Articolo da Progetto Melting Pot Europa
A Taranto un giovane lavoratore ucciso mentre andava al lavoro
«Taranto non può restare in silenzio». È da queste parole che
parte l’appello lanciato da associazioni, realtà sociali e comunità del
territorio dopo l’uccisione di Bakary Sacko, giovane lavoratore
originario del Mali assassinato mentre si preparava ad andare al lavoro
nei campi.
Per il 14 maggio è stato convocato un presidio pubblico in Piazza
Fontana, luogo dell’aggressione, per chiedere verità e giustizia e
ribadire che “nessuna vita è invisibile”.
Una mobilitazione che prova a rompere il silenzio e a reagire
collettivamente alla normalizzazione della violenza razzista, dell’odio e
della disumanizzazione delle persone migranti.
L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista e
autoritaria che non si può continuare a leggere come una sequenza di
episodi isolati, scollegati tra loro, frutto di devianze individuali o
di improvvise esplosioni di follia.
La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto mentre si apprestava ad andare a lavorare 1, si colloca dentro una trama molto più ampia, profonda e strutturale.
Una trama fatta di parole, campagne politiche, dispositivi giuridici,
rappresentazioni mediatiche, pratiche istituzionali e forme quotidiane
di disumanizzazione che, da anni, attraversano l’Europa e, in modo
sempre più evidente, l’Italia.
Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini,
ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia,
attraversò la città sparando deliberatamente contro persone nere e
migranti, ferendo sei giovani africani al grido di “Viva l’Italia”
e accompagnando la propria azione con il saluto romano, anche oggi il
rischio è quello di ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, di
disagio sociale indistinto o di marginalità individuale.
Quella strage rappresentò uno spartiacque simbolico e politico:
mostrò in maniera brutale come il razzismo potesse tradursi apertamente
in violenza armata dentro uno spazio pubblico europeo, alimentato da
anni di campagne securitarie, criminalizzazione dei migranti e retoriche
identitarie costruite attorno alla figura dello “straniero invasore”.
Eppure, anche allora, una parte del dibattito pubblico tentò di
isolare il gesto dal clima politico e culturale che lo aveva reso
possibile.
La violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata, alimentata,
resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce
continuamente nemici interni, individua bersagli vulnerabili e
normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre.
Non è un caso che, nelle ore immediatamente successive all’omicidio,
ci sia stato chi ha tentato rapidamente di derubricare quanto accaduto a
una generica “lite tra stranieri”, secondo un copione già
visto molte volte: minimizzare, confondere, depoliticizzare, impedire
che emergano le matrici profonde della violenza.
Eppure, proprio grazie alla preziosa testimonianza di Babele
associazione promozione sociale, che ha restituito pubblicamente il
volto, la storia e la dignità di Bakary Sako, sta emergendo in queste
ore un’altra verità. Quella di un giovane lavoratore accerchiato e
aggredito da ragazzi del posto, alcuni, sembrerebbe, giovanissimi,
addirittura minorenni.
Un elemento che dovrebbe interrogarci ancora più profondamente sul
clima culturale e sociale dentro cui stanno crescendo intere
generazioni, abituate sempre più spesso a considerare lo straniero come
un bersaglio, una presenza inferiore, un corpo sacrificabile.
Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori.
È morto dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di inferiorizzazione dei cittadini stranieri.
È morto dentro un sistema che continua a considerare le migrazioni
non come una questione sociale, umana e politica, ma come una minaccia
permanente da contenere, sorvegliare e respingere.
È morto dentro una società che si abitua progressivamente all’idea
che lo sfruttamento, la segregazione abitativa, la precarietà estrema e
perfino la morte di uomini e donne migranti siano un prezzo inevitabile
dell’ordine sociale.
La violenza razzista non si manifesta soltanto nei delitti di sangue.
Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di braccianti
sopravvivono senza acqua, elettricità, trasporti e assistenza sanitaria.
Si manifesta nei CPR, luoghi di detenzione amministrativa dove
persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà
personale.
Si manifesta nei naufragi del Mediterraneo, nelle torture
sistematiche subite in Libia da uomini e donne bloccati grazie agli
accordi stipulati dall’Europa e dall’Italia.
Si manifesta nelle campagne mediatiche costruite quotidianamente contro lo “straniero invasore”, contro il richiedente asilo, contro il povero trasformato in colpevole.
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Fonte: Progetto Melting Pot Europa
Autore: Antonio Ciniero
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Articolo tratto interamente da Progetto Melting Pot Europa
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