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mercoledì 29 aprile 2026

Espressioni (scrittura, poesie e racconti con arte di Pia R. Scalzullo): Il libro di chi scrive 


Angolo curato e gestito da Pia Rita Scalzullo

In una storia che vogliamo raccontare, sorge una poetica che si dispone in rime o in strutture di parole immaginate. È come una principessa che nel suo mondo distopico (o forse utopico?) prende la sua moto e fugge via.

Non si sa da dove viene né dove va, fino a quando qualcuno con incidenti parole che scorrono libere, ce lo mostra costruendo fotogrammi di eventi.
È poesia? È racconto? Cosa stiamo leggendo? Cosa stiamo immaginando e vivendo? Cosa propone l'autore che scrive con immenso fervore?
Ma la principessa intanto corre e ci regala la sua apparente leggerezza, in quel suo volo su strada, verso l'ignoto carico di dignità.

Ora vi pongo una domanda: volete che sia una storia o una poesia?" 


 @Pia Rita Scalzullo


Questo post, fa parte dell'iniziativa gli angoli. Se anche tu, vuoi avere uno spazio fisso in questo blog, clicca qui.

Photo credit @Pia Rita Scalzullo Immagine privata inviata dall'autrice per la pubblicazione di questo post.


Tutti nasciamo felici

"Tutti nasciamo felici. Lungo la strada la vita si sporca, ma possiamo pulirla. La felicità non è esuberante né chiassosa, come il piacere o l'allegria. È silenziosa, tranquilla, dolce, è uno stato intimo di soddisfazione che inizia dal voler bene a sé stessi." 

 Isabel Allende


Semina impegno...



"Semina impegno, raccoglierai risultati. Semina onestà, raccoglierai onore. Semina gentilezza, raccoglierai gratitudine. Semina amore, raccoglierai felicità. E ricorda: anche se non dovessi raccogliere niente, non stancarti mai di seminare."

Antonio Curnetta



Il Decreto Primo Maggio rappresenta l’ennesimo schiaffo ai lavoratori mascherato da regalo


Comunicato da USB

Nel decreto Primo Maggio non c’è niente di serio per i nostri salari, ma questo lo si era già capito da tempo. La sberla del 3,1% sui conti pubblici e la rigidità della Ue nel tenere fermi i paletti del Patto di Stabilità non danno al governo Meloni molto spazio di agibilità, soprattutto alla luce dei vergognosi impegni assunti da Palazzo Chigi in materia di spesa militare.

Ma una novità di un certo rilievo nel decreto Primo Maggio c’è e non è positiva. All’articolo 7 il decreto stabilisce il criterio di “salario giusto” al quale dovrebbero attenersi i datori di lavoro che intendano accedere alle decontribuzioni previste dal decreto stesso. E qui si nasconde l’imbroglio: il contratto adottato deve prevedere un trattamento economico complessivo, il cosiddetto TEC, non inferiore al trattamento economico complessivo previsto dal CCNL stipulato dalle organizzazioni più rappresentative. Ma il TEC è una misura estremamente diversificata da contratto a contratto, poiché comprende i minimi tabellari (il cosiddetto trattamento economico minimo, TEM) più tutte le figure accessorie della retribuzione, dalla 13esima alla 14esima, alle più diverse indennità, al welfare aziendale, ai premi di produttività, ecc. Confrontare i TEC di due diversi contratti è un’operazione molto complessa che apre la strada a infiniti contenziosi.

Ma il governo non ha scelto il TEC per sbaglio. Ha voluto introdurre una norma sufficientemente ambigua da lasciare ai padroni la possibilità di adottare contratti al ribasso, i cosiddetti contratti “pirata”, dove le parti accessorie del salario configurino una retribuzione potenzialmente in linea con i CCNL firmati dalle organizzazioni più rappresentative.

In questi anni, i Tribunali che hanno contestato i salari sotto la soglia costituzionale, hanno sempre fatto riferimento ai minimi tabellari, il TEM, perché quella è soglia facilmente individuabile e confrontabile tra contratti. Con questo decreto, il governo fa un’operazione subdola, che invece di combattere i salari poveri ha l’obiettivo di riconoscerli e legittimarli. Un vero e proprio imbroglio.

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L’Italia che sfrutta



Articolo da Comune-info

Nei giorni scorsi, davanti all’ingresso dell’ospedale Ruggi d’Aragona di Salerno, un uomo di 36 anni è stato fatto scendere da un’auto e lasciato lì, in condizioni disperate. Si chiamava Paul Neeraj, era cittadino indiano. È morto dopo alcuni giorni di agonia. Comincia con un grido per Paul l’articolo-inchiesta della Rete vesuviana solidale che nasce dagli Sportelli diritti sparsi nel territorio intorno a Napoli, ma prima di tutto dalla vita di ogni giorno, quella che non fa notizia, condivisa con Rajeesh, Youssef, Sharif, Milan, Muhammad… Le loro storie raccontano di letti fatti di materassi poggiati a terra e vestiti raccolti in una busta, di lavori sottopagati in agricoltura come nei cantieri e nella logistica, di debiti infiniti, di abusi e Cpr, di aggressioni razziste subite in strada. L’articolo individua nelle leggi sulle migrazioni, a cominciare dai decreti flussi e nelle procedure amministrative, ma anche nella mancanza della residenza, la cause che favoriscono i soprusi. Per questo la Rete vesuviana solidale ha accolto l’invito dei migranti per un Primo Maggio con cui rompere l’invisibilità di tanti lavoratori e lavoratrici

Nei giorni scorsi, davanti all’ingresso dell’ospedale Ruggi d’Aragona di Salerno, un uomo di 36 anni è stato fatto scendere da un’auto e lasciato lì, in condizioni disperate. Si chiamava Paul Neeraj, era cittadino indiano. Chi lo aveva accompagnato si sarebbe poi allontanato rapidamente. Quando i sanitari lo hanno soccorso, il quadro clinico era gravissimo. Paul Neeraj presentava una grave infezione agli arti inferiori, ormai degenerata in una compromissione generale dell’organismo. Ricoverato d’urgenza, è morto dopo alcuni giorni di agonia. Ora la Procura indaga per chiarire chi lo abbia portato in ospedale, dove vivesse, in quali condizioni lavorasse, perché non fosse stato curato prima e se dietro quella vicenda vi siano sfruttamento, omissioni o altre responsabilità1.

A impedire che questa storia scomparisse nel silenzio sono state la Flai Cgil2 e altre realtà sindacali, sociali e politiche che hanno denunciato l’accaduto e portato il caso all’attenzione pubblica. Ed è forse questo il dramma più grande: abbiamo conosciuto Paul soltanto così. Non per la sua vita, non per il lavoro svolto ogni giorno, non per i legami costruiti, non per i progetti coltivati. Lo abbiamo conosciuto per la gravità di ciò che gli è accaduto negli ultimi giorni. Che mondo triste è quello in cui l’invisibilità accompagna la fatica quotidiana, spinge verso la sofferenza e consegna alla morte, e solo la morte rende di nuovo visibili.

La vicenda di Paul ci mette davanti a una verità scomoda: queste condizioni di vita, e talvolta di morte, non riguardano un altrove indistinto. Secondo alcune fonti giornalistiche, viveva e lavorava in Campania, secondo alcune indiscrezioni nell’area napoletana3.

Siamo abituati a pensare lo sfruttamento come qualcosa che riguarda il Sud Italia, ma sempre un po’ più lontano da noi. Lo immaginiamo nei grandi ghetti agricoli di Foggia, nelle tendopoli di Rosarno, nelle campagne della Piana del Sele. Lo collochiamo in geografie note per sentito dire, come se fosse confinato in spazi eccezionali e separati dalla normalità delle nostre città. Ma non è così.

Quasi un anno fa, una segnalazione arrivata al nostro Sportello Diritti ci ha portati a Pomigliano d’Arco, nel cuore dell’area metropolitana di Napoli. Non in una landa remota, non in un ghetto lontano dagli occhi di tutti, ma a pochi minuti da case, fabbriche, centri commerciali, strade percorse ogni giorno da migliaia di persone. Lì abbiamo incontrato un lavoratore indiano che chiameremo Rajeesh.

Rajeesh viveva in una serra adiacente a quella in cui lavorava. Per dormire aveva un materasso poggiato a terra, qualche coperta, pochi vestiti raccolti in una busta. Il caldo d’estate rendeva l’aria quasi irrespirabile, l’umidità impregnava tutto. La separazione tra spazio di lavoro e spazio di vita semplicemente non esisteva. Quando finiva il turno, Rajeesh non tornava a casa. Restava lì.

Altri lavoratori indiani impiegati nella stessa azienda erano stati più fortunati di lui. Ma solo un po’. Condividevano una stanza ricavata in un piccolo gabbiotto di campagna: mura umide, letti accostati, poche finestre, spazio contato al centimetro. Un riparo, più che una casa. Tra Rajeesh e loro cambiava la forma del disagio, non la sostanza. In entrambi i casi, la vita era ridotta a funzione del lavoro.

Sarebbe però un errore pensare che tutto questo riguardi soltanto l’agricoltura. Lo sfruttamento si sposta e si adatta. Vive nei cantieri, nelle officine meccaniche, nei laboratori, nella logistica, nei servizi dove il lavoro resta poco visibile e facilmente sostituibile. Quando è arrivato in Italia, Youssef questo lo ha capito rapidamente.

Youssef è arrivato in Italia da minorenne. I documenti li aveva. Eppure non gli è bastato né per trovare un lavoro dignitoso né per costruirsi una casa vera. Era partito con un’idea semplice: lavorare, costruirsi un futuro migliore, dare valore ai sacrifici fatti per arrivare fin qui. Prima di partire aveva perfino fatto tradurre in italiano il diploma del corso di formazione professionale da barbiere che ha frequentato dopo gli studi obbligatori. Voleva presentarsi pronto, qualificato, utile.

Per inseguire quell’obiettivo si è allontanato dal centro per minori non accompagnati in cui si trovava ed è arrivato in provincia di Napoli. Qui ha trovato diversi lavori. Non solo in agricoltura. Anche come edile, aiuto cuoco, e poi come meccanico e gommista. Ma non ha mai trovato un vero contratto.

Ha deciso di fermarsi al lavoro in una officina perché, dopo aver lavorato per mesi in nero, si è era finalmente “guadagnato” una regolarizzazione. Non sapeva che quella regolarizzazione era solo apparente: un contratto registrato a sua insaputa come tirocinio. Insieme al contratto, anche una stanza offerta dal datore di lavoro come alloggio, a un costo pari a metà dello stipendio pattuito e trattenuto direttamente dalla paga mensile. Lavoro sottopagato, casa dipendente dal padrone, salario decurtato alla fonte. Ogni pezzo della vita legato allo stesso rapporto di forza. Youssef ha trovato la forza di denunciare da solo ed è arrivato al nostro Sportello. Ma non tutti trovano questa forza.

Poi ci sono le fabbriche tessili, dove il confine tra lavoro e alloggio si annulla ancora una volta. Da quello fuggiva Milan, un giovane bengalese, quando lo abbiamo incontrato.

Anche lui era arrivato passando dalla Libia. Alla frontiera aveva presentato domanda di asilo, molto probabilmente senza adeguata assistenza legale e senza comprendere davvero la complessità della procedura. La richiesta era stata respinta. Aveva fatto ricorso, pagando un avvocato con i pochi soldi che ancora portava con sé. Gli era stata fissata una data per l’udienza di appello. Ma nel frattempo l’effetto sospensivo del ricorso era stato negato. In altre parole: era espellibile. Si è allontanato dal centro in cui era ospitato non appena ha capito che quello poteva essere il suo destino. Ha chiesto nuovi prestiti ai familiari ed è riuscito ad arrivare in provincia di Napoli, inseguendo ancora l’idea di una possibilità.

Quello che ha trovato è ciò che viene offerto a molti altri giovani bengalesi appena arrivano sul territorio: un posto letto dentro una fabbrica-dormitorio. Poteva restare lì a pagamento, a condizione di rendersi disponibile a lavorare nello stesso stabilimento. Le giornate più comuni andavano dalle dieci alle dodici ore. La paga oscillava tra i 25 e i 30 euro al giorno. In compenso, non si lavorava tutti i giorni. Così si è formalmente liberi di riposare, sempre che prima si riesca a mettere insieme i 100 euro mensili necessari per il posto letto, il denaro da restituire ai parenti che hanno prestato i soldi del viaggio e il minimo indispensabile per mangiare. Anche qui cambiava il settore produttivo. Non cambiava la logica: debito, dipendenza, ricattabilità, invisibilità.

Milan si è rivolto a noi in tempo, chiedendo supporto legale e orientamento. Questo gli ha consentito di non essere travolto immediatamente da una condizione che per molti altri si traduce in espulsione o detenzione amministrativa.

Ma la violenza dell’invisibilità non coincide solo con lo sfruttamento lavorativo. Non si ferma ai cancelli delle aziende, all’uscita dei campi, dentro i capannoni.

Nell’ultimo anno, al nostro Sportello, sono arrivate diverse persone — giovani di origine bengalese o provenienti da Paesi dell’Africa occidentale — vittime di aggressioni di matrice razzista subite per strada. Spesso gli aggressori erano giovani del posto. Succedeva tornando a casa dal lavoro in bicicletta. Oppure durante qualche ora di riposo trascorsa all’aria aperta. Senza alcun motivo apparente. Per strada, semplicemente.

Se nelle aggressioni fisiche la violenza assume una forma più visibile, ce ne sono altre più silenziose, ma non meno pericolose. Lo dimostra la storia di un giovane maliano che chiameremo Muhammad.

Muhammad stava tornando in bicicletta quando è stato investito da un’auto. La macchina che lo ha colpito si è allontanata, lasciandolo a terra. È stato soccorso da un passante, accompagnato a fare un esame privato, poi riportato nella casa isolata in campagna dove viveva. Probabilmente per ignoranza o per paura, nessuno lo aveva portato in ospedale. Muhammad non aveva una regolare iscrizione al servizio sanitario.

I suoi compagni di casa sono riusciti a contattarci solo dopo alcuni giorni. Quando lo abbiamo trovato, aveva una gamba gonfia fino quasi a scoppiare. Lo abbiamo accompagnato al pronto soccorso: frattura, gesso, settimane di stop. Per lui significava perdere le giornate di lavoro legate alla preparazione della nuova campagna orticola. Ma sarebbe potuta andare molto peggio.

Molte di queste violenze restano sommerse. Non vengono denunciate. Le ferite si curano da sole, o non si curano affatto. Si tace per paura, per sfiducia, per isolamento. Ma soprattutto si tace perché sullo sfondo c’è spesso una condizione di precarietà amministrativa: documenti in rinnovo, permessi incerti, domande pendenti, posizioni fragili. E con questa fragilità arriva il timore che rivolgersi alle istituzioni significhi esporsi, essere identificati, perdere tutto, finire in un CPR o essere espulsi. Proprio come è accaduto a un uomo che chiameremo Sharif.

Sharif era partito con un visto di lavoro per Dubai, convinto di poter costruire lì un futuro. Invece ha trovato due anni di sfruttamento, vissuti insieme ad altre decine di persone ammassate nella stessa casa, in condizioni degradanti. Poi è arrivata un’altra promessa. Un intermediario gli ha chiesto 6.000 euro per portarlo a lavorare in Libia. Shadad ha accettato. Ma anche lì ha trovato soltanto un altro passaggio di violenza: un anno e mezzo trascorso tra lager, abusi e soprusi. Alla fine è riuscito ad arrivare in Italia.

Sharif ha presentato domanda di protezione internazionale, pagando circa 2.000 euro a un avvocato con i pochi soldi rimasti. Il ricorso è stato depositato, ma la sospensiva è stata rigettata senza che lui ne comprendesse fino in fondo le conseguenze. Quando si è presentato in Questura, si è ritrovato con un decreto di espulsione pendente ed è stato accompagnato in un CPR.

Anche questa è violenza. E se la violenza che si subisce per strada è silenziosa e quotidiana, quella di essere rinchiuso in un CPR è eclatante e di Stato.

Che cosa produce invisibilità? Nel caso di Paul ancora non lo sappiamo. Saranno gli inquirenti a fare chiarezza. Lo sappiamo invece per molti altri. Lo sappiamo osservando le storie che arrivano ogni settimana al nostro Sportello, dove l’invisibilità non si presenta come concetto astratto ma come pratica quotidiana.

Nel caso di Rajeesh, e di molti altri, il nodo si chiama decreto flussi4. Strumento presentato come canale di ingresso regolare, ma che troppo spesso produce lavoratori già consegnati a un rapporto di dipendenza radicale. Si arriva in Italia perché qualcuno dichiara di avere bisogno della tua forza lavoro, e da quel bisogno dipende quasi tutto: documenti, salario, possibilità di restare, margini di autonomia. Poi succede che il datore di lavoro non c’è, non si trova, oppure non conferma la sua volontà di assumerti. Il dalal – l’intermediario a cui hai pagato decine di migliaia di euro a fronte della promessa di un lavoro, di un regolare permesso di soggiorno e della via d’ingresso ad un futuro migliore tanto ambito – ti mantiene in un limbo, chiedendoti di aspettare. Spesso ti estorce altro denaro in cambio di una pec per avere un appuntamento in prefettura, una dichiarazione di ospitalità, una nuova richiesta di permesso di soggiorno, magari presentando a tuo nome una istanza di formalizzazione di una richiesta d’asilo. Nel frattempo, si lavora per sopravvivere e pagare l’affitto concordato per un posto letto in una casa sovraffollata di connazionali nelle tue stesse condizioni. Nel frattempo, la validità del visto scade o viene revocata, e si scivola definitivamente in una condizione di irregolarità. Quando il rilascio del permesso di soggiorno si intreccia in questo modo al lavoro, il confine tra assunzione e ricatto, tra supporto e sfruttamento, tra solidarietà e truffa diventa sottilissimo. Ma la sua storia racconta anche altro. Rajeesh è stato accompagnato in un percorso di denuncia per sfruttamento lavorativo. Ha presentato istanza di permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 18-ter. Eppure, al momento del ritiro della ricevuta, gli è stata chiesta una prova di residenza che lui non poteva produrre. Per chi vive dentro percorsi di sfruttamento, la residenza è spesso il primo diritto negato. E senza residenza anche l’uscita dallo sfruttamento diventa più difficile.

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Fonte: Comune-info  

Autore: 
Rete Vesuviana Solidale

Licenza: Licenza Creative Commons Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Italia

Articolo tratto interamente da 
Comune-info 

Immagine generata con intelligenza artificiale


Fabbrica del consenso: come la propaganda nasconde il declino occidentale



Articolo da Krisis

Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.

IN BREVE

Egemoni del caos Per l’ambasciatrice Basile, il declino dell’Occidente si manifesta in una strategia di guerra permanente. I conflitti non difendono valori democratici, ma il dominio del capitale finanziario.

La trappola del debito La sopravvivenza del dollaro dipende dalla supremazia militare e tecnologica. L’obiettivo è arginare l’ascesa multipolare di Cina e Brics tramite l’escalation.

Logiche mafiose I negoziati vengono sostituiti da minacce di assassinio e imposizioni di diktat. Operazioni un tempo coperte diventano oggi strumenti ordinari di relazione tra Stati.

Fabbrica del consenso La propaganda disumanizza le nuove generazioni, cancellando la via diplomatica. Si rispolvera la superiorità morale per giustificare crimini e genocidi.

Resistenza passiva Mentre le élite sbandierano una retorica bellicista, la società civile resta cauta. Una tenue speranza risiede nel rifiuto giovanile del sacrificio eroico.


Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.

Le guerre con l’Iran e con la Russia sembrano, nell’ottica statunitense ed europea, guerre sante, contro il nemico che ci minaccia. In effetti sia Mosca sia Teheran non hanno alcuna voglia di farsi desovranizzare e di cedere le materie prime. Usa ed Europa, che a prescindere dalla commedia giornaliera, vanno fondamentalmente d’accordo, si stanno dividendo i compiti. L’Europa deve mantenere in vita artificiale l’Ucraina (è stato appena approvato il nuovo pacchetto di finanziamenti europei di 90 miliardi di euro) per utilizzarla come carne da macello contro Mosca, nella speranza mal riposta che in questo modo nel lungo periodo si potrà erodere il potere della Russia, potenza del surplus nemica come la Germania e la Cina.

A questo riguardo, una piccola digressione. Sono rimasta sbalordita dalla posizione presa da alcuni giovani, ex bocconiani, ragazzi colti e di una moralità esemplare che alla mia domanda: «Sono morti e feriti un milione di ucraini, con la nostra complicità (abbiamo impedito la mediazione dal 2014 ad oggi, ci siamo opposti alla neutralità del Paese), non pensate dobbiamo sederci a un tavolo e trattare per porre fine a questa strage?» hanno risposto freddamente che gli ucraini sono uccisi da Vladimir Putin e che decidono loro quando porre fine alla guerra (mentre si nascondono tremanti nelle palestre).

La propaganda disumanizza i giovani come gli adulti, penetra nei loro geni. È questa la mostruosa trasformazione antropologica in corso. La guerra con l’Iran è nel disegno dello stratega più consapevole e dominante, Israele, una guerra permanente che a lungo andare piegherà, data la forza asimmetrica, Teheran. Per via della crisi economica determinata dal controllo iraniano dello stretto  di  Hormuz, si potrebbe procedere a stop and go per mitigare i danni sull’economia internazionale. I bombardamenti a tappeto e sulle infrastrutture civili, se non la minaccia della bomba nucleare, e altri crimini di guerra, sono considerati pubblicamente strumenti a cui ricorrere per l’opera di convinzione morale.

Nel caso questa linea risulti vincente possiamo aspettarci un’escalation soprattutto verso i Paesi del Golfo, complici dell’attacco israelo-americano, con la distruzione delle raffinerie di petrolio e degli impianti di desalinizzazione. Qualche analista scopre oggi la dialettica esistente in Iran tra potere teocratico e laico, tra conservatori e riformisti, da sempre sbilanciato verso i Guardiani della rivoluzione, i pasdaran e i capi religiosi. L’attacco israelo-americano ha naturalmente rafforzato i falchi anche per l’incompetenza negoziale dimostrata da Trump e dal suo improbabile entourage.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz avrebbe riaperto, se il cessate il fuoco verso il Libano fosse stato mantenuto. Si trattava di una carta offerta al presidente Usa per poter cogliere la palla al balzo e uscire senza troppe umiliazioni dal conflitto, bleffando di fronte all’opinione pubblica incline, grazie al supporto mediatico, a ingoiare di tutto, e dichiarando vittoria.

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Fonte: Krisis

Autore: 

Licenza: This is work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Articolo tratto interamente da Krisis


Le finestre di Konstantinos Kavafis



Le finestre

In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m'aggiro
per trovare finestre (sarà
scampo se una finestra s'apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.

Konstantinos Kavafis