venerdì 6 febbraio 2026
Le persone sensibili
Comunicazione di servizio: ripartono le interviste
Voglio informare gli amici e lettori di questo blog, che presto tornerò a pubblicare interviste su diversi temi.
Se vuoi essere intervistato, basta contattarmi via mail, cliccando sul banner "Contatti".
E non pensino i nemici della rivoluzione...
"E non pensino i nemici della rivoluzione che ci fermeremo, non pensino i nemici della rivoluzione che questo popolo si fermerà, non pensino coloro che mandano gli aerei, non pensino coloro che guidano gli aerei che ci inginocchieremo e che chineremo la testa."
Camilo Cienfuegos
Potrei ritrovarmi a cambiare...
"Potrei ritrovarmi a cambiare le mie nozioni su ciò che voglio fare proprio nel bel mezzo di un film. E nei giorni in cui mi sento allegro, scatto scene allegre, e nei giorni cupi, scatto quelle cupe."
François Truffaut
Photo credit Imagem do Fundo Correio da Manhã., CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Lettera di Irma Marchiani (Anty) al fratello
Articolo da Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana
Sestola, da la "Casa del Tiglio", 10 agosto 1944
Carissimo Piero, mio adorato fratello,
la decisione che oggi prendo, ma da tempo cullata, mi detta che io debba scriverti queste righe. Sono certa mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l’ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito, faccio già parte di una Formazione, e ti dirò che il mio comandante ha molta stima e fiducia in me. Spero di essere utile, spero di non deludere i miei superiori. Non ti meraviglia questa mia decisione, vero?
Sono certa sarebbe pure la tua, se troppe cose non ti assillassero. Bene, basta uno della famiglia e questa sono io. Quando un giorno ricevetti la risposta a una lettera di Pally che l’invitavo qui, fra l’altro mi rispose "che diritto ho io di sottrarmi al pericolo comune?" È vero, ma io non stavo qui per star calma, ma perché questo paesino piace al mio spirito, al mio cuore. Ora però tutto è triste, gli avvenimenti in corso coprono anche le cose più belle di un velo triste. Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo. Questo richiamo è così forte che lo sento tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta.
"Hai nello sguardo qualcosa che mi dice che saprai comandare", mi ha detto il comandante, "la tua mente dà il massimo affidamento; donne non mi sarei mai sognato di assumere, ma tu sì". Eppure mi aveva veduto solo due volte.
Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascierà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me.
Ti chiedo una cosa sola: non pensarmi come una sorellina cattiva. Sono una creatura d’azione, il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli. Tu sai benissimo, caro fratello, certo sotto la mia espressione calma, quieta forse, si cela un’anima desiderosa di raggiungere qualche cosa, l’immobilità non è fatta per me, se i lunghi anni trascorsi mi immobilizzarono il fisico, ma la volontà non si è mai assopita. Dio ha voluto che fossi più che mai pronta oggi. Pensami, caro Piero, e benedicimi. Ora vi so tutti in pericolo e del resto è un po’ dappertutto. Dunque ti saluto e ti bacio tanto tanto e ti abbraccio forte.
Tua sorella Paggetto
Ringrazia e saluta Gina.
Fonte: Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana
Autori: vari
Licenza:
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.
Articolo tratto interamente da Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana - INSMLI
Un decreto per svuotare le piazze
Articolo da Comune-info
L’avevano annunciato ben prima del corteo di Torino ed è arrivato l’ennesimo decreto legge sulla “sicurezza”, capace di far impallidire la stessa Legge Reale. Le norme che contiene non ci parlano più solo di una violenta criminalizzazione del dissenso ma ci indicano la volontà di impedire del tutto la possibilità di manifestare. Un dispositivo liberticida, che espone chiunque all’arbitrio di polizia.
Fermo preventivo
Nell’ambito dei servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni pubbliche, l’autorità di pubblica sicurezza è dotata del potere di trattenere fino a 12 ore chiunque abbia il “fondato motivo di ritenere” che possa porre in essere condotte di “concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”. Come lo deducono questo presunto pericolo? Qui la disposizione costruisce un meccanismo diabolico: dipende dalle “circostanze di tempo e di luogo” e dai (soliti) “elementi di fatto”, “anche desunti” (quindi non solo desunti!) dal possesso di determinati oggetti o da mere segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza in occasione di manifestazioni pubbliche. La misura non ha bisogno per la sua legittimità della convalida da parte dell’autorità giudiziaria, che interviene solo per ordinare l’eventuale rilascio della persona trattenuta. Un chiaro tentativo di “trasformare il giudice in poliziotto” in forza dei parametri sui quali lo si chiama a giudicare, ossia in tema di sospetti.
È chiaro cosa significa? Capiamo l’arbitrio assoluto lasciato alle forze di polizia? Chiunque di noi potrebbe incorrere in questo vergognoso fermo preventivo. Ed è qui che il fine diventa chiarissimo: produrre paura, intimidire
È una tecnica di governo: trasformare la piazza in una zona dove la libertà dipende dall’arbitrio di chi la controlla, dove puoi essere prelevato e trattenuto non per ciò che hai fatto, ma per ciò che – secondo una valutazione discrezionale – potresti fare.
E dodici ore non sono un dettaglio. Dodici ore sono la manifestazione che salta. Sono il lavoro che perdi. Sono il treno che non prendi. È la punizione anticipata, senza processo, senza contraddittorio, senza garanzie effettive. Anche se poi ti rilasciano, l’effetto è già stato ottenuto: ti hanno tolto dalla piazza e hanno mandato un messaggio a tutti gli altri.
Non a caso gli “indici” sono elastici e opachi. Basta un casco (quello del tuo motorino) o degli occhiali troppo scuri. Basta una mera segnalazione di polizia. Tutto può diventare “elemento di fatto”, tutto può diventare “fondato motivo”.
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Fonte: Comune-info
Autore: Federica Borlizzi

Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Italia.
Articolo tratto interamente da Comune-info
6 febbraio 1971 – Un terremoto semidistrugge Tuscania, danneggiando gravemente i monumenti romanici e provocando 31 morti
Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera
Il terremoto di Tuscania del 1971 è stato un evento sismico verificatosi nel 1971 a Tuscania e nel Lazio settentrionale.
Il sisma si verificò la sera del 6 febbraio 1971, alle ore 19:09, e fece registrare una magnitudo momento di 5.2 ed un'intensità stimata tra il VIII e il IX grado della scala Mercalli.[1] Ebbe epicentro tra Arlena di Castro e Tuscania, circa 20 km a ovest di Viterbo. Secondo le testimonianze raccolte, il terremoto sarebbe stato preceduto da altri eventi sismici di minore intensità.[2] Una forte replica si verificò alle ore 20:20.[2] Il sisma causò 22 vittime e un centinaio di feriti.[2]
L'origine sismogenetica si ritiene connessa ai movimenti tellurici dell'apparato Vulsinio, similarmente ad altri terremoti verificatisi in passato nello stesso territorio, e dunque l'evento mantiene sostanziali differenze con i terremoti dell'Appennino centrale.[2] Inoltre, a causa della modesta profondità dell'ipocentro, l'area interessata fu limitata al viterbese, sebbene il sisma fu avvertito anche a Roma e nel Lazio meridionale.[1]
La città più colpita fu, appunto, Tuscania dove risultò inagibile il 60% degli edifici.[1] Si verificarono numerosi crolli, in particolar modo nel quartiere medievale edificato in buona parte su lava e tufo.[2] La chiesa di San Pietro e la basilica di Santa Maria Maggiore fecero registrare gravissimi danni,[1] come anche il resto degli edifici monumentali e l'Ospedale Civile.[3] Furono riscontrate lesioni sulle arcate del ponte sul fiume Marta,[1] cosicché la cittadina rimase inizialmente irraggiungibile ai soccorsi provenienti da Roma.[3] Lievi danni si verificarono anche ad Arlena di Castro, Civitavecchia, Tarquinia e Viterbo.[1]
Nei giorni seguenti furono allestite tendopoli per dare rifugio agli oltre 4 000 sfollati.[4] L'8 febbraio l'area terremotata ricevette la visita del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e del presidente del Consiglio, Emilio Colombo.[5] In seguito, con la legge n. 1155 del 20 dicembre 1971, furono dispensati dal servizio di leva i giovani di Tuscania e Arlena di Castro che avessero deciso di partecipare alla ricostruzione delle due cittadine.
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Photo credit Pac91, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons








