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lunedì 1 giugno 2026

La strada della pace


"L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire."

Sandro Pertini


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Dipinto del giorno

 


Avvampante giugno
di Frederic Leighton


La nostra società è dominata da gente folle


"La nostra società è dominata da gente folle che persegue scopi malati. Penso che veniamo gestiti da fanatici con obbiettivi fanatici, ed è probabile che sarò io ad essere considerato pazzo per quello che sto dicendo. É questa la cosa folle."

John Lennon


A qualcuno piace caldo: recensione del film



A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot) è un film del 1959 diretto da Billy Wilder.

Attenzione: il seguente articolo contiene spoiler del film!

Trama 

Chicago 1929, epoca del proibizionismo. Il sassofonista Joe e il contrabbassista Jerry, due squattrinati musicisti di jazz, vivono con scritture improvvisate. Rimasti senza lavoro dopo un'irruzione della polizia in un locale clandestino, uno dei tanti speakeasy, sono testimoni involontari della strage di San Valentino.

Scampati miracolosamente, ben consapevoli di essere braccati dalla gang di "Ghette" Colombo, esecutrice della strage, tentano di far sparire le proprie tracce travestendosi da donne e facendosi chiamare Josephine e Daphne, aggregandosi a una orchestra jazz femminile in trasferta in Florida, alla quale mancavano un sassofono e un contrabbasso, proprio gli strumenti che suonano i due fuggitivi. Sul treno e durante il viaggio conoscono e solidarizzano con Zucchero, bella cantante e suonatrice di ukulele col vizio dell'alcool, reduce da delusioni sentimentali e a caccia di un milionario da sposare. Giunti nell'albergo di Miami per far breccia nel cuore della collega, Joe si cala nei panni di Junior, annoiato miliardario figlio di un magnate del petrolio, sfruttando lo yacht del vero miliardario Osgood Fielding II, che a sua volta s'innamora a prima vista di Daphne. Mentre Joe passa la sera con Zucchero, Jerry, alias Daphne, trattiene a terra Osgood e questi dopo una serata di tango con "lei" ne chiede la mano.

Nello stesso albergo si tiene un congresso de "Gli amici dell'opera italiana", in realtà una riunione di gangster, tra cui il gruppo di "Ghette", in cui s'imbattono i due musicisti. Durante un'ennesima fuga rocambolesca sul motoscafo di Osgood, Zucchero cade fra le braccia di Joe, nonostante lui le riveli di essere un bugiardo squattrinato, mentre Jerry rivela al miliardario di essere un maschio, sentendosi rispondere: "beh... nessuno è perfetto!".

Curiosità sul film

A qualcuno piace caldo fu girato interamente in bianco e nero. Billy Wilder rinunciò all'idea di girarlo a colori, anche se l'avrebbe preferito, perché all'epoca la tecnica non era ancora stata messa a punto come lui desiderava. Il fatto che avesse rinunciato perché il pesante trucco utilizzato da Lemmon e Curtis per assumere sembianze femminili avrebbe dato ai loro volti sullo schermo una tonalità verdastra fu una risposta sbrigativa che Wilder diede a Marilyn, che sosteneva che la sua fotografia sarebbe venuta meglio a colori.

Il film uscì il 29 marzo 1959 negli Stati Uniti d'America e il 16 settembre dello stesso anno in Italia[11] ed ebbe grande successo, nonostante la condanna della Catholic Legion of Decency e malgrado la mancata approvazione della MPAA a causa dei temi scottanti trattati relativamente agli usi e costumi dell'epoca. Girato con un budget di 2,8 milioni di dollari, ne ha incassati solo negli Stati Uniti d'America ben 25, oltre che 8 per i noleggi[12]. In Italia fu il secondo film per incassi della stagione cinematografica 1959/60 dopo La dolce vita di Federico Fellini ma prima de La grande guerra di Mario Monicelli[13]

Nella prima edizione italiana vennero censurate alcune battute del dialogo che si scambiano Curtis e la Monroe durante la scena notturna di seduzione sullo yacht ormeggiato al largo dell'hotel. Tali battute sono state recuperate e doppiate ex novo nella versione proposta nei recenti passaggi televisivi del film.

La mia opinione

A qualcuno piace caldo resta una di quelle commedie che ti scaldano subito: brillante, veloce, piena di chimica tra i protagonisti. Monroe incanta, Lemmon e Curtis si divertono e ti divertono. E quel finale, beffardo e tenero insieme, è ancora un colpo di classe.

Voto: 8

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Marilyn Monroe compie 100 anni: Hollywood l'ha resa un mito, lei ha passato la vita a resistergli



Articolo da The Conversation

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su The Conversation


«So essere intelligente quando serve, ma alla maggior parte degli uomini non piace», dice Lorelei Lee nel musical comico del 1953, Gli uomini preferiscono le bionde.

Questa celebre battuta del film di Howard Hawks riassume per noi il destino della star che la pronunciò. Marilyn Monroe si scontrò con la spietatezza del sistema degli studi cinematografici di Hollywood degli anni '50 durante la sua breve carriera di attrice (1946-1962). Oggi viene ricordata principalmente per la sua immagine di star glamour e fortemente sessualizzata, piuttosto che per la sua intelligenza, il suo talento e la sua perspicacia politica.

Monroe ha cristallizzato una certa visione della femminilità degli anni '50 che si accordava con l'atteggiamento ambivalente del decennio nei confronti dell'indipendenza femminile: fascino, ma anche diffidenza, verso le sempre più pubbliche esibizioni della sessualità femminile.

Nel centenario della nascita di Marilyn Monroe, l'immagine che perdura nell'immaginario collettivo è stata in gran parte privata di voce e di capacità di agire. Ciò che rimane sono le immagini. Ci sono i momenti iconici dei suoi film – il più famoso dei quali è la gonna bianca che svolazza sopra una grata della metropolitana in Quando la moglie è in vacanza (1955). Ci sono le fotografie scattate da personaggi celebri come Richard Avedon e Eve Arnold, e le opere d'arte che ha ispirato ad artisti altrettanto iconici come Andy Warhol.

I suoi momenti più iconici sono stati ripetutamente ripresi e reinterpretati da celebrità successive, tra cui Madonna, Kim Kardashian e Ryan Gosling.

Anche quando Monroe era in vita, le persone a lei vicine affermavano spesso che non ci fosse alcuna arte dietro i suoi ruoli cinematografici, ma che semplicemente "interpretasse se stessa". Il regista Fritz Lang osservò che lei sapeva solo che effetto avesse sugli uomini, niente di più. E il drammaturgo Arthur Miller, suo terzo marito, disse che "in tutto ciò che faceva, era se stessa".

Joshua Logan, il regista del suo film del 1956 Bus Stop, ammirava il suo talento comico, ma lei desiderava ardentemente interpretare anche ruoli drammatici.

La stessa Monroe accettò e al tempo stesso si ribellò alla sua immagine di sex symbol, comprendendo il potere che le conferiva ma rifiutandone le qualità disumanizzanti. "Questo è il problema: un sex symbol diventa un oggetto", affermò. "Detesto essere un oggetto. Ma se devo essere il simbolo di qualcosa, preferisco che sia il sesso piuttosto che altre cose di cui abbiamo simboli."
Combattere il potere

Nel 1946, diventare una pin-up permise a Norma Jean Baker (nome di battesimo di Monroe) di sfuggire a un'esistenza da classe operaia e di elevarsi in un mondo diverso. Sapeva che la sua fama era in gran parte dovuta al suo fascino sui giovani soldati arruolati per la guerra di Corea, compresi gli afroamericani. Usò la sua popolarità per combattere il razzismo, il classismo e il sessismo delle strutture in cui operava.

Nel 1954 costrinse i proprietari del nightclub Mocambo di Hollywood a rispettare un contratto con la cantante Ella Fitzgerald che avevano minacciato di rescindere. In un'intervista del 1972 con Ms. Magazine, Fitzgerald spiegò:


Devo moltissimo a Marilyn Monroe. Fu grazie a lei che suonai al Mocambo, un locale notturno molto famoso negli anni '50. Chiamò personalmente il proprietario del Mocambo, Charlie Morrison, e gli disse che voleva che fossi ingaggiato immediatamente, e che se avesse acconsentito, avrebbe occupato un tavolo in prima fila ogni sera. Gli disse – ed era vero, data la fama di superstar di Marilyn – che la stampa sarebbe impazzita. Il proprietario acconsentì, e Marilyn era lì, al tavolo in prima fila, ogni sera. La stampa andò fuori controllo… Dopo quell'episodio, non dovetti mai più suonare in un piccolo jazz club.


Nel 1956, Monroe appoggiò il suo allora marito, Miller, nel suo rifiuto di fare nomi davanti alla Commissione per le attività antiamericane della Camera, presieduta dal famigerato senatore Joseph McCarthy, nel tentativo di eliminare la presunta influenza comunista a Hollywood. Nel 1960, scrisse al direttore del New York Times, Lester Markel, suo amico, esprimendo il suo sostegno a Fidel Castro a Cuba.

Marilyn Monroe si ribellò non appena possibile all'etichetta di bionda svampita che le veniva affibbiata. Quando i dirigenti della 20th Century Fox, la casa di produzione con cui aveva un contratto, si rifiutarono di scritturarla per ruoli drammatici, persino dopo la sua brillante interpretazione in Quando la moglie è in vacanza, annunciò la creazione di una propria casa di produzione, la Marilyn Monroe Productions, nel gennaio del 1955. Lei ne era la presidente e il suo amico e fotografo Milton Greene il vicepresidente. La Fox la citò in giudizio per violazione di contratto.

Monroe e Fox raggiunsero infine un accordo non esclusivo che compensava Monroe per i suoi guadagni passati e le garantiva il controllo sui progetti futuri. Sebbene Monroe non sia vissuta abbastanza a lungo perché la sua casa di produzione avesse un impatto culturale significativo, la sua mossa ha aperto la strada a future star femminili, come Margot Robbie e Reese Witherspoon, consentendo loro di controllare le proprie carriere e i ruoli che venivano loro offerti attraverso la fondazione di società di produzione.

Marilyn Monroe morì prima che i movimenti per i diritti civili e la liberazione delle donne fiorissero in America. Ma con le sue azioni, anticipò la loro promozione di una società più giusta ed equa. È una delle icone più durature del XX secolo. Tuttavia, sebbene sia ricordata per la sua andatura ondeggiante, la voce infantile e le labbra imbronciate, dietro questa facciata glamour si celava una donna laboriosa e politicamente impegnata che riconosceva e lottava contro le ingiustizie della società americana che la adorava e al tempo stesso la denigrava.

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Fonte: The Conversation

Autore: Fiona Handyside

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da The Conversation



Oltre lo specchio del mito: Marilyn a 100 anni dalla nascita



Articolo da Doppiozero 

Non era previsto che Norma Jeane sopravvivesse. Infinite volte la sorte sembrava prodigarsi per piegarla e metterla a tacere, fin dalla più tenera età. Già a 3 anni la nonna mentalmente instabile aveva tentato di soffocarla; sono note oggi le vicende della sua infanzia travagliata, figlia di un padre sconosciuto e una madre psicologicamente logorata dalle progressive ristrettezze economiche fino alla reclusione in manicomio. L’orfanotrofio, la povertà, l’emarginazione, le molestie, il dato netto di una trascuratezza affettiva da cui è scaturito quel vuoto di senso che Norma tentò di colmare nel più peculiare dei modi. Poiché Norma Jeane è in effetti sopravvissuta, è divenuta Marilyn Monroe, una delle più grandi celebrità del secolo scorso e molto di più ancora; questo malgrado la depressione, gli uomini sbagliati, la crudeltà impietosa di Hollywood, i tentati suicidi e tutto ciò che di solito viene citato quando si parla della sua vita breve e sfortunata. Ma la sopravvivenza di Marilyn è sempre stata un fatto molto ben più complesso della bella favola della vittima salvata dal dono inaspettato di una bellezza rara e commovente – una luminosa incarnazione giunta sui nostri schermi e troppo presto perduta da un mondo stupido e arido. Qualche anno fa ci fu persino un film potenzialmente perfetto, Blonde, che si accartocciò miseramente sotto il peso del senso di colpa verso quest’eterea fanciulla sospirante in lacrime, incompresa da tutti. Ma un sopravvissuto non è una vittima almeno non necessariamente per sempre. Sarebbe veramente un peccato non celebrare un’altra Marilyn, colei che si plasmò in gran parte da sola sia come persona che come star, facendo del suo meglio con quel poco che la fortuna le concesse; e no, la bellezza da sola non bastò.

“Le mie illusioni non avevano nulla a che fare con l’essere una brava attrice. Sapevo quanto fossi scarsa. Potevo sentire la mia mancanza di talento come se fosse un abito scadente che indossavo dentro, Ma, mio Dio, quanto volevo imparare! Cambiare, migliorare! Non volevo nient’altro. Non gli uomini, non il denaro, né l’amore, solo saper recitare. Con i riflettori e la camera puntati su di me all’improvviso seppi chi ero. Quanto ero goffa, vuota, ignorante! Un’orfana imbronciata con la testa vuota. Ma volevo cambiare. Stavo in silenzio e osservavo. Gli uomini mi sorridevano e provavano a incrociare il mio sguardo (…) non ricambiavo i loro sorrisi. Ero troppo occupata con la mia disperazione. Avevo un nuovo nome, Marilyn Monroe. Dovevo nascere. E questa volta meglio di quella precedente” (Marilyn Monroe, La mia storia, traduzione di Andrea Mecacci, Donzelli Editore 2010).

Qualche anno fa, implicita risposta al melodramma raccontato da Blonde, uscì la docu-serie Reframed: Marilyn Monroe che proponeva un’alternativa alla trita narrativa bidimensionale con cui è sempre stato facile trattare la sua vicenda. Una storia, la sua, dove l’istinto di sopravvivenza si concretizzò in un duplice percorso professionale e spirituale che finì per coincidere con l’urgenza di recitare quale tentativo quotidiano di esistere ed essere riconosciuta nel mondo. E d’altra parte, quale esito ci si poteva aspettare da un bisogno psicologico così estremo di possedere un’identità, se non lo sfruttamento della straordinaria bellezza avuta in sorte? Così, pur fragile, pur sposata, la giovanissima Norma Jeane tenne testa alla propria insicurezza e al proprio vuoto; dribblando talune volte con grazia, altre con amarezza le male parole e occhi e mani impietose, iniziò a trattare come meglio poteva il proprio analfabetismo lavorativo ed esistenziale. Il primo passo fu divenire immagine, un tutt’uno con le linee degli abiti, dello sfondo, della luce che si poggiava sulla sua pelle. Gli aneddoti sui suoi inizi come modella descrivono una ragazza insicura ma volenterosa oltre ogni aspettativa, pronta ad adoperare la sua intelligenza acerba e vorace per abitare col proprio corpo lo spazio nel migliore dei modi:

“Ripensando ai tempi in cui Norma Jeane era agli inizi della carriera, Emmeline Snively (la proprietaria della prima agenzia di modelle che ingaggiò Marilyn, N.d.R.) commentò: ‘Era la più accanita lavoratrice con cui abbia avuto a che fare. Mai che saltasse una lezione. Aveva fiducia in se stessa, e faceva una cosa che non ho mai visto fare ad altre modelle: studiava ogni immagine che un fotografo le scattava. Voglio dire che se le portava a casa e le esaminava per ore. Quindi tornava e chiedeva al fotografo: Cosa ho fatto di sbagliato in questa? Oppure: Come mai questa è venuta meglio? I fotografi glielo dicevano, e lei non ripeteva mai un errore.” (Donald H. Wolfe, Marilyn Monroe. Storia di un omicidio, traduzione di Francesco Saba Sardi, Sperling & Kupfer Editori 1999.)

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Fonte: Doppiozero

Autore: Veronica Vituzzi

Licenza: This is work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International

Articolo tratto interamente da Doppiozero