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mercoledì 4 novembre 2026

L'Italia ripudia la guerra!


"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."

Articolo 11 della Costituzione italiana


Elezioni Midterm Usa: la disfatta di Trump e dei repubblicani

 


Articolo da Altrenotizie

La disfatta di Trump e dei repubblicani nelle elezioni di metà mandato di martedì è stata anche più pesante di quella che prospettavano i sondaggi della vigilia. I risultati, non ancora definitivi, hanno decretato in maniera indiscutibile il rifiuto su tutta la linea delle disastrose politiche dell’inquilino della Casa Bianca, a partire da quelle internazionali, con la guerra criminale di aggressione contro l’Iran in cima alla lista delle priorità degli elettori. Nel sistema totalmente bloccato degli Stati Uniti, gli inevitabili beneficiari della rabbia degli americani sono stati i democratici, ma, nonostante i numeri e le vittorie nientemeno che storiche in alcuni stati, le speranze che questi ultimi siano disposti ad attuare anche solo una parte dei cambiamenti chiesti da lavoratori e classe media sono virtualmente inesistenti.

Non è certo inedito un ciclo elettorale segnato dal tonfo di un’amministrazione, di un partito o di un Congresso profondamente impopolari. Basti pensare al voto del 2008 dopo i due mandati di Bush jr. e le speranze alimentate artificiosamente dalla candidatura del “cambiamento” di Obama. La macchina politica americana, nei momenti di maggiore pressione, consente infatti una valvola di sfogo elettorale che serve a riabilitare solo in superficie un apparato di potere che di democratico ha ormai poco o nulla.

Il disastro di Trump lasciava in ogni caso immaginare facilmente un rovesciamento degli equilibri sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato. C’è tuttavia da credere che almeno alcuni nella leadership del Partito Democratico fossero in qualche modo nervosi all’idea di controllare tutto il Congresso nei due anni che precedono le presidenziali del 2028. Le aspettative che un trionfo simile genera tra gli elettori, a fronte del senso di repulsione diffuso per il presidente e il suo partito, saranno evidentemente enormi, ma i democratici non hanno nessuna intenzione di soddisfarle. Il loro obiettivo sarà in primo luogo rilanciare l’impegno americano a fianco dell’Ucraina in chiave anti-russa, contenere l’avversione dilagante verso Israele e, in generale, ripulire l’immagine dell’imperialismo USA, seriamente compromessa dalle azioni di Trump.

Dopo il voto di martedì, le pressioni sui democratici per “fare qualcosa” sul piano legislativo e invertire la rotta saranno dunque notevoli. Per via della natura sia del partito sia del sistema nel suo insieme, quanti si aspettano cambiamenti significativi andranno incontro a pesanti delusioni. Ciò potrebbe di conseguenza complicare i piani democratici per le presidenziali del 2028, che sarebbero stati invece più semplici con meno responsabilità, cioè dopo due anni con almeno uno dei due rami del Congresso ancora sotto il controllo repubblicano.

Un’eco di queste ansie la si è percepita ad esempio nella competizione per un seggio al Senato nello Stato del Michigan. Qualche giorno prima del voto, la deputata democratica Haley Stevens aveva annunciato pubblicamente il proprio sostegno al candidato repubblicano Mike Rogers, voltando le spalle a quello democratico, Abdul El-Sayed, dal quale aveva perso nelle primarie del suo partito. Il motivo scatenante della diatriba interna al Partito Democratico è stata principalmente la denuncia da parte di El-Sayed del genocidio palestinese e dell’influenza della lobby sionista sulla politica americana. Il clamoroso “endorsement” della deputata Stevens, destinataria di finanziamenti elettorali multimilionari da parte dell’AIPAC, ha a che fare appunto anche con le preoccupazioni per gli effetti destabilizzanti delle istanze progressiste provenienti dal basso e che il Partito Democratico è intrinsecamente incapace di recepire. Per la cronaca, con i dati pressoché definitivi, El-Sayed ha battuto il repubblicano Rogers con un margine di 7 punti percentuali.

Passando agli altri risultati del voto, il successo dei democratici in Stati come Texas, Kansas e South Carolina ha demolito la legge ferrea – o presunta tale – tradizionalmente propagandata da politici e media ufficiali sulla spaccatura insanabile tra un’America conservatrice e una “liberal”. Davanti a un sistema dominato dall’oligarchia e con un presidente ultra-corrotto e intento a sacrificare l’economia sull’altare dell’egemonia globale degli USA, la maggioranza dell’elettorato ha optato per l’unica forma di protesta e opposizione consentita, senza vincoli di lealtà o appartenenza al partito.

Lo Stato del Kansas, dove Trump si era imposto nelle presidenziali del 2024 con 16 punti percentuali di vantaggio su Kamala Harris, ha così eletto per la prima volta un senatore democratico – Adam Hamilton – addirittura dal 1932. Al limite della fantascienza è stata anche la nottata elettorale in Texas, altro Stato tradizionalmente dominato dal Partito di Trump. I democratici hanno vinto sia il seggio del Senato, cosa che non accadeva dal 1988, sia la carica di governatore ai danni di due fedelissimi del presidente. Nel primo caso, James Talarico ha liquidato il Procuratore Generale dello Stato, Ken Paxton, mentre nel secondo Gina Hinojosa si è imposta su Greg Abbott, che puntava al quarto mandato. Il tracollo repubblicano è stato completato dalla perdita del seggio al Senato per la South Carolina appartenuto al “falco” Lindsey Graham. Dopo la morte improvvisa lo scorso luglio del senatore, il suo seggio era stato assegnato provvisoriamente alla sorella Darline, la quale è stata alla fine travolta dall’ondata anti-repubblicana, e dalla sua incompetenza, consegnando una vittoria che ai democratici mancava in questo Stato dal 1998.

Al Senato, la nuova maggioranza democratica dovrebbe essere di 54 a 46, ma potrebbe anche ampliarsi a spoglio ultimato. Il seggio dell’Alaska, oggetto di un’aspra contesa legale e politica, è infatti ancora in bilico con i due candidati favoriti distanziati da una manciata di voti. Alla Camera il margine di vantaggio dei democratici in termini di seggi sarà ancora più ampio, producendo da un lato vantaggi in prospettiva di possibili indagini su abusi e corruzione di Trump, se non di un altro procedimento di impeachment, ma diluendo dall’altro il peso dell’ala progressista del partito.

La grande incognita sarà però l’atteggiamento che la nuova maggioranza terrà nei confronti della guerra contro l’Iran. Le rilevazioni di opinione prima e dopo il voto lasciano pochi dubbi sullo stato d’animo degli americani a questo proposito. Secondo un sondaggio della NBC, ad esempio, il 62% degli elettori ritiene che quella di scatenare la guerra sia stata una decisione sbagliata e il 74% sostiene che sia stata un fattore determinante nell’orientare il proprio voto. L’aggressione contro la Repubblica Islamica influisce direttamente anche sul parere di quegli elettori che hanno messo l’economia al primo posto delle loro preoccupazioni, visto che è la guerra e le sue conseguenze ad avere provocato rincari e inflazione. Lo stato dell’economia è risultato appunto l’argomento più importante nei calcoli di voto (39%), davanti, significativamente, alla minaccia alla democrazia (32%) rappresentata dall’amministrazione repubblicana.

L’importanza dell’argomento guerra riporta nuovamente al punto centrale di queste elezioni, vale a dire la disapprovazione totale delle politiche trumpiane. Un presidente che era tornato alla Casa Bianca solo due anni fa sull’onda della promessa di mettere fine a guerre onerose e senza soluzione ha visto crollare quei consensi proprio a causa di una guerra impossibile da vincere e che, invece, nelle intenzioni doveva essere una prova di forza dell’impero in declino. Gli effetti distruttivi della decisione, presa assieme a Netanyahu, di attaccare l’Iran sono stati alla fine pagati dagli americani, oltre che dal resto del pianeta, e i risultati del voto di “midterm” sono stati il riflesso fedele di queste dinamiche.

