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mercoledì 15 aprile 2026

Quindici anni senza Vittorio Arrigoni: la voce che non si è spenta

Vittorio Arrigoni


Sono passati quindici anni senza Vittorio Arrigoni, e ancora oggi fa un certo effetto dirlo ad alta voce. Chi lo ha seguito, anche solo da lontano, sa che non era uno di quei nomi che scorrono via. Rimane. Rimane per ciò che ha fatto, per come lo ha fatto, per la voce che ha scelto di usare quando tanti preferivano il silenzio.

Ricordo bene Guerrilla Radio, il suo blog. Lo aprivo quasi ogni giorno, con quella sensazione strana di chi sa che sta leggendo qualcosa di necessario. Non era solo informazione: era presenza, era un modo di stare al mondo. Un filo diretto con una realtà che molti ignoravano, e che lui raccontava senza filtri, con una lucidità che bruciava e allo stesso tempo illuminava.

Quindici anni dopo, quelle parole continuano a muovere qualcosa. Forse perché non erano slogan, non erano pose. Erano vita vissuta, scelta, rischiata.

E allora oggi, più che ricordarlo, viene spontaneo ascoltarlo ancora una volta. E lasciarlo chiudere lui questo pensiero, come faceva sempre:

“Restiamo umani.”

Autore: Spartaco

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Photo credit AlphaBetaUnlimited caricata su Flickr - licenza foto: Creative Commons



L’eredità di Vittorio Arrigoni nel racconto della madre

Homenaje a Vittorio Arrigoni en Tel Aviv - Israel

Articolo da Open Migration

Dall’infanzia in Brianza ai campi di volontariato, fino a Gaza: il percorso umano e politico di un attivista per i diritti umani nelle parole di Egidia Beretta, a quindici anni dalla scomparsa.

Che bambino era Vittorio? Qual è la prima immagine che le viene in mente quando ne ricorda l’infanzia?
Quella di un bambino giocherellone, a cui piaceva stare con gli amici, molto simpatico. A volte era già un po’ pensoso. La prima immagine che mi viene in mente è proprio Vittorio allegro, che saltella.

Vittorio nacque e crebbe in Brianza, a Bulciago. Che tipo di ragazzo era?
Non era particolarmente sportivo, ma gli piaceva molto il nuoto. Fu tifoso della Juventus, come suo papà. Si diplomò come ragioniere, anche se la scuola non lo entusiasmava molto, devo dire la verità: studiava il minimo indispensabile. Però gli piaceva leggere, ebbe sempre una grande passione per la lettura e anche per la scrittura.

Fu lei a trasmettergli questa passione?
Io leggevo tantissimo, ero una lettrice accanita. Il papà era un grande lettore di quotidiani. Può darsi che siamo stati noi a trasmettergli questa passione: casa nostra era così, piena di libri e di discussioni.

C’è stato un episodio nell’adolescenza che oggi le sembra anticipare la strada che avrebbe scelto?
Più che nell’adolescenza, direi ancora prima, alle elementari. Scriveva pensieri sulla giustizia e sulla pace che rivelavano già una grande sensibilità. Il senso della giustizia e della solidarietà lo ebbe fin da piccolo: fu il filo conduttore della sua vita.
Del resto, la nostra casa era una specie di fucina: si portavano avanti battaglie contro l’inquinamento, per l’edilizia popolare. I miei figli ascoltavano tutto, e credo che qualcosa filtrò nel loro animo proprio attraverso la vita che facevamo. La nostra era una vita sobria. Quando vado nelle scuole lo racconto sempre ai ragazzi: Vittorio aveva solo due paia di jeans, uno per tutti i giorni e uno per le occasioni. Non c’era l’abitudine allo spreco.
Questa sobrietà gli servì molto nei viaggi, quando incontrò la povertà. Tornava dall’Africa con diversi chili in meno, ma non si lamentò mai.

Quando Vittorio iniziò a interessarsi ai temi della giustizia e dei diritti umani?
Visse un’adolescenza anche difficile, segnata da una forte tensione interiore. Si chiedeva spesso perché fosse su questa terra e cosa potesse fare per rendere grazie alla vita. Erano domande che lo turbavano.
Subito dopo il diploma partecipò ai campi di lavoro internazionali, che furono per lui una vera palestra morale.

Perché quei campi di volontariato furono importanti per la sua formazione?
Vittorio scelse sempre luoghi difficili: Africa, Sudamerica, Europa dell’Est. Spesso erano zone dove la cooperazione internazionale era poco presente. Lì si arricchì umanamente attraverso il contatto con le persone del posto, con situazioni dure ma anche attraverso lo scambio di ideali con altri giovani volontari.
Fu quella la base del suo impegno, che negli anni diventò sempre più forte e più specifico, fino ad arrivare alla Palestina.

C’è stato qualcosa che lo colpì particolarmente durante quelle esperienze?
Ricordo un viaggio in Ucraina, molto impegnativo. Si trovò in un ex sanatorio con ragazzi che avevano subito le radiazioni di Chernobyl. Portavano segni visibili sul corpo. Vittorio rimase profondamente colpito dalla loro forza e dalla loro passione per la vita, nonostante un futuro che si prevedeva già difficile.

Lei capì subito che quei viaggi non erano solo esperienze temporanee, ma l’inizio di una scelta di vita?
Sì, avvertii che quella stava diventando una scelta di vita, anche se l’obiettivo finale non era ancora chiaro. Erano campi in cui si lavorava concretamente: partiva sempre attrezzato con i guanti da lavoro, pronto ad aiutare in ogni modo.

Quando Vittorio le parlò per la prima volta della Palestina?
In Palestina andò nel 2002, a 27 anni. Partì per un campo di volontariato come tanti altri, ma il trauma arrivò quando giunse a Gerusalemme Est e vide con i suoi occhi la differenza con la zona Ovest, dove vivevano gli israeliani di fede ebraica. Avvertì subito ingiustizie profonde e differenze che non riusciva a spiegarsi.
Del resto, in Italia si sapeva poco o nulla delle condizioni dei palestinesi. All’inizio non credeva nemmeno ai racconti che ascoltava sul posto, e proprio per questo decise di non rientrare subito, ma di andare a vedere con i suoi occhi cosa accadeva in Cisgiordania.

Ed è lì che Vittorio oltrepassò un confine, giusto?
Sì, non fu solo il passaggio da Gerusalemme Est alla Cisgiordania. Fu un confine simbolico, quello che segnò tutta la sua vita: capì l’importanza della testimonianza diretta, del non accontentarsi dei racconti, ma del verificare personalmente le situazioni, mettendosi in gioco.
Vittorio non amava definirsi pacifista: diceva sempre «Sono un attivista per i diritti umani».

Dopo quell’esperienza tornò ancora in Cisgiordania negli anni successivi. Perché?
Vittorio non tornava quasi mai due volte nello stesso posto, ma in Cisgiordania fece un’eccezione. Tornò più volte, nel 2003 e nel 2004, anche senza associazioni, perché aveva stretto amicizie sul posto.
Aveva capito che la presenza degli internazionali serviva non solo a raccontare, ma anche ad agire. Si metteva concretamente a disposizione: aiutava le persone ai checkpoint grazie al passaporto italiano, si interessava delle case occupate, saliva sulle ambulanze per prestare aiuto.
Era un uomo di pensiero e di azione. Diceva spesso che la conoscenza è il primo passo verso la soluzione. Si rendeva conto di trovarsi di fronte a un popolo oppresso.

Lei lo seguiva a distanza: aveva già percepito quanto quella scelta fosse rischiosa?
All’inizio no, i rischi non erano ancora evidenti. La preoccupazione arrivò nel 2005, quando cercò di entrare passando dalla Giordania ma venne bloccato, picchiato e maltrattato dai soldati israeliani. Fu in quel momento che capimmo quanto quella situazione fosse diventata pericolosa.

Ma nello stesso anno tornò comunque in Israele…
Sì. Atterrò a Tel Aviv perché doveva raggiungere Betlemme per una conferenza dell’International Solidarity Movement. Lì gli dissero apertamente che era inserito in una lista nera. Fu arrestato e rimase in carcere per alcuni giorni.

Come visse quei giorni?
Tornò a casa profondamente provato perché gli era stata negata la libertà di movimento, che per lui rappresentava un valore fondamentale. Aveva già visto ingiustizie, ma viverle sulla propria pelle le rese ancora più concrete.
In cella fu tenuto con la luce sempre accesa, sotto controllo costante, senza possibilità di lavarsi o cambiarsi. Fu un’esperienza umiliante. In quel periodo trovò rifugio nella scrittura.
Nel 2004 aprì il suo blog “Guerrilla Radio” e iniziò a scrivere per il quotidiano Il Manifesto. Scrivere per lui significava liberarsi e dare forma a ciò che aveva visto.

Per qualche anno Vittorio non parlò più di Palestina…
Sì, ma non smise mai di impegnarsi. Nel 2006 partì per il Congo con i “Beati costruttori di pace” per monitorare le elezioni per conto delle Nazioni Unite.
Da lì continuò a scrivere testi molto duri per il suo blog. A volte usava un linguaggio forte, soprattutto quando descriveva le bombe che cadevano e ne indicava chiaramente la provenienza, scrivendo “made in Italy”, “France” o “États-Unis”. Non aveva paura di denunciare responsabilità.

Nel 2008 tornò invece il richiamo della Palestina…
Sì. Io ero molto preoccupata, ma lui cercò di tranquillizzarmi con una battuta: «Mica andiamo in aereo, andiamo via mare, è la via più naturale». È lì che iniziai a conoscere la realtà di Gaza.
Partecipò al Free Gaza Movement. Furono solo due imbarcazioni, ma riuscirono a rompere il blocco navale il 23 agosto 2008. Le navi israeliane li seguirono, ma alla fine li lasciarono passare. Ancora oggi mi chiedo come fu possibile.
Vittorio definì quell’impresa «epica». Per lui rappresentò l’inizio di una nuova fase della sua vita.

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Fonte: Open Migration

Autore: Romina Vinci

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale


Articolo tratto interamente da 
Open Migration

Photo credit  caricata su Flickr - licenza foto: Creative Commons


Ricordiamo Vittorio Arrigoni

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Vittorio Arrigoni (Besana in Brianza, 4 febbraio 1975 – Gaza, 15 aprile 2011)

 
"Qualcuno fermi questo incubo. Rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo «civile», in ogni città, in ogni piazza, sovrastate le nostre urla di dolore e terrore. C'è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto. Restiamo umani."

Vik

Photo credit ¡NO MÁS! caricata su Flickr - licenza foto: Creative Commons



15 aprile 2019 – Un incendio divampa nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi

Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

L'incendio della cattedrale di Notre-Dame è avvenuto nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi tra il 15 ed il 16 aprile 2019.

L'evento ha provocato all'edificio danni significativi, tra cui la distruzione del tetto e della guglia e il crollo di alcune volte sottostanti, oltre al ferimento di due agenti di polizia e un vigile del fuoco intervenuti per spegnere il fuoco e a chiudere l'area.

La cattedrale di Notre-Dame de Paris è il più importante luogo di culto cattolico di Parigi ed uno dei più noti del mondo, nonché uno dei monumenti più famosi della capitale francese. Costruita tra il XII e il XIV secolo sull'Île de la Cité, nel cuore della città, è stata oggetto di importanti interventi e ricostruzioni nel XIX secolo[1].

La cattedrale non era mai stata precedentemente colpita da un incendio.[2] Negli spazi del sottotetto, soprannominato "la foresta" per la struttura molto intricata, non era mai stata portata la corrente elettrica proprio allo scopo di limitare il rischio di incendio.[3]

Lavori di restauro

Nel mese di aprile del 2019, da diversi mesi parte del monumento era in restauro, soprattutto per ripulire e consolidare la parte esterna della guglia (flèche, in francese), annerita dall'inquinamento, e una serie di sculture metalliche ossidate.[4]

Lo Stato aveva finanziato 2,5 milioni di euro per il restauro della flèche, una somma che Monsignor Patrick Chauvet, rettore della cattedrale all'epoca, aveva ritenuto insufficiente per coprire tutti i lavori di ristrutturazione[5].

Benjamin Mouton, responsabile dell'architettura dei sistemi di sicurezza della cattedrale dal 2000 al 2013, ha dichiarato che quando gli era stato affidato l'incarico non era mai stata svolta una valutazione dei rischi di incendio.

A causa della struttura del tetto, fu impossibile installare dei moderni sistemi antincendio e si decise di affidarsi a un sistema di sensori di fumo e di allarmi, nonché sulla presenza costante di addetti alla sorveglianza[6].

L'incendio è scoppiato alle 18:45 del giorno di lunedì 15 aprile 2019, all'inizio della Settimana Santa[7][8], ed ha avuto origine nel sottotetto alla base della flèche, progettata dall'architetto Viollet-le-Duc, composto da 500 tonnellate di legno e 250 tonnellate di piombo, che sormonta i transetti che lo attraversano e culmina a 93 metri.[9]

Secondo i vigili del fuoco, le fiamme si sono avviate su un ponteggio installato sul tetto dell'edificio.

Le fiamme si sono poi diffuse velocemente, raggiungendo l'intero tetto e distruggendo la struttura, la più antica di Parigi, costruita con il legno di 1.300 querce, 21 ettari di foresta, venendo domate solo dopo poco più di 15 ore.[10][11]

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Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Photo credit LeLaisserPasserA38, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


Siamo uomini o caporali?


"L'umanità io l'ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali per fortuna è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell'ombra grigia di un'esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l'autorità, l'abilità o l'intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque."

Totò (Antonio De Curtis)

Tratto dal film Siamo uomini o caporali?





È da essere giudicati...

"È da essere giudicati e non altrementi stimati li omini inventori e 'nterpetri tra la natura e gli omini – a comparazione de' recitatori e trombetti delle altrui opere – quant'è dall'obbietto fori dello specchio alla similitudine d'esso obbietto apparente nello specchio, che l'uno per sé è qualche cosa, e l'altro è niente. Gente poco obbrigate alla natura, perché sono sol d'accidental vestiti, e sanza il quale potrei accompagnarli infra li armenti delle bestie."

 Leonardo da Vinci 



Chi può sapere il momento preciso in cui ci si innamora?

“Chi può sapere il momento preciso in cui ci si innamora? Si esce di casa sereni, allegri e col cuore vuoto, si rientra col cuore che pesa, si cerca di scoprire il perché di quel peso, e ci si accorge che qualcuno, a nostra insaputa, è entrato nel cuore e vi si è chiuso dentro.” 

Liala