Angolo curato e gestito da Mary B.
Canto allo Scugnizzo non è un semplice brano: è un pezzo di identità. Nel 1978, Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò lo pubblicano come 45 giri per la Philips, con Pizzica Minore sul lato B. Poco dopo entrerà anche nell’album Musica Nova, diventando uno dei canti più intensi della loro produzione.
Il brano nasce per ricordare gli scugnizzi delle Quattro Giornate di Napoli (27–30 settembre 1943), quando la città si sollevò contro l’occupazione nazista.
Tra quei ragazzi c’era Gennaro “Gennarino” Capuozzo, dodici anni, Medaglia d’Oro al Valor Militare: morì mentre lanciava bombe a mano contro i carri armati tedeschi. Una storia che non ha bisogno di retorica, perché parla da sola.
Bennato e D’Angiò non costruiscono un monumento: costruiscono un canto popolare. Raccontano gli scugnizzi per quello che erano davvero: figli della guerra, dei palazzi sventrati, dei rifugi antiaerei. Ragazzini che non erano “cammurristi”, ma poveri costretti a diventare grandi troppo presto, e che proprio per questo seppero resistere.
Canto allo Scugnizzo è un promemoria. Ricorda che la libertà non è un concetto astratto: è fatta di fame, paura, vicoli, barricate improvvisate. È la voce di chi non aveva nulla, ma decise comunque di dire “no”.
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