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Ilaria Alpi giunse per la prima volta in Somalia nel dicembre 1992 per seguire, come inviata del TG3, la missione di pace Restore Hope, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991, dopo la caduta di Siad Barre. Alla missione prese parte anche l'Italia, superando in tal modo le riserve dell'inviato speciale per la Somalia, Robert B. Oakley, legate agli ambigui rapporti che il governo italiano aveva intrattenuto con Barre nel corso degli anni ottanta.
Le inchieste della giornalista si sarebbero poi soffermate su un possibile traffico di armi e di rifiuti tossici che avrebbero visto, tra l'altro, la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni italiane:[1][2][4][5]
Alpi avrebbe infatti scoperto un traffico internazionale di rifiuti
tossici prodotti nei paesi industrializzati e dislocati in alcuni paesi
africani in cambio di tangenti e di armi scambiate con i gruppi politici
locali. Nel novembre precedente all'assassinio della giornalista, era
stato ucciso, sempre in Somalia e in circostanze misteriose, il
sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.[6]
Alpi e Hrovatin furono uccisi in prossimità dell'ambasciata
italiana a Mogadiscio, a pochi metri dall'hotel Hamana, nel quartiere
Shibis; in particolare, in corrispondenza dell'incrocio tra via Alto
Giuba e corso Somalia (nota anche come strada Jamhuriyada, corso Repubblica). La giornalista e il suo operatore erano di ritorno da Bosaso,
città del nord della Somalia: qui Ilaria Alpi aveva avuto modo di
intervistare il cosiddetto sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor,
che riferì di stretti rapporti intrattenuti da alcuni funzionari
italiani con il governo di Siad Barre, verso la fine degli anni ottanta e
successivamente, negli ultimi cinque minuti finali del colloquio, su
domanda esplicita della Alpi, parlò della società di pesca italosomala
Shifco, azienda della quale lo stato italiano aveva donato dei
pescherecci che furono usati molto probabilmente anche per il trasporto
dei rifiuti.[7] L'intervista durò probabilmente 2 ore ma arrivarono in redazione RAI poco meno di 15 minuti.[8]
La giornalista salì poi a bordo di alcuni pescherecci, ormeggiati presso
la banchina del porto di Bosaso, sospettati di essere al centro di
traffici illeciti di rifiuti e di armi: si trattava di navi che
inizialmente facevano capo ad una società di diritto pubblico somalo e
che, dopo la caduta di Barre, erano illegittimamente divenute di
proprietà personale di un imprenditore italo-somalo. Tornati a
Mogadiscio, Alpi e Hrovatin non trovarono il loro autista personale,
mentre si presentò Ali Abdi, che li accompagnò all'hotel Sahafi, vicino
all'aeroporto, e poi all'hotel Hamana, nelle vicinanze del quale avvenne
il duplice delitto. A bordo del mezzo si trovava altresì Nur Aden, con
funzioni di scorta armata.
Sulla scena del crimine arrivarono subito l'imprenditore italiano
Giancarlo Marocchino e gli unici giornalisti italiani presenti a
Mogadiscio: Giovanni Porzio e Gabriella Simoni. Una troupe americana (un
libero professionista
che lavorava per un network americano) arrivò mentre i colleghi
italiani spostavano i corpi dall'auto in cui erano stati uccisi,
successivamente portati al Porto vecchio. Una troupe della Televisione
svizzera di lingua italiana si trovava invece all'Hotel Sahafi
(dall'altra parte della linea verde) e filmò su richiesta di Gabriella
Simoni - perché ci fosse un documento video - le stanze di Miran e
Ilaria e gli oggetti che vennero raccolti.[9]
Il duplice omicidio determinò l'apertura di due distinti procedimenti
penali a carico di ignoti: l'uno, presso la procura di Roma, per la
morte di Alpi (p.p. 2822/94 RGNR mod. 44); l'altro, presso la procura di
Trieste, per la morte di Hrovatin (p.p. 110/1994 RGNR mod. 44).
Titolari delle indagini erano, rispettivamente, i sostituti procuratori
Andrea De Gasperis e Filippo Gulotta; in seguito, il 22 marzo 1996, il
procuratore capo di Roma Michele Coiro
affiancò a De Gasperis il sostituto Giuseppe Pititto, senza tuttavia
procedere ad una revoca formale delle indagini nei confronti di De
Gasperis.
Pititto dette alle indagini un impulso significativo: dispose
l'autopsia sul corpo di Alpi, laddove, in precedenza, erano stati
effettuati soltanto rilievi necroscopici esterni; richiese una nuova
consulenza tecnica balistica, a seguito della quale fu accertato che i
colpi furono inferti alla giornalista a una distanza ravvicinata, alla
stregua di un'esecuzione, mentre la prima consulenza, effettuata nel
maggio 1994, aveva accreditato l'ipotesi che i colpi fossero stati
sparati da lontano; soprattutto, il 12 giugno 1997 convocò a Roma, quali
persone informate sui fatti, Mohamed Nur Aden, la guardia del corpo
della giornalista, e Sidi Ali Abdi, che aveva accompagnato i due
cronisti dall'aeroporto di Mogadiscio fino all'hotel Hamana, in
prossimità del quale era avvenuto il duplice omicidio (sia Nur Aden che
Ali Abdi erano stati rintracciati dalla Digos di Udine).
Il 16 giugno 1997, tuttavia, il nuovo procuratore capo di Roma, Salvatore Vecchione, revocò la titolarità delle indagini a Pititto per assegnarla a Franco Ionta.
La motivazione addotta in proposito fu che Pititto avrebbe assunto la
gestione del procedimento senza informare il contitolare delle indagini,
De Gasperis, di fatto estromettendolo; segnatamente, Vecchione asserì
di avergli revocato il procedimento «dopo aver constatato l'esistenza di
disparità di vedute sulle modalità di conduzione dell'indagine».
Nondimeno, come fu accertato nell'ambito di una successiva ispezione
disposta dal ministero di grazia e giustizia,
allorché, nel marzo 1996, il precedente procuratore, Coiro, decise di
affiancare Pititto a De Gasperis, questi, come da lui stesso
espressamente dichiarato, rimise il procedimento al procuratore,
considerandolo «come se fosse stato assegnato in via esclusiva al dottor
Pititto». La relazione ministeriale del 14 maggio 1998 giunse alla
conclusione che Pititto, ritenendo a ragione di essere l'unico designato
alla conduzione del procedimento, aveva omesso ogni coordinamento
legittimamente. La motivazione addotta dal procuratore per revocare le
indagini apparse così discutibile:
|
«Se la ragione per cui l'inchiesta mi è stata sottratta non è il
contrasto tra me e De Gasperis, allora dev'essere un'altra: una ragione
occulta. E ciò che è segreto, e incide su un'inchiesta giudiziaria per
un duplice omicidio pregiudicando l’accertamento delle responsabilità,
non può che allarmare.»
|
| (Dott. Giuseppe Pititto, intervista a Famiglia Cristiana, 23 aprile 2000) |
In tal modo, Pititto non poté sentire i due potenziali testimoni
chiave della vicenda: all'assunzione di informazioni procedette così, il
17 luglio 1997, il nuovo titolare dell'inchiesta, inopinatamente
chiamato a prendere cognizione della consistente mole investigativa e a
valutare i diversi elementi di prova sino ad allora raccolti in appena
un mese dall'assegnazione del fascicolo. Assunto a informazioni, Ali
Abdi dichiarò che Alpi gli aveva riferito di dover andare insieme a
Hrovatin all'hotel Hamana per incontrare il giornalista Remigio Benni,
in realtà già partito da due giorni alla volta di Nairobi, precisando
che, una volta giunti a destinazione, solo Alpi sarebbe scesa dalla
vettura; l'altra persona escussa, Nur Aden, dichiarò invece che entrambi
i cronisti erano entrati nell'hotel.
