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sabato 28 febbraio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Ciao Amore, Ciao di Luigi Tenco




Angolo curato e gestito da Mary B.

Ciao amore ciao non è soltanto una canzone: è un addio che continua a risuonare, anche quando pensiamo di conoscerlo già. Dentro quelle parole c’è un’Italia che cambia a metà, che corre e inciampa, che promette futuro ma spesso lo nega. La campagna che non offre più niente, la città che sembra una possibilità e invece, a volte, è solo un’altra fatica. E poi c’è chi parte perché restare fa troppo male.

Quando Tenco porta questo brano a Sanremo nel ’67, lo fa con una sincerità che spiazza. Parla di migrazioni interne, di disuguaglianze, di un Paese che si riempie la bocca di progresso ma lascia indietro chi non ha voce. È una denuncia sociale nascosta dentro una melodia d’amore, e forse proprio per questo molti non la colgono. O non vogliono coglierla.

La sua fine, poche ore dopo l’esibizione, resta una ferita che non si è mai davvero chiusa. Non riguarda solo l’artista: riguarda tutti noi. È il simbolo di un’Italia che spesso non sa ascoltare chi la mette davanti alle sue contraddizioni, che si difende dalla verità invece di accoglierla. È il silenzio che cala quando qualcuno parla troppo presto, troppo forte, troppo da solo.

Riascoltare Ciao amore ciao oggi significa ricordare tutto questo: la fragilità e la lucidità di Tenco, la sua rabbia gentile, la sua solitudine. E significa riconoscere che molte delle ingiustizie che denunciava sono ancora qui, sotto i nostri occhi. Ogni volta che parte quella canzone, sembra di sentirlo chiedere: “Che Paese vogliamo essere davvero?”

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Silenzio di Arturo Graf



Silenzio

Dio, che silenzio! Intorno,
sull'arìose alture,
selve d'abeti, scure
entro il fulgor del giorno.

E qua, dove la piargia 

digradando s'allenta , 
cespi di folle menta
e d'erica selvaggia.

Passa la nube estiva 

che nel seren si perde, 
e vela il muto verde 
d'un'ombra fuggitiva ...

Dio, che silenzio! Il core 

par che mi svenga in petto 
mentre, sedendo, aspetto 
ciò che non giunge, e l'ore

dileguan lente. - Ascolta!...
Che orribil pace è questa? 
Non un sospiro desta
la solitudin folta ..
.

È imagin vera o sogno 

ciò che apparisce in giro? 
Questo che scemo e miro 
è quel di là che agogno?

Com'ogni cosa è lieve, 

com'ogni cosa è muta, 
presso e lontan, perduta 
in questa cerchia breve!

Che m'avvenne? Da quando, 

perché son qua? Salvato 
da un'insidia? Cacciato 
da qualche ignoto bando? 

Che m'occorse? M'occorse 

veramente qualcosa? - 
Dna silenziosa
voce risponde: Forse!. ..

Forse? Non altro? Dio, 
che soliloquio vano,
che guazzabuglio strano!. .. 
Sogni, ricordi, oblio!. ..

Qual è il nome ch'io porto, 

là tra gli umani greggi ? 
Terra che mi sorreggi,
 io vivo o son morto?

Ah, che silenzio atroce! 

ah, che funerea pace! 
Tace ogni cosa; tace 
la stremata mia voce.

Arturo Graf 


Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle...


"Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore."

Alda Merini


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"Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee."

George Bernard Shaw




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La libertà di parola

"La libertà di parola è sempre sotto attacco da parte della mentalità fascista, che purtroppo esiste in ogni parte del mondo."

Lawrence Ferlinghetti



Spinetta Marengo: fermare l'eterno per salvare il futuro



Articolo da Citta` Futura on-line

Dai veleni eterni alle macchine immortali: chi paga il prezzo del progresso?

C’è un bambino che cresce a Spinetta Marengo, una piccola frazione alla periferia di Alessandria. Va a scuola, gioca nel cortile, beve acqua dal rubinetto. Nel suo sangue, invisibili e inodori, si accumulano da anni i PFAS — i perfluoroalchilici, noti alla scienza come forever chemicals, sostanze chimiche eterne che non si degradano mai. Né nell’ambiente. Né nel corpo umano.

A pochi chilometri da quel cortile, lo stabilimento Syensqo — ex Solvay, ex Montedison — produce da decenni queste sostanze. L’unico impianto ancora attivo in Italia. Tra il 2007 e il 2023 ha emesso oltre 2.800 tonnellate di gas fluorurati, pari al 76% delle emissioni nazionali di quella categoria. Alcuni report giornalistici lo hanno definito il sito più contaminato da PFAS in Europa.

Ora spostiamo lo sguardo. In una fabbrica di Tokyo, un robot umanoide cammina lungo un corridoio, raccoglie un pacco, lo sistema su un nastro trasportatore. Si muove in uno spazio pensato per l’uomo: usa le nostre scale, apre le nostre porte, maneggia i nostri strumenti. Non è l’operaio che si adatta alla macchina. È la macchina che si adatta all’operaio.

Due immagini. Due idee opposte — apparentemente — di ciò che significa progresso. Eppure qualcosa le accomuna. Qualcosa che vale la pena esaminare con attenzione, e con urgenza.

Il corpo come contenitore del progresso

Tutta la storia industriale del Novecento è stata la storia di corpi umani costretti a sincronizzarsi con la macchina. Taylor cronometrava i gesti degli operai. Ford li trasformava in ingranaggi. Il corpo dell’uomo era una risorsa produttiva: misurabile, ottimizzabile, sostituibile.

A Spinetta Marengo questa logica ha assunto una forma ancora più radicale. I corpi dei cittadini non sono stati solo messi al servizio della produzione: sono diventati il contenitore involontario dei suoi scarti. I PFAS si depositano nei tessuti, nel sangue, nelle generazioni future. Il territorio è stato trattato come una risorsa sacrificabile. Il segreto industriale ha impedito per decenni alla popolazione di sapere cosa respirava, cosa beveva, cosa portava nel sangue. Solo un ricorso al TAR Piemonte ha strappato all’azienda e alla Provincia di Alessandria i dati che avrebbero dovuto essere pubblici da sempre.

Il robot umanoide nasce con una promessa opposta: liberare il corpo umano. Sottrarlo ai compiti pericolosi, ripetitivi, usuranti. La macchina va nei luoghi tossici. La macchina fa i movimenti logoranti. Il corpo dell’uomo smette di essere consumabile.

L’innovazione è sempre una scelta culturale

Marshall McLuhan diceva che il medium è il messaggio: ogni tecnologia porta con sé una filosofia implicita, un modo di vedere il mondo, una gerarchia di valori. I PFAS non erano inevitabili. Erano una scelta. Una scelta culturale prima ancora che industriale: il territorio come risorsa, la produzione come valore supremo, la salute dei cittadini come esternalità trascurabile.

La stampa di Gutenberg non ha solo diffuso libri: ha smantellato il monopolio culturale della Chiesa, ha reso possibile la Riforma protestante, ha reinventato il concetto di autorità. La rivoluzione industriale non ha solo creato fabbriche: ha ridisegnato la famiglia, il tempo, la città, l’identità di intere classi sociali. Ogni grande tecnologia è anche una grande trasformazione culturale. La questione è sempre la stessa: chi la governa, e nell’interesse di chi.

La politica assente: il vero veleno del nostro tempo

C’è un elemento che accomuna la vicenda di Spinetta Marengo e la rivoluzione in corso dei robot umanoidi, e che non riguarda né la chimica né l’ingegneria. Riguarda la politica. O meglio: la sua assenza.

Per decenni, mentre i PFAS si accumulavano nelle falde acquifere e nel sangue dei cittadini di Spinetta Marengo, la politica ha guardato altrove. Amministrazioni locali, regionali, nazionali hanno privilegiato i posti di lavoro garantiti dall’impianto, i gettiti fiscali, le convenienze elettorali. Hanno usato il segreto industriale come scudo. Hanno rimandato, minimizzato, taciuto. Non per ignoranza: per scelta. Una scelta di cui qualcuno dovrà rispondere — e non solo in sede penale.

Questo è il modello che rischiamo di ripetere con la robotizzazione. I governi di tutto il mondo stanno assistendo alla più rapida trasformazione del mercato del lavoro nella storia moderna — e la risposta politica è, nella maggior parte dei casi, il silenzio. Nessuna regolamentazione seria sull’automazione. Nessun piano strutturale per la riconversione professionale. Nessuna tassazione del lavoro robotico che possa finanziare la transizione sociale. Nessuna supervisione democratica sugli algoritmi che decideranno chi lavora e chi no.

I nostri governanti — con eccezioni rare e preziose — non sembrano rendersi conto di ciò che sta accadendo. O forse se ne rendono conto benissimo, e preferiscono non affrontarlo: perché regolamentare significa scontrarsi con i grandi capitali tecnologici, con le lobby industriali, con chi finanzia le campagne elettorali. È più comodo lasciare che il futuro accada da solo, e poi gestire l’emergenza quando esplode.

Ma le emergenze sociali, come quelle chimiche, non esplodono improvvisamente. Si accumulano. Silenziosamente. Per anni. E quando diventano visibili, il danno è già fatto. IbambinidiSpinetta Marengoporteranno iPFAS nel sanguepertuttala vita. Le comunità che perderanno il lavoro nella prossima decade non recupereranno quella perdita con la stessa velocità con cui i robot le avranno sostituite.

La politica non può continuare a inseguire il futuro quando è già passato. Deve anticiparlo. Deve scegliere. E deve assumersi la responsabilità di quelle scelte davanti ai propri cittadini. Questa è la funzione della democrazia. Questa è ciò che troppo spesso, oggi, non avviene.

I “PFAS sociali” della robotizzazione

I PFAS avvelenano lentamente, per accumulo, senza che la vittima se ne accorga subito. C’è qualcosa di inquietante nella somiglianza con certi meccanismi sociali che la robotizzazione massiva potrebbe innescare.

La disoccupazione strutturale derivante dalla sostituzione del lavoro umano con i robot rischia di funzionare allo stesso modo: un processo graduale, quasi invisibile, che impoverisce comunità intere prima che la politica riesca — o voglia — reagire. Il lavoro, in molte culture, non è solo reddito: è identità, appartenenza, dignità sociale. Toglierlo non produce solo disoccupazione: produce un vuoto di senso che nessun reddito universale può automaticamente colmare.

C’è poi la questione del potere. I robot umanoidi — Optimus di Tesla, Figure, Boston Dynamics, Agility Robotics — sono sviluppati da pochissime aziende con capitali enormi e nessuna reale supervisione democratica. Chi possiede i robot possiede la produzione. Gli algoritmi che li governano sono opachi e proprietari. La scatola nera tecnologica è il nuovo segreto industriale: diversa nella forma, identica nella funzione.

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Fonte: Citta` Futura on-line

Autore: Fabrizio Boschetto

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.


Articolo tratto interamente da Citta` Futura on-line


Il virus della distruzione: la guerra come psicosi collettiva

 


Articolo da Rizomatica

Non c’è speranza nel voler sopprimere

le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra

Introduzione

Possono fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra. Va infatti sottolineato che, al di là delle motivazioni di ordine politico militare con le quali viene combattuta, siano esse di ordine difensivo piuttosto che offensivo, in ogni guerra sono sempre implicati moventi reali e moventi fantasmatici inconsci, che sebbene illusori, contribuiscono a innescarla.

Il parricidio arcaico

Se la guerra sul piano della realtà sembra essere endemica, essa lo è altrettanto sul piano dell’inconscio, con la differenza che in quest’ultimo le uccisioni rimangono su di un piano illusorio: «Nei nostri moti inconsci noi sopprimiamo ogni giorno e ogni ora tutti coloro che ci sbarrano la via e chiunque ci abbia offeso o danneggiato […] Così anche noi, considerati in base ai nostri inconsci moti di desiderio, altro non siamo, come gli uomini primordiali, che una masnada di assassini» (Freud, 2020, p. 59). Se, come pensava Freud, la storia primordiale dell’umanità è costellata di assassinii, quest’ultimi continuano a venir commessi quotidianamente nell’inconscio di ciascuno di noi.

Se l’uomo dei primordi commetteva questi assassinii senza alcun rimorso, arriverà però un momento in cui, per la prima volta, egli proverà quel senso di colpa che l’umanità, fin dai tempi più remoti porta su di sé. Senso di colpa che viene rappresentato dalle varie religioni come frutto di un peccato originale che Freud ipotizza affondi le sue radici in un tragico fatto di sangue. È quanto egli narra in Totem e Tabù (1912-13), libro nel quale ricostruisce la scena mitica dell’orda primitiva, nella quale troviamo un padre tirannico e geloso, che mantiene il monopolio assoluto sulle femmine e che allontana violentemente i figli, mano a mano che diventano grandi, escludendoli dal potere e dalle donne. Questo fino a quando i fratelli scacciati si alleano per uccidere il padre e divorarlo, ponendo così fine al suo dominio. L’ambivalenza dei sentimenti provati dai fratelli nei confronti del padre era tale però che essi lo odiavano in quanto «ostacolo al loro bisogno di potenza e alle loro pretese sessuali, ma lo amavano e lo ammiravano anche» (Freud 1989, p. 194). Quest’ambivalenza emotiva nei confronti del padre si declinerà concretamente nella sua uccisione, che soddisferà il loro odio e nella sua incorporazione, che soddisferà il bisogno di identificarsi con lui e di acquisirne la potenza. È da questa ambivalenza agita che sorgeranno il rimorso e il senso di colpa per l’uccisione del padre e da quest’ultimi quell’«obbedienza retrospettiva» che farà si che ciò che prima era proibito dal padre, i figli ora se lo proibiranno spontaneamente. Nella successiva fase totemica sarà perciò fatto divieto di uccidere il totem quale sostituto paterno e sarà imposta l’interdizione delle donne del clan (divieto dell’endogamia), diventate ora disponibili. Nel totemismo l’infrazione del tabù sarà possibile solo nella forma rituale del pasto totemico, nel quale l’animale totem verrà ucciso e divorato crudo, come rimemorazione rituale dell’uccisione del progenitore. Come sappiamo, per Freud, questo dramma collettivo arcaico, si ripete inconsciamente nella psiche di ogni individuo, nella forma del complesso di Edipo. I due tabù fondamentali del totemismo, non uccidere il totem (il padre), né unirsi alle donne del clan (le madri e sorelle), corrispondono infatti ai due divieti edipici. Il senso di colpa provato dai figli per l’uccisione del padre fa si che la legge di quest’ultimo venga da loro internalizzata. L’aggressività che prima i figli rivolgevano verso di lui, ora la rivolgono verso se stessi nella forma del senso di colpa.

In generale possiamo dire che nell’essere umano il senso di colpa risulta essere una forma di aggressività interiorizzata che si rivolge verso l’individuo come bisogno di punizione per l’azione compiuta. Detto in termini psicoanalitici, è una riflessione sullo stesso soggetto della sua pulsione di morte. Un arcaico parricidio sta perciò all’origine della legge morale interna, la quale nasce nel momento in cui l’aggressività, che prima era diretta dal soggetto verso l’oggetto, ora viene rivolta dallo stesso soggetto contro di sé. Dopo l’uccisione, il padre non è più un ostacolo fisico, ma diventa una presenza psichica interiorizzata, che giudica e controlla dall’interno: è questa la funzione di quello che Freud chiamerà Super-Io. Il padre ucciso è perciò il prototipo del padre del complesso edipico, l’interiorizzazione della cui figura, coincide con la nascita di questa istanza psichica e della coscienza morale. L’eresia freudiana è quella «di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno» (Freud 2020, p. 295).

