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martedì 31 marzo 2026

Israele approva l'impiccagione di prigionieri palestinesi nel contesto di una nuova escalation regionale



Articolo da ANRed

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su ANRed 

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una legge che autorizza la pena di morte accelerata per impiccagione per i prigionieri palestinesi condannati per l'omicidio di israeliani in casi classificati come "terrorismo". Questa misura eccezionale, persino all'interno del sistema legale israeliano, arriva in un momento di crescente repressione contro la popolazione palestinese. Nel frattempo, il genocidio a Gaza continua. Oltre 9.000 prigionieri palestinesi, tra cui 360 bambini, temono esecuzioni di massa. In diverse città israeliane si sono svolte proteste contro la "guerra infinita" e il "sionismo", represse violentemente. (Di ANRed.)

Il regolamento stabilisce condizioni altamente discutibili dal punto di vista legale: non richiede un verdetto unanime per emettere una sentenza, non contempla la possibilità di grazia e fissa un periodo di esecuzione di soli 90 giorni dalla data della sentenza. Ciò apre la strada a esecuzioni accelerate in un sistema ripetutamente denunciato dalle organizzazioni internazionali per la sua strutturale discriminazione nei confronti dei palestinesi.

Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha celebrato pubblicamente l'approvazione della legge, tentando persino di stappare una bottiglia di champagne all'interno dell'edificio del parlamento, in una scena parzialmente contenuta dal personale di sicurezza.

Oltre 9.300 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

Secondo i dati diffusi da organizzazioni per i diritti umani, attualmente più di 9.300 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, tra cui almeno 350 minori e 66 donne. Diverse segnalazioni descrivono la loro detenzione in condizioni che violano i diritti fondamentali, compresa la detenzione amministrativa senza processo.

L'approvazione di questa legge desta preoccupazione per la possibilità che centinaia di questi prigionieri possano essere giustiziati a breve.

Le Nazioni Unite hanno avvertito che la pena di morte obbligatoria costituisce una violazione diretta del diritto alla vita, oltre a contraddire le norme fondamentali del diritto internazionale. Anche i ministeri degli esteri europei hanno espresso critiche, sebbene senza annunci concreti di sanzioni o tattiche di pressione.

Escalation militare: attacchi in Libano e tensioni con l'Iran

Parallelamente a questi progressi legislativi, Israele ha intensificato negli ultimi giorni gli attacchi contro il Libano meridionale, una dinamica che acuisce il conflitto regionale. I recenti bombardamenti hanno colpito aree in cui operano forze legate a Hezbollah, aumentando il rischio di una guerra aperta al confine settentrionale di Israele. La resistenza libanese ha già registrato oltre cento attacchi contro le forze israeliane, tra cui la distruzione di veicoli blindati.

Nel frattempo, sono stati registrati nuovi lanci di missili dall'Iran verso il territorio israeliano, in quella che diversi analisti interpretano come una risposta indiretta nel quadro di un conflitto che si sta già estendendo oltre Gaza e minaccia di assumere una dimensione ancora più regionale.

Proteste contro la guerra all'interno di Israele

In questo contesto di crescente militarizzazione, stanno emergendo dissidenti anche all'interno di Israele. Circa un migliaio di persone hanno manifestato sabato scorso in diverse città del Paese contro quella che hanno definito una nuova "guerra perpetua".

Le proteste si sono svolte in oltre 30 località, tra cui Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme e Beersheba, con lo slogan "Per tutte le nostre vite". Le manifestazioni sono state organizzate da ex membri del parlamento in collaborazione con organizzazioni pacifiste come Standing Together, Peace Now e Women Wage Peace. Sono stati inoltre esposti striscioni antisionisti.

Secondo gli organizzatori, le manifestazioni sono state represse violentemente dalla polizia. "Attivisti di destra e polizia hanno ricevuto l'ordine di effettuare arresti e mettere a tacere il dissenso", ha dichiarato Standing Together. Secondo le notizie, almeno otto persone sono state fermate, sebbene le autorità non abbiano confermato ufficialmente il numero.

Nella piazza Habima di Tel Aviv, uno dei principali punti di ritrovo, i manifestanti hanno esposto immagini di bambini uccisi negli attacchi israeliani in vari territori, tra cui Iran, Libano e Cisgiordania occupata. Ad Haifa, città particolarmente colpita dai combattimenti, sono stati srotolati striscioni con slogan come "Netanyahu è un pericolo per Israele" e "Il sionismo è morte".

