Dall’infanzia in Brianza ai campi di volontariato,
fino a Gaza: il percorso umano e politico di un attivista per i diritti
umani nelle parole di Egidia Beretta, a quindici anni dalla scomparsa.
Che bambino era Vittorio? Qual è la prima immagine che le viene in mente quando ne ricorda l’infanzia?
Quella di un bambino giocherellone, a cui piaceva stare con gli amici,
molto simpatico. A volte era già un po’ pensoso. La prima immagine che
mi viene in mente è proprio Vittorio allegro, che saltella.
Vittorio nacque e crebbe in Brianza, a Bulciago. Che tipo di ragazzo era?
Non era particolarmente sportivo, ma gli piaceva molto il nuoto. Fu
tifoso della Juventus, come suo papà. Si diplomò come ragioniere, anche
se la scuola non lo entusiasmava molto, devo dire la verità: studiava il
minimo indispensabile. Però gli piaceva leggere, ebbe sempre una grande
passione per la lettura e anche per la scrittura.
Fu lei a trasmettergli questa passione?
Io leggevo tantissimo, ero una lettrice accanita. Il papà era un grande
lettore di quotidiani. Può darsi che siamo stati noi a trasmettergli
questa passione: casa nostra era così, piena di libri e di discussioni.
C’è stato un episodio nell’adolescenza che oggi le sembra anticipare la strada che avrebbe scelto?
Più che nell’adolescenza, direi ancora prima, alle elementari. Scriveva
pensieri sulla giustizia e sulla pace che rivelavano già una grande
sensibilità. Il senso della giustizia e della solidarietà lo ebbe fin da
piccolo: fu il filo conduttore della sua vita.
Del resto, la nostra
casa era una specie di fucina: si portavano avanti battaglie contro
l’inquinamento, per l’edilizia popolare. I miei figli ascoltavano tutto,
e credo che qualcosa filtrò nel loro animo proprio attraverso la vita
che facevamo. La nostra era una vita sobria. Quando vado nelle scuole lo
racconto sempre ai ragazzi: Vittorio aveva solo due paia di jeans, uno
per tutti i giorni e uno per le occasioni. Non c’era l’abitudine allo
spreco.
Questa sobrietà gli servì molto nei viaggi, quando incontrò
la povertà. Tornava dall’Africa con diversi chili in meno, ma non si
lamentò mai.
Quando Vittorio iniziò a interessarsi ai temi della giustizia e dei diritti umani?
Visse un’adolescenza anche difficile, segnata da una forte tensione
interiore. Si chiedeva spesso perché fosse su questa terra e cosa
potesse fare per rendere grazie alla vita. Erano domande che lo
turbavano.
Subito dopo il diploma partecipò ai campi di lavoro internazionali, che furono per lui una vera palestra morale.
Perché quei campi di volontariato furono importanti per la sua formazione?
Vittorio scelse sempre luoghi difficili: Africa, Sudamerica, Europa
dell’Est. Spesso erano zone dove la cooperazione internazionale era poco
presente. Lì si arricchì umanamente attraverso il contatto con le
persone del posto, con situazioni dure ma anche attraverso lo scambio di
ideali con altri giovani volontari.
Fu quella la base del suo impegno, che negli anni diventò sempre più forte e più specifico, fino ad arrivare alla Palestina.
C’è stato qualcosa che lo colpì particolarmente durante quelle esperienze?
Ricordo un viaggio in Ucraina, molto impegnativo. Si trovò in un ex
sanatorio con ragazzi che avevano subito le radiazioni di Chernobyl.
Portavano segni visibili sul corpo. Vittorio rimase profondamente
colpito dalla loro forza e dalla loro passione per la vita, nonostante
un futuro che si prevedeva già difficile.
Lei capì subito che quei viaggi non erano solo esperienze temporanee, ma l’inizio di una scelta di vita?
Sì, avvertii che quella stava diventando una scelta di vita, anche se
l’obiettivo finale non era ancora chiaro. Erano campi in cui si lavorava
concretamente: partiva sempre attrezzato con i guanti da lavoro, pronto
ad aiutare in ogni modo.
Quando Vittorio le parlò per la prima volta della Palestina?
In Palestina andò nel 2002, a 27 anni. Partì per un campo di
volontariato come tanti altri, ma il trauma arrivò quando giunse a
Gerusalemme Est e vide con i suoi occhi la differenza con la zona Ovest,
dove vivevano gli israeliani di fede ebraica. Avvertì subito
ingiustizie profonde e differenze che non riusciva a spiegarsi.
Del
resto, in Italia si sapeva poco o nulla delle condizioni dei
palestinesi. All’inizio non credeva nemmeno ai racconti che ascoltava
sul posto, e proprio per questo decise di non rientrare subito, ma di
andare a vedere con i suoi occhi cosa accadeva in Cisgiordania.
Ed è lì che Vittorio oltrepassò un confine, giusto?
Sì, non fu solo il passaggio da Gerusalemme Est alla Cisgiordania. Fu
un confine simbolico, quello che segnò tutta la sua vita: capì
l’importanza della testimonianza diretta, del non accontentarsi dei
racconti, ma del verificare personalmente le situazioni, mettendosi in
gioco.
Vittorio non amava definirsi pacifista: diceva sempre «Sono un attivista per i diritti umani».
Dopo quell’esperienza tornò ancora in Cisgiordania negli anni successivi. Perché?
Vittorio non tornava quasi mai due volte nello stesso posto, ma in
Cisgiordania fece un’eccezione. Tornò più volte, nel 2003 e nel 2004,
anche senza associazioni, perché aveva stretto amicizie sul posto.
Aveva capito che la presenza degli internazionali serviva non solo a
raccontare, ma anche ad agire. Si metteva concretamente a disposizione:
aiutava le persone ai checkpoint grazie al passaporto italiano, si
interessava delle case occupate, saliva sulle ambulanze per prestare
aiuto.
Era un uomo di pensiero e di azione. Diceva spesso che la
conoscenza è il primo passo verso la soluzione. Si rendeva conto di
trovarsi di fronte a un popolo oppresso.
Lei lo seguiva a distanza: aveva già percepito quanto quella scelta fosse rischiosa?
All’inizio no, i rischi non erano ancora evidenti. La preoccupazione
arrivò nel 2005, quando cercò di entrare passando dalla Giordania ma
venne bloccato, picchiato e maltrattato dai soldati israeliani. Fu in
quel momento che capimmo quanto quella situazione fosse diventata
pericolosa.
Ma nello stesso anno tornò comunque in Israele…
Sì. Atterrò a Tel Aviv perché doveva raggiungere Betlemme per una
conferenza dell’International Solidarity Movement. Lì gli dissero
apertamente che era inserito in una lista nera. Fu arrestato e rimase in
carcere per alcuni giorni.
Come visse quei giorni?
Tornò a casa profondamente provato perché gli era stata negata la
libertà di movimento, che per lui rappresentava un valore fondamentale.
Aveva già visto ingiustizie, ma viverle sulla propria pelle le rese
ancora più concrete.
In cella fu tenuto con la luce sempre accesa,
sotto controllo costante, senza possibilità di lavarsi o cambiarsi. Fu
un’esperienza umiliante. In quel periodo trovò rifugio nella scrittura.
Nel 2004 aprì il suo blog “Guerrilla Radio” e iniziò a scrivere per il
quotidiano Il Manifesto. Scrivere per lui significava liberarsi e dare
forma a ciò che aveva visto.
Per qualche anno Vittorio non parlò più di Palestina…
Sì, ma non smise mai di impegnarsi. Nel 2006 partì per il Congo con i
“Beati costruttori di pace” per monitorare le elezioni per conto delle
Nazioni Unite.
Da lì continuò a scrivere testi molto duri per il suo
blog. A volte usava un linguaggio forte, soprattutto quando descriveva
le bombe che cadevano e ne indicava chiaramente la provenienza,
scrivendo “made in Italy”, “France” o “États-Unis”. Non aveva paura di
denunciare responsabilità.
Nel 2008 tornò invece il richiamo della Palestina…
Sì. Io ero molto preoccupata, ma lui cercò di tranquillizzarmi con una
battuta: «Mica andiamo in aereo, andiamo via mare, è la via più
naturale». È lì che iniziai a conoscere la realtà di Gaza.
Partecipò
al Free Gaza Movement. Furono solo due imbarcazioni, ma riuscirono a
rompere il blocco navale il 23 agosto 2008. Le navi israeliane li
seguirono, ma alla fine li lasciarono passare. Ancora oggi mi chiedo
come fu possibile.
Vittorio definì quell’impresa «epica». Per lui rappresentò l’inizio di una nuova fase della sua vita.
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Fonte: Open Migration
Autore: Romina Vinci
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Articolo tratto interamente da Open Migration
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