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sabato 18 luglio 2026

Venticinque anni dopo il G8, la vergogna non è finita


Il caso Roggero non nasce dal nulla: è il frutto maturo di un clima che la destra italiana ha costruito negli anni e che continua a nutrire ogni giorno. Un clima fatto di paura, vendetta, giustizia privata, culto delle armi, esaltazione della forza. È la solita operazione ideologica: trasformare la responsabilità individuale nel mito tossico del “cittadino esasperato”, come se bastasse la rabbia per giustificare qualsiasi gesto. Ma quando si normalizza l’idea che chi spara abbia sempre ragione, quando la violenza diventa una risposta “comprensibile”, quando si spinge il Paese verso la legge del più forte, non si difende la sicurezza: si indebolisce lo Stato di diritto, pezzo dopo pezzo.

Ed è impossibile non vedere come tutto questo si intrecci con il clima politico di questi giorni, proprio mentre ricorrono i venticinque anni dal G8 di Genova. Non un anniversario qualunque, ma il ricordo di una delle pagine più buie della nostra storia repubblicana: abusi, pestaggi, torture, menzogne istituzionali, depistaggi, impunità. Genova non fu un incidente, non fu una deviazione, non fu una “giornata storta”. Fu la rappresentazione brutale di uno Stato che, davanti al conflitto sociale e alla protesta, scelse la repressione e l’umiliazione. E quella ferita, ancora oggi, non si è chiusa. Troppo spesso si prova a ridurla a un episodio lontano, quando invece continua a parlarci del presente.

Su questo la destra è sempre stata coerente: minimizzare, riscrivere, rimuovere. Quando non può giustificare gli abusi, li relativizza. Quando non può difendere i responsabili, sposta l’attenzione sulle vittime. Quando non può negare la violenza, la riveste di parole come ordine, sicurezza, legalità. È la sua grammatica politica: rendere accettabile la sopraffazione, purché colpisca i più deboli, i manifestanti, i lavoratori, i migranti, chi dissente, chi non si allinea. In questo schema, i diritti diventano un fastidio, il conflitto sociale un problema di ordine pubblico, la memoria una seccatura da archiviare.

E allora non c’è nulla di casuale nel modo in cui oggi viene raccontato il caso Roggero. Non è solo un fatto di cronaca o una sentenza: è il segnale di una cultura politica che prova a spostare sempre più a destra il confine del dicibile e del tollerabile. Prima si legittima la paura, poi si giustifica il rancore, infine si assolve la violenza. E alla fine ci si ritrova in un Paese dove la vendetta sembra più comprensibile della giustizia, dove la pistola appare più autorevole della legge, dove chi subisce abuso deve tacere e chi alza la mano viene raccontato come un eroe.

La verità è semplice, e fa male: la destra non difende la legalità, la piega ai propri interessi. Non difende le vittime, le usa come scudo retorico. Non difende la sicurezza, alimenta paura e rancore per raccogliere consenso. E quando la memoria di Genova viene sminuita, quando gli abusi di allora vengono archiviati come eccessi del passato, si prepara il terreno per gli abusi di oggi. I diritti non si perdono all’improvviso: si consumano lentamente, tra una menzogna e una giustificazione, tra una rimozione e una normalizzazione.

Genova non si cancella. Il G8 non è un ricordo da cerimonia, ma una lezione politica ancora viva. E il caso Roggero ci dice che quella lezione non è stata imparata da chi oggi governa o detta il senso comune: gli abusi si minimizzano, la violenza si assolve, la paura diventa strumento di potere. È questo il punto. E contro questa deriva bisogna stare senza ambiguità: contro la giustizia fai date, contro la propaganda securitaria, contro chi trasforma il disumano in normalità.

La memoria serve proprio a questo: a impedire che il presente venga riscritto dai peggiori. E oggi ricordare Genova, insieme al caso Roggero, significa dire con chiarezza che la violenza non è mai una soluzione, che lo Stato di diritto non è negoziabile e che la barbarie, quando viene applaudita, non resta mai un’eccezione.

Autore: Lupo rosso

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Immagine generata con intelligenza artificiale

Questo post partecipa all'iniziativa Genova 2001–2026: venticinque anni dopo, promossa da questo blog.


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Non c’è dubbio che la repressione e l’intolleranza...


"Non c’è dubbio che la repressione e l’intolleranza sono atteggiamenti che mi hanno sempre provocato orrore e ripugnanza, fin da quando ero bambina. Forse la scoperta della repressione la feci sul mio dolcissimo Prinz, un grosso Collie paziente e docile fino all’insipienza, che mi teneva compagnia mentre giocavo nella grande casa silenziosa della nonna, nella penombra fresca dei pomeriggi d’estate odorosi di gerani e caprifogli, che mi divertivo a innaffiare su un terrazzino e strapiombo sui tetti d’ardesia, nel paradiso perduto della mia infanzia genovese. Prinz parlava solo l’inglese e fu per farmi capire da lui che mi feci insegnare dal nonno le prime parole. Ma la prima parola che mi insegnarono a dire fu: don’t. Era la parola che questo povero Prinz, per paziente e docile che fosse, si sentiva ripetere dal mattino alla sera: doveva sedersi se stava in piedi, doveva alzarsi se stava seduto, doveva svegliarsi se dormiva, doveva addormentarsi se era sveglio, voglio dire, qualunque cosa stesse facendo gli dicevano don’t e gliene facevano fare un’altra. E’ che io sono sempre stata anche più insipiente di lui: ho capito per tempo che i don’t che mi venivano somministrati anche più frequenti che a lui senza che riuscissi più di quanto abbia fatto lui a sottrarmici. Caro Prinz."

Fernanda Pivano


Sono poche le persone...

“Sono poche le persone che io amo veramente, e ancora meno quelle che stimo. Più conosco il mondo, più ne sono delusa, ed ogni giorno di più viene confermata la mia opinione sulla incoerenza del carattere umano, e sul poco affidamento che si può fare sulle apparenze, siano esse di merito o di intelligenza.” 

Jane Austen


Sono Strega...

"Per cui sono Strega. Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale… sono io!

Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.

Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.

Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.

Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro."

Franca Rame

Il Punto Interrogativo

“Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza.” 

Luciano De Crescenzo

 

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I musici di Caravaggio