La morte e il senso di colpa

Sempre indagando l’origine del senso di colpa, in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915), Freud analizza il comportamento nei confronti della morte dei popoli primitivi, equiparandolo a quello del nostro inconscio. L’uomo delle origini non crede alla propria morte, ma solo a quella del nemico che dispensa, come già scritto, senza alcun senso di colpa. Quest’ultimo nasce nell’uomo dei primordi solo di fronte alla morte di uno dei suoi prossimi, che egli ama ma allo stesso tempo è inconsciamente estraneo1 e odiato, e all’ambivalenza emotiva, di dolore e piacere, provata in quel momento, al «contrasto tra il dolore consapevole e la soddisfazione inconscia per la morte avvenuta» (Freud, 1989, p. 100). Freud ricorda come l’ambivalenza emotiva sia un’invariante dell’essere umano in quanto «a eccezione di pochissime situazioni, i nostri atteggiamenti amorosi anche più teneri e intimi contengono una qualche sia pur lieve componente ostile, suscettibile di provocare un inconscio desiderio di morte» (Freud 2020, pp. 60-61), e come sia da essa che emerge il senso di colpa.

Nel dolore provato per la morte di una moglie, un figlio o un amico, il primitivo apprende che egli stesso può morire, ma non volendolo accettare, «di fronte al cadavere della persona amata immaginò gli spiriti; e in quanto si sentiva colpevole per il senso di soddisfazione che si mescolava al cordoglio, questi spiriti divennero tosto demoni di cui si doveva avere paura» (Freud 2020, p. 55). Il primitivo proietta perciò la sua ostilità inconscia, che generava senso di colpa, sull’oggetto dell’ostilità stessa, ovvero sul defunto, che diventa perciò un demone. Nel tabù dei morti i demoni si svelano perciò come proiezioni di sentimenti ostili che il sopravvissuto nutriva inconsciamente nei confronti del defunto. I superstiti compiangono la persona defunta «ma essa è diventata, stranamente, un demone malvagio, pronto a rallegrarsi per le nostre sventure e ansioso di farci morire. Ora i superstiti devono difendersi da questo nemico malvagio. Sono sgravati dall’oppressione interna, come senso di colpa, ma l’hanno soltanto scambiata con un affanno che viene dall’esterno» (Freud 1989, p. 102).

Freud mette a confronto la reazione al lutto del primitivo come esperienza persecutoria con quella dei suoi pazienti psiconevrotici, che non di rado si ritengono responsabili della morte della persona amata, arrivando ad autoaccusarsi in maniera ossessiva e a vivere profonde condizioni depressive. E questo non perché il paziente l’abbia trascurata o abbia delle responsabilità nella sua morte, ma perché egli non era del tutto dispiaciuto e inconsciamente la desiderava. Di qui quel rimproverarsi ossessivamente. Freud sottolinea che «questa ambivalenza è – ora più ora meno – innata nell’uomo; normalmente non lo è tanto da far sorgere le autoaccuse ossessive descritte prima» (Freud 1989, p. 99). Se non fa sorgere le autoaccuse ossessive come nel psiconevrotico, l’ambivalenza però può generare in ogni individuo un senso di colpa, a prescindere dall’aver commesso realmente un atto ostile nei confronti dell’oggetto amato, ovvero avendolo anche solo fantasticato.

La medesima carica inconscia aggressiva che nel nevrotico viene deflessa su di sé, generando il vissuto depressivo del lutto, nel primitivo viene proiettata sul morto, dando origine a un’esperienza persecutoria, dalla quale egli si protegge tramite riti propiziatori nei suoi confronti. Nel mondo magico-religioso dei popoli primitivi, l’incapacità di tollerare il vissuto depressivo del lutto fa poi si che il sacrificio propiziatorio messo in atto da una tribù, tenda poi a venir spostato su di un’altra tribù, i sortilegi del cui sciamano, vengono ora ritenuti responsabili della scomparsa dei suoi membri. Da una prospettiva psicoanalitica possiamo affermare che in questi casi la componente pulsionale aggressiva presente nell’Es, viene scissa e proiettata al di fuori, sul defunto piuttosto che su di un’altra tribù, risolvendo in una modalità paranoidea, la dissonanza emotiva alimentata dal soggetto dell’inconscio.

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Fonte: Rizomatica

Autore: A. Marin


Articolo tratto interamente da Rizomatica