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Fonte: ANRed

Autore: ANRed - Agencia de Noticias RedAcción

Articolo tratto interamente da ANRed - Agencia de Noticias RedAcción


Campi di prigionia e trasferimenti forzati: lo smantellamento della tesi dell'esodo volontario



Articolo da Krisis

Secondo molti storici, la detenzione dei palestinesi fu un tassello decisivo del progetto di espulsione.

Un’inchiesta di Haaretz, basata su documenti d’archivio scoperti di recente, svela come nel 1948 l’esodo palestinese fu un piano deliberato. Ma studi precedenti hanno aggiunto un altro elemento a sostegno della tesi secondo cui le partenze furono obbligate: i campi d’internamento per palestinesi allestiti da Israele durante la guerra. Ingranaggi essenziali della Nakba, servivano per gestire e poi (in gran parte) deportare chi non se ne era ancora andato.

Nuove verità storiche Recenti inchieste giornalistiche e studi accademici smentiscono la narrazione di una «fuga volontaria» dei palestinesi nel 1948. L’esodo emerge come strategia deliberata per garantire la stabilità demografica del neonato Stato di Israele.

Filo spinato Un tassello fondamentale di questo piano fu la creazione di campi di prigionia per i palestinesi, dotati di filo spinato. Tali strutture non servivano solo alla detenzione. Erano campi di lavoro coatto, dove in media l’80% degli internati era costituito da civili.

Lavoro coatto Nonostante le convenzioni internazionali, i prigionieri erano spesso impiegati in lavori direttamente legati alle operazioni belliche. La manodopera palestinese divenne un’importante risorsa per sostenere Israele durante il conflitto.

Detenzione ed espulsione I campi rappresentarono anche un fondamentale ingranaggio per la gestione e la successiva deportazione della popolazione palestinese. Le ricerche confermano che, al termine della detenzione, il 78% dei prigionieri fu espulso forzatamente oltre i confini.


Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Camilla Gommaraschi. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.

«Il terrore era necessario per far andare via gli arabi». Con questa citazione, il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha rimesso in discussione la narrazione israeliana mainstream sulla guerra del 1948. Il 27 febbraio scorso, il giornale progressista ha pubblicato un’inchiesta dello storico Adam Raz, intitolandola proprio con questa frase. «Migliaia di documenti scoperti di recente» ha spiegato Haaretz «rendono ora possibile raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 e iniziare a comprenderne le amare implicazioni dopo il 7 ottobre».

L’autore dell’articolo ha preso in esame le carte degli archivi dell’Idf e del Ministero della Difesa insieme all’istituto Akevot. Ed è arrivato alla conclusione che l’esodo palestinese non fu un effetto collaterale del conflitto, ma una strategia deliberata. Sebbene queste carte aggiungano dettagli preziosi, la tesi non è nuova: da decenni una parte della storiografia contemporanea documenta come il terrore sia stato uno strumento per svuotare la Palestina.

Ingranaggio fondamentale

Esiste però un tassello meno noto dell’esodo: i campi di prigionia allestiti dal neonato Stato di Israele. Se per molti storici il terrore serviva a svuotare i villaggi dalla presenza palestinese, secondo altri storici i campi di detenzione e di lavoro forzato servivano per gestire, sfruttare e infine deportare chi non se ne era ancora andato.

Come evidenziato dagli studiosi Salman Abu Sitta e Terry Rempel 12 anni fa, e come nuove ricerche negli archivi continuano a documentare, la Nakba fu un processo sistematico di cui i campi di prigionia e di lavoro furono un ingranaggio essenziale. Nel 2014, un articolo del Journal of Palestine Studies portò alla luce questa pagina di storia legata dimenticata o volutamente cancellata.

«Sotto scorta fummo portati a Umm Khalid. Lì fummo condotti in un campo di concentramento con filo spinato e cancelli». La testimonianza di Marwan ‘Iqab al-Yahya, allora quindicenne, dà uno spaccato del trattamento riservato ai civili palestinesi internati durante la guerra del 1948. Le sue parole, insieme a quelle di altri prigionieri, sono state pubblicate da Salman Abu Sitta e Terry Rempel nel volume 43 del Journal of Palestine Studies.

Detenzioni di civili

Attraverso documenti del Comitato Internazionale della Croce Rossa e testimonianze raccolte sul campo, il testo descrive la detenzione sistematica dei civili. Dall’analisi delle fonti emerge che nel 1948 Israele istituì quattro campi di prigionia «riconosciuti» e 17 «non riconosciuti». Per comprendere il ruolo di queste strutture è necessario collocarle all’interno della Nakba(in arabo النكبة‎, letteralmente “catastrofe”), ossia l’espulsione di circa 700.000 palestinesi dalle loro case durante e dopo la guerra scoppiata in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele.

Alcuni israeliani appartenenti al gruppo dei «Nuovi storici» sostengono che, durante il conflitto, avvenne una pulizia etnica. A loro avviso, i palestinesi non avrebbero lasciato volontariamente le loro case, come sostiene la narrazione israeliana tradizionale, per la quale l’esodo è stato una «fuga volontaria». Secondo questi storici, tra cui Ilan Pappé, i palestinesi sarebbero stati cacciati con metodi più o meno violenti, ma, soprattutto, seguendo un piano organizzato.

In base a numerose fonti d’archivio, compresi i diari di Ben Gurion, questi storici identificano il piano Dalet come il masterplan per la pulizia etnica della Palestina. Va tuttavia segnalato che altri storici, pur riconoscendo espulsioni e violenze, non credono all’esistenza di un piano sistematico unitario di pulizia etnica. Uno di questi è Benny Morris, l’autore del celebre libro Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001.

Obiettivo di Ben Gurion: 80 per cento

L’obiettivo perseguito dai vertici del neonato Stato d’Israele era la creazione di un Paese etnicamente compatto. Lo conferma un discorso di David Ben Gurion pronunciato il 3 dicembre 1947 – quindi prima ancora della nascita ufficiale dello Stato di Israele – di fronte ai membri anziani del suo partito, Mapai (il partito dei lavoratori di Eretz Israel). Il futuro primo ministro spiegò esplicitamente come affrontare la realtà che la Risoluzione di spartizione dell’Onu lasciava prevedere.

Come scrive Pappé ne La pulizia etnica della Palestina, citando il libro In the battle, Ben Gurion disse: «C’è il 40 per cento di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80 per cento di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile».

Annotazione storica: nel 1948 circa l’82 per cento degli abitanti di Israele era ebreo. Tra il 1950 e il 1965, grazie alle grandi ondate di immigrazione dai Paesi islamici, la percentuale ha raggiunto il picco, arrivando nel 1955 e nel 1960 a sfiorare l’89%. Fino agli anni Novanta è rimasta sopra l’80%, toccando l’81,9% nel 1990 e l’80,6% nel 1995, grazie anche all’ondata migratoria dall’ex Urss. Tra il 1989 e il 2000, circa un milione di ebrei immigrò in Israele dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.

Poi la curva è iniziata a scendere. Oggi in Israele circa 7.771.000 abitanti sono classificati come «ebrei e altri» (inclusi ebrei propriamente detti più non-ebrei con parentela ebraica, cristiani non arabi e così via), pari al 76,3% della popolazione.

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Fonte: Krisis

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Articolo tratto interamente da Krisis


Occupabilità e identità di genere: i dati sulla discriminazione in Italia


Articolo da DinamoPress

Secondo l’indagine Istat-Unar, le persone trans nel nostro paese vivono continue discriminazioni, micro-aggressioni e molestie sul luogo di lavoro a causa della propria identità di genere, nonché salari più bassi. Servono tutele e retribuzioni paritarie

In Italia, oltre il 57% delle persone transgender e non binarie occupate o ex-occupate ritiene che la propria identità di genere abbia costituito uno svantaggio professionale, con oltre 8 su 10 che riportano microaggressioni sul lavoro. Il 37,1% segnala un ambiente ostile e il 70% di chi subisce discriminazioni non denuncia. Questi i dati salienti sulla condizione lavorativa delle persone trans e non binarie in Italia, basati sull’indagini Istat-UNAR uscita nel 2024, con un’elaborazione dati del 2023. E al momento è una delle poche indagini che in Italia ha approfondito il tema del lavoro per le persone trans e non binarie.

Il 57,1% delle persone trans e non binarie intervistate ha subito svantaggi in carriera, retribuzione o riconoscimento professionale. Il 37,1% ha vissuto un ambiente lavorativo ostile o aggressioni legate all’identità di genere. 

Oltre 8 persone trans su 10 (80%+) riportano di aver subito almeno una forma di micro aggressione nel contesto lavorativo. Aggressioni, minacce e stalking colpiscono il 19% delle persone trans. Più del 70% delle persone che subiscono discriminazioni o molestie, sia persone trans e non binarie che LGB, non intraprende alcuna azione formale o denuncia, evidenziando una forte sfiducia negli strumenti di tutela. 

Molte persone trans per sopravvivere ricorrono al “passing” o al “covering”, cioè non rivelano e celano la propria identità di genere, un’azione che comporta stress, isolamento e perdita di autenticità. E solo una minima parte delle imprese (circa il 3,5% – 5%) adotta misure concrete, e non obbligatorie, per l’inclusione delle persone LGBTQIA+.

Anche fuori l’ambiente di lavoro il 55,2% delle persone intervistate ha subito offese online e 1 su 3 ha subito minacce, mentre il 23% ha subito aggressioni violente. 

Questi dati mostrano un sistema in cui la discriminazione lavorativa è ancora strutturale, spingendo le persone trans verso l’invisibilità o condizioni di marginalità. 

Esclusione dal mercato del lavoro

Le persone transgender affrontano alti tassi di discriminazione che si riflettono in alti tassi di disoccupazione nel mercato del lavoro, affrontano ostacoli nell’assunzione e mobbing, anche a causa di documenti non allineati con l’identità di genere. L’inclusione lavorativa varia, con grandi aziende internazionali che spesso adottano policy più inclusive, come l’uso del nome di elezione, rispetto a quelle di piccole dimensioni. 

Il primo ostacolo è la discriminazione all’accesso: le persone trans e non binarie hanno difficoltà nel trovare il primo lavoro a causa di pregiudizi o documenti non conformi. Spesso si trovano di fronte “coming out forzati” e la necessità di rivelare la propria identità di genere. 

Le donne trans subiscono i più alti tassi di discriminazione lavorativa, ostacoli comuni includono l’utilizzo del vecchio nome anagrafico (deadnaming), l’utilizzo del genere sbagliato (misgendering), bullismo e l’aperto rifiuto in fase di selezione. Le donne trans lavorano nei settori del lavoro dequalificato, sottopagato hanno difficoltà ad accedere ai percorsi formativi e sono maggiormente esposte alla violenza – e questa situazione è anche peggiore per le donne trans migranti. 

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Fonte: DinamoPress

Autore: Marte Manca


Articolo tratto interamente da DinamoPress 


L’economia di guerra americana: un debito senza fine?




Articolo da Valori

In termini finanziari la guerra di Trump pesa notevolmente sul debito, rendendo ancora meno sostenibile l’economia degli Stati Uniti 

L’esplosione del debito federale si rivela sempre più devastante per gli Stati Uniti. Nel 2009, anno successivo allo scoppio della grande crisi dei subprime, la spesa per gli interessi da parte del Tesoro degli Stati Uniti era di 187 miliardi di dollari. Pari all’1,3% del Pil. Tale percentuale è rimasta invariata fino al 2021. E nel 2023 ha raggiunto il 2,4%. Oggi la spesa per interessi sul debito degli Stati Uniti ha raggiunto il 5% del Pil, per un totale di 1200 miliardi annui. Una percentuale enorme che risulta ancora più grave se si considera che circa il 30% della spesa pubblica federale degli Stati Uniti, stimata intorno ai 7300 miliardi di dollari, è coperta da nuovo debito.

La spesa militare degli Stati Uniti è coperta con il debito, di per sé già fuori controllo

In tale ottica è utile ricordare che la spesa militare è coperta con nuovo debito per il 31%. Per fare un confronto, nel 2015 la spesa federale era coperta dal debito per solo il 12%. I titoli decennali del debito degli Stati Uniti pagano ormai quasi il 4,5%. Se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annui salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale. Quasi due volte quella militare. E ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza.

A questo si aggiunge che circa il 30% del debito statunitense scadrà entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro dovrà emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadevano – emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1% – dovrà farlo ai tassi attuali. Tassi che sono appunto del 4,5%. In quest’ottica si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 7% del Pil. Una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande paese capitalista al mondo.

Questo produrrà un aumento del carico fiscale e devastanti tagli sociali

Sembra evidente che a queste condizioni, in rapido peggioramento, la politica di spesa degli Stati Uniti sia sempre più difficoltosa. Senza aumentare il carico fiscale i tagli sociali saranno quindi ancora più devastanti, e le mire imperiali ben poco sostenibili per la stragrande maggioranza degli statunitensi. In tale contesto la spesa militare diventa impraticabile. Ogni giorno, infatti, l’operazione “Furia epica” costa in media agli Stati Uniti  circa 1,88 miliardi di dollari. Nei primi giorni del conflitto, per capirci, i costi hanno toccato picchi di oltre 2,2 miliardi di dollari al giorno. A causa dell’uso massiccio di munizioni di precisione e della perdita di mezzi costosi (come droni MQ-9 e caccia F-15).

Al tempo stesso, il Tesoro americano deve pagare ogni giorno circa 8 miliardi di dollari per finanziare il gigantesco debito federale.  Solo per pagare gli interessi sul debito esistente  il Tesoro spende circa 2,8 miliardi di dollari ogni ventiquattro  ore. Dunque, mentre gli Stati Uniti “bruciano” circa 2 miliardi di dollari al giorno per le operazioni militari contro l’Iran, il sistema economico americano sta aggiungendo complessivamente circa 8 miliardi di dollari di nuovo debito ogni giorno. In termini puramente finanziari, la guerra pesa per circa un quarto di tutto il deficit federale che gli Stati Uniti accumulano quotidianamente in questo periodo.

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Fonte: Valori

Autore: 
Alessandro Volpi

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Articolo tratto interamente da 
Valori



Democrazia sotto assedio: partecipazione popolare e rinnovamento socialista a Cuba in tempo di crisi



Articolo da MR Online

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Nel bel mezzo di uno dei momenti economici più difficili dai tempi del trionfo della Rivoluzione cubana, e sotto il peso di un soffocante e sempre più pressante assedio imperialista statunitense, Cuba sta tentando qualcosa che rimane quasi impensabile nelle cosiddette democrazie capitaliste avanzate: sta ampliando e approfondendo in modo consapevole e sistematico il coinvolgimento dei cittadini nel decidere il futuro economico e politico del Paese. Mentre i sistemi politici delle ricche nazioni occidentali emarginano sempre più le fasce lavoratrici della popolazione, impedendo loro una partecipazione significativa al processo decisionale in campo economico, Cuba insiste sul fatto che la risoluzione dell'attuale crisi debba essere un'impresa collettiva, partecipativa e profondamente democratica.

Il presidente cubano Díaz-Canel delinea l'orientamento politico sottolineando che "la democrazia non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana che si rafforza con la partecipazione attiva di tutti e per il bene di tutti, con la trasparenza nella gestione e con la responsabilità condivisa". I progressisti e i socialisti a livello internazionale dovrebbero quindi prestare molta attenzione ai dibattiti sulla governance interna in corso a Cuba, dibattiti che coinvolgono i cittadini cubani, i membri cittadini del Partito Comunista di Cuba e le istituzioni elette del potere popolare del paese. Queste discussioni si concentrano su come riorganizzare e mobilitare al meglio le risorse umane e materiali di Cuba di fronte a straordinarie pressioni esterne, compresi gli adeguamenti nelle strutture di partito, nell'amministrazione governativa e nell'impiego delle capacità nazionali.

Tali discussioni non sono una novità. Fanno parte di una lunga e consolidata tradizione nella cultura politica cubana, in cui i principali cambiamenti di politica interna sono preceduti da un ampio dibattito pubblico e istituzionale. Tuttavia, i critici del socialismo cubano – e persino alcuni settori intransigenti della sinistra internazionale – rischiano di interpretare erroneamente questi sviluppi. Molti affermeranno frettolosamente che il governo cubano sta capitolando alle pressioni dell'amministrazione di Donald Trump e alle aggressive politiche anti-Cuba associate a figure come Marco Rubio. Tali affermazioni ignorano la realtà che le attuali discussioni politiche affondano le loro radici nei processi politici interni di Cuba e riflettono un impegno costante per ampliare e approfondire la partecipazione democratica al processo decisionale nazionale, in particolare a livello provinciale e municipale, in termini di rappresentanza dei cittadini.

Un programma nazionale per la ripresa economica

Il 26 ottobre 2025, il governo cubano ha pubblicato un documento programmatico esaustivo di novantadue pagine che delinea una tabella di marcia di ampio respiro per affrontare le attuali sfide economiche del paese. Questo piano articola uno sforzo coordinato basato su dieci obiettivi generali, 106 obiettivi specifici, 342 azioni concrete e 264 indicatori e traguardi: una revisione interna e diretta dei processi decisionali e della loro attuazione, che si traduce in un livello di dettaglio tale da sottolineare sia la gravità dei problemi di governance e stabilità economica che i cubani stanno affrontando, sia la serietà della risposta proposta.

L'obiettivo generale è chiaro: promuovere la graduale ripresa economica, migliorare la gestione statale e superare la complessa e multiforme crisi che affligge la nazione, e farlo attraverso una governance diretta dei cittadini più tempestiva ed efficiente. L'attuale crisi è stata esacerbata da pressioni esterne, vulnerabilità strutturali, dall'intensificarsi del blocco statunitense e da una brutale guerra economica volta a rovesciare il governo cubano. In risposta agli imperativi interni e alle minacce esterne, il governo cubano, attraverso una migliore gestione statale, cerca di mobilitare istituzioni, imprese, enti territoriali e la popolazione in generale in uno sforzo unitario per stabilizzare e rivitalizzare la vita economica del paese. Lungi dal trattare la popolazione come spettatrice passiva di un processo decisionale tecnocratico centralizzato, Cuba ha intrapreso un ampio processo nazionale di consultazione, dibattito e partecipazione popolare, legato al Programma di Governo, per correggere le distorsioni e rivitalizzare l'economia.

Contrariamente alla propaganda dei critici antigovernativi cubani, la guerra economica voluta dagli Stati Uniti contro il popolo cubano e il suo governo non dissuade il governo cubano da una seria autovalutazione. Come i suoi predecessori, il presidente Díaz-Canel è stato chiaro e coerente con il pubblico, il governo e il Partito Comunista che

Non possiamo guardare al cammino percorso senza interrogarci sulle nostre ombre. Soffriamo molto per le conseguenze del formalismo e dell'improvvisazione che molto spesso distorcono e ostacolano la pianificazione strategica. E il centralismo ci rallenta ancora troppo, ovvero l'eccesso di centralizzazione che frena l'iniziativa creativa di individui, collettivi e comuni. Riconoscerlo non significa indebolirci, ma rafforzarci. La vera rivoluzione è quella che vive criticamente se stessa per non invecchiare.

Il programma, strutturato attorno a dieci obiettivi generali e 106 traguardi interconnessi, è diventato il quadro di riferimento attraverso il quale lo Stato cerca di affrontare la crisi insieme alla popolazione, anziché imporsi dall'alto.

La consultazione popolare come forma di governo.

Durante una sessione del Consiglio di Stato, presieduta da Esteban Lazo Hernández e alla quale hanno partecipato il Presidente Miguel Díaz Canel e il Primo Ministro Manuel Marrero Cruz, la leadership cubana ha sottolineato la centralità del processo di consultazione nazionale svoltosi tra il 15 novembre e il 30 dicembre. Díaz-Canel ha descritto l'iniziativa come un "processo partecipativo e contributivo di costruzione collettiva". Il suo scopo non è solo quello di rafforzare il Programma di Governo attraverso le proposte della popolazione, ma anche di approfondire la comprensione pubblica delle sfide economiche e mobilitare la società per la loro risoluzione.

Non si tratta di democrazia intesa semplicemente come elezioni periodiche o messaggi politici veicolati da focus group. Si tratta di democrazia come impegno sostanziale e critico, un processo attraverso il quale i cittadini deliberano, criticano e contribuiscono alla definizione delle politiche nazionali. In un contesto caratterizzato da estrema scarsità, intensificazione delle pressioni del blocco e profonde difficoltà strutturali, Cuba insiste sul fatto che il popolo debba rimanere protagonista del processo decisionale politico e della ricostruzione economica del Paese.

Al contrario, nelle società capitaliste occidentali – i cui sistemi politici rivendicano la superiorità democratica – i lavoratori sono in gran parte esclusi dai processi decisionali economici significativi. Le politiche che regolano l'austerità, la tassazione, il mercato del lavoro, la politica monetaria e i programmi sociali sono regolarmente determinate da tecnocrati, dirigenti d'azienda e istituzioni finanziarie non responsabili. Le elezioni cambiano ben poco; i cittadini sono trattati come consumatori di marchi politici piuttosto che come partecipanti alla costruzione di un futuro collettivo. Il risultato è un diffuso senso di alienazione e cinismo. L'approccio socialista cubano rappresenta una profonda smentita a questo modello capitalista guidato dagli oligarchi, ora oggetto di aspre critiche negli Stati Uniti.

Gestione delle crisi attraverso il contributo collettivo

Al centro della strategia cubana vi è il riconoscimento che la stabilizzazione economica non può essere imposta dall'alto. Il vice primo ministro Oscar Pérez Oliva Fraga ha sottolineato che il Programma opera attraverso un monitoraggio continuo, un dibattito e una discussione pubblica. Ciò riflette la realtà della situazione economica cubana. Essendo un'economia piccola e dipendente dal commercio estero, il Paese si trova ad affrontare enormi distorsioni causate dal blocco statunitense e dalla sua forzata esclusione dal sistema finanziario internazionale. L'intensificarsi della guerra economica, compresa l'inclusione di Cuba nella lista statunitense degli stati sponsor del terrorismo, ostacola gravemente le operazioni bancarie, i flussi di investimento e gli scambi commerciali di base.

Date queste condizioni ostili, il Programma mira a rafforzare le capacità interne: espandendo la produzione alimentare nazionale, incentivando l'industria nazionale, riducendo la dipendenza dalle importazioni e promuovendo lo sviluppo e l'autonomia delle imprese socialiste e dei governi territoriali. L'obiettivo non è semplicemente un aggiustamento economico, ma la trasformazione del sistema economico in modo da preservare l'equità sociale e i principi socialisti.

Stabilizzazione senza sacrificare il popolo

Il Ministro dell'Economia e della Pianificazione Joaquín Alonso Vázquez ha riconosciuto che, sebbene siano stati compiuti progressi nella riduzione del deficit di bilancio, questo rimane elevato e continua a generare pressioni inflazionistiche. È fondamentale sottolineare che la leadership cubana insiste sul fatto che la stabilizzazione debba avvenire "senza lasciare indietro nessuno". Lavoratori, pensionati e fasce vulnerabili della popolazione non devono sopportare il costo dell'aggiustamento. Questo approccio si contrappone nettamente alle pratiche neoliberiste comuni nelle economie capitaliste, dove le politiche di stabilizzazione – spesso presentate come disciplina fiscale – si traducono frequentemente in misure di austerità imposte ai poveri e alla classe lavoratrice.

Nonostante enormi difficoltà, Cuba è riuscita a mantenere un surplus nel conto corrente del bilancio statale, pur contenendo l'emissione di moneta. Allo stesso tempo, il governo sta rafforzando l'Ufficio nazionale dell'amministrazione fiscale, combattendo le violazioni dei prezzi – ne sono state individuate oltre un milione – e ristrutturando la gestione delle valute estere. Queste misure non mirano a smantellare le tutele sociali, bensì a ripristinare l'ordine economico salvaguardando il tessuto sociale.

Rivitalizzare l'impresa socialista

Un pilastro centrale del Programma è la rivitalizzazione dell'impresa statale socialista e il rafforzamento dei governi territoriali come motori dello sviluppo. Cuba deve espandere la produzione in settori come lo zucchero, il miele, il carbone e i prodotti agricoli, aree che rimangono sottoutilizzate nonostante il loro potenziale. La sostituzione delle importazioni non è quindi un dogma economico ristretto, ma una priorità strategica volta a preservare le scarse riserve di valuta estera e a rafforzare la sovranità nazionale.

Per raggiungere questo obiettivo, le imprese devono acquisire maggiore autonomia e reattività all'interno di un quadro macroeconomico stabile. L'obiettivo è creare le condizioni affinché gli attori economici possano operare efficacemente all'interno di un mercato di scambio regolamentato e con un migliore accesso ai fattori produttivi all'ingrosso, mantenendo al contempo l'impegno socialista per l'equità e i diritti universali.

Protezione sociale e governo rivoluzionario

Anche in piena crisi, Cuba continua a dare priorità alla giustizia sociale. Il vice primo ministro Eduardo Martínez Díaz ha sottolineato che oltre trenta programmi sociali, distribuiti in tredici aree politiche principali, sono attualmente in fase di attuazione a livello nazionale. Queste iniziative rafforzano l'assistenza sanitaria, l'istruzione e l'applicazione del Codice per l'infanzia, l'adolescenza e la gioventù. A livello locale, i quadri svolgono un ruolo fondamentale nello spiegare le politiche, organizzare il dibattito e mobilitare le comunità. Ben lontano dallo stereotipo di uno stato burocratico rigido, questo riflette un modello di democrazia socialista fondato sull'educazione politica, la comunicazione e la responsabilità collettiva. Come ha sottolineato Jorge Luis Broche Lorenzo, il Programma di Governo funziona come uno strumento tattico in linea con il modello socialista cubano di lungo termine. Il suo successo dipende dalla sinergia tra politica economica e mobilitazione politica.

Resilienza e continuità rivoluzionaria

Questo contesto è essenziale per comprendere le recenti dichiarazioni del Presidente Miguel Díaz Canel, che ha invocato l'incrollabile spirito di resistenza che ha caratterizzato Cuba fin dal 1959. Rivolgendosi alle istituzioni nazionali, ha pronunciato un messaggio che ha avuto ampia risonanza in tutto il Paese: “¡La rendición nunca ha sido alternativa!”: “La resa non è mai stata un'opzione!”

La frase coglie un tema centrale della cultura politica cubana: la resilienza di fronte a decenni di guerra economica, ostilità diplomatica e al blocco statunitense in corso. Díaz-Canel ha descritto il popolo cubano come "indistruttibile", sottolineando la sua capacità collettiva di affrontare immense difficoltà. Allo stesso tempo, ha insistito sul fatto che resilienza non può significare stagnazione. I dibattiti in corso all'interno delle istituzioni cubane, ha spiegato, non sono caratterizzati dal pessimismo, bensì da valutazioni franche e proposte di trasformazione: "Non c'era pessimismo", ha osservato, "solo valutazioni oneste e proposte di cambiamento".

Al centro di questo processo vi è un rinnovato impegno civico. Díaz-Canel ha ripetutamente esortato i cittadini a rimanere attivamente coinvolti nel plasmare il futuro del Paese. "Solo insieme possiamo superare queste sfide e costruire una nazione prospera e giusta", ha affermato, un appello coerente con i principi della democrazia socialista sanciti dalla Costituzione cubana.

La democrazia sotto pressione

In questo senso, i dibattiti attuali riflettono uno sforzo più ampio per decentralizzare il processo decisionale, rafforzare la partecipazione dal basso e rivitalizzare le istituzioni nazionali. Il tentativo di Cuba di affrontare la sua crisi economica attraverso la consultazione di massa e la governance partecipativa offre un insegnamento prezioso in un mondo sempre più dominato dal capitalismo oligarchico. Sottoposta a straordinarie pressioni esterne – blocco, sanzioni, esclusione finanziaria e disuguaglianza globale – Cuba sceglie non di restringere la democrazia, ma di espanderla.

Non si tratta di un'aberrazione o di una risposta temporanea alla crisi. È una caratteristica fondamentale del progetto rivoluzionario. I dibattiti a livello nazionale sulla Costituzione del 2019 e sul recente Codice della Famiglia rappresentano alcune delle consultazioni democratiche più ampie del mondo contemporaneo. Precedenti precedenti, in particolare i Parlamenti dei Lavoratori del 1994, quando milioni di lavoratori si riunirono in decine di migliaia di assemblee durante il Periodo Speciale, dimostrano la profondità di questa tradizione.

Più volte, Cuba si è rivolta al suo popolo come fonte ultima di legittimità, creatività e forza politica. Al contrario, gli stati capitalisti avanzati – ricchi e potenti, ma afflitti dall'alienazione politica – escludono sistematicamente le proprie popolazioni da una partecipazione significativa alla gestione economica. La loro crisi non è la scarsità, ma la democrazia stessa: una crisi di rappresentanza, disconnessione e di dominio oligarchico.

Cuba, pur dovendo affrontare ostacoli ben maggiori, insiste su un'altra strada. Una strada in cui il popolo, attraverso la lotta, il dibattito e la volontà collettiva, traccia il percorso della propria società. Una strada in cui il socialismo non è semplicemente un sistema economico, ma una forma di potere popolare, e in cui, anche sotto assedio, il popolo rimane l'artefice e il protagonista del futuro della propria nazione.


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Fonte: MR Online

Autore: Isaac SaneyJames Count Early


Articolo tratto interamente da MR Online


È davvero meraviglioso...



"È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare. Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ci ucciderà, partecipo al dolore di migliaia di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno la pace e la serenità."


Anna Frank


Il board di Wikimedia Foundation ha annunciato la chiusura di Wikinews



Articolo da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto 

Il board di Wikimedia Foundation ha annunciato la chiusura di Wikinews a seguito di una discussione comunitaria sulla sua sostenibilità a lungo termine.

L'annuncio, al momento pubblicato nelle mailing list aperte della Fondazione da Victoria Doronina, verrà comunicato al grande pubblico il 4 aprile e darà il via a un periodo transitorio di un mese, dopo il quale i progetti rimarranno pubblicamente visibili ma archiviati e non sarà più possibile produrre nuovi contenuti.

«Con nostro rammarico, il progetto non è stato in grado di mantenere la sua promessa e molte delle sue funzioni sono state oscurate dalla notevole copertura giornalistica di Wikipedia. Ci auguriamo che gli editor di Wikinews continuino a contribuire agli altri progetti Wikimedia o ai progetti di conoscenza libera», ha scritto Doronina. 

Fonte: Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto

Autori: vari

Licenza: 
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Articolo tratto interamente da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto