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mercoledì 13 maggio 2026

Una legge di iniziativa popolare per rafforzare il Servizio sanitario nazionale



Articolo da Sbilanciamoci.info 

Il governo Meloni prosegue sulla strada della privatizzazione strisciante, l’iniziativa è un modo per rimettere la salute pubblica al centro. Dal 15 maggio si potrà firmare nelle strade e anche online

Una proposta di legge di iniziativa popolare per “il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale” è stata depositata in Cassazione e il 15 maggio inizierà la raccolta di firme (sarà possibile firmare anche online). È il risultato di un lungo percorso che ha unito un gran numero di associazioni impegnate sulla salute, molte delle quali aderiscono al coordinamento “La via maestra”, insieme alla CGIL.  Voci, competenze ed energie accomunate dall’obiettivo di riaffermare il diritto alla salute e rilanciare lo strumento che lo rende effettivo: il Servizio sanitario nazionale (Ssn). La proposta di legge indica le azioni da intraprendere per difenderlo, rafforzarlo, finanziarlo adeguatamente portandolo entro il 2030 al 7,5% del Pil, dotarlo di capacità programmatoria e del personale necessario a garantire cura, assistenza e prevenzione a tutta la popolazione. La priorità che viene riconosciuta alla salute – in effetti – è quanto qualifica non solo un assetto sanitario ma un modello di società. È stata questa la convinzione al fondo delle battaglie che negli anni Sessanta e Settanta hanno fatto dell’impegno per la salute una delle trasformazioni più significative del paese. L’introduzione nel 1978 del Ssn fu il risultato di un’originale convergenza di mobilitazioni, nuove esperienze e saperi, intensi conflitti provenienti da tante e diverse soggettività.

Quella spinta è stata contrastata da decenni di scelte politiche che hanno indebolito il Ssn, limitandone la portata e il finanziamento. I processi di privatizzazione hanno favorito imprese sanitarie private, società finanziarie, multinazionali farmaceutiche, così come assicurazioni e fondi sanitari alimentano un “secondo pilastro” privato alternativo alla sanità pubblica. Siamo stati sommersi da narrazioni imbevute dell’ideologia neoliberale che celebrano le virtù del mercato e i modelli manageriali, propagandano la presunta insostenibilità del servizio pubblico, derubricano i diritti a merci. In questi mesi assistiamo ad accordi tra il governo e le regioni del Nord che reintroducono i presupposti della legge sull’autonomia regionale differenziata che nel 2024 è stata dichiarata in ampia parte incostituzionale dalla Consulta. Come osservò già due anni fa la Corte dei Conti, siamo di fronte al passaggio da un Ssn incentrato sulla garanzia costituzionale del diritto alla salute, a tanti diversi sistemi sanitari regionali basati sulle regole del mercato.

Ma tutto questo può essere fermato. La legge di iniziativa popolare – un importante strumento di democrazia dal basso – consente di promuovere un nuovo impegno per la salute collettiva, per saldare partecipazione, consapevolezza, informazione, per rivendicare diritti sociali e di libertà, per sostenere una ripubblicizzazione partecipata e qualificata dei servizi socio-sanitari. Tra le disposizioni previste ci sono: l’intera destinazione delle risorse aggiuntive al potenziamento dei servizi e dei percorsi di cura direttamente erogati dalle strutture pubbliche, il rafforzamento e la valorizzazione del personale, lo stop alle esternalizzazioni, l’individuazione della copertura finanziaria (nella razionalizzazione della spesa farmaceutica, nella lotta all’evasione fiscale, nella possibilità di tassare i patrimoni).

La vittoria del No all’ultimo referendum ha reso visibile come sia possibile lottare insieme per un progetto e principi comuni; in questo caso riportando al centro dell’iniziativa politica la salute come attività fuori dal mercato, come diritto reso esigibile dal Ssn che deve tornare a essere il riferimento fondamentale per tutte le persone. Non si tratta di un’ennesima riforma, ma di tornare a quel modello in nome del quale sono state fatte battaglie che a loro volta ne hanno configurato le caratteristiche: universalità, equità, globalità, solidarietà, finanziamento tramite la fiscalità progressiva generale, governo pubblico del sistema. 

Portare nelle piazze i conflitti contro la privatizzazione della sanità e la proposta di mettere in primo piano la salute collettiva può diventare un’occasione di larghissima mobilitazione in una nuova stagione di partecipazione sociale. Il modello e le risorse ci sono. L’avevamo già intuito ai tempi della pandemia: la salute può e deve tornare a essere una delle priorità di un’agenda politica alternativa al governo Meloni – e alle scelte di molti governi precedenti.

Quali sono allora le principali azioni da intraprendere per rafforzare il Ssn indicate nel testo della proposta di legge? La Relazione illustrativa è chiara nel sottolineare che ci si richiama alle disposizioni e ai documenti di indirizzo su settori fondamentali per la salute della popolazione approvati nel corso degli anni ma privi ancora di attuazione adeguata: perché rinviati, perché consegnati alla buona volontà di singoli decisori, perché accompagnati dalla formula della cosiddetta invarianza delle risorse. 

Il primo articolo richiama più articoli costituzionali, dal diritto fondamentale alla salute, ai principi di uguaglianza e solidarietà, all’unità e indivisibilità della Repubblica nel suo decentramento, alla tutela e promozione del patrimonio comune compreso ambiente, biodiversità ed ecosistemi, ai limiti all’iniziativa economica privata. Richiamandosi inoltre a principi presenti nella legge istitutiva del Ssn (l. 833/1978) – universalità e globalità dell’assistenza, equità di accesso ai servizi, finanziamento pubblico tramite la fiscalità progressiva generale – esso enuncia gli obiettivi tesi ad arrestare il declino del Ssn e a promuoverne il rafforzamento. Le finalità – si afferma – sono perseguite disponendo interventi in quegli ambiti in cui le barriere all’accesso sono maggiori e riconoscendo l’importanza di coloro che lavorano per tutelare e promuovere salute, assistenza e cura. 

Governo pubblico del Servizio, programmazione sanitaria, incompatibilità con il “secondo pilastro” privato sono tra gli assi portanti della proposta. Il governo pubblico si esercita attraverso Stato, Regioni, Enti locali territoriali, aperti alla partecipazione del personale, dei cittadini, delle forze sociali e sindacali, delle organizzazioni del terzo settore no profit. Il governo pubblico definisce i criteri dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi; garantisce la promozione della salute in ogni ambito di vita e di lavoro delle persone, rispondendo ai loro bisogni. 

La programmazione – da anni assente – riveste un ruolo primario quale strumento sistematico per indirizzare lo sviluppo del Ssn, individuare le priorità, decidere dei cambiamenti necessari. 

Il finanziamento deve essere pubblico e non può essere garantito attraverso il ricorso a fondi sanitari, mutue e assicurazioni private. Le funzioni relative alla materia “tutela della salute” devono essere escluse dall’autonomia regionale differenziata: non vi deve essere alcuna possibilità per far rientrare dalla finestra la legge n. 86/2024.

Per riaffermare la centralità del Ssn e riportarlo a essere il primo riferimento per la salute della popolazione è necessario puntare al suo rifinanziamento (articolo 2): dotarlo di risorse adeguate, con il progressivo avvicinamento del finanziamento ai livelli europei, ossia un fabbisogno nazionale standard non inferiore al 7,5% del Pil (raggiunto passando dal 6,50% del 2027, al 6,85% del 2028, al 7,10% del 2029, al 7,50% a decorrere dal 2030). Una evoluzione questa che deve avvenire in modo indipendente dall’eventuale aumento della spesa militare. Inoltre – come anticipato – si dispone che l’incremento del finanziamento sia interamente destinate al potenziamento dei servizi e dei percorsi di cura direttamente erogati dalle strutture pubbliche del Ssn, soprattutto tramite l’assunzione di personale. Una precisazione quest’ultima necessaria a fronte del continuo aumento, specie negli ultimi anni, della spesa per gli acquisti da operatori privati accreditati (l’inesorabile crescita delle risorse pubbliche destinate ai soggetti privati). Il rafforzamento e la valorizzazione del personale del Ssn sono una assoluta priorità al fine di contrastare la “fuga” di medici e infermieri dalla sanità pubblica verso l’estero o il mercato privato. Il presupposto è che la dotazione e la conseguente spesa per il personale del Ssn debbano rispondere a obiettivi di tutela e promozione della salute delle persone, anzichè essere subordinati ai vincoli di finanza pubblica. In questa direzione si dispongono provvedimenti per la formazione, le assunzioni a tempo indeterminato e la qualificazione del personale del Ssn, con particolare attenzione alla professione infermieristica e alla medicina generale e di comunità, penalizzate da molto tempo ed essenziali per potenziare l’assistenza territoriale. 

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Gaza: MSF lancia l'allarme sulla "crisi di malnutrizione artificiale"



Comunicato da Medici Senza Frontiere

Secondo un’analisi dei dati medici pubblicata oggi da Medici Senza Frontiere, la malnutrizione artificiosamente provocata da Israele a Gaza ha avuto conseguenze devastanti sulle donne incinte e su quelle che allattano, sui neonati e sui bambini di età inferiore ai 6 mesi durante i periodi di intense ostilità e assedio, come quello di metà 2025.

Una crisi di malnutrizione provocata artificiosamente

In 4 strutture sanitarie gestite e supportate dalle nostre équipe, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, i nostri team hanno registrato livelli più elevati di prematurità e mortalità tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione durante la gravidanza, alti livelli di aborti spontanei, e un forte aumento delle interruzioni delle cure tra i bambini malnutriti.

Attribuiamo questi dati al blocco dei beni essenziali imposto da Israele e agli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le strutture mediche. L’insicurezza, gli sfollamenti, le restrizioni agli aiuti e l’accesso limitato al cibo e alle cure mediche hanno avuto conseguenze devastanti per la salute materna e neonatale.

La situazione rimane estremamente fragile nonostante il cosiddetto cessate il fuoco ed esorta le autorità israeliane a consentire immediatamente l’ingresso senza ostacoli di assistenza e rifornimenti vitali.

La crisi di malnutrizione è interamente artificiale. Prima della guerra, la malnutrizione a Gaza era praticamente inesistente. Da 2 anni e mezzo, il blocco sistematico degli aiuti umanitari e delle merci commerciali, unito all’insicurezza, ha fortemente limitato l’accesso al cibo e all’acqua potabile. Le strutture sanitarie sono state costrette a chiudere e le condizioni di vita sono gravemente peggiorate. Di conseguenza, le persone più vulnerabili sono esposte a un rischio maggiore di malnutrizione”. Mercè Rocaspana referente medico di MSF per le emergenze

Analizzando i dati raccolti da 201 madri di neonati in cura nelle unità di terapia intensiva neonatale degli ospedali Al Nasser e Al Helou, a Khan Younis e Gaza City, tra giugno 2025 e gennaio 2026, emerge che più della metà delle donne ha sofferto di malnutrizione nel corso della gravidanza e il 25% era ancora malnutrito al momento del parto.

Le devastanti conseguenze della malnutrizione durante la gravidanza

Il 90% dei bambini nati da madri affette da malnutrizione è nato prematuro e l’84% presentava un basso peso alla nascita, un’incidenza molto più elevata rispetto ai bambini nati da madri non malnutrite al momento del parto. La mortalità neonatale era doppia tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione rispetto a quelli nati da madri non malnutrite.

Tra ottobre 2024 e dicembre 2025, i nostri team hanno ammesso 513 neonati di età inferiore ai 6 mesi nei programmi ambulatoriali di alimentazione terapeutica presso le strutture sanitarie di base di Al Mawasi e Al Attar a Khan Younis. Di questi, il 91% era a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.

A dicembre, 200 neonati non facevano più parte del programma: solo il 48% di loro era guarito, il 7% era deceduto, il 7% era stato indirizzato a un programma per bambini più grandi e un incredibile 32% aveva interrotto il trattamento, principalmente a causa dell’insicurezza e dello sfollamento.

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E ce la farò

"E ce la farò, anche se fa male e se non dormirò. E ce la farò, anche se dovrò inventarmi un'altra vita, un'altra strada da seguire senza te. Perché non si può morire per amore, e se c'è un prezzo da pagare io lo pagherò, ma giuro che da oggi in poi io rinascerò."

Tratto dal brano di Ce la farò di Alex Baroni


Non perdere la voglia di camminare...

"Non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata… ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati… Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene."

Bruce Chatwin


La musica...


"La musica, nella sua essenza, è ciò che ci dà ricordi. E più a lungo una canzone è esistita nella nostra vita, più ricordi ne abbiamo."

Stevie Wonder


Ho sviluppato uno stile

"Ho sviluppato uno stile, qualunque esso sia, solo perché recitare mi imbarazzava. Per me era doloroso fare un gesto più ampio del minimo indispensabile. Ma un attore deve enfatizzare i propri movimenti se vuole "farli arrivare"" al pubblico. Ero così timido che persino alzare un braccio per indicare qualcosa richiedeva tutto il mio coraggio."

Gary Cooper



martedì 12 maggio 2026

L’indifferenza sociale di fronte alla violenza razzista contemporanea



Articolo da Progetto Melting Pot Europa

 A Taranto un giovane lavoratore ucciso mentre andava al lavoro

«Taranto non può restare in silenzio». È da queste parole che parte l’appello lanciato da associazioni, realtà sociali e comunità del territorio dopo l’uccisione di Bakary Sacko, giovane lavoratore originario del Mali assassinato mentre si preparava ad andare al lavoro nei campi.

Per il 14 maggio è stato convocato un presidio pubblico in Piazza Fontana, luogo dell’aggressione, per chiedere verità e giustizia e ribadire che “nessuna vita è invisibile”.

Una mobilitazione che prova a rompere il silenzio e a reagire collettivamente alla normalizzazione della violenza razzista, dell’odio e della disumanizzazione delle persone migranti.

L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista e autoritaria che non si può continuare a leggere come una sequenza di episodi isolati, scollegati tra loro, frutto di devianze individuali o di improvvise esplosioni di follia.

 La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto mentre si apprestava ad andare a lavorare 1, si colloca dentro una trama molto più ampia, profonda e strutturale.

Una trama fatta di parole, campagne politiche, dispositivi giuridici, rappresentazioni mediatiche, pratiche istituzionali e forme quotidiane di disumanizzazione che, da anni, attraversano l’Europa e, in modo sempre più evidente, l’Italia.

Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia, attraversò la città sparando deliberatamente contro persone nere e migranti, ferendo sei giovani africani al grido di “Viva l’Italia” e accompagnando la propria azione con il saluto romano, anche oggi il rischio è quello di ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, di disagio sociale indistinto o di marginalità individuale.

Quella strage rappresentò uno spartiacque simbolico e politico: mostrò in maniera brutale come il razzismo potesse tradursi apertamente in violenza armata dentro uno spazio pubblico europeo, alimentato da anni di campagne securitarie, criminalizzazione dei migranti e retoriche identitarie costruite attorno alla figura dello “straniero invasore”.

Eppure, anche allora, una parte del dibattito pubblico tentò di isolare il gesto dal clima politico e culturale che lo aveva reso possibile.

La violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata, alimentata, resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni, individua bersagli vulnerabili e normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre.

Non è un caso che, nelle ore immediatamente successive all’omicidio, ci sia stato chi ha tentato rapidamente di derubricare quanto accaduto a una generica “lite tra stranieri”, secondo un copione già visto molte volte: minimizzare, confondere, depoliticizzare, impedire che emergano le matrici profonde della violenza.

Eppure, proprio grazie alla preziosa testimonianza di Babele associazione promozione sociale, che ha restituito pubblicamente il volto, la storia e la dignità di Bakary Sako, sta emergendo in queste ore un’altra verità. Quella di un giovane lavoratore accerchiato e aggredito da ragazzi del posto, alcuni, sembrerebbe, giovanissimi, addirittura minorenni.

Un elemento che dovrebbe interrogarci ancora più profondamente sul clima culturale e sociale dentro cui stanno crescendo intere generazioni, abituate sempre più spesso a considerare lo straniero come un bersaglio, una presenza inferiore, un corpo sacrificabile.

Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori.

È morto dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di inferiorizzazione dei cittadini stranieri.

È morto dentro un sistema che continua a considerare le migrazioni non come una questione sociale, umana e politica, ma come una minaccia permanente da contenere, sorvegliare e respingere.

È morto dentro una società che si abitua progressivamente all’idea che lo sfruttamento, la segregazione abitativa, la precarietà estrema e perfino la morte di uomini e donne migranti siano un prezzo inevitabile dell’ordine sociale.

La violenza razzista non si manifesta soltanto nei delitti di sangue.

Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di braccianti sopravvivono senza acqua, elettricità, trasporti e assistenza sanitaria.

Si manifesta nei CPR, luoghi di detenzione amministrativa dove persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà personale.

Si manifesta nei naufragi del Mediterraneo, nelle torture sistematiche subite in Libia da uomini e donne bloccati grazie agli accordi stipulati dall’Europa e dall’Italia.

 Si manifesta nelle campagne mediatiche costruite quotidianamente contro lo “straniero invasore”, contro il richiedente asilo, contro il povero trasformato in colpevole.

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Fonte: Progetto Melting Pot Europa 

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Articolo tratto interamente da Progetto Melting Pot Europa

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