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giovedì 18 giugno 2026

Restare umani è un atto di resistenza


Ci sono giorni in cui mi sembra che ci stiamo lentamente anestetizzando. Viviamo con le dita incollate agli schermi, sempre connessi, eppure rischiamo di perdere per strada la cosa più importante: la capacità di restare umani.

La disumanizzazione non ha più il volto di un robot da film di fantascienza. È più sottile, quasi invisibile. Si nasconde nella tendenza a ridurre le persone a una metrica, a un profilo social, a un codice identificativo. La vedo nel lavoro, nelle relazioni, nei commenti online: abbiamo sostituito l’empatia con il giudizio rapido, e il calore di uno sguardo con un click distratto.

Ci spingono a comportarci come macchine impeccabili, costanti, senza sbavature, dimenticando che la nostra forza sta proprio in ciò che non è programmabile. Nell’intuito che supera la logica, nella capacità di sbagliare e rimettersi in gioco, nella vulnerabilità che diventa un punto d’incontro, non di debolezza.

Restare umani, oggi, è un atto di resistenza.

Non servono grandi manifesti ideologici: basta saper rallentare. Significa ascoltare davvero chi abbiamo davanti, invece di aspettare solo il nostro turno per parlare. Significa guardarsi negli occhi, accettare le sfumature, ricordare che dietro ogni schermo, ogni mail fredda, ogni porta chiusa c’è una persona in carne, ossa e storie.

In un mondo che ci vuole ottimizzati e distanti, la gentilezza e l’empatia non sono fragilità. Sono il segno di una sicurezza profonda. E, forse, l’unica cosa che ci salverà dal diventare semplici ingranaggi.

Autore: Ary

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Tutto quello che devi sapere sulla protezione solare per i tatuaggi



Articolo da TuttoGreen

Il sole può scolorire l’inchiostro, irritare la pelle e creare problemi soprattutto sui tatuaggi appena fatti: ecco come proteggerli davvero, con buon senso, ombra, vestiti leggeri e protezione solare corretta

Un tatuaggio non è solo un disegno sulla pelle: è una piccola ‘ferita artistica’ che, nelle prime settimane, ha bisogno di guarire bene. E l’estate è il momento più delicato: sole forte, sudore, mare, piscina e creme sbagliate possono irritare la pelle, sbiadire i colori e aumentare il rischio di reazioni.

La regola è semplice: un tatuaggio appena fatto non va esposto al sole. Quando invece è guarito, va protetto come, e di più, del resto della pelle: ombra, indumenti leggeri, crema solare ad ampio spettro e attenzione ai segnali strani. Perché naturale non significa “senza protezione”: significa scegliere gesti semplici, sicuri e rispettosi della pelle.

Perché il sole è un problema per i tatuaggi

Il sole non è amico dei tatuaggi, soprattutto d’estate. I raggi ultravioletti possono contribuire a far sbiadire alcuni pigmenti e rendere il disegno meno netto nel tempo. L’American Academy of Dermatology raccomanda, quando si sta al sole, una protezione solare ad ampio spettro, resistente all’acqua, con SPF 30 o superiore sui tatuaggi guariti (Fonte: Caring for tattooed skin, AAD, 2025).

Il problema non è solo estetico. La pelle tatuata può sviluppare reazioni infiammatorie o allergiche, e la letteratura dermatologica descrive anche reazioni foto-aggravate, cioè peggiorate dalla luce solare. Alcune ricerche indicano che la luce può contribuire alla degradazione di certi pigmenti, favorendo la formazione di sostanze potenzialmente irritanti o sensibilizzanti. 

Tatuaggio appena fatto: la regola d’oro è niente sole

Un tatuaggio appena fatto non deve essere trattato come pelle normale. È una pelle lesa, in fase di riparazione, più esposta a irritazioni, infezioni e alterazioni del colore. Nelle prime settimane bisogna evitare:

  • sole diretto
  • lampade abbronzanti
  • mare
  • piscina
  • sauna
  • sudorazione intensa
  • sfregamenti con vestiti stretti
  • creme solari applicate direttamente sul tatuaggio fresco, se la pelle non è ancora guarita

Il motivo è semplice: la crema solare è pensata per pelle integra, non per una ferita in guarigione. Finché il tatuaggio presenta croste, desquamazione, pelle lucida, arrossamento o fastidio, la protezione migliore è tenerlo coperto e all’ombra.

Uno studio sulle istruzioni post-tatuaggio raccomanda niente sunscreen fino a guarigione completa, tatuaggio lontano dal sole e uso di abbigliamento protettivo se si trova in una zona esposta (Fonte: Aftercare Instructions in the Tattoo Community: An Opportunity to Educate on Sun Protection and Increase Skin Cancer Awareness, Journal of Clinical Aesthetic Dermatology , 2025).

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Fonte: TuttoGreen

Autore:
Rossella Vignoli

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Articolo tratto interamente da TuttoGreen


Troppo caldo per muoversi e l'impatto della crisi climatica sulla nostra salute



Articolo da inNaturale

Il caldo estremo rende sempre più difficile fare attività fisica e la sedentarietà climatica favorisce lo sviluppo di patologie letali.

Sedentarietà climatica è un’espressione a cui dovremo abituarci perché, in un mondo in cui il caldo estremo domina gli scenari, fare attività fisica diventa sempre meno piacevole. Secondo un’indagine pubblicata in The Lancet Global Health entro il 2050 le persone che rinunceranno a qualsiasi forma di sport aumenteranno in modo significativo e questo si ripercuoterà sulla salute pubblica. Per rispondere all’emergenza sembra sarà dunque necessario progettare ambienti più resilienti.

Cos’è la sedentarietà climatica? 

Quando si parla di sedentarietà climatica si fa riferimento alla tendenza sempre più diffusa a svolgere meno attività fisica a causa del caldo estremo. Mentre la corsa del cambiamento climatico accelera, le temperature si alzano e praticare sport risulta meno sicuro. Secondo una recente analisi, condotta su dati raccolti in 156 Paesi tra 2000 e 2022, entro il 2050 ogni mese con una temperatura meda superiore a 27.8 °C provocherà un aumento dell’inattività climatica di 1.44 punti percentuali a livello globale. 

Il valore salirà all’1.86% per le nazioni a basso reddito. Oggi nel mondo una persona su 3 non rispetta le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’attività fisica. Ogni ulteriore peggioramento è quindi da ritenere significativo.

Perché il caldo estremo riduce l’attività fisica? 

La sedentarietà climatica rappresenta una conseguenza del cambiamento climatico perché, più si alzano le temperature, più l’attività fisica si complica. In condizioni di caldo estremo il corpo deve lavorare di più per mantenere la termoregolazione. Ad aumentare è, quindi, anche lo stress cardiovascolare e con questo la percezione dello sforzo

Quando colonnine di mercurio e umidità schizzano alle stelle, per altro, la dinamica può entrare del tutto in crisi. Gli eventi meteo estremi favoriti dal riscaldamento globale, come piogge torrenziali, alluvioni e periodi di siccità prolungati, peggiorano ulteriormente il quadro, insieme alla pessima qualità dell’aria e alla mancanza di accesso ad aree verdi.

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Fonte: inNaturale

Autore: Alice Facchini

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Articolo tratto interamente da inNaturale


Roma è sempre più calda e si rischiano quasi cento giorni di stress termico l'anno




Articolo da Ambientenonsolo

A Roma il disagio causato dal caldo potrebbe durare oltre tre mesi all’anno, ben oltre i periodi ufficialmente classificati come ondate di calore. È quanto emerge da uno studio realizzato da ENEA, Sapienza Università di Roma e SERCO Italia, pubblicato sulla rivista Atmosphere.  

La ricerca ha analizzato il periodo maggio-settembre dal 2018 al 2023 utilizzando i dati delle stazioni meteorologiche del Collegio Romano e di via Boncompagni. I risultati mostrano che i giorni caratterizzati da stress termico all’aperto sono stati spesso molto più numerosi delle giornate classificate come ondate di calore. Nel 2018, ad esempio, sono stati registrati 102 giorni di stress termico contro 27 giorni di ondata di calore, mentre nel 2022 si è arrivati a 101 giorni di stress termico e 66 di ondate di calore.  

Particolarmente significativo il caso del 2019: pur in assenza di vere e proprie ondate di calore estremo, la popolazione romana ha sperimentato 99 giorni di disagio termico all’aperto. Secondo i ricercatori, questo dimostra che il benessere delle persone non può essere valutato esclusivamente sulla base della temperatura dell’aria.  

Per misurare il fenomeno è stato utilizzato il MOCI (Mediterranean Outdoor Comfort Index), un indice bioclimatico che considera non solo la temperatura, ma anche umidità, vento e radiazione solare, fornendo una stima più realistica del caldo percepito dalle persone. 

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Fonte: Ambientenonsolo

Autore: Ambientenonsolo
Articolo tratto interamente da Ambientenonsolo 

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Cosa mettere in valigia per un'estate eco-friendly



Articolo da Verdecologia

sostenibilità – Dalle creme solari più attente agli ecosistemi marini alle borracce riutilizzabili, fino ai prodotti con ingredienti di origine vegetale: meglio puntare alla valigia sostenibile amica dell’ambiente.

L’estate è il momento dell’anno in cui la quotidianità si sposta finalmente all’aria aperta: dalle spiagge alle vette montane, dai campeggi immersi nella natura fino ai festival e alle città d’arte. Ma è anche la stagione in cui, complici la distrazione e il relax, il nostro impatto ambientale rischia di aumentare.

Oggi, però, si fa strada una nuova consapevolezza. Cresce l’attenzione verso un modo diverso di preparare i bagagli: sempre più viaggiatori scelgono prodotti e oggetti che riducono i rifiuti e riflettono il rispetto per i territori che li ospitano. Nasce così l’idea di un’estate sostenibile, dove le decisioni d’acquisto quotidiane – dai prodotti per la cura personale agli accessori zero waste – contribuiscono a rendere le vacanze più leggere. Anche per il Pianeta.

Il nuovo “galateo” del viaggiatore responsabile

Non si tratta più soltanto di scegliere una meta ecologica, ma di adottare un vero e proprio stile di vita in movimento, ma di un cambiamento che parte dai piccoli gesti: una crema solare è una scelta per il mare – per questo esistono sempre più formule “reef-friendly”, che riducono al minimo l’impatto sugli ecosistemi marini e sulla barriera corallina.

Nei campeggi o nelle docce pubbliche delle spiagge l’utilizzo di saponi e shampoo solidi o a basso impatto limita la dispersione di sostanze chimiche. Da non dimenticare poi shopper in tessuto, set di posate riutilizzabili per i picnic e piccoli posacenere tascabili, alleati fondamentali per evitare che i filtri di sigaretta (tra i rifiuti più inquinanti al mondo) finiscano sulla sabbia o nei sentieri.

📌 La checklist della valigia sostenibile: 5 “classici” + 5 cose a cui (forse) non penseresti!

Per aiutare i viaggiatori, gli esperti di Citriodiol®, il principale attivo repellente di origine vegetale al mondo, derivato dall’olio di Eucalyptus citriodora, hanno pensato a una checklist per essere certi di scegliere l’alternativa più sostenibile – a partire dalle piccole cose!

  • La borraccia termica: per acqua sempre fresca senza plastica monouso;
  •   Solari e detergenti biodegradabili: per proteggere te stesso e l’acqua in cui ti tuffi;
  • Cosmetici solidi: occupano meno spazio, non rischiano di rovesciarsi e azzerano il packaging in plastica;
  • Protezione di origine vegetale: prodotti a base di attivi naturali e biodegradabili come Citriodiol®, che offre una protezione scientificamente provata contro zanzare, zecche, moscerini e altri insetti fino a 11 ore e che è adatto a tutta la famiglia – così, “risparmiamo” anche sulla quantità di prodotto e sul packaging;
  • Un sacchetto in tela “extra”: per raccogliere i propri rifiuti (e magari quelli lasciati da altri) durante le passeggiate;
  • Le mollette da bucato e una corda nautica: portare meno vestiti e lavarli sul posto, evitando di usare l’asciugatrice o di far lavare tutto alla lavanderia dell’albergo (che spesso usa fogli di plastica e lavaggi semi-vuoti)
  •   Una bandana di cotone multifunzione: l’alternativa zero-waste ai fazzoletti di carta, ottima anche come tovagliolo da picnic o protezione per il sole;
  • Una saponetta d’acciaio o cosmetici solidi: per eliminare gli odori della cucina outdoor senza chimica e azzerare il packaging in plastica;
  • Un “Solar Power Bank”: da appendere allo zaino per ricaricare lo smartphone con l’energia del sole durante i trekking;
  • Copri-scarpe o cuffie da doccia in tessuto cerato: per evitare l’accumulo di plastica monouso e tenere la valigia pulita.

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Fonte: Verdecologia

Autore: 

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Articolo tratto interamente da Verdecologia


Il Parlamento europeo dà il via libera a una nuova generazione di OGM



Articolo da Basta!

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Basta!

Il 17 giugno, i membri del Parlamento europeo di centro, destra ed estrema destra hanno votato a favore delle nuove tecniche genomiche. Non è prevista alcuna etichettatura per i prodotti alimentari. I movimenti degli agricoltori hanno annunciato che presenteranno ricorso alla Corte di giustizia europea.

Il Parlamento europeo ha appena autorizzato una nuova generazione di organismi geneticamente modificati . Queste nuove tecniche genomiche (NGT) modificano il genoma delle piante senza introdurre un transgene, ovvero DNA estraneo, come spieghiamo in questo approfondimento. Mercoledì 17 giugno, la maggioranza degli eurodeputati di centro, destra ed estrema destra ha dato il proprio benestare, respingendo gli emendamenti che avrebbero riaperto i negoziati sul testo. "Gli agricoltori avranno nuovi strumenti per combattere il cambiamento climatico e ridurre l'uso di pesticidi chimici ", ha affermato l'eurodeputato Pascal Canfin, del gruppo centrista Renew. Secondo lui, le NGT consentono "progressi più rapidi nello sviluppo di sementi resistenti alla siccità, adattate alle alte temperature e che richiedono meno fertilizzanti ".

Contrari a questo regolamento riguardante le piante geneticamente modificate prodotte con nuove tecniche genomiche, gli eurodeputati dei Verdi e della sinistra si oppongono con veemenza. "Il Parlamento europeo ha appena approvato la deregolamentazione dei nuovi OGM (NGT), ignorando il principio di precauzione, il diritto dei consumatori di sapere cosa mangiano e l'autonomia degli agricoltori ", lamenta l'eurodeputata francese dei Verdi Marie Toussaint. "Ancora una volta, la destra e l'estrema destra si sono unite per servire gli interessi dell'agroindustria ", ribatte La France Insoumise. Il regolamento è stato votato 431 volte a favore, 201 contro e con 29 astensioni.

Nessuna etichettatura o tracciabilità

Gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono soggetti a una rigorosa regolamentazione in Europa da quasi vent'anni. Sebbene la loro coltivazione non sia vietata nel continente, in pratica solo Spagna e Portogallo coltivano mais geneticamente modificato su piccoli appezzamenti. Finora, la normativa sugli OGM ha richiesto la valutazione del rischio, l'etichettatura e la tracciabilità lungo tutta la filiera produttiva.

Questa nuova normativa elimina però gli ostacoli relativi a quasi tutte le piante geneticamente modificate prodotte con nuove tecniche genomiche. Le piante etichettate "NTG1", che hanno subito non più di 20 modifiche genetiche, saranno trattate allo stesso modo delle piante convenzionali, a condizione che non siano state modificate per resistere agli erbicidi o per produrre sostanze insetticide. "La valutazione del rischio ambientale e sanitario viene eliminata per questa nuova categoria di OGM ", spiega l'associazione Pollinis. "La mancanza di etichettatura sui prodotti finiti priva i consumatori del diritto all'informazione e alla possibilità di scegliere di non consumare OGM ", aggiunge.

Il media Inf'OGM conferma che le aziende non saranno obbligate a fornire metodi per rilevare e identificare gli OGM dopo la loro immissione sul mercato nell'Unione Europea o tramite importazioni. "Pertanto, non sarà possibile alcun monitoraggio sanitario e ambientale post-commercializzazione e gli Stati membri non avranno il potere di vietarne la coltivazione entro i propri confini ", osserva il media.

Anche i movimenti contadini sono estremamente preoccupati. La questione dei brevetti è stata centrale nei negoziati. Attualmente, secondo l'ONG Grain, il 90% degli agricoltori in tutto il mondo utilizza ancora i propri semi tradizionali, che selezionano, si scambiano e riseminano ogni anno. Ma senza la tracciabilità di queste piante, "questi brevetti potrebbero estendersi anche alle piante derivanti da incroci convenzionali ", sottolinea Jean Thévenot del Coordinamento Europeo Via Campesina.

Era stata presentata una serie di emendamenti volti a impedire che agricoltori e aziende sementiere venissero ingiustamente perseguiti per violazione di brevetti, ad esempio in caso di contaminazione accidentale. Tutti questi emendamenti sono stati respinti dagli eurodeputati di centro, di destra e di estrema destra.

Ricorso legale

“Questa nuova normativa aprirà la strada alla privatizzazione diffusa delle risorse genetiche da parte di una manciata di aziende sementiere. Sarà un disastro per l'agrobiodiversità e per gli agricoltori, che faranno fatica a trovare sementi non brevettate adatte alle loro pratiche”, avverte Jean Thévenot. In effetti, la stragrande maggioranza dei brevetti è detenuta da poche multinazionali: Corteva, Bayer, BASF, ChemChina, Limagrain/Vilmorin e KWS.

Il Coordinamento Europeo Via Campesina invita gli Stati membri dell'UE che si sono opposti a questa deregolamentazione ad avviare un procedimento di annullamento del regolamento dinanzi alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. "Il movimento contadino resterà mobilitato per impedire l'attuazione di questo pericoloso regolamento, utilizzando tutti i mezzi legali a disposizione ", promette Jean Thévenot.

Il regolamento deve entrare in vigore venti giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE e applicarsi due anni dopo, cioè nel 2028.

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Fonte: Basta!

Autore: Sophie Chapelle

Articolo tratto interamente da Basta!


Il Parlamento festeggia, i diritti muoiono: la nuova stretta sui rimpatri



Articolo da Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

La maggioranza formata dai popolari con l’estrema destra, che ormai caratterizza tutte le decisioni del Parlamento europeo in materia di immigrazione ed asilo, ha accolto con applausi scroscianti l’approvazione della nuova bozza di Regolamento sui rimpatri che, apportando numerose modifiche peggiorative alla proposta originaria della Commissione europea, dovrà istituire un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare, abrogando la precedente direttiva 2008/115/CE. Adesso il nuovo testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio UE e pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea prima di entrare in vigore. Alcune disposizioni, tra cui quelle sui centri di detenzione amministrativa, sui nuovi criteri di valutazione dell’età dei minori e sulla esternalizzazione delle politiche di rimpatrio, con nuovi accordi ancora da stipulare con i paesi terzi, si potranno applicare immediatamente. La maggior parte del Regolamento dovrebbe essere invece applicabile dopo un anno dall’entrata in vigore della normativa.

Si stabiliscono così gli elementi di un sistema comune europeo per i rimpatri costituito da una procedura comune per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi che non hanno diritto di soggiornare nell’Unione, compresa una procedura comune di riammissione come parte integrante della stessa, da un sistema di riconoscimento ed esecuzione delle decisioni di rimpatrio tra gli Stati membri, con un rilevante ruolo nella gestione dei rimpatri forzati che si aggiunge ai compiti già svolti per l’Agenzia per il controllo delle frontiere esterne (FRONTEX).

Sui principali assi del nuovo Regolamento, che attenta a principi cardine delle Costituzioni nazionali, della Carta dei diritti fondamentali e delle Convenzioni internazionali, si dovrà verificare il ruolo di controllo degli organi giurisdizionali interni e sovranazionali, che alcune prescrizioni contenute negli emendamenti più recenti approvati dal Parlamento tendono a sterilizzare, a favore dei poteri degli esecutivi e delle forze di polizia. Appaiono particolarmente preoccupanti la cancellazione quasi totale della sospensione dell’esecuzione delle decisioni di rimpatrio, i termini molto brevi per i ricorsi e il ruolo marginale lasciato ai controlli giurisdizonali. Per le persone migranti in condizione di irregolarità sarà davvero “stato di polizia”, con una svolta autoritaria che riguarderà anche i cittadini solidali e tutti coloro che presteranno assistenza.

Allo scopo dichiarato di dare effettività alle decisioni di rimpatrio, che oggi rimangono sulla carta nel 70 per cento dei casi, la proposta di Regolamento estende i casi di trattenimento per prevenire il rischio di fuga inventando nuovi obblighi di cooperazione al carico delle persone in condizione di ingresso o soggiorno irregolare, come se queste, in assenza di documenti e di mezzi economici, fossero libere di lasciare il territorio nazionale e ritornare nel paese di origine. Si prevede così, oltre all’obbligo di fornire i dati biometrici, il dovere di fornire informazioni sui paesi terzi attraversati, il dovere di rimanere in un determinato luogo e a disposizione delle autorità durante l’intero corso delle procedure di rimpatrio, nonché il dovere di presentare richiesta alle autorità competenti dei paesi terzi al fine di ottenere un documento di viaggio valido ai fini del rimpatrio.
La detenzione amministrativa, ma solo sulla base di provvedimenti che tengano conto di una “valutazione individuale” caso per caso, anche sulla base del mancato adempimento degli oblighi di cooperazione, potrà durare fino a 24 mesi con una possibile una proroga per altri sei mesi complessivi in caso di cambiamento delle circostanze, nuove informazioni o miglioramento della cooperazione con un paese terzo. L’ampliamento della discrezionalità di polizia nella valutazione del “rischio di fuga” sovverte il rapporto tra rimpatri con intimazione e rimpatri con accompagnamento fozato, generalizzando nei fatti, sempre che vi siano strutture sufficienti, che ad oggi mancano, il ricorso alla detenzione amministrativa. I casi di trattenimento nei centri per il rimpatrio si ampliano poi notevolmente attraverso l’utilizzo strumentale di un concetto, quello dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica, che dovrebbero comportare l’adozione delle normali misure di sicurezza, piuttosto che il ricorso a misure di rimpatrio che nella maggior parte dei casi sembrano destinate a rimanere inefficaci per la mancata collaborazione dei paesi di origine.

Si prevedono quindi futuri accordi con paesi terzi in vista dei rimpatri, accordi che dovranno essere negoziati (e finanziati) dagli Stati membri. Gli Stati dovranno comunque informare la Commissione e gli altri paesi membri prima dell’entrata in applicazione di tali accordi. Questi nuovi accordi diferiscono dunque radicalmente dal cd. modello Albania, su cui il governo italiano rilancia la sua propaganda sostenendo che troverebbe adesso una base legale nel Regolamento europeo sui rimpatri che sta per entrare in vigore.

Il Regolamento rimpatri non contiene alcuna norma che disciplini gli hub nei paesi terzi interamente lasciati alla giurisdizone extra UE di questi paesi. Una omissione grave, perchè si tratta di procedure e strutture nelle quali viene limitata la librtà personale, e dunque occorrerebe rispettare il principio di legalità (con una espresa previsione della disciplina con legge) come impongono gli articoli 5 della CEDU e 13 della Costituzione italiana, che prevede anche il rispetto del principio della necessaria convalida giurisdizionale, ovunque si trovi trattenuta la persona soggetta alla procedura di allontanamento forzato. In questo senso la nostra Corte costituzionale si è espressa con le sentenze n.105/2001 e 96/2025, che non si possono trascurare anche perchè il legislatore italiano non ha ancora adempiuto alla richiesta della Consulta che sollecitava una disciplina per legge dei modi di trattenimento nei CPR (centri per il rimpatrio). La consegna di una persona ad autorità di un paese terzo in vista di un successivo rimpatrio nel paese di origine, non può avvenire in violazione di questi principi. In realtà, la parte del Regolamento che riguarda il rimpatrio attraverso paesi terzi sembra particolarmente orientata a costringere le persone a scegliere i rimpatri “volontari” assistiti dall’OIM, ma si tratta di procedure che, al di là della prevedibile portata propagandistica sul tema della remigrazione, anche per ragioni di costi, sarà ben difficile applicare su vasta scala.

Le autorità nazionali potranno svolgere specifiche misure investigative per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio, tra cui perquisizioni delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, soggette ad autorizzazione giudiziaria o amministrativa. Queste misure di polizia dovrebbero rispettare i diritti fondamentali della persona ed essere soggette alle garanzie e ai mezzi di ricorso previsti dal diritto dell’Unione e dalle norme interne, a partire dalle garanzie costituzionali.

La presidente del Consiglio Meloni ha vantato il voto del Parlamento europeo come un successo della politica del suo governo, mentre la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) ha subito espresso profonda preoccupazione per il nuovo Regolamento che rischia di indebolire la tutela effettiva dei diritti fondamentali e della dignità delle persone migranti.

Già prima delle ultime modifiche peggiorative, L’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha ribadito come il fatto che i campi di detenzione, intesi come Hub per i rimpatri o centri Hotspot, eventualmente attivati in futuro in paesi terzi, per processare le domande di asilo, vengano costruiti al di fuori dell’Unione, non esonera dall’osservanza del vigente diritto euro-unionale, poiché gli Stati membri e Frontex rimarrebbero “responsabili delle violazioni dei diritti nei centri e durante qualsiasi trasferimento”.

Nel nuovo Regolamento rimpatri che tra poco potrebbe entrare in vigore, mancano raccordi con i diversi Regolamenti europei che attuano il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo con riferimento alle procedure accelerate in frontiera, ed ai cd. rimpatri in frontiera, e più in generale all’accesso alla procedura di protezione internazionale, fermo restando che rimangono comunque in vigore le norme interne in materia di protezione complementare e tutela giurisdizionale.

In base all‘art. 52 del Regolamento rimpatri, in particolare, questo entra in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Tuttavia si aggiunge che l’articolo 1 (Oggetto), l’articolo 2 (Ambito di applicazione), paragrafi da 1 a 3, l’articolo 4 (Definizioni), paragrafo 3, l’articolo 5 (Diritti fondamentali), l’articolo 7 (Decisione di rimpatrio), paragrafi 8 e 9, e gli articoli 17 (Rimpatri nei paesi terzi) , 18 (Interesse superiore del minore), 19 (Accertamento età del minore), 36 (riammissione nei paesi di origine) , 37 bis (dimensione esterna e cooperazione con paesi terzi) , 43 (autorità competenti) , 45 (sostegno di frontex), 49 (procedura di comitato), 50 e 51( abrogazione di norme precedenti) si applicano a decorrere dalla data di entrata in vigore, mentre le restanti disposizioni, in particolare quelle relative all’esecuzione delle misure di allontanamento, al concetto di rischio di fuga, alle misure investigative, al trattenimento amministrativo, alle alternative al tratenimento, ai mezzi di ricorso, ai loro effetti sospensivi, e al mutuo riconoscimento delle decisioni di rimpatrio, si applicano a decorrere dopo 12 mesi dalla data di entrata in vigore, quindi un anno dopo la data di pubblicazione del Regolamento rimpatri nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea. Sembra dubque che entrino subito in vigore, con la pubblicazione dell’atto soltanto le norme che hanno rilevanza nei processi di esternalizzazione delle procedure di rimpatrio, nei rapporti sulla base di accordi da stipulare con i paesi terzi, mentre resteranno ancora in vigore per un anno tutte le norme precedenti sui trattenimenti e sui ricorsi, che sono direttamente applicabili sul piano del diritto interno.

Il governo italiano troverà dunque pochi sostegni in risorse economiche e come basi legali per le prassi informali di trattenimento ed allontanamento forzato che sta già applicando. Ad ogni fallimento della presidente Meloni in materia di immigrazione ed asilo, clamoroso quello sulla promessa di un blocco navale, comunque irrealizzabile, si è fatto ricorso al richiamo ad appoggi che arriverebbero da Bruxelles sulla esternalizzzione delle procedure in frontiera per i richiedenti asilo e sulla gestione comune dei rimpatri con accompagnamento forzato. Lo stesso sta avvenendo ancora oggi di fronte alla degenerazione del sistema detentivo basato sui CPR (centri per i rimpatri) ed alla crisi mortale del modello Albania. Una propaganda ormai dilagante, malgrado solenni smentite che arrivano dai giudici italiani e dalle Corti internazionali, spaccia il numero estremamente ridotto di espulsioni e respingimenti effettivamente eseguiti come se si trattasse di una conseguenza del sostanziale blocco delle procedure accelerate in frontiera e dei centri di accoglienza/detenzione costruiti in Albania, una responsabilità che si attribuisce alla magistratura “ideologica” e ad avvocati che abuserebbero dei mezzi di ricorso. Si nasconde all’opinione pubblica che la maggior parte delle persone straniere in condizioni di irregolarità sul territorio nazionale, che dovrebbero essere espulse, non sono richiedenti asilo provenienti da paesi di origine definiti come “sicuri“, e denegati per manifesta infondatezza della domanda, ma immigrati che da anni si trovano e lavorano sul nostro territorio. La situazione reale verrà fuori dai ricorsi e dalle decisioni degli organi giurisdizionali, fino alla Corte Costituzionale ed alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Il numero degli immigrati irregolari presenti in territorio europeo può diminuire soltanto con estese procedure di regolarizzazione permanente, sul modello avviato dal governo spagnolo, e con un pieno riconoscimento della protezione internazionale e dei regimi nazionali di protezione complementare, che danno attuazione all’art.10 della Costituzione italiana. Una politica comune dei rimpatri non è neppure ipotizzabile se l’Unione europea non avrà una politica estera comune nei confronti dei paesi di origine, in alcuni dei quali sta crescendo in modo esponenziale l’influenza di altri paesi terzi, come la Turchia, la Russia. la Cina, e persino degli Stati Uniti, che ne possono condizionare le scelte di governo, all’insegna di una feroce spartizione delle risorse naturali, che conta molto più dei propositi europei di rimpatri di massa. I partiti nazionalisti ormai dominanti in Europa negano i diritti umani, ma anche l’essenza stessa del’Unione europea. Una politica estera verso i paesi dai quali provengono migranti forzati, costretti all’ingresso irregolare dalla mancanza di canali legali, si costruisce soltanto con la cooperazione economica in materia di migrazioni per lavoro e studio, di protezione dei richiedenti asilo e e di sviluppo sostenibile, non con il Piano Mattei o con i voli di rimpatrio, con le forniture di armi e con la militarizzazione delle frontiere, dietro cui si cela la collaborazione con autorità statali che, come è emerso nel caso Almasri, riconsegnato con un volo militare al governo di Tripoli, non rispettano i diritti umani.

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Fonte: Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

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