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martedì 2 giugno 2026

L’antifascismo è la radice della Repubblica



Articolo da la Sinistra quotidiana

Il tentativo di reinventare una monarchia sabauda, di imbellettarla con l’ascesa al trono dell’ex Luogotenente generale del Regno, sembra quasi riuscire non appena al Ministero dell’Interno arrivano i dati referendari delle prime sezioni scrutinate. Sono passati quasi due giorni dall’apertura dei seggi. Per la prima volta votano anche le donne. I cinegiornali mostrano le “nonnine” che si mettono in fila per fare qualcosa che nella loro vita non avevano mai fatto: esprimere il loro parere politico mediante una croce su un quadrattino accanto ad un simbolo. L’Italia turrita per la repubblica, lo Scudo sabaudo per la monarchia.

I fotografi dei quotidiani rinati a nuova esistenza dopo le veline di Starace e le censure alla stampa immortalano tutti i capi politici che inseriscono la scheda nella fessura delle cassette di legno (in altri casi a rete di metallo… non c’è ancora una vera e propria uniformità in  merito. Del resto, non si votava in Italia da più di vent’anni…). Vota ovviamente anche il re Umberto II. Il suo maggio è passato e lui rimarrà il sovrano di un solo mese: ne ha la percezione e ha anche un certo stile nel non dare a vedere – almeno prima della proclamazione dei risultati da parte del ministro Giuseppe Romita – che di lì a poco potrebbe essere costretto a lasciare il Paese.

Si vota anche per l’elezione della nuova Assemblea Costituente, fatto non da poco: qui non si sceglie tra due opzioni, ma tra molte. Si deve preferire una forza politica e questo innesca finalmente un dibattito che, del resto, era già nei fatti, nelle maglie più fitte di una società mossa alla ricostituzione di sé medesima, alla riedificazione materiale e morale di un tessuto connettivo solidale che era mancato per lungo tempo e che solo la voglia di mettere fine alla guerra e di liberarsi dell’oppressione nazifascista aveva rimesso in circolo nel sistema politico e civile dell’Italia appena venuta fuori dal conflitto più rovinoso della storia sua, dell’Europa e del mondo intero.

Quando arrivano i primi voti dal Mezzogiorno, Romita è incredulo: non è possibile… La monarchia prevale un po’ ovunque. Come è pensabile che, dopo tutto quello che è avvenuto, da questa parte del Paese, quella economicamente più arretrata e sofferente, non si abbracci anche soltanto l’idea di vedere un cambiamento radicale realizzarsi in tutta Italia, mettendo da parte prima il fascio e poi la monarchia? Gli storici si sono arrovellati non poco sul dilemma che il ministro dell’Interno pone a sé stesso e a De Gasperi nel momento in cui gli presenta i primissimi numeri. La Democrazia Cristiana, del resto, partito che risulterà fortemente radicato al centro-sud (e in tante zone rurali del centro-nord), ha lasciato libertà di scelta.

Il suo gruppo dirigente, non di meno il suo potenziale elettorato, sono oggettivamente divisi a metà: i più conservatori per la monarchia, i cattolici più sociali e di base per la repubblica. Il Vaticano non ha preso una posizione (almeno non ufficialmente). Americani e inglesi, che occupano ancora il territorio nazionale, invece sì, anche se indirettamente: i primi per la fine della dinastia di Casa Savoia, i secondo per la sua permanenza al Quirinale. La tensione è palpabile ovunque: si discute, ci si anima, si viene alle mani in molte occasioni. La posta in gioco, in effetti, è altissima. Pietro Nenni sentenzia icasticamente: «O la repubblica o il caos». Ed effettivamente basterebbe riflettere su cosa sarebbe accaduto ottanta anni fa se avesse prevalso l’opzione monarchica.

I settori più reazionari avrebbero prevalso su quelli progressisti e la Costituzione, in presenza di un voto proporzionale ovviamente differente da quello che conosciamo, avrebbe probabilmente avuto un carattere, un taglio parzialmente differente rispetto alla Carta che sarà approvata nel dicembre del 1947 e che entrerà in vigore il primo gennaio del 1948. Ma, siccome la Storia non si fa con i se e con i ma, le riflessioni che si possono fare in merito al poderoso voto monarchico del Meridione d’Italia attengono soprattutto alle differenze esattamente storiche nell’evoluzione politica, sociale ed economica del Paese: il Nord che aveva sperimentato, ben prima delle “Repubbliche sorelle” giacobine, molte esperienze comunali e di gestione oligarchica. Il Sud che aveva in pratica conosciuto soltanto dominazioni straniere e monarchie assolute.

C’è dunque una radice storica che si innesta nel solco del referendum del 2 giugno 1946 ed è, quindi, una caratteristica inalienabile dal dibattito sulla spaccatura netta tra centro-nord e centro-sud visibile ad occhio nudo nel momento in cui si colora una cartina del Paese in base ai risultati della consultazione. A spingere per la vittoria della repubblica sono naturalmente molteplici fattori. Due quelli fondamentali: il mondo del lavoro e quello delle donne. Il suffragio universale favorisce senza dubbio al Sud un incremento di voti per il regime monarchico, ma ancora di più permette al Nord di esprimere un potenziale che si somma alla grande forza operaia di allora, al partigianato, all’eredità pulsante della Resistenza antifascista.

Napoli, che è la città delle Quattro giornate, della prima rivolta contro tedeschi e fascisti in quella parte del Paese, vota in massa per la monarchia. Prevalgono le influenze storiche, pur in presenza di una casa regnante che ha soppiantato quella borbonica: apparentemente è una contraddizione, ma nei fatti è una continuità che si rende palese e che si evince proprio dai risultati che Romita tiene in mano e che legge con un tribolato sentore di fallimento della possibilità pacifica per l’Italia di passare dal vecchio Stato italiano ad un nuovo regime repubblicano, democratico e progressista. Poi, a ben vedere, ci sono, tanto al Nord quanto al Sud, province in cui l’eccezione conferma la regola.

Parte del Piemonte sabaudo si schiera con Umberto. La cintura torinese, operaia e resistente, con la repubblica. Nella Sicilia rurale, dove la mafia ha favorito la penetrazione degli angloamericani (mentre in precedenza, dopo reciproci tentativi di subordinazione, aveva siglato il patto di non belligeranza con il regime), solo la provincia di Trapani registra un timido favore nei confronti della nuova forma di Stato. Il voto, nel suo complesso, è omogeneo per gran parte della sua espressione geopolitico-sociale (quasi antropologica) e, al tempo stesso, riscontra dei caratteri di disomogeneità che rispondo con una esattezza impressionante alle differenti influenze allora contemporanee di una Storia italiana molto diversa dall’Alto Adige alla Sicilia.

Il referendum, così come la composizione del voto per l’Assemblea Costituente, rispecchiano con precisione la composizione sociale dell’Italia di allora; la fotografano nitidamente lasciando il compito ai nuovi dirigenti politici di interpretare la profonda lacerazione che c’è in una nazione divisa a metà tra bracciantato agricolo meridionale e industrializzazione settentrionale. Due quegli elementi di portanza del voto repubblicano, operaismo e ruolo femminile nel dopoguerra, che saranno imprescindibili nella ricomposizione civile, sociale e culturale del Paese: primi promotori di una spinta propulsiva verso tendenze progressiste che non mancheranno di farsi sentire fin da subito, fin dai banchi dell’Assemblea presieduta prima da Saragat e poi da Terracini.

Articolo tratto interamente da la Sinistra quotidiana 

Immagine generata con intelligenza artificiale


Le Madri della Repubblica che l’Italia non ricorda abbastanza

In Italia ricordiamo spesso i Padri della Repubblica, molto meno le donne che hanno scritto con loro le pagine più coraggiose della nostra democrazia.


Video credit IIS AMARI-MERCURI caricato su YouTube


Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé

"Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l'indifferentismo che è, non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po' una malattia dei giovani."

Piero Calamandrei

Immagine generata con intelligenza artificiale


Forte sisma nella notte al largo della Calabria: magnitudo 6.1 a 250 km di profondità



Articolo da Ciavula

Attimi di terrore ieri sera poco dopo la mezzanotte. Una scossa di terremoto di magnitudo 6. 1 Mw è stata registrata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma al largo della costa calabra Nord Occidentale, a 23 km di distanza da Paola (CS). Un elemento determinante è stato l’ipocentro particolarmente profondo, localizzato a circa 250 chilometri di profondità. Questa caratteristica ha attenuato gli effetti del terremoto in superficie: nonostante la scossa sia stata percepita in diverse regioni del Mezzogiorno, l’impatto al suolo è risultato contenuto, riducendo la possibilità di danni a strutture e infrastrutture. Il sisma è stato percepito con forza anche in Sicilia, Puglia, Campania, Basilicata e lievemente anche nel Lazio.

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Fonte: Ciavula

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Articolo tratto interamente da Ciavula


A mano a mano...




A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso 
La bella stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore
A mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c’erano soldi ma tanta speranza.

Rino Gaetano 


Tratto dal brano A mano a manoscritto da Riccardo Cocciante, Marco Luberti interpretata da Rino Gaetano

Volete cambiare il mondo?

“Volete cambiare il mondo? Che ne dite di cominciare da voi stessi? Che ne dite di venire trasformati per primi? Ma come si ottiene il cambiamento? Attraverso l'osservazione. Attraverso la comprensione. Senza interferenze o giudizi da parte vostra. Perché quel che si giudica non si può comprendere.” 

Anthony de Mello


2 giugno 1946 – In Italia si tiene un referendum istituzionale per la scelta fra monarchia e repubblica. L'esito della votazione sarà a favore della repubblica



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

La Repubblica Italiana nacque in seguito ai risultati del referendum istituzionale, indetto per il 2 giugno 1946 per determinare la forma di Governo a seguito della fine della seconda guerra mondiale. Per la prima volta in Italia partecipavano anche le donne a una consultazione politica nazionale: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all'89,08% degli allora 28 005 449 aventi diritto al voto.

I risultati furono proclamati dalla Corte di cassazione il 10 giugno 1946: 12 717 923 cittadini favorevoli alla repubblica e 10 719 284 cittadini favorevoli alla monarchia.[1] Il giorno successivo tutta la stampa dette ampio risalto alla notizia.

La notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il presidente Alcide De Gasperi prese atto del risultato ed assunse le funzioni di capo provvisorio dello Stato. L'ex re Umberto II lasciò volontariamente il paese il 13 giugno 1946, diretto a Cascais, nel sud del Portogallo, senza nemmeno attendere la definizione dei risultati e la pronuncia sui ricorsi presentati dal partito monarchico, che saranno respinti dalla Corte di Cassazione il 18 giugno 1946; lo stesso giorno la Corte integrò i dati delle sezioni mancanti, dando ai risultati il crisma della definitività. I sostenitori della causa monarchica lamentarono azioni di disturbo e brogli elettorali nella consultazione popolare[2], peraltro mai dimostrati. Subito dopo la consultazione elettorale non mancarono scontri provocati dai sostenitori della monarchia, durante i quali si verificarono alcune vittime, come ad esempio a Napoli, in via Medina[3][4]

Il 2 giugno 1946, insieme con la scelta sulla forma istituzionale dello Stato, i cittadini italiani elessero anche i componenti dell'Assemblea Costituente che doveva redigere la nuova carta costituzionale.[8] Alla sua prima seduta, il 28 giugno 1946, l'Assemblea Costituente elesse a capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, con 396 voti su 501, al primo scrutinio.

Con l'entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, il 1º gennaio 1948, De Nicola assunse per primo le funzioni di presidente della Repubblica. Si trattò di un passaggio di grande importanza per la storia dell'Italia contemporanea dopo il ventennio fascista, il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale e un periodo della storia nazionale assai ricco di eventi. Nello stesso anno, nel mese di maggio, fu poi eletto presidente della Repubblica Luigi Einaudi, primo a completare regolarmente il previsto mandato di sette anni. 

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