Articolo da Centro Studi Sereno Regis
Che cosa rappresenta la memoria dei fatti di Genova per chi in
quegli anni era ancora piccolo, o non era ancora nato? Tra le tante
iniziative portate avanti in questi venticinque anni dal Comitato Piazza
Carlo Giuliani, vale la pena sottolineare il valore del Concorso Per non dimentiCarlo,
con borse di studio da destinare a studenti delle scuole superiori, e
dei corsi di laurea triennale e magistrale, per delle tesi “in tema” che
per l’appunto sono state l’occasione per rispecchiarsi nelle ragioni di
quel “movimento dei movimenti”, ancora così attuali e urgenti oggi.
Come per l’appunto ci conferma la testimonianza di questo giovane, Michelangelo Pistilli, che ha vinto il Concorso l’anno scorso, per la sezione delle scuole superiori [ndr].
Mi chiamo Michelangelo Pistilli, ho 20 anni e sono uno studente al
primo anno di Informatica all’Università del Molise. Vivo a Palata, un
piccolo paese di poco più di millecinquecento abitanti, provincia di
Campobasso. Nel mio paese c’è una particolarità: molti degli attivisti
del circolo di Rifondazione Comunista erano a Genova
nel luglio del 2001. Io, naturalmente, non ero ancora nato. Eppure, in
un certo senso, Genova ha accompagnato la mia crescita.
Ho conosciuto quelle giornate attraverso i loro racconti.
Mi hanno parlato della terribile repressione subita nelle strade di
Genova, dell’omicidio di Carlo Giuliani, delle torture alla scuola Diaz e
alla caserma di Bolzaneto. Sono tragedie che non ho vissuto
direttamente, ma che in qualche modo mi hanno ferito nell’anima. Hanno
alimentato la mia curiosità e il desiderio di capire che cosa sia
accaduto davvero in quei giorni e, soprattutto, perché se ne continui a
parlare venticinque anni dopo.
Più ho letto, studiato e ascoltato, più mi sono convinto che Genova non sia soltanto una pagina del passato. È una chiave per comprendere il presente.
Perché il mondo che ho davanti agli occhi assomiglia molto alle paure
e alle analisi di quella moltitudine che nel 2001 riempì le strade di
Genova.
Viviamo in un’epoca segnata dalle guerre, dalle disuguaglianze
crescenti, dal genocidio a Gaza, dalla crisi climatica, dalla precarietà
del lavoro e dalla concentrazione del potere economico e tecnologico in
poche mani. Per questo lo slogan che attraversava quelle giornate – «Un altro mondo è possibile» – mi sembra oggi più necessario che mai.
Una delle cose che più mi ha colpito studiando il G8 di Genova
riguarda il ruolo dell’informazione e della comunicazione. Nel 2001
nessuno possedeva uno smartphone, internet era ancora poco diffuso e i
social network semplicemente non esistevano. Eppure, proprio a Genova,
nacque una delle più straordinarie esperienze di comunicazione dal basso
che il nostro Paese abbia mai conosciuto.
I manifestanti decisero di fotografare e filmare quanto stava
accadendo, contribuendo alla costruzione di un archivio collettivo di
immagini e testimonianze che si sarebbe rivelato fondamentale negli anni
successivi, sia per la memoria sia per i processi. Un ruolo decisivo fu
svolto da Radio Gap, il network di radio indipendenti che per la prima volta riuscì a coniugare la diffusione in FM con quella su internet; e da Indymedia, il laboratorio globale di informazione dal basso nato dopo Seattle.
Le dirette radio, i video dei manifestanti, le fotografie e le
singole memorie archiviate in quei giorni costituiscono ancora oggi un
patrimonio preziosissimo per ricostruire uno dei capitoli più importanti
della nostra storia repubblicana.
Attraverso la ricerca di quotidiani e servizi giornalistici
dell’epoca mi ha colpito anche il modo in cui venne rappresentato il
movimento. Molta informazione mainstream utilizzò espressioni come
«eco-teppisti» o «video-teppisti», semplificando e criminalizzando un
universo composto da associazioni cattoliche e comunità laiche, gruppi
ambientalisti e centri sociali, sindacalisti, giornalisti, studenti,
semplici cittadini. Delle loro proposte e delle loro analisi si parlava
poco; molto più spazio veniva riservato alla possibilità di incidenti e
violenze.
La città si blindò e la tensione divenne palpabile.
Anche per questo Genova ha cambiato definitivamente il modo di
rappresentare i movimenti. Sino ad allora sembrava sufficiente
riprendere un corteo o raccontare una manifestazione attraverso il punto
di vista delle istituzioni e dei grandi mezzi di informazione. A Genova
accadde qualcosa di diverso: i movimenti impararono a raccontarsi da soli.
Quelle immagini sono servite. Sono state fondamentali per
documentare, provare e accertare fatti che altrimenti sarebbero rimasti
nell’ombra. Le riprese video hanno consentito di individuare funzionari
della Digos che colpivano manifestanti già a terra, di smentire le
dichiarazioni di dirigenti della polizia sulla mattanza della Diaz, di
mostrare l’agente che trasportava le molotov utilizzate come false prove
contro il media center, di confutare testimonianze e verbali durante i
processi.
Se oggi sappiamo cosa è accaduto a Piazza Alimonda il 20 luglio 2001,
con la morte di Carlo Giuliani; se conosciamo le violenze di via
Tolemaide; se abbiamo potuto ricostruire gli orrori della scuola Diaz e
le torture di Bolzaneto; se sappiamo che Genova è stata, come ha scritto
Amnesty International, “la più grave violazione dei diritti umani in
Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”, è anche grazie a centinaia di attivisti, giornalisti e cittadini che decisero di impugnare una telecamera o una macchina fotografica per raccontare ciò che stava accadendo.
Senza quelle immagini, probabilmente, avremmo conosciuto un’altra storia.
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