venerdì 2 dicembre 2022

L'invidia...



"L'invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato. Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro."

Carlos Ruiz Zafón


I video più visti su YouTube nel 2022 in Italia



Ecco le classifiche dei primi 10 video più visti in Italia.


I video (non musicali) più popolari in Italia
  1. Italia's Got Talent - BELLO BELLO 👨🏻‍💼 la hit di Federico Martelli a Italia's Got Talent
  2. Fanpage.it - Soldato russo si arrende, donne ucraine lo sfamano e gli fanno chiamare la madre: scoppia a piangere
  3. Muschio selvaggio - Ep.77 Gli Avengers del calcio con Bonucci e Chiellini - Muschio Selvaggio Podcast
  4. Pera Toons - POVERO GABBIANO contro Kenny - Pera Toons 105
  5. Mr.Heang Update - 100 Days Building A Modern Underground Hut With A Grass Roof And A Swimming Pool
  6. FavijTV - INCONTRO LA MIA EX RAGAZZA DOPO 8 ANNI
  7. Travel Alone Idea Cheapest Private Room on Japan's Overnight Sleeper Train 😴 12 Hour Trip from Tokyo 寝台特急サンライズ出雲 vlog
  8. Michele Molteni - MINI BUNKER COMPLETATO!
  9. Uccio De Santis - Mudù - Le Brevissime dal dentista e ginecologo
  10. NFL - Dr. Dre, Snoop Dogg, Eminem, Mary J. Blige, Kendrick Lamar & 50 Cent FULL Pepsi SB LVI Halftime Show
I video musicali più popolari in Italia


Il governo Meloni boccia il salario minimo



Articolo da Il Manifesto

Più che «salario minino», salario zero. Nel giorno in cui l’Istat stima il tasso di inflazione stabile all’11,8% – valore più alto in occidente – la maggioranza Meloni boccia il «salario minimo» in tutte le sue versioni, compresa quella mediata dall’ex ministero del Lavoro Andrea Orlando e che vedeva i sindacati confederali a favore: estensione erga omnes dei minimi del contratti nazionali e, solo per i lavoratori esclusi, introduzione di un salario minimo orario di 9 euro comprensivo di tutte le voci complementariì (contributi, Tfr, ferie, malattia) e definito Trattamento economico complessivo (Tec).

A GESTIRE IL DIBATTITO alla Camera è stato l’ineffabile neo sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon (demiurgo del flop Quota 100 e ora Quota 103) che in poche parole si è fatto beffa perfino della Direttiva europea che impone una sostanziale introduzione del «salario minimo» nei (pochi) paesi ancora sprovvisti entro il 15 novembre 2024. Proprio i due anni di tempo-limite sono stati la ragione addotta dalla maggioranza per bocciare il provvedimento condendolo di farneticanti e contraddittori impegni. No all’introduzione del salario minimo, al suo posto il governo dovrà invece «raggiungere l’obiettivo della tutela dei diritti dei lavoratori attraverso una serie di iniziative, a partire dall’attivazione di percorsi interlocutori tra le parti non coinvolti nella contrattazione collettiva», «monitorare e comprendere motivi della non applicazione, avviare un percorso di analisi rispetto alla contrattazione collettiva nazionale» (sic). I 163 voti a favore da parte della maggioranza, 121 no (M5S, Pd e Avs) e 19 astenuti (Azione-Iv). Respinti tutti i testi delle opposizioni a prima firma di Andrea Orlando (Pd), Giuseppe Conte (M5S)e Marco Grimaldi (Avs), financo quella minimale di Matteo Richetti.

In questo modo vanno al macero almeno 4 anni di lavoro fra governi e sindacati prima sulla proposta Catalfo (9 euro «soglia dignitosa valida per tutti») e poi su quella Orlando, che ieri ha portato il suo partito a votare a favore di tutte le proposte, anche quella del M5s.

Il voto è stato criticato da tutti i sindacati, perfino dalla Cisl, la più recalcitrante al «salario minimo legale»: «È paradossale che dopo mesi di proficuo lavoro anziché capitalizzarne gli esiti si ricominci da zero il dibattito», protesta il segrerario confederale Giulio Romani.

IL TUTTO AVVIENE A CONFERMA di un dibattito politico e mediatico paradossale. Tutti sostengono la gravità della situazione di impoverimento generale dovuto all’aumento dell’inflazione ma allo stesso tempo gridando e denunciando i pochi casi di meccanismi di tutela automatica che garantiscono in parte adeguamenti all’inflazione stessa.
L’esempio delle pensioni è lampante: già il 9 novembre il ministro Giorgetti aveva denunciato l’impatto nefasto per i conti pubblici (50 miliardi in 10 anni) dell’indicizzazione delle pensioni: il meccanismo di perequazione con cui l’Istat ha fissato al 7,3% medio l’aumento degli assegni per difenderli in parte dal caro-vita (all’11%). Quella dichiarazione era il prodromo del taglio ora previsto in legge di Bilancio. Indicizzazione tagliata per oltre 4,3 milioni di pensionati e risparmio per le casse statali di oltre 36,8 miliardi sempre in 10 anni.

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Fonte: Il Manifesto

Autore: 
Massimo Franchi

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da Il Manifesto


Appello per la libertà di Julian Assange



Articolo da Altrenotizie

Sono stati necessari dieci anni ad alcuni dei principali giornali “ufficiali” europei e americani per prendere una posizione pubblica netta a favore di Julian Assange nel procedimento di estradizione verso gli Stati Uniti a carico del fondatore di WikiLeaks. Con un ritardo ingiustificabile, il New York Times, il britannico Guardian, il francese Le Monde, il tedesco Der Spiegel e lo spagnolo El País hanno indirizzato lunedì una lettera aperta all’amministrazione Biden per invitare il presidente democratico a lasciar cadere tutte le accuse contro il giornalista australiano, riconoscendo finalmente le implicazioni democratiche e per la libertà di informazione del caso all’attenzione della giustizia del Regno Unito.

I cinque giornali avevano collaborato a partire dal 2010 con WikiLeaks nella pubblicazione dei documenti riservati del dipartimento di Stato USA ottenuti dall’organizzazione di Assange. Nella lettera viene ricordato come quest’ultimo venne arrestato nell’aprile del 2019 dentro l’ambasciata dell’Ecuador a Londra su richiesta di Washington, per essere poi rinchiuso nei successivi tre anni e mezzo nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, “solitamente utilizzato per terroristi e membri del crimine organizzato”. Se consegnato alla giustizia americana, Assange rischia una condanna massima di 175 anni, come previsto dall’ultra-reazionario Espionage Act del 1917.

Il punto centrale della presa di posizione del New York Times e delle altre testate è la criminalizzazione del lavoro di giornalista che Assange si è limitato a esercitare con WikiLeaks, rendendo pubblici documenti segreti di vitale importanza per l’opinione pubblica mondiale. La lettera afferma che l’eventuale estradizione e condanna di Assange stabilirebbero “un pericoloso precedente” e minaccerebbero di “compromettere il Primo Emendamento [della Costituzione americana] e la libertà di stampa”. “Acquisire e rivelare informazioni sensibili nell’interesse pubblico”, continua il testo, “è un elemento cruciale del lavoro dei giornalisti”. Per questa ragione, “se questo lavoro sarà criminalizzato, le nostre democrazie verranno significativamente indebolite”. È dunque arrivato il momento per il governo americano di “mettere fine all’incriminazione di Julian Assange per la pubblicazione di [documenti] segreti”.

Implicito nella lettera dei cinque giornali è il fatto che la vergognosa campagna di persecuzione contro Assange serve agli Stati Uniti come esempio per scoraggiare altri giornalisti dal rivelare crimini e macchinazioni segrete come quelle smascherate da WikiLeaks negli ultimi anni. La sostanziale nettissima denuncia degli ultimi tre governi americani è opportuna e auspicabilmente utile alla risoluzione della vicenda giudiziara in corso. Rimangono tuttavia invariate le gravissime responsabilità di questi stessi giornali che solo oggi o, comunque, solo di recente hanno riconosciuto in maniera inequivocabile il ruolo di giornalista di Julian Assange, rendendo oggettivamente inaccettabile l’incriminazione del dipartimento di Giustizia USA.

Il silenzio mantenuto per anni sulla sua sorte e, anzi, gli attacchi frequenti contro il fondatore di WikiLeaks, che si sono letti sulle pagine del Times o del Guardian, hanno contribuito non solo a tenere a lungo lontana dal dibattito pubblico la vicenda, ma anche a favorire le manovre pseudo-legali degli Stati Uniti, così come dei governi di Regno Unito, Ecuador, Svezia e Australia. Proprio il caso montato ad arte dalla giustizia e dagli ambienti politici filo-americani svedesi contro Assange, accusato di stupro ai danni di due donne con cui aveva intrattenuto invece rapporti consensuali, benché inconsistente era servito come strumento decisivo per incastrare il giornalista australiano.

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Fonte: Altrenotizie

Autore: 
Mario Lombardo
Licenza: Creative Commons (non specificata la versione

Articolo tratto interamente da Altrenotizie.org 


Come le foglie di Mimnermo



Come le foglie

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.

Mimnermo


La Centrale del Latte di Roma torna al Comune: rischio licenziamenti per i 162 dipendenti



Articolo da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto

La multinazionale francese LactalisWikipedia-logo-v2.svg, proprietaria del marchio ParmalatWikipedia-logo-v2.svg e della Centrale del Latte di RomaWikipedia-logo-v2.svg, intende restituire di propria iniziativa al comune le sue quote societarie della Centrale, pari al 75%. Da gennaio, dunque, metà della produzione sarà spostata altrove. La decisione appare come "un fulmine a ciel sereno" e mette in agitazione i 162 dipendenti, più gli oltre mille dell'indotto, compresi i piccoli produttori già provati dalla crisi. La notizia arriva dopo una storia travagliata sulla proprietà delle quota a seguito della privatizzazione della Centrale nel 1997: fino a quel momento la storica Centrale, fondata nel 1900, era rimasta nelle mani del municipio e assicurava l'approvvigionamento di latte ai romani e la continuità di un settore dalla lunga tradizione. In questi giorni, i sindacati hanno iniziato a lavorare con il Comune per trovare un accordo sul futuro dei lavoratori della Centrale.


Fonte: Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto 


Autori: vari

Licenza: Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution 2.5 Generic License.

Articolo tratto interamente da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto



Dipinto del giorno


 Uomo al parapetto di Georges Seurat