Ero andata in pensione a settembre. Non
mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi
dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo
lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo
diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai
viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima
volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda
in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere
la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’
cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa»,
sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da
quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano
praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”.
È arrivato il 20. Nel pomeriggio è
arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la
televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo
tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in
tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città
giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro
fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la
ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho
dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto.
Sono andata a lavarmi.
“Lo sprofondo”, ha scritto un mio
amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un
buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio:
tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che
non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo
annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati,
giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la
conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di
prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a
“corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche
secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani.
C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non
avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la
segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono
seduta su un muretto, sono rimasta lì.
Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa.
Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso
sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che
avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano
anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato,
si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che
avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei
cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli
immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava
qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i
biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del
Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta
ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi
permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei
scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato
lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo
carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita
lacerando il palmo.
Dovevo trovare altre foto,
ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di
luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di
informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il
ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a
sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal
Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia,
aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e
controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i
manifestanti,
spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli.
Non ricordo quando ho incontrato
per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era
consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e
l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle
giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho
sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le
attività che si svolgevano in quelle stanze.
Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda
erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi
potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza
contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei
cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini,
trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le
indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono
partita a cercarle.
Intanto Bachschmidt e diversi
mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte,
registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e
filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un
regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con
noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano
maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un
apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra,
circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la
sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza
si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa,
mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”.
Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne
vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4
dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa
chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e
saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col
famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue
parti.
Intanto: l’11 settembre due
attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New
York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo”
da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani.
Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
tanti
anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato,
Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad
aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi
contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue
straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i
programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro,
il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste
grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per
la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre
che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale
Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta,
ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di
mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e
noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di
scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a
sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum
Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione.
Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho
cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò
per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per
raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e
c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare.
Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino.
A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di
Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono
Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci.
Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa
c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la
partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia
ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A
Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla
stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli
amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino
alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio
Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli
bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era
ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!”
mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il
tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero
Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro
Principessa…
Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe
De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta
Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo
anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento
di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare
una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine
di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo
su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno
costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale
internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una
Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna
associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali
fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive
Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise
dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle
organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica
strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello
Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti
processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti
in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime
di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono
diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli
anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”.
Un’altra rete nel frattempo conquista le
prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti
speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei
Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale
della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete
meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque.
Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone
d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta
di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più
inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato
l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti
furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di
massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse
pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di
derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il
“sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico,
se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la
partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra
le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica”
agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse
dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”.
Il sito ProcessiG8 spiega che la
segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati
impegnati nella difesa dei manifestanti
ingiustamente incarcerati,
di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano
potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti
alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza
legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla
Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i
pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni
immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e
piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”.
Come Bachschmidt racconta in
questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via
Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di
venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel
2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle
udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i
carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade
della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei
pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro,
sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era
stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
– sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti
fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito
adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia.
In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime
degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano,
considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di
tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni
dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante
politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza.
Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato
da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col
resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un
mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di
una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era
così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che
aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo
in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la
scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse
proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a
essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi
raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con
altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per
Genova. Arnaldo ne era un simbolo”.
La presidente era la madre di una ragazza
di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la
manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo
persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal
carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in
quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli
telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza
sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza
sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere
quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese,
in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel
Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi –
pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati
dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e
cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e
per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e
pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista
inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore.
Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena
Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e
provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di
venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del
ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto
coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata
irruzione. Se ne fossero stati capaci.
All’interno di Reti-Invisibili, e
con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e
coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di
collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia.
Photo credit FrDr, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons