Articolo da GlobalProject
Nata nell’Uttar Pradesh nel 2006, la Gulabi Gang organizza donne e comunità rurali contro abusi impuniti, caste, corruzione e negazione dell’istruzione.
“Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia lu bastone e tira fora li denti”.
Questo è il ritornello di “Malarazza”, una canzone popolare siciliana
della fine dell’800, ma potrebbe essere il motto di un movimento di
attiviste indiane che si ribellano a qualunque sopruso di genere e non
solo.
Gulabi Gang, “gang rosa”, così si fanno chiamare dal rosa dei loro sari ispirato al colore sgargiante della mimosa hamata.
È un movimento nato nel 2006 nell’Uttar Pradesh,
una delle regioni più povere e violente dell’India dove, a dispetto
delle leggi approvate e scritte, le caste vengono ancora rispettate, le
donne non hanno il diritto all’istruzione e la loro voce è sempre muta
anche quando urlano. Una regione in cui ancora essere un Dalit, un
intoccabile, ti esclude dalla società.
Al contrario, spiega Sampat Pat Devi, fondatrice del
movimento, essere un Dalit, dovrebbe voler dire essere al vertice della
società perché i Dalit aiutano tutti e il vero parassita è chi è al
vertice. Una posizione dalla quale non è utile a nessuno e serve solo ad
esercitare prepotenza su tutti.
Sampat Pat Devi stessa è stata una sposa bambina
di dodici anni. Non ha potuto frequentare la scuola ed ha imparato a
leggere e scrivere da autodidatta, copiando la scrittura dalle lavagne
delle classi nelle quali entrava di nascosto quando gli altri bambini
erano usciti. Uno zio che si accorse di ciò, la aiutò a riuscì ad
iscriverla in una scuola dove dovette difendersi dai compagni maschi che
la deridevano e la sminuivano in quanto femmina.
Racconta che una volta, mentre camminava per strada, intervenne nella
difesa di una donna battuta dal marito, ma ne ricavò lei stessa un bel
po’ di botte. Il giorno dopo, messasi d’accordo con altre donne, armate
di lathi, un bastone di legno che diventerà il simbolo della Gang Rosa,
andarono a casa della coppia e insieme colpirono l’uomo di santa ragione
fino a che, arresosi, non chiese perdono. Così nacquero le Gulabi Gang.
Il loro programma
è chiaro, si ribellano ai matrimoni fra bambini, all’abbandono delle
mogli, agli abusi fisici mai puniti, alla mancanza di ascolto da parte
delle autorità, alla disparità di diritti in tutti i campi spesso
rafforzati dall’appartenenza alle caste più basse. Rivendicano
potentemente il diritto femminile all’istruzione. Non vogliono più
subire soprusi, si rifiutano di appartenere a qualsiasi schieramento
politico perché potrebbe limitare la libertà di azione e il rischio di
una strumentalizzazione sarebbe forte, ma negli anni alcune di loro
hanno accettato di coprire cariche istituzionali.
Con questi punti chiari e indiscutibili, il movimento, che rifiuta
qualunque struttura verticistica, si è esteso nell’India settentrionale arrivando a 270mila aderenti fra i 18 e i 60 anni nel 2014.
L’ondata rosa ha coinvolto tantissime donne che hanno smesso di
indossare i panni delle vittime e hanno cominciato a combattere una
cultura patriarcale pericolosamente tollerata soprattutto dalle
autorità.
Oggi, conclusa la prima fase spontanea, la Gang si è organizzata in diverse sedi regionali e
ogni sezione è guidata da una “comandante”, responsabile delle attività
quotidiane e dei problemi locali. Le comandanti inviano aggiornamenti
regolari e riferiscono i problemi più seri alla leader del movimento.
Una vera e propria organizzazione alla quale ci si iscrive pagando 100
rupie. Molte delle aderenti sono state elette a cariche pubbliche. Il
gruppo ha inoltre ottenuto una notevole attenzione mediatica e
riconoscimenti pubblici internazionali.
Gli uomini sono esclusi dall’iscrizione, ma possono comunque dare un
contributo dall’esterno con denunce e collaborazioni. Il movimento
comunque interviene anche a difesa degli uomini, nel caso si verifichi
un abuso su persone dei villaggi socialmente ed economicamente fragili.
Quando gli agricoltori di Banda, un distretto dell’Uttar Pradesh,
manifestarono per ottenere compensazioni per i raccolti falliti,
chiesero l’aiuto della Gulabi Gang. Un aiuto fondamentale: ha
incoraggiato più uomini a sostenere apertamente il gruppo e ad accettare
l’idea che le proprie parenti donne vi aderissero.