Che l’opposizione alla guerra nel paese si traduca in azioni concrete da parte del Partito Democratico per limitare gli spazi di manovra di Trump e spingerlo verso una soluzione diplomatica dello stallo mediorientale è in ogni caso tutto da verificare. Già i prossimi giorni daranno qualche indicazione sulle intenzioni del presidente e sulla risposta dei leader democratici. Da settimane si rincorrono le voci di una ripresa dei bombardamenti dopo il voto, anche se i rischi di aggravare la crisi economica ed energetica globale, per via della minacciata ritorsione iraniana, sono altissimi e difficilmente evitabili. Molti osservatori ritengono perciò che la batosta incassata da Trump renda improbabile un riesplodere delle ostilità. La futura maggioranza democratica potrebbe inoltre tagliare i fondi da destinare alla guerra, anche se il nuovo Congresso verrà insediato solo a gennaio.

I prossimi due mesi potrebbero essere così il frangente più delicato. L’analista di origine iraniana Trita Parsi ha scritto mercoledì che, al contrario di quanto suggerisce la logica, la sconfitta elettorale potrebbe spingere Trump verso l’escalation militare, perché le pressioni legate ai calcoli politici del “midterm” sono venute meno e il prezzo di una guerra insensata è già stato pagato dal presidente e dai repubblicani. Trump potrebbe sentirsi perciò svincolato da queste restrizioni, così da agire prima che i democratici assumano il controllo del Congresso.

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Fonte: Altrenotizie

Autore: Michele Paris

Licenza: Creative Commons (non specificata la versione) 

Articolo tratto interamente da Altrenotizie.org 


Una carta del mondo

"Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela."

Oscar Wilde


Citazione del giorno


 "Se non fosse per le ombre, non ci sarebbe bellezza."

Junichiro Tanizaki


4 novembre 1966 - La piena dell'Arno raggiunge Firenze passando alla storia come l'Alluvione di Firenze



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

L'alluvione del 4 novembre 1966 fa parte di una serie di straripamenti del fiume Arno che hanno mutato, nel corso dei secoli, il volto della città di Firenze. Avvenuta nelle prime ore di venerdì 4 novembre 1966, fu uno dei più gravi eventi alluvionali di sempre in Italia e si verificò a seguito di un'eccezionale ondata di maltempo che causò forti danni non solo a Firenze, ma anche a Pisa, in gran parte della Toscana e, più in generale, in tutto il Paese[1]. A Pisa questa alluvione causò il crollo del bellissimo ponte Solferino e in seguito di un gran tratto del lungarno Pacinotti, che franò in Arno.

Diversamente dall'immagine che in generale si ha dell'evento, l'alluvione non colpì solo il centro storico di Firenze, ma l'intero bacino idrografico dell'Arno, sia a monte sia a valle della città. Sommersi dalle acque furono anche diversi quartieri periferici della città come Rovezzano, Brozzi, Peretola, Quaracchi, svariati centri del Casentino e del Valdarno in Provincia di Arezzo, del Mugello (dove straripò anche il fiume Sieve), alcuni comuni periferici come Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Lastra a Signa e Signa (dove strariparono i fiumi Bisenzio ed Ombrone Pistoiese e praticamente tutti i torrenti e fossi minori) e varie cittadine a valle di Firenze, come Empoli e Pontedera. Dopo il disastro, le campagne rimasero allagate per giorni, e molti comuni minori risultarono isolati e danneggiati gravemente. Nelle stesse ore, sempre in Toscana, una devastante alluvione causò lo straripamento del fiume Ombrone, che colpì gran parte della piana della Maremma e sommerse completamente la città di Grosseto.

Nel frattempo anche altre zone d'Italia vennero devastate dall'ondata di maltempo: molti fiumi del Veneto, come il Piave, il Cordevole, il Brenta e il Livenza, strariparono e ampie zone del Polesine furono allagate; in Friuli lo straripamento del Tagliamento coinvolse ampie zone e comuni del suo basso corso, come Latisana; in Trentino la città di Trento fu investita pesantemente dallo straripamento dell'Adige; a Venezia un'eccezionale acqua alta causò un'altra alluvione. 

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martedì 3 novembre 2026

Lavorare fino allo sfinimento: la destra contro il diritto alla pensione



Articolo da Sbilanciamoci.info 

Nessuna abolizione della Fornero, requisiti più stretti, cassa fatta sulle categorie più deboli e tutele per le lobby più vicine al governo: il bilancio di una legislatura sulle pensioni.

Conti a posto, ma sistema bloccato


Per discutere quanto fatto (o non fatto) sulle pensioni nel corso della legislatura che si avvicina al termine, è bene partire da pochi elementi di fondo, che riassumono lo stato del sistema.

A livello strutturale, i conti della previdenza sono a posto da tempo, la spesa, per quanto alta, è “finanziariamente sostenibile”. Inoltre, il sistema contributivo introdotto nel 1995 è ormai entrato pienamente in funzione e ciò permetterebbe di sfruttare la grande flessibilità che ne doveva costituire il maggior pregio. D’altra parte, il sistema pensionistico necessiterebbe di interventi strutturali di ampia portata, perché vi sono già evidenze che il nuovo meccanismo offrirà, a molti, pensioni troppo basse (il sistema è “socialmente insostenibile”), mentre permangono trattamenti discriminatori e buchi normativi.

Tuttavia, il sistema è completamente bloccato da un problema di mera cassa: per ottenere risparmi finanziari immediati si sono fatte cose inenarrabili, che hanno conseguenze gravi sulla vita delle persone e sul sistema produttivo.

Innanzitutto, l’età di pensionamento è stata sostanzialmente fissata a oltre 67 anni. In realtà, in un sistema pensionistico basato su una formula di calcolo di tipo contributivo, ognuno potrebbe andare in pensione quando vuole, dato che, se va via prima, prende una pensione di importo proporzionalmente minore, poiché la percepirà per un maggiore numero di anni. Ma la flessibilità è stata quasi completamente eliminata perché, bloccando per qualche tempo i pensionamenti, si conseguono risparmi immediati, anche se, paradossalmente, ciò si trasforma in una corrispondente maggiore spesa futura.

Inoltre, per prolungare il più possibile l’effetto di cassa dell’aumento dell’età pensionabile, si è deciso di aumentare nel tempo l’età di pensionamento dello stesso ammontare della crescita della speranza di vita. Una norma che non ha alcuna razionalità economica, visto che l’equilibrio finanziario del sistema è già garantito dalla periodica “revisione dei coefficienti” di calcolo della pensione, che si abbassano quando aumenta la speranza di vita.

La mera ricerca di “cassa” è, fra l’altro, lo stesso motivo che ha portato nel 2010-2013 a posticipare di anni l’erogazione del trattamento di fine rapporto (TFR) ai dipendenti pubblici: sono somme comunque dovute ma, per ridurre la spesa corrente per un biennio, si è deciso di rinviare i pagamenti, creando un meccanismo di indebitamento nascosto a spese dei dipendenti pubblici, norma sanzionata anche dalla Corte Costituzionale, ma dalla quale non si riesce più ad uscire, perché servirebbero le stesse risorse risparmiate nei primi anni.

Un tema assente dal dibattito


Il problema di cassa fa sì che, almeno per ora, il tema pensioni, in altri tempi al centro delle campagne elettorali, appaia volutamente assente dal dibattito politico. Invero, la destra, che nel 2022 aveva promesso di “abolire la norma Monti-Fornero”, la riforma che, nel 2011, in un contesto emergenziale, ha introdotto gran parte delle rigidità del sistema, a partire da quella sull’età di pensionamento, adesso ha paura che le venga rinfacciato il mancato rispetto della parola data agli elettori.

D’altra parte, la sinistra, che proprio per questo potrebbe avere buon gioco, teme di non essere in grado di recuperare risorse aggiuntive, cosicché nicchia anche sulle proposte più di bandiera, quali la tutela previdenziale per giovani e precari, la reintroduzione di qualche flessibilità nell’età di pensionamento a partire da donne, lavoratori precoci, lavoratori addetti a mansioni gravose o usuranti, senza contare il vero e proprio tabù costituito, ormai, dall’abolizione della già ricordata indicizzazione dell’età di pensionamento all’aumento della speranza di vita.

Promesse tradite, requisiti più stretti


Venendo a quanto realizzato dalla destra nella legislatura ormai al termine, l’intervento governativo in ambito pensionistico non ha affrontato i problemi di fondo del sistema, andando piuttosto a stringere ulteriormente i requisiti per il pensionamento e a fare cassa – laddove ha trovato occasione – sulla previdenza, a scapito delle categorie più deboli. D’altra parte, il governo ha garantito i trattamenti di favore e aumentato gli spazi di manovra delle lobby che sente più vicine, così alimentando ulteriormente le iniquità del sistema.

Come detto, il governo si era fatto eleggere con la promessa di abolire la riforma Monti-Fornero e, in particolare, la Lega, che ha espresso in questi anni l’esponente di governo cui è stata delegata la materia pensionistica, si era intestata la promessa di consentire a tutti di pensionarsi fra i 62 e i 64 anni. Invece, nel corso della legislatura non solo sono stati chiusi tutti i meccanismi di pensionamento basati sulle “quote” (quota 100, poi 102, infine 103), che avevano salvaguardato una qualche flessibilità, sia pure pagata a caro prezzo dai lavoratori, ma non sono stati neanche rinnovati interventi come opzione donna, mentre sono stati depotenziati quelli che permettevano l’anticipo del pensionamento a lavoratori addetti ad attività usuranti o gravose.

Non solo, affinché sia chiaro a tutti che l’età massima per la pensione è anche la minima, il governo è intervenuto aumentando il minimo pensionistico cui bisogna arrivare per andare in pensione prima del limite, anche per coloro che sono interamente assoggettati al nuovo sistema: la riforma Monti-Fornero aveva previsto che questi potessero ritirarsi fino a circa tre anni prima a patto che avessero maturato una pensione pari almeno a 2,8 volte il minimo, livello portato, dopo l’ultima legge di bilancio, a 3,2 volte, un numero per la gran parte dei lavoratori inarrivabile e privo di altro senso economico se non quello di “bloccare” il pensionamento.

Vero, il governo è intervenuto per limitare l’aumento dell’età di pensionamento collegata all’aumento della speranza di vita. Ma si tratta di interventi di scarsa rilevanza e temporanei, che non mutano la sostanza dell’operato governativo, volto a prosciugare attivamente tutti i canali di pensionamento prima del limite fissato ormai (dal 2027) oltre i 67 anni.

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Autore: 
Pelto Pekka

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Sbilanciamoci.info 
Immagine generata con intelligenza artificiale

Ho dormito e ho sognato che la vita fosse bellezza di Ellen Sturgis Hooper


Ho dormito e ho sognato che la vita fosse bellezza

Ho dormito e ho sognato che la vita fosse bellezza;

Mi sono svegliato e ho scoperto che la vita era un dovere.

Il tuo sogno era dunque una menzogna oscura?

Continua a faticare, cuore triste, coraggiosamente,

E scoprirai che il tuo sogno è

Una luce di mezzogiorno e verità a te. 

Ellen Sturgis Hooper