Il 6 giugno 1997, intanto, Panorama aveva dato conto, in un ampio
reportage, di numerose violenze asseritamente commesse dalle truppe
italiane in Somalia nell'ambito della missione Ibis (UNOSOM I e II), pubblicando alcune foto; inoltre, era stato diffuso un memoriale (memoriale Aloi), in cui l'estensore, un maresciallo all'epoca in servizio presso il reggimento Tuscania,
aveva denunciato una serie di presunte violenze messe in atto dal
contigente italiano ai danni di civili somali, adombrando un possibile collegamento tra la morte della giornalista Alpi e certi comportamenti
dei militari italiani. Al fine di accertare la perpetrazione di
eventuali abusi nei confronti della popolazione, il 16 giugno fu
nominata un'apposita commissione governativa d'inchiesta (presieduta da Ettore Gallo e composta da Tina Anselmi, Tullia Zevi,
i generali Antonino Tambuzzo e Cesare Vitale). Di lì a poco, d'altra
parte, emerse la mendacità delle affermazioni rilasciate nel corso
dell'intervista a Panorama da uno degli accusatori[10],
mentre la stessa commissione Gallo, al termine dei lavori, escluse che
il contingente italiano si fosse reso responsabile, nel suo complesso,
di atti di violenza contro i civili (al contrario di quanto fu accertato
per il contingente canadese, nell'ambito del cosiddetto Somalia affair, e per quello belga)[11].
Nel corso del 1997, un giornalista, Giovanni Maria Bellu,
portò alla luce una singolare circostanza. Dal momento che due
componenti del commando erano rimasti feriti, Bellu, recatosi nella
capitale somala, chiese ad un amministratore dell'ospedale Keysaney,
unico presidio di Mogadiscio in grado di affrontare emergenze di una
certa rilevanza, di poter visionare i registri delle persone che si
erano presentate presso detto ospedale. A tal fine, Bellu fornì come
pretesto la vicenda delle presunte violenze commesse dai militari
italiani ai danni della popolazione civile e richiese i registri
relativi a date disparate, tra le quali inserì però la data
dell'agguato; ebbene, nel registro relativo al 20 marzo 1994, giorno
dell'agguato, figuravano solo due feriti d'arma da fuoco e il nome di
entrambi i pazienti era stato cancellato con il bianchetto e poi
riscritto sopra.
Nei primi mesi del 1997, intanto, in un'intervista rilasciata a Isabel Pisano e Serena Purarelli per Format,
Osman Omar Weile (detto Gasgas), colonnello della polizia di Mogadiscio
nord, sostenne di avere i nominativi degli esecutori materiali
dell'agguato: egli, infatti, era intervenuto sul luogo del delitto il
giorno del tragico evento e aveva provveduto ad ascoltare alcune persone
presenti sul posto per tentare di ricostruire la dinamica dell'agguato,
incaricando poi il suo vice, Ali Jiro Shermarke, di redigere una
dettagliata relazione. Il capo della polizia di Mogadiscio nord era,
all'epoca dei fatti, il generale Ahmed Jilao Addo.
Nel frattempo, attraverso l'attività svolta dall'ambasciatore
italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, venne rintracciato un possibile
testimone oculare, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, il quale asseriva di
essersi trovato sul luogo dell'agguato al momento del duplice omicidio e
alla cui individuazione si giunse mediante i buoni uffici di due
cittadini somali, Ahmed Mohamed Mohamud (detto Washington), a sua volta
coadiuvato da Abdisalam Ahmed Hassan (detto Shino), e di Mohamed Nur
Mohamud (detto Garibaldi). Gelle fu così accompagnato a Roma in veste di
persona informata sui fatti: assunto a sommarie informazioni dalla
Digos di Roma il 10 ottobre 1997 e nuovamente escusso da Ionta il giorno
successivo, accusò dell'omicidio Alpi-Hrovatin un suo connazionale,
tale Hashi detto "Faudo", riconoscendolo come uno degli autori materiali
del duplice omicidio e precisando di aver assistito personalmente alla
sparatoria mentre si trovava davanti all'hotel Hamana. Il 23 dicembre
1997 la Digos di Udine riuscì a identificare la persona indicata da
Gelle, sennonché, il giorno stesso, Gelle divenne irreperibile.
Successivamente, l'11 gennaio 1998, Cassini condusse a Roma
undici cittadini somali per essere sentiti dalla commissione Gallo:
alcuni in qualità di vittime delle violenze asseritamente commesse nei
loro riguardi dai militari italiani; altre perché comunque ritenute
persone informate sui fatti. A tal fine, l'ambasciatore si era rivolto
ad Ali Mahdi e al figlio del generale Aidid, Hussein Farrah Aidid,
i quali, a loro volta, avevano affidato l'incarico di redigere una
lista delle possibili vittime ad un gruppo di anziani, la Società degli
Intellettuali Somali. Tra le persone accompagnate in Italia vi erano
l'autista di Ilaria Alpi, Ali Abdi, e la persona accusata dallo stesso
Gelle quale autore del duplice omicidio, Hashi Omar Hassan:
a suo dire, infatti, alcuni militari italiani lo avrebbero legato e
gettato in mare presso il porto vecchio di Mogadiscio insieme ad altre
venti persone che, in tale occasione, avrebbero perso la vita[12].
Il 12 gennaio 1998 fu di nuovo assunto a sommarie informazioni
l'autista di Alpi, giunto a Roma appena il giorno precedente. Mentre
nella precedente escussione, effettuata il 17 luglio 1997 da parte di
Ionta (a seguito della convocazione disposta da Pititto), Ali Abdi non
aveva rilasciato alcuna dichiarazione eteroaccusatoria in merito al
duplice omicidio, dinanzi agli inquirenti della Digos egli fornì una
diversa versione dei fatti: in particolare, nella serata del 12 gennaio,
ripresa l'escussione precedentemente interrotta, Ali Abdi dichiarò di
riconoscere in Hashi uno degli uomini presenti all'interno della Land
Rover con a bordo i sette componenti del commando, armati di fucili mitragliatori FAL[13]. Tale dichiarazione fu confermata nella successiva assunzione a sommarie informazioni del 20 gennaio 1998.
Il 13 gennaio Hassan fu così sottoposto a fermo (p.p. 24/1998 RGNR mod. 21); due giorni dopo veniva disposta la custodia cautelare in carcere,
con ordinanza confermata dal tribunale del riesame il 7 febbraio.
Parallelamente, si apriva un nuovo fascicolo contro ignoti
(p.p. 6403/1998 RGNR mod. 44).
Il 15 luglio 1998 furono assunti a sommarie informazioni altri
tre cittadini somali: Adar Ahmed Omar, una donna che gestiva una
bancarella del the davanti all'hotel Hamana; Hussein Alasow Mohamoud
(detto Bahal), seduto davanti al medesimo albergo; Abdi Mohamed Omar
(detto Jalla), il quale si era intrattenuto nelle vicinanze
dell'albergo. Costoro non rilasciarono alcuna dichiarazione accusatoria
nei confronti di Hassan ed erano giunti in Italia a seguito delle
indagini svolte dalla Digos di Udine sulla base delle informazioni
assunte da due somali: Mohamed Moamud Mohamed (detto Gargallo), la cui
identità non era stata rivelata dalla Digos per motivi di sicurezza (fu
poi avventatamente resa pubblica nel corso dei lavori della commissione
presieduta da Taormina); Umar Hajimunye Diini (detto Omar Dini),
giornalista.
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