immagini del film: “per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti“.

Perché è proprio questo il punto: la società civile non può restare insensibile, distante, indifferente e voltarsi dall’altra parte di fronte a ciò che appare come un sistematico processo di disumanizzazione. Civili considerati, automaticamente, terroristi per il solo fatto di essere palestinesi e, di conseguenza, trasformati in vite sacrificabili. Persone comuni, con un lavoro, una famiglia, una quotidianità. Donne, anziani, bambini.

Persino la definizione di “vittima collaterale” sembra non bastare più. Nel linguaggio utilizzato dall’esercito israeliano quelle persone perdono il volto, il nome, la storia e diventano, semplicemente, “Naza”.

Ed è forse proprio questa parola a racchiudere uno degli aspetti più agghiaccianti del documentario: quando un essere umano diventa una categoria, un numero, un danno previsto, calcolato ed accettabile, ucciderlo diventa più facile. Il film racconta un sistema nel quale, per eliminare un esponente di Hamas — anche di basso livello o persino un ex appartenente all’organizzazione — può essere accettata la morte di un numero enorme di civili. E tutto questo affidandosi a sistemi di intelligenza artificiale, utilizzati nell’individuazione degli obiettivi, che hanno una consistente percentuale di errore, tant’è vero che, spesso, le persone segnalate ed individuate come target possono non avere alcun legame reale con Hamas.

Emblematico è il caso raccontato nel film della famiglia di un panettiere. Il suo negozio si trovava in una zona di Gaza vicina a un campo di Hamas e l’uomo aveva avuto numerosi contatti telefonici con membri dell’organizzazione. Un elemento sufficiente a renderlo sospetto ed ammazzarlo. Ma la spiegazione poteva essere terribilmente semplice: quelle persone, molto probabilmente, erano suoi clienti. Andavano da lui a comprare il pane. È proprio la banalità di questo gesto a rendere tutto ancora più spaventoso.

In una delle interviste raccolte da Yuval Abraham, un membro dell’intelligence israeliana racconta di essere stato in Polonia, di aver visitato i luoghi dei lager e dei campi di concentramento nazisti e di essersi domandato come fosse possibile, per quelle persone, continuare a vivere, sorridere, amare, avere degli amici o una famiglia, mentre si partecipava a crimini di quella portata. Dice di continuare a considerare il nazismo il male assoluto. Ma ora un’altra domanda lo tormenta: lui cosa sta facendo, cosa è diventato?

È una domanda che il film lascia sospesa e che, inevitabilmente, ne genera altre.

Che cosa accade a una società quando accetta che, per eliminare un singolo appartenente a un’organizzazione terroristica, possano essere uccise nelle loro case, durante la notte, decine o persino centinaia di persone? Quale limite rimane quando quelle morti vengono previste prima ancora di colpire e considerate un prezzo accettabile? Ed è qui che nasce la domanda più terribile: che cos’è tutto questo, se non ciò che io considero un genocidio progressivamente architettato, organizzato, giustificato e messo in atto dall’esercito di uno Stato che si definisce democratico?

Poi arrivano le immagini finali. Quei bambini stretti tra i piani sventrati di un edificio bombardato. Quel padre che continua a cercare i propri figli e li chiama, disperatamente, uno dopo l’altro, per nome. Come possono immagini simili non farci sanguinare il cuore?

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Fonte: Indie for Bunnies 

Autore: 

Licenza: Creative Commons (non specificata la versione) 

Articolo tratto interamente da Indie for Bunnies


C’è una parte dell’umanità...


“C’è una parte dell’umanità, gentile e discreta, che non urla mai, che rispetta gli altri. Che agisce silenziosamente e non si mette mai in mostra. È l’umanità positiva che ama, che crede nell’amicizia, nella solidarietà, nel reciproco rispetto, che non ha paura di chi è diverso, perché vede con gli occhi del cuore. È la parte dell’umanità gentile ed empatica, che non cambia il mondo, ma migliora il proprio mondo, e quello delle persone che incontrano.” 

Agostino Degas

Ho avuto...

"Ho avuto il mio primo figlio a 40 anni, il secondo a 45 anni. A 50 anni ho recitato in un film di James Bond. E non cambierei nulla di tutto questo per avere di nuovo 20 anni. Quando sei giovane, hai la (beauté du diable) come dicono i francesi; questa bellezza selvaggia, inconscia, quasi pericolosa. Ma a 50 anni nasce un'altra bellezza, una che non ha bisogno di essere guardata per sentirsi reale. Non dipende dal trucco o dall'approvazione. È una bellezza silenziosa, potente, che deriva dall'aver trovato te stessa. La vera libertà non arriva con i giovani, ma con l'esperienza di aver vissuto e scelto per te."

Monica Bellucci

Photo credit Paul Katzenberger, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons




Proverbio del giorno


 Anche tra le spine nascono le rose.


Ho giurato...



"Ho giurato di non stare mai in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione in cui degli esseri umani siano costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato."

Elie Wiesel


Ti darei gli occhi miei...



Ti darei gli occhi miei,

per vedere ciò che non vedi.

L’energia, l’allegria,

per strapparti ancora sorrisi.

Dirti si, sempre si,

e riuscire a farti volare,

dove vuoi, dove sai,

senza più quei pesi sul cuore.

Renato Zero

Tratto dal brano Nei giardini che nessuno sa di Renato Zero


Ricorda, la vita è breve

 


"Ricorda, la vita è breve, infrangi le regole (sono state fatte per essere infrante), perdona in fretta, bacia lentamente, ama veramente, ridi in modo incontrollabile e non rimpiangere mai nulla di ciò che ti fa sorridere. Le nuvole sono rivestite d'argento e il bicchiere è mezzo pieno (anche se le risposte non si troveranno sul fondo), non preoccuparti delle piccole cose, sei quello che sei destinato ad essere, balla come se nessuno ti stesse guardando, ama come se fosse tutto ciò che sai, sogna come se vivessi per sempre, vivi come se dovessi morire oggi."

James Dean