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domenica 16 agosto 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Think di Aretha Franklin




Angolo curato e gestito da Mary B.

Ci sono canzoni che non chiedono il permesso: entrano, si impongono, ti raddrizzano la schiena. Think di Aretha Franklin, uscita nel 1968, è una di quelle. Non si limita a farsi ascoltare: ti parla, ti provoca, ti mette davanti a una verità che non puoi scansare.

Aretha la canta con una forza che va oltre la voce. È una presa di posizione, quasi un ultimatum. Quel “freedom” non è un ritornello: è un grido, un richiamo, un promemoria per chiunque abbia sentito il bisogno di riprendersi spazio, dignità, direzione. E non sorprende che la canzone sia diventata un simbolo del movimento per i diritti civili. In quegli anni, chiedere libertà non era un gesto astratto: era una necessità urgente, una questione concreta.

E poi c’è la scena cult dei Blues Brothers: Aretha che trasforma una cucina in un palcoscenico e ricorda a tutti, che la libertà non si negozia. È un momento che resta, perché lei non interpreta: lei afferma.

Riascoltarla oggi fa lo stesso effetto. È un invito diretto, senza fronzoli: pensa. Pensa a chi sei, a cosa vuoi, a cosa non sei più disposto ad accettare. Pensa, e poi scegli. La libertà comincia sempre da lì.

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Immagine generata con intelligenza artificiale


Agonia di Cesare Pavese



Agonia

Girerò per le strade finché non sarò stanca morta

saprò vivere sola e fissare negli occhi

ogni volto che passa e restare la stessa.

Questo fresco che sale a cercarmi le vene

è un risveglio che mai nel mattino ho provato

così vero: soltanto, mi sento più forte

che il mio corpo, e un tremore più freddo

accompagna il mattino.


Son lontani i mattini che avevo vent'anni.

E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,

ne ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.

Da domani la gente riprende a vedermi

e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi

e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,

ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo

di esser io che passavo-una donna, padrona

di se stessa. La magra bambina che fui

si è svegliata da un pianto durato per anni

ora è come quel pianto non fosse mai stato

.

E desidero solo colori. I colori non piangono,

sono come un risveglio: domani i colori

torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,

ogni corpo un colore-perfino i bambini.

Questo corpo vestito di rosso leggero

dopo tanto pallore riavrà la sua vita.

Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi

e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,

mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,

uscirò per le strade cercando i colori.

Cesare Pavese



La sismicità globale sta aumentando? L'analisi dell'INGV tra percezione e realtà



Articolo da Blog INGVterremoti

Ogni volta che si verifica un forte terremoto nel mondo ci viene posta la domanda se la sismicità a scala globale stia aumentando.

Questa domanda sta ritornando dopo gli ultimi forti terremoti di Venezuela, Colombia e oggi in Indonesia.

Nel 2019 su questo blog pubblicammo un articolo che cercava di fare chiarezza sui numeri dei forti terremoti (Quanti terremoti avvengono ogni anno nel mondo?) e oggi riprendiamo e aggiorniamo quel post con i dati aggiornati e qualche ulteriore informazione.

Sicuramente sta aumentando la comunicazione degli eventi che vengono registrati ovunque dalle reti mondiali; fino a non molti anni fa la notizia di un terremoto in Indonesia o in Papua Nuova Guinea non sarebbe mai stata ripresa dai media. A questo si aggiunga la presenza dei social media che amplifica l’accadimento di questi eventi disastrosi.

Se poi consideriamo che ad un forte terremoto che si genera in mare si lega la paura che possa verificarsi uno tsunami (visto le drammatiche vicende di Sumatra 2004 e Giappone 2011), si comprende questa aumentata attenzione per i fenomeni sismici.

Resta il fatto che è diffusa una percezione di aumentata sismicità che si starebbe verificando da qualche anno.

Di questo argomento si è occupato anche alcuni giorni fa l’Huffington Post (edizione americana) che ha intervistato alcuni sismologi, che segnalano come il fenomeno di una percezione alterata sia dovuto ai cosiddetti pregiudizi mentali. In particolare Wendy Bohon cita il pregiudizio di recenza e l’illusione di frequenza: il pregiudizio di recenza ci fa dare maggiore importanza agli eventi più recenti rispetto a quelli più antichi; l’illusione di frequenza ci fa dare maggiore importanza a quei fenomeni di cui si è venuto a conoscenza recentemente.

Come ricercatori la risposta che possiamo dare è quella contenuta nei numeri reali delle scosse che vengono localizzate dalle reti sismiche di tutto il mondo ormai da molti anni, quindi una finestra temporale maggiore della nostra memoria. Infatti terremoti di magnitudo elevata vengono osservati da moltissime stazioni sismiche in tutto il pianeta.

Abbiamo selezionato il catalogo mondiale gestito dall’USGS (United States Geological Survey) perché lo possiamo considerare compilato con criteri omogenei e sufficientemente completo per la magnitudo più elevate. Il catalogo è interrogabile da chiunque a questo indirizzo internet: https://earthquake.usgs.gov/earthquakes/search/. Anche INGV localizza i terremoti mondiali più forti ma riporta sul suo sito web soltanto quelli di magnitudo pari o superiore a 5.5 da circa 15 anni anni (e a partire da magnitudo 4.5 per l’area Mediterranea).

Continua la lettura su Blog INGVterremoti


Autore: 
Carlo Meletti, INGV – Pisa

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da Blog INGVterremoti


Un terremoto di magnitudo 7.7 colpisce l'Indonesia

L'Indonesia è stata colpita da una scossa davvero violenta. Parliamo di un terremoto di magnitudo 7.7 con epicentro poco profondo al largo dell'isola di Flores, seguito a poca distanza da un altro forte sisma al nord di Sumatra. Una situazione complessa, con le squadre di soccorso che stanno scavando senza sosta tra le macerie.

I numeri provvisori dell'agenzia per le catastrofi fanno male: ci sono già 47 morti accertati e più di 2.000 persone rimaste senza casa.

Numerose le repliche anche in queste ore, con un bilancio che va aumentando in queste ore.


Video credit SEVENRO caricato su YouTube


L'Afghanistan piegato da cinque anni di fame e oppressione



Articolo da la Sinistra quotidiana

C’è un pezzo di mondo in cui la terra è veramente terra: sassi, sabbia, deserto, colline che somigliano a piccole gole. Non un filo d’erba, non una strada lastricata. A piedi nudi i bambini, con pesanti burqa dalla testa ai piedi si muovono in questo mondo marziano le donne di un Afghanistan abbandonato alla furia fanatica della teocrazia assolutista dei Taliban. Oggi li comanda l’emiro Hibatullah Akhundzada di cui su Internet non si trovano nemmeno foto certe. Quella ufficiale è stata pubblicata dalla BBC sul proprio sito al momento della riconquista del potere da parte del movimento degli studenti coranici dopo la precipitosa fuga statunitense. Vent’anni di guerre, di conflitti, di scontri, di grandi impegni internazionali per cosa? Per lasciare Kabul in fretta e furia sotto la pressione della controffensiva che stava avanzando.

È stato un disimpegno strategico, visto che tutto quello che si poteva ottenere dall’occupazione dell’Afghanistan lo si era probabilmente ottenuto e, così, poiché si preannunciava un nuovo periodo di grandi convulsioni politiche e militari, i soldati americani sono stati imbarcati sui grandi aerei che li hanno riportati in patria. Da quel momento il paese è rimasto praticamente isolato per mesi e mesi, senza che nessuno Stato riconoscesse il nuovo regime che andava adottando anche una nuova bandiera, questa volta bianca con su scritto: «Non c’è altro dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo messaggero». Che un vessillo di questo tipo potesse sventolare su Kabul era la prima evidente prova del fallimento totale dell’America, della NATO e dell’Occidente in generale in quelli che erano stati definiti dalla propaganda come i processi irreversibili di ripristino (o di fondazione…) della democrazia anche in quelle lande sperdute.

Trascorsi i primi mesi di quell’isolamento poco sopra citato, tanto il mondo arabo quanto gli Stati Uniti stessi si mossero per cercare di accordarsi con il nuovo regime ed ottenere delle rassicurazioni da un lato, dei contratti dall’altro sullo sfruttamento delle reti di distribuzione delle materie prime verso est come verso ovest. Ma i primi a stringere questa rete di accordi parevano dover essere invece cinesi, russi e iraniani. Un po’ per la vicinanza dei propri confini a quelli afghani; un po’ perché storicamente i rapporti di amicizia ci sono quasi sempre stati con i vari regimi che si sono susseguiti. L’Unione Sovietica stessa ha vissuto una delle sue fasi imperialiste più complicate proprio nell’occupazione del paese. Una delle questioni più cruciali dopo la caotica ritirata statunitense, davvero inaspettata per tutti i commentatori che masticano un po’ di geopolitica, è stata (e in parte rimane ancora) il conseguente azzeramento della logistica precedente.

Persino i servizi di sicurezza della Repubblica stellata si sono trovati impreparati di fronte a tutto ciò. A cinque anni dal ritorno del Taliban, si può però affermare che gli Stati Uniti d’America di allora, precipitosamente fuggiti da un doppio decennio di guerre mai concluse e – in tutta evidenza – anche clamorosamente perse, potevano dire di conoscere molto meglio di venti anni prima il percorso di strutturazione del nuovo regime. I dirigenti del movimento un tempo terroristico ora sedevano a Doha in Qatar al tavolo delle trattative per il proprio riconoscimento da un lato e per la concessione di prebende ai loro nuovi amici tanto arabi quanto occidentali. Questo complesso quadro di nuove condizioni è stato possibile perché il sostegno nei confronti dei Taliban era molto più radicato di quello che si potesse immaginare.

Le strutture dello Stato e del governo fantoccio creato da Washington sono crollate in men che non si dica. Mentre quindi a Doha si stabilivano i nuovi assetti delle reti finanziarie, commerciali e si ponevano le basi di un nuovo rimescolamento propriamente geopolitico e militare dell’area in questione, la popolazione afghana, ed in particolare quella femminile, sprofondava nuovamente nel più oscuro dei totalitarismi repressivi, jihadisti e integralisti della peggiore specie. La nuova generazione di comandanti militari e di dirigenti politici, pur essendo sempre in maggioranza di etnia pashtun (a sua volta maggioranza nel paese stesso) è riuscita in poche settimane a riconquistare il potere cinque anni fa grazie all’unità creata con le altre fazioni un tempo avversarie o esplicitamente nemiche. Di questo elemento dirimente gli Stati Uniti erano a conoscenza: se avessero davvero avuto a cuore l'”esportazione della democrazia“, avrebbero agito in qualche modo per evitare la degenerazione conseguente.

Invece hanno constatato che rimanere a marcescire nelle lande desolate del deserto afghano era peggio: per rifornimenti sempre più scarsi, per i costi del mantenimento delle missioni, per le ripercussioni militari e politiche che ne sarebbero derivate. Sfilarsi quasi alla chetichella era meglio, pur consegnando al mondo l’immagine di una disfatta su tutti i fronti e veramente clamorosa. Dopo questa ignominiosa fuga, il potere conquistato dai seguaci di Akhundzada e del suo vice, il suo braccio destro, il mullah Abdul Ghani Baradar, è stato gestito con una oculata disposizione, senza eccitazioni isolazioniste o autarchiche, aprendosi al mondo proprio per potersi meglio instaurare in uno Stato al collasso. La cifra della politica dei Taliban è stata dunque il pragmatismo, una meschinissima politique politicienne per rimanere questa volta a Kabul. E definitivamente.

La profondità degli interessi afghani è saltata agli occhi dei contendenti sulla scena del multipolarismo globale: il Qatar stesso ha mediato nel conflitto apertosi con il Pakistan e l’ha congelato nel nome della ricerca di una stabilità che giovi agli interessi dell’intero mondo arabo e dell’Occidente cui guardano alcuni degli Stati dell’area del Golfo, così come di Cina e Russia che sono invece indubbiamente amiche di nazioni oggi trascinate in guerra da Washington e da Tel Aviv. Tuttavia, l’Afghanistan del dopo-fuga a stelle e strisce si è dimostrato un regime condiscendente sul terreno della politica economica (viste anche le condizioni di estremissima povertà che attanagliano tutto il paese) e impermeabile invece su quello della politica interna rivolta alla restaurazione del più rigido regime jihadista, della più granitica instaurazione della Shari’a. Metà della popolazione ha necessità di aiuti umanitari.

Articolo tratto interamente da la Sinistra quotidiana 


Voi vi vantate di aver riportato l'ordine...

 

"Voi vi vantate di aver riportato l'ordine, ma il vostro è l'ordine dei cimiteri. Avete bruciato le case del popolo, avete bastonato i vecchi, avete impedito ai lavoratori di riunirsi. Questo non è governo, questa è una fazione che si è fatta Stato con la violenza delle armi. Voi non volete il consenso, volete il silenzio. Ma il silenzio ottenuto con la minaccia è la prova più evidente della vostra debolezza morale. Potrete anche occupare i palazzi, ma non occuperete mai la coscienza di chi crede nella libertà."

Giacomo Matteotti

La musica...



"La musica fa un sacco di cose per le persone. Ti trasporta di sicuro. Può portarti indietro, anni fa, nel momento stesso in cui certe cose sono accadute nella tua vita. È edificante, incoraggiante, rinforzante."

Aretha Franklin