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giovedì 11 giugno 2026

Web rewind: MySpace e l’epoca in cui ci costruivamo una casa online



Angolo curato e gestito da Morpheus

MySpace è stato uno dei primi posti in cui Internet ha iniziato ad assomigliare davvero a una piazza piena di persone. Prima di Facebook, prima di Instagram, c’era lui: un social un po’ caotico, molto colorato e totalmente personalizzabile. Era il 2003, e per molti è stato il primo spazio online dove sentirsi “qualcuno”.

La cosa più affascinante di MySpace era proprio questa libertà: potevi cambiare sfondo, colori, musica, layout… tutto. Ogni profilo era un piccolo mondo, spesso kitsch, ma unico. E poi c’era Tom, l’amico automatico di tutti, con la sua foto sorridente davanti alla lavagna. Un’icona.

MySpace è stato anche un trampolino per tantissimi artisti. Prima che esistessero Spotify o TikTok, molte band caricavano lì i loro brani sperando di farsi notare. Da quel sito sono passati i primi passi di Arctic Monkeys, Adele, Lily Allen e tanti altri. Era un social che, senza volerlo, ha cambiato la musica.

Col tempo è stato superato da piattaforme più veloci e più “pulite”, ma chi l’ha vissuto se lo ricorda bene: le pagine che si caricavano lentamente, le playlist automatiche, i commenti pieni di glitter, la Top 8 degli amici che poteva creare drammi veri.

Oggi MySpace è un pezzo di nostalgia digitale. Un ricordo di quando Internet era più ingenuo, più rumoroso, più libero. Un luogo dove, per la prima volta, abbiamo capito che anche online potevamo costruirci una casa.

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Immagine generata con intelligenza artificiale


La gentilezza


"La gentilezza è sensibilità, generosità, forza interiore. È la scelta quotidiana di guardare oltre la superficie ruvida delle cose, per vedere l'umanità vulnerabile che c’è in ogni sguardo che incrociamo. È una sorgente discreta, ma la sua acqua può dissetare interi deserti. Cerchiamo di essere quel gesto gentile, piccolo ma essenziale, che a volte può cambiare tutto."

Agostino Degas

Immagine del giorno

Grotte de la Poésie, Roca Vecchia, commune de Melendugno, province de Lecce, Pouilles, Italie.

Grotta della Poesia

Photo credit  caricata su Flickr - licenza foto: Creative Commons


Favignana

Photo e video credit Andrea Di Stefano caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


Mount Fuji

Photo e video credit Daisuke Shimizu caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


Smontare la propaganda: perché il "razzismo anti-bianchi" è un'invenzione coloniale



Articolo da Open Migration

Le proteste scoppiate nel Regno Unito dopo l'uccisione di un giovane bianco hanno portato a lanciare lo slogan "White Lives Matter" e la tesi di un presunto razzismo anti-bianco. Ma cosa accade quando si confrontano queste narrazioni con i dati sulla profilazione razziale, sulla violenza delle forze dell'ordine e sulle discriminazioni documentate? Un viaggio tra Europa e Stati Uniti per capire perché White Lives Matter e Black Lives Matter non sono affatto equivalenti.

Lo scorso dicembre un ragazzo di 18 anni è morto in Gran Bretagna, accoltellato da un altro uomo che, nei giorni scorsi, è stato condannato all’ergastolo, con una pena minima di 21 anni prima di poter chiedere la libertà condizionale. La condanna e la diffusione dei video delle body cam degli agenti hanno creato momenti di forte tensione nel paese, alimentati soprattutto dalle forze di estrema destra e dal partito Reform UK di Nigel Farage. 

Infatti l’accoltellatore è un ragazzo sikh di 23 anni e, all’intervento della polizia, aveva detto che era stato il diciottenne ad aggredirlo, giustificando la matrice razzista del gesto. I poliziotti gli avevano creduto e avevano ammanettato il ragazzo ferito, per circa un minuto, prima di rendersi conto di quanto accaduto e aver chiamato i soccorsi. 

La dimostrazione, secondo i capi delle proteste – alcune violente, che ci sia un razzismo contro i bianchi, da qui lo slogan “White lives matter”, che si rifà chiaramente al “Black lives matter” nato negli Stati Uniti qualche anno fa. 

Esiste davvero un problema di razzismo verso i bianchi?

Possono certamente esistere episodi di discriminazione, errori investigativi o sottovalutazioni che coinvolgono persone bianche. Il caso avvenuto in Gran Bretagna sembra mostrare proprio questo: un giovane accoltellato che, almeno nei primi momenti dell’intervento, è stato trattato dagli agenti come un sospetto anziché come una vittima.

Ma per parlare di razzismo sistemico non basta individuare un singolo episodio. Occorre verificare se esistano modelli ricorrenti, statisticamente osservabili, che producono conseguenze sfavorevoli per un determinato gruppo etnico.

Ed è qui che il quadro cambia radicalmente.

Da anni le istituzioni europee segnalano come la profilazione razziale continui a essere una pratica diffusa nei confronti delle minoranze etniche. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), nella ricerca “Being Black in the EU”, ha rilevato che il 24% delle persone afrodiscendenti intervistate era stato fermato dalla polizia nei cinque anni precedenti e che il 41% di coloro che avevano subito un controllo riteneva che l’ultimo fermo fosse motivato dal colore della pelle. Nell’aggiornamento del 2023 la percentuale sale addirittura al 58% tra le persone fermate nell’ultimo anno.

La percezione non riguarda soltanto il momento del controllo. Lo stesso studio mostra che chi ritiene di essere stato vittima di profilazione razziale manifesta livelli di fiducia nelle forze dell’ordine significativamente inferiori rispetto agli altri cittadini.

Anche la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa continua a indicare la profilazione razziale come uno dei principali problemi delle forze di polizia europee. Nel suo ultimo rapporto annuale l’organismo ha sottolineato come nessun Paese europeo possa considerarsi immune dal fenomeno e ha invitato gli Stati a raccogliere dati, rafforzare la formazione degli agenti e introdurre meccanismi indipendenti di controllo.

Le raccomandazioni rivolte alle istituzioni europee e nazionali non riguardano dunque un presunto razzismo anti-bianco. Riguardano invece la necessità di contrastare pratiche discriminatorie che colpiscono in modo sproporzionato persone nere, rom, arabe o percepite come straniere.

Anche in Italia il dibattito non è nuovo. Diversi studi e osservatori hanno evidenziato come cittadini stranieri e persone appartenenti a minoranze etniche risultino sovra-rappresentati nei controlli di polizia e nel sistema penale, alimentando il sospetto che stereotipi e pregiudizi influenzino almeno in parte le pratiche di controllo sociale.

Perché Black Lives Matter ha senso e White Lives Matter no

Appare evidente che chi ha lanciato lo slogan “White Lives Matter” si voglia inserire in una narrazione che, negli anni, è stata forse tra le più potenti forme di protesta e presa di coscienza a livello globale. Un tentativo di depotenziare una rivendicazione che, soprattutto le organizzazioni e i movimenti di suprematisti bianchi, come alcuni di quelli che stanno in questi giorni protestando in Gran Bretagna, hanno vissuto come un peso e una minaccia. Capace di irrompere con una forza dirompente sulla scena pubblica e politica e far avanzare rivendicazioni di eguaglianza. 

Dire che i bianchi sono discriminati in quanto bianchi, significa anche contrastare la denuncia rispetto alle discriminazioni delle persone nere. Riprendere quel frame del “essere ospiti a casa nostra”, respingere il “politicamente corretto” e quel “wokismo” contro cui negli ultimi anni, proprio i movimenti di estrema destra, si sono scagliati con forza. 

Respingere questa equiparazione è dunque fondamentale. E lo è ancora di più perché “White” e “Black” Lives Matter nascono da contesti completamente e profondamente diversi. 

Quando nel 2013 viene lanciato l’hashtag #BlackLivesMatter, gli Stati Uniti stavano vivendo una lunga serie di casi che coinvolgevano cittadini afroamericani uccisi da parte delle forze dell’ordine o da vigilantes armati: Trayvon Martin, Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Sandra Bland, Philando Castile e molti altri.

Per misurare il fenomeno, nel 2015 il Guardian aveva il progetto “The Counted”, il primo database indipendente che prova a censire tutte le persone uccise dalla polizia negli Stati Uniti.

I dati mostrano che circa il 29% delle persone uccise dalla polizia era afroamericano, nonostante gli afroamericani rappresentassero soltanto il 13% della popolazione statunitense. Ancora più significativo era il dato sulle persone disarmate: il 32% degli afroamericani uccisi non aveva armi con sé, contro il 15% dei bianchi.

A fine 2015 il Guardian aveva registrato 1.134 persone uccise dalle forze dell’ordine. I giovani uomini afroamericani tra i 15 e i 34 anni risultavano il gruppo più esposto: avevano una probabilità di essere uccisi dalla polizia circa cinque volte superiore a quella dei coetanei bianchi.

Cinque anni dopo, nel 2020, quella tensione accumulata nel tempo sarebbe esplosa nuovamente. L’uccisione di George Floyd a Minneapolis, ripresa in un video diventato virale in tutto il mondo, non rappresentò infatti un episodio isolato ma l’ennesimo caso inserito in una lunga sequenza di morti che avevano già alimentato il dibattito pubblico negli Stati Uniti.

Pochi mesi prima, Breonna Taylor, una giovane operatrice sanitaria afroamericana, era stata uccisa nella sua abitazione durante un’operazione di polizia a Louisville. Nello stesso periodo il caso di Ahmaud Arbery, inseguito e ucciso da due uomini bianchi mentre faceva jogging in Georgia, aveva suscitato indignazione nazionale. Negli anni precedenti i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Sandra Bland e Philando Castile erano già diventati simboli delle mobilitazioni contro la violenza e la discriminazione razziale.

Black Lives Matter nasce dunque come risposta a una disparità osservabile e misurabile. Non sostiene che le vite nere contino più delle altre, ma che, nella pratica delle istituzioni e dell’uso della forza, sembrino contare meno.

White Lives Matter compie invece un’operazione opposta: prende un singolo episodio o una percezione di ingiustizia e la trasforma nella prova di una discriminazione sistemica che, almeno allo stato attuale delle evidenze, non trova riscontro nei dati disponibili.

È questa la differenza fondamentale tra i due slogan. Uno nasce per denunciare una disuguaglianza documentata. L’altro nasce per contestare l’esistenza stessa di quella disuguaglianza.

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Fonte: Open Migration

Autore: Andrea Oleandri

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale


Articolo tratto interamente da
Open Migration


La nostra patria è l’umanità




Articolo da Cronache di ordinario razzismo

La propaganda xenofoba e razzista della Remigr@zione a Roma non è gradita. Questo il messaggio che il 13 giugno attraverserà le iniziative antirazziste organizzate da associazioni e movimenti, a partire dal corteo convocato alle 15,00 al Colosseo per raggiungere Piazza Vittorio Emanuele (si veda qui l’appello lanciato da alcune associazioni e realtà di movimento).

Con qualche distinguo, la memoria porta indietro nel tempo, a un sabato di 11 anni fa: il 28 febbraio 2015, 30mila persone sfilarono per Roma dietro lo slogan “MaipiùconSalvini”. L’allora neo segretario della Lega Nord aveva indetto una manifestazione nazionale a Roma a piazza del Popolo per lanciare il suo progetto di “partito nazionale”. Un partito “nordista”, secessionista e fortemente antimeridionale per diventare “nazionale” aveva bisogno dell’alleanza con le destre, comprese quelle più radicali: Casa Pound sfilò quel 28 febbraio insieme alla nuova sigla “Sovranità-Primato agli italiani”, Giorgia Meloni intervenne sul palco. Il leader leghista in ascesa aveva già fatto uscire dal cappello uno dei suoi slogan più famosi, quello che evocava “le ruspe contro i campi rom”. Il progetto era ambizioso: candidarsi alla guida dell’opposizione al Governo Renzi grazie all’alleanza con le destre italiane e europee. Quel giorno Piazza del Popolo rimase mezza vuota. Di contro il corteo antirazzista convocato da associazioni e movimenti sociali riempì i fori imperiali. 

I movimenti avevano colto il pericolo che l’alleanza fascio-leghista rappresentava. Gli slogan sull’”emergenza immigrazione”, sulla “grande sostituzione etnica”, i “blocchi navali” e i “rimpatri di massa” inquinavano già allora il dibattito pubblico. La differenza è che oggi i discorsi xenofobi e razzisti, le retoriche violente e le politiche sicuritarie si intrecciano in un nodo nero molto più forte e si fondano su ideologie identitarie che richiamano esplicitamente il fascismo e il suprematismo bianco.

La terza guerra mondiale fatta a pezzi sta smantellando quel diritto internazionale che subito dopo il secondo conflitto mondiale aveva posto le basi (almeno formalmente) di un sistema di diritti umani fondamentali fondato sui principi di pari dignità, eguaglianza e libertà di tutte le persone. Parallelamente il predominio dei grandi poteri economici su quelli politici sta indebolendo la democrazia e allargando le diseguaglianze tra gli stati e all’interno degli stati: viviamo in società molto più ingiuste e diseguali di quelle di dieci anni fa e discorsi e slogan che usano la xenofobia e il razzismo per promettere il ritorno a età dell’oro (mai esistite) trovano maggiore consenso. 

Così l’inaccettabile diventa legittimo e “normale”: lasciar morire migliaia di persone migranti in mare; moltiplicare le strutture di detenzione disumane, dove la violazione dei diritti è prassi ordinaria, trasformandole addirittura in “opere militari” sottratte al controllo democratico e declassare il diritto di asilo a un diritto residuale sulla base della stesura arbitraria e discrezionale di liste di “paesi di origine sicuri” e dell’adozione generalizzata di procedure accelerate di frontiera, che tutto sono tranne che una valutazione approfondita caso per caso del diritto a cercare e trovare protezione delle persone richiedenti.

Il razzismo e la violenza nascosti nello slogan della remigr@zione

Così accade che una parola non nuova ma dal significato solo apparentemente neutrale come quella di remigr@zione sia usata per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare che ha già raccolto alcune migliaia di firme. 

La proposta non lascia equivoci: “per «remigrazione» si intende il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di originecon l’intento di riaffermare “la priorità della difesa della sovranità e dell’integrità nazionale”. Addirittura, lo Stato italiano dovrebbe affermare “come principio inderogabile, che non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra”. Chissà che cosa ne pensano i più di sei milioni di persone italiane che risiedono all’estero. 

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Fonte: Cronache di ordinario razzismo

Autore: 
Grazia Naletto

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Cronache di ordinario razzismo  

Immagine generata con intelligenza artificiale