giovedì 23 aprile 2026
25 aprile: ultime ore per far sentire la vostra voce sulla Resistenza
Donne e Resistenza: memoria viva
Articolo da Novecento.org
Abstract
A partire dall’intervista rilasciata da Patrizia Gabrielli durante la Summer School 2025 dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, il testo analizza il rapporto tra storiografia e memorialistica nella ricostruzione dell’esperienza delle donne nella Resistenza italiana. In particolare, viene evidenziata l’importanza delle fonti autobiografiche, soprattutto diari e memorie, per restituire maggiore precisione al ruolo femminile negli anni 1943-1945 e per superare interpretazioni riduttive consolidate nel tempo. Da queste testimonianze emerge infatti una partecipazione ampia e articolata, che comprende non solo funzioni di supporto, ma anche incarichi operativi, organizzativi e politici, mostrando il protagonismo delle donne sia nella lotta armata sia nelle forme di resistenza civile e quotidiana. L’integrazione tra ricerca storiografica e scritture personali permette così di confutare stereotipi persistenti e di riparametrare in modo più corretto il contributo femminile alla lotta di Liberazione, restituendo alle donne un ruolo più definito nella narrazione storica e nella memoria pubblica della Resistenza.
Starting from the interview given by Patrizia Gabrielli during the 2025 Summer School of the Ferruccio Parri National Institute, the text analyzes the relationship between historiography and memoir literature in reconstructing women’s experiences in the Italian Resistance. In particular, it highlights the importance of autobiographical sources, especially diaries and personal memories, in providing a more accurate understanding of women’s roles between 1943 and 1945 and in overcoming long-standing reductive interpretations. These testimonies reveal a broad and multifaceted participation that included not only support roles but also operational, organizational, and political responsibilities, demonstrating women’s active involvement both in armed struggle and in forms of civil and everyday resistance. The integration of historical research with personal writings thus makes it possible to challenge persistent stereotypes and to more accurately reassess women’s contributions to the Liberation struggle, restoring a clearer recognition of their role in both historical narratives and public memory of the Resistance.
La produzione di autobiografie e di memorie – sostanzialmente esile in Italia in rapporto ad altre esperienze politiche (si pensi anche soltanto ai femminismi di primo Novecento) – manifesta, invece, vitalità nel caso del biennio 1943-45.
Le ragioni possono essere ricondotte a fattori, diremmo, intrinseci all’atto dello scrivere e a variabili esterne. Mi riferisco, nel primo caso, alla incidenza delle guerre (come delle emigrazioni) definiti da diverse angolazioni momenti di emergenza e “momenti separatori” che sollecitano l’atto della scrittura finalizzato alla soluzione di necessità primarie e di carattere pratico, oltre che a esigenze affettive, ma la scrittura può scaturire in molti casi dal bisogno di conferire un nuovo ordine e senso a un’identità in trasformazione. Nel secondo caso (ovvero per quanto concerne le variabili esterne), concordemente con l’argomento affrontato, merita tenere conto delle diverse stagioni della memoria collettiva che possono sollecitare o inibire (e aggiungerei influenzare) il racconto pubblico della propria esperienza, così come vanno considerati progetti e finalità di salvaguardia della memoria nutrite o realizzate dalle diverse comunità di appartenenza (compresi partiti e associazioni), non ultimo fattore la consapevolezza individuale e collettiva delle donne-autrici che varia anche (e non solo) in rapporto alle diverse stagioni e espressioni dei femminismi.
La produzione di scritture autonarrative (la definizione include generi letterari diversi), che annovera una ormai lunga e consolidata tradizione, affonda allora le proprie radici negli anni Cinquanta e si sviluppa significativamente, seppure non costantemente e linearmente, nel corso del tempo per arrivare fino alla contemporaneità. Guidate da quella sorta di «vocazione alla testimonianza» comune a una intera generazione, colpite dal ridimensionamento e svuotamento, diremmo dalla normalizzazione della Resistenza, inglobata nella memoria monumentale della nazione per poi dileguarsi – scriveva Ferruccio Parri «nella nebbiosa prospettiva del tempo»,[1] alcune protagoniste resero pubblica la propria vicenda.
