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venerdì 10 luglio 2026

Seveso, cronaca di sedici giorni di bugie



Articolo da IrpiMedia

Omissioni e reticenze ritardano le misure di contenimento della nube. Gli operai continuano a lavorare. Le case nelle vicinanze sono evacuate solo 16 giorni dopo il disastro Gli animali già muoiono nei campi

Sono le 12:37 di sabato quando, nel reparto B dell’Icmesa, il disco di rottura del reattore A101 cede. Negli atti dell’archivio Speciale Seveso si legge che per circa venti minuti dal tubo di sfiato esce una nube «densa e rossiccia», spinta dal vento verso sud-est, sopra Seveso. 

Le conseguenze sull’ambiente circostante sono immediate e brutali: le piante bruciano per un raggio di circa 1.300 metri. Solo il pronto intervento del capo reparto dell’azienda Carlo Galante ha limitato i danni. Sentito lo scoppio, si legge agli atti del processo sui fatti dell’Icmesa, Galante entra nel reparto (invaso da una fitta nebbia), attacca l’aspiratore e apre la valvola dell’acqua per consentire il raffreddamento dell’impianto. Impianto che non è dotato di un meccanismo automatico di spegnimento.

L’inchiesta in breve

  • Le conseguenze della nube tossica che si è alzata dall’Icmesa il 10 luglio 1976 cominciano a vedersi già pochi giorni dopo: bambini ustionati, moria di animali e piante. L’azienda svizzera però lascerà passare nove giorni prima di far sapere alle istituzioni italiane che la fabbrica aveva disperso nell’aria diossina 
  • Gli addetti ai lavori avevano intuito da subito che la moria di piante e animali potesse essere dovuta al Tdcc. I sospetti risalgono all’11 luglio, le prime verifiche al 12, i risultati al 14. Solo il 19 luglio, quando arriva in Svizzera il direttore del reparto chimico del Lpip, c’è l’ammissione
  • La nube tossica è notizia dal 17 luglio: Il Giorno e Il Corriere della Sera raccontano la situazione a Meda e Seveso. Ma l’azienda nega e la vita in fabbrica prosegue senza sosta. La Commissione d’inchiesta definisce questi momenti “i giorni del silenzio”
  • Non ci furono morti immediate tra gli esseri umani, ma l’esposizione ha creato un maggiore insorgere di tumori. I decessi sono stati tra gli animali, oltre tremila. Nel 1982, una direttiva europea prende il nome dal luogo dell’incidente dell’Icmesa

Secondo gli analisti della Givaudan, la società che controlla la fabbrica Icmesa, dei circa quattrocento chili di prodotti scaricati in atmosfera, il 3,5% è diossina: poco meno di quattordici chili (una stima aziendale, rivista in seguito verso l’alto dagli scienziati). 

Lo stesso giorno l’azienda avverte i Carabinieri e segnala agli abitanti vicini di non consumare ortaggi. Ma la comunicazione resta generica: si parla di una sostanza «anche impiegata in sostanze erbicide». Nessun accenno alla reale natura del pericolo, nonostante il danno sia sotto gli occhi di tutti. Gli abitanti, del resto, non si allarmano troppo: sono abituati da tempo agli scarichi maleodoranti della fabbrica chimica, e nulla, in quelle prime ore, sembra distinguere il 10 luglio da un sabato qualunque.

Il disastro di Seveso: la serie

Nella prima puntata abbiamo raccontato come il 10 luglio 1976 non fosse un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di trent’anni di segnali inascoltati: la produzione di triclorofenolo mai dichiarata agli enti, i precedenti industriali noti almeno dal 1949, la piena consapevolezza dei vertici aziendali. Resta da raccontare ciò che accadde dopo la nube. Sedici giorni in cui chi sapeva tacque, e chi avrebbe dovuto sapere arrivò tardi.

La natura che muore

Lunedì 12 luglio la fabbrica riapre regolarmente. Resta fermo il solo reparto B dove si è verificata l’esplosione. Il primo a parlare è il territorio. A quattro giorni dall’evento comincia la moria di animali domestici, soprattutto conigli; l’erba ingiallisce, le foglie si lacerano, la corteccia si stacca dai tronchi degli alberi. E poi i bambini: alcuni arrivano in ospedale con il volto deturpato da violente eruzioni cutanee. In diciannove vengono ricoverati all’ospedale di Mariano Comense con diagnosi di «Dermatosi tossica», quattro trasferiti all’ospedale Niguarda di Milano per la gravità delle lesioni. I medici brancolano nel buio: non sanno quale sostanza stiano fronteggiando.

Quello stesso 12 luglio l’Icmesa scrive all’Ufficiale sanitario del Consorzio di Seveso «riferendo l’accaduto e dicendo di non essere in grado di dare una plausibile spiegazione» di quanto avvenuto. Non è del tutto vero: un’ipotesi ce l’hanno e verrà confermata due giorni dopo, il 14 luglio 1976. Questa conferma però non verrà immediatamente comunicata, ma taciuta per altri cinque giorni alle autorità italiane.

Avuta notizia dell’incidente l’11 luglio alle 11:45, infatti, il direttore tecnico della Givaudan, Jörg Sambeth, ipotizza subito la formazione di diossina. «Avevamo sentito parlare di incidenti dello stesso tipo e ho pensato a questa possibilità…», ha raccontato anni dopo alla Commissione parlamentare sui fatti dell’Icmesa. 

Sambeth chiede a Herwig Von Zwehl, direttore tecnico dell’Icmesa, di prelevare campioni e portarli segretamente a Ginevra quella stessa notte per delle analisi più approfondite. Von Zwehl incarica del prelievo il direttore della produzione, il dottor Paolo Paoletti, che arriva a Ginevra il mattino successivo. Da lì i campioni viaggiano fino al laboratorio aziendale di Dübendorf, nei pressi di Zurigo.

Il 14 luglio le analisi confermano già la presenza di Tcdd nel materiale prelevato alla Icmesa. Ma dentro l’azienda, l’informazione è diffusa ancora con cautela: nella tarda serata di quel giorno, Sambeth avvisa Von Zwehl di «prendere in esame la possibile presenza di diossina nella sostanza fuoriuscita». Tuttavia né Givaudan né Icmesa avvertono le autorità italiane di questa scoperta.

Il perché lo spiega sempre Sambeth alla Commissione parlamentare, e ai giudici, anni dopo: l’azienda ha preferito aspettare di conoscere il reale livello di contaminazione. I risultati delle analisi che certificano in modo definitivo la presenza della diossina nella “nube tossica” vengono consegnate solo cinque giorni più tardi a un chimico italiano spedito in Svizzera da Regione Lombardia.

Si chiama Aldo Cavallaro, è direttore del reparto chimico del Laboratorio provinciale d’igiene e profilassi (Lpip) di Milano. Viene inviato prima a Seveso il 17 luglio, dopo che Il Giorno ha pubblicato le prime notizie sulle conseguenze dell’incidente, in particolare sui bambini ustionati e la diffusione della cloracne. Poi, il 18 luglio, sulla scorta della letteratura scientifica, Cavallaro va in Svizzera al quartier generale dell’azienda e mette di fronte ai responsabili la sua ipotesi: le conseguenze su popolazione ed ecosistema sono dovute alla diossina.

Cavallaro è presente nei laboratori della Givaudan a Zurigo quando si concludono le analisi definitive sul materiale raccolto a Seveso. È così,  il 19 luglio, che l’ipotesi si trasforma in certezza: dopo nove giorni di reticenze e versioni minimizzanti fornite dai dirigenti locali dell’Icmesa, la contaminazione da diossina non può più essere nascosta. Solo allora, con almeno cinque giorni di ritardo dall’effettiva conoscenza dei fatti da parte dell’azienda, si muovono anche le istituzioni.

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Fonte: IrpiMedia


Autore: Luca Rinaldi

Licenza:Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale. 

Articolo tratto interamente da IrpiMedia


Basta che un rumore...

“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l'essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall'ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l'uomo affrancato dall'ordine del tempo.” 

Marcel Proust


Dipinto del giorno


 Due giovani contadine di Camille Pissarro 


Perché un'opera d'arte sia veramente immortale...

"Perché un'opera d'arte sia veramente immortale, deve uscire completamente dai confini dell'umano: l'intelligenza media e la logica le nuocciono. La concezione di un'opera d'arte che afferra una cosa che come tale non ha alcun senso, alcun tema, che dal punