Articolo da Indie for Bunnies
La prima cosa a cui abbiamo pensato dopo aver visto “Naza”, il film-documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, è stata un verso di una canzone di Fabrizio De André. Verso scritto pensando a tutt’altra storia, ad altri avvenimenti, eppure terribilmente capace di risuonare davanti alle immagini del film: “per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti“.
Perché è proprio questo il punto: la società civile non può restare insensibile, distante, indifferente e voltarsi dall’altra parte di fronte a ciò che appare come un sistematico processo di disumanizzazione. Civili considerati, automaticamente, terroristi per il solo fatto di essere palestinesi e, di conseguenza, trasformati in vite sacrificabili. Persone comuni, con un lavoro, una famiglia, una quotidianità. Donne, anziani, bambini.
Persino la definizione di “vittima collaterale” sembra non bastare più. Nel linguaggio utilizzato dall’esercito israeliano quelle persone perdono il volto, il nome, la storia e diventano, semplicemente, “Naza”.
Ed è forse proprio questa parola a racchiudere uno degli aspetti più agghiaccianti del documentario: quando un essere umano diventa una categoria, un numero, un danno previsto, calcolato ed accettabile, ucciderlo diventa più facile. Il film racconta un sistema nel quale, per eliminare un esponente di Hamas — anche di basso livello o persino un ex appartenente all’organizzazione — può essere accettata la morte di un numero enorme di civili. E tutto questo affidandosi a sistemi di intelligenza artificiale, utilizzati nell’individuazione degli obiettivi, che hanno una consistente percentuale di errore, tant’è vero che, spesso, le persone segnalate ed individuate come target possono non avere alcun legame reale con Hamas.
Emblematico è il caso raccontato nel film della famiglia di un panettiere. Il suo negozio si trovava in una zona di Gaza vicina a un campo di Hamas e l’uomo aveva avuto numerosi contatti telefonici con membri dell’organizzazione. Un elemento sufficiente a renderlo sospetto ed ammazzarlo. Ma la spiegazione poteva essere terribilmente semplice: quelle persone, molto probabilmente, erano suoi clienti. Andavano da lui a comprare il pane. È proprio la banalità di questo gesto a rendere tutto ancora più spaventoso.
In una delle interviste raccolte da Yuval Abraham, un membro dell’intelligence israeliana racconta di essere stato in Polonia, di aver visitato i luoghi dei lager e dei campi di concentramento nazisti e di essersi domandato come fosse possibile, per quelle persone, continuare a vivere, sorridere, amare, avere degli amici o una famiglia, mentre si partecipava a crimini di quella portata. Dice di continuare a considerare il nazismo il male assoluto. Ma ora un’altra domanda lo tormenta: lui cosa sta facendo, cosa è diventato?
È una domanda che il film lascia sospesa e che, inevitabilmente, ne genera altre.
Che cosa accade a una società quando accetta che, per eliminare un singolo appartenente a un’organizzazione terroristica, possano essere uccise nelle loro case, durante la notte, decine o persino centinaia di persone? Quale limite rimane quando quelle morti vengono previste prima ancora di colpire e considerate un prezzo accettabile? Ed è qui che nasce la domanda più terribile: che cos’è tutto questo, se non ciò che io considero un genocidio progressivamente architettato, organizzato, giustificato e messo in atto dall’esercito di uno Stato che si definisce democratico?
Poi arrivano le immagini finali. Quei bambini stretti tra i piani sventrati di un edificio bombardato. Quel padre che continua a cercare i propri figli e li chiama, disperatamente, uno dopo l’altro, per nome. Come possono immagini simili non farci sanguinare il cuore?
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Fonte: Indie for Bunnies
Autore: Michele Brigante Sanseverino
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Articolo tratto interamente da Indie for Bunnies