La storiografia, invece, manifesta refrattarietà e si sottrae all’esperienza femminile. Certo non è corretto fare riferimento a una totale assenza. Le associazioni politiche delle donne sembrano intenzionate a mantenere viva la memoria femminile della Resistenza, per cui assistiamo alla produzione di alcune pubblicazioni che, nonostante i limiti (spesso dettati da finalità politiche), meriterebbero di essere ricordate e forse rivisitate, se non altro perché hanno evitato il totale oscuramento della partecipazione femminile e tramandato un’esperienza. Gli anni Sessanta, decennio segnato dal rilancio del dibattito sulla Resistenza che produsse, come osserva Filippo Focardi, una sua legittimazione come mito fondativo dello Stato repubblicano, non ebbe particolari riflessi sulla storia dell’altra metà della Resistenza..
Se parliamo di donne e resistenza il problema non risiede solo o tanto la visibilità femminile quanto piuttosto la semplificazione e riduzione della loro esperienza individuale e collettiva, ciò è stato possibile, anche e soprattutto, per l’assenza di storia, di categorie atte a leggere e a interpretare esperienze non del tutto omologabili, a volte affatto omologabili, con quelle che nel tempo hanno definito la Resistenza e la sua galleria di eroi. Vorrei sgomberare il campo da ogni possibile equivoco. Con ciò non intendo trascurare il dato più squisitamente politico, che peraltro ho già accennato, la normalizzazione della Resistenza, processo che prevede e include anche la normalizzazione dei ruoli di genere, ma l’assenza di una storiografia non ha posto alcun ostacolo a questi processi. Ovvero ha fatto sì che la memoria con le sue deformazioni avesse la meglio sulla storia delle donne.
Concordemente sono collocati negli anni Settanta le origini di un nuovo interesse e di nuovi sviluppi. A tale cambiamento concorrono variabili di diversa natura e origine visibili già nel precedente decennio segnato da processi di modernizzazione che, per quanto contraddittori e problematici, sono stati tali da produrre un’inedita trasformazione strutturale e culturale del Paese. Questi fenomeni investono il dibattito intellettuale e la storiografia che vede scorrere al proprio interno flussi ed energie capaci di rinnovare i termini del confronto sia sulle fonti e sulle metodologie sia sulle tematiche e sulle prospettive della ricerca. Tra questi sviluppi, in rapporto all’argomento che mi è stato suggerito di trattare, ovvero le memorie delle donne, cito la valorizzazione delle soggettività con la definizione di tecniche di rilievo e di metodologie maturate nell’ambito della storia orale che permisero di sondare territori poco praticati.
In questo quadro maturano gli studi sulle donne la cui genesi va soprattutto ricondotta agli sviluppi e agli orientamenti di movimenti femministi dai tratti inediti, nuovi soggetti che includono nella propria agenda politica la critica ai «saperi», ai loro rispettivi canoni e configurazioni e, dunque, la critica alla «storiografia» responsabile della omissione delle donne dalle narrazioni del passato. L’impostazione ha presentato limiti metodologici e di approccio, sui quali la storiografia si è soffermata in diverse occasioni.
In una convergenza unanime si indica il passaggio, diremmo il cambio di passo, nel 1976-77, anni che vedono la pubblicazione di due raccolte di testimonianze orali, La Resistenza taciuta di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicato nel 1976,[2] seguito a distanza di un solo anno da Compagne di Bianca Guidetti Serra:[3] si inaugurava così un nuovo filone di ricerche e si poneva la prima pietra per una lettura critica del rapporto donne e resistenza.
Mettendo in luce le ingiustizie subite, il pregiudizio maschile e le delusioni, la doppia morale, sottoponevano a vaglio critico sia la tesi riduttiva sotto il profilo non solamente numerico del «contributo femminile» alla Resistenza sia l’immagine della madre oblativa. Parte integrante di quel processo di ridimensionamento.
La presa di parola pubblica maturata negli anni Settanta, il diritto all’autobiografia, favorirono nel decennio successivo una fioritura di memorie scritte e orali, materiali di studio preziosi.
Testimoniare per le partigiane significò, osservava Ersilia Alessandrone Perona ormai molti anni fa, «raccontare, dare cioè senso e rilevanza alle esperienze che avevano segnato la loro vita e che riaffioravano per lo più come frammenti casuali di una vicenda personale, familiare, talora collettiva. La costruzione di una trama in cui collocare sensatamente quei frammenti è stata il frutto di circa venti anni di lavoro»,[4]
Già le memorie degli anni Cinquanta, dunque, potevano presentare aspetti dell’esperienza femminile nel partigianato, ma per coglierli era necessario conferire alle scritture lo statuto di fonti utili per la ricerca storica, sviluppare appropriate metodologie di analisi e affinare concettualizzazioni. Scritture che violano una delle qualità specifiche del genere definito da Gianfranco Folena quale «ricostruzione egocentrica dell’esperienza vissuta»,[5] ma la modestia non offusca del tutto il valore dell’atto autobiografico: un gesto importante, frutto del desiderio di dare valore alla propria vita, alla propria persona, con il quale ci si assume il diritto a forzare i codici della memoria; donne “senza biografia” o prive del “diritto alla biografia” entrano nella dimensione del memorabile.
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Fonte: Novecento.org
Autore: Patrizia Gabrielli
Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International
Articolo tratto interamente da Novecento.org
La storia della Brigata Majella
Articolo da RadioVanloon.info
Raccontare la brigata Majella, la formazione partigiana nata tra i monti abruzzesi e poi aggregata all’8 armata britannica, non è cosa facile perché rappresenta un unicum all’interno del mondo resistenziale italiano. Per molto tempo la storiografia ha snobbato la storia della brigata relegandola ad un ruolo marginale, al massimo regionale. I motivi sono tanti e non li spieghiamo in questa puntata. Proviamo qui a dare alcuni spunti sperando che possano servire per approfondire una storia complessa e straordinaria.
Approfondimenti
La puntata si basa principalmente sull’ultimo volume uscito sulla brigata Majella, Brigata Majella, Resistenza e Bella ciao. Combattere cantando la libertà, a cura di Nicola Mattoscio ed edito da Rubettino nel 2020.
Il volume contiene saggi di vivo interessante sulle molte sfaccettature della storia dell brigata e può essere anche usato come vademecum per ricostruire la storia della storiografia intorno alla brigata.
La Fondazione brigata Majella, con sede a Pescara, porta avanti la memoria storica della brigata, sul sito si trovano progetti, foto d’archivio, approfondimenti
Nella puntata abbiamo ascoltato segmenti di interviste a Domenico Troilo estratte dal canale YouTube della fondazione brigata Majella del 2013, a Gilberto Malvestuto estratte da Noi partigiani di Gad Lerner e Laura Gnocchi del 2019.
La testimonianza di Nicola Sanrocco sulla distruzione di Gessopalena è tratta dal documentario “La brigata Majella” (2011) dell ’Associazione Culturale Territori-Link che si occupa di ricerche sulla memoria storica abruzzese
I nomi dei maiellini sono tratti da un documentario della Rai
è in corso una ricerca volta a scoprire e valorizzare le storie delle partigiane abruzzesi attraverso le carte dell’archivio di Stato, donne che in questa puntata sono le grandi assenti ma che hanno dato, come sempre, un apporto significativo alla lotta di liberazione abruzzese. Qui l’articolo che spiega lo stato dell’arte. Chissà, forse faremo una puntata anche su di loro.
Intervento audio su RadioVanloon.info
Autore: redazione RadioVanloon.info
Licenza:

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Articolo tratto interamente da RadioVanloon.info
La partecipazione femminile alla Resistenza
Voglio ricordare tutte le donne che hanno partecipato attivamente nei gruppi partigiani e spesso dimenticate.
Ecco alcune stime:
- 70000 donne organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna;
- 35000 donne partigiane, che operavano come combattenti;
- 20000 donne con funzioni di supporto;
- 4563 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti;
- 2900 giustiziate o uccise in combattimento;
- 2750 deportate in Germania nei lager nazisti;
- 1700 donne ferite
- 623 fucilate e cadute;
- 512 commissarie di guerra;
Fonte dati: Wikipedia
Aquile Randagie: un esempio di resistenza al fascismo
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Le Aquile Randagie rappresentano un esempio straordinario di resistenza e coraggio contro il regime fascista. Questo gruppo di scout, composto da giovani di Milano, Monza e Parma, si rifiutò di fermare le proprie attività nonostante le leggi fasciste che ne ordinavano lo scioglimento. Operarono in clandestinità dal 1928 al 1945, utilizzando messaggi in codice e organizzando campi scout segreti in Val Codera.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, le Aquile Randagie fondarono l'OSCAR (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati), dedicandosi al salvataggio di perseguitati politici, ebrei e renitenti alla leva, aiutandoli a fuggire in Svizzera. La loro resistenza non violenta e il loro impegno per la libertà dimostrano come anche i più giovani possano fare la differenza in tempi di oppressione.
Le Aquile Randagie non solo sfidarono il regime fascista, ma mostrarono anche l'importanza della solidarietà e del coraggio civile. Grazie alle loro azioni, riuscirono a salvare centinaia di vite e a mantenere viva la speranza in un periodo buio della storia italiana. La loro storia è un potente promemoria di come la determinazione e l'unità possano prevalere contro l'oppressione.
Autore: Spartaco
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Perché i giovani usano meno protezione solare?
Articolo da SINC
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su SINC
Secondo una nuova analisi, l'aspetto fisico e il comfort giocano un ruolo decisivo nei comportamenti degli adolescenti in materia di protezione solare. Gli autori dello studio osservano che il cancro della pelle appare loro "astratto e distante" e sottolineano l'importanza di introdurre strategie personalizzate nei programmi scolastici.
Con l'arrivo dell'estate, aumentano le ore di luce solare. La tentazione di trascorrere l'intera giornata in piscina o di fare una lunga passeggiata al parco dopo i mesi invernali ci fa spesso dimenticare un aspetto importante: proteggerci dalle radiazioni ultraviolette (UV) .
Un nuovo studio della Georgetown University (Stati Uniti) rivela che la percezione degli studenti delle scuole superiori riguardo agli inconvenienti della protezione solare e ai benefici estetici dell'abbronzatura influenza significativamente l'adozione o meno di comportamenti che consentano loro di proteggersi dal sole.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention e presentata contemporaneamente al congresso annuale dell'American Association for Cancer Research del 2026, consiste in una raccolta di dati epidemiologici provenienti da un'indagine condotta su oltre 2.100 studenti iscritti alle scuole superiori dello Utah. I dati facevano parte dello studio SHINE (Sun-safe Habits Intervention and Education), condotto tra il 2021 e il 2023.
Meno propensi a proteggersi dal sole
Il team di ricerca ha individuato due fattori chiave: la comodità e l'aspetto fisico. Secondo i risultati, gli studenti che consideravano la protezione solare, come l'uso di creme solari o indumenti protettivi, scomoda o fastidiosa, erano significativamente meno propensi ad adottare comportamenti di protezione solare. D'altro canto, gli adolescenti che percepivano l'abbronzatura come qualcosa che migliorava il loro aspetto o il loro appeal sociale erano meno propensi a proteggersi dalle radiazioni ultraviolette (UV), una delle principali cause del cancro della pelle.
Marcelo Sleiman Jr. , responsabile del Programma di Prevenzione e Controllo del Cancro presso il Lombardi Comprehensive Cancer Center della Georgetown University, ha dichiarato a SINC: "L'abbronzatura non è considerata un comportamento tipico per la salute. Al contrario, è strettamente legata all'aspetto fisico, alla fiducia in se stessi e all'identità sociale. Anche un avvertimento esplicito sul rischio di sviluppare un tumore della pelle in futuro può sembrare lontano e astratto ai giovani. Tuttavia, la gratificazione percepita di avere un bell'aspetto, sentirsi più attraenti o integrarsi è immediata e personale."
Anche dopo aver aggiustato i dati in base a fattori demografici e alla conoscenza del cancro della pelle, i costi della protezione solare e i benefici dell'abbronzatura sono risultati associati a una minore adozione di comportamenti protettivi contro le radiazioni ultraviolette.
L'aspetto fisico al centro
«Ciò che mi ha colpito di più è stato che il “costo” della protezione solare non si limitava a qualcosa di fisico, come la sensazione di pelle unta o di disagio. Era legato all'aspetto degli adolescenti», sottolinea Sleiman . «Ad esempio, alcuni giovani non indossano cappelli a tesa larga perché pensano che non gli starebbero bene. Per me, questo è particolarmente rivelatore, perché ci mostra che la protezione solare ha un costo sociale o di immagine nella mente dei giovani. Questa barriera non è solo pratica; alla sua base, è anche emotiva e sociale».
L'autore principale dello studio, Kenneth P. Tercyak , co-direttore del Programma di prevenzione e controllo del cancro presso il Lombardi Comprehensive Cancer Center della Georgetown University, afferma che, secondo i dati, la semplice conoscenza dei rischi di un'eccessiva esposizione al sole non è sufficiente a cambiare il comportamento degli adolescenti: "Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo capire cosa pensano dei vantaggi e degli svantaggi della protezione solare e aiutarli a cambiare questa prospettiva".
Metodi di prevenzione
Gli autori sottolineano l'importanza di integrare strategie personalizzate nei programmi scolastici di prevenzione del cancro della pelle. Sostengono che si dovrebbe dare maggiore importanza sia all'aspetto esteriore che alla fotografia ai raggi UV, oltre a fornire un feedback sul fotoinvecchiamento, per ridurre le barriere motivazionali e promuovere un cambiamento comportamentale duraturo.
"Questo studio sottolinea l'importanza di raggiungere le persone fin dalla giovane età con strategie di prevenzione del cancro della pelle più efficaci e con un impatto positivo, e di collaborare con le comunità per contribuire a ridurre il peso di questa malattia", afferma il primo autore Omar U. Anwar , anche lui ricercatore presso l'università americana.
«La nostra sfida, come professionisti della sanità pubblica, è quella di competere con motivazioni quotidiane molto potenti, strettamente legate all'immagine di sé e all'appeal sociale. Con ogni nuova generazione di giovani, è necessario educarli sulle cause del cancro. Tuttavia, questo da solo non basta ad aiutarli a prevenire la malattia a lungo termine», conclude Sleiman .
Casi di cancro della pelle in Spagna
Secondo i dati dell'Associazione spagnola contro il cancro, si stima che nel 2024 in Spagna siano stati diagnosticati 20.854 nuovi casi di tumore della pelle. Ciò rappresenta il 7,18% di tutti i tumori diagnosticati quell'anno. L'associazione sottolinea che il principale fattore di rischio per questo tipo di tumore è noto e prevenibile.
Il cancro della pelle è collegato alle radiazioni ultraviolette, che derivano principalmente da un'eccessiva esposizione al sole. L'associazione sottolinea l'importanza di adottare adeguate misure preventive : evitare un'esposizione solare intensa, proteggere la pelle e utilizzare creme solari. Questo ridurrà l'insorgenza di queste lesioni e migliorerà i danni cutanei già esistenti.
Riferimento :
Anwar, O. et al . Associazioni tra costi e benefici percepiti della protezione solare e delle pratiche di sicurezza solare tra gli studenti delle scuole superiori. Cancer Epidemiology Biomarkers & Prevention (2026).
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Fonte: SINC
Autore: Yoana Kaloyanova

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Articolo tratto interamente da SINC (agenciasinc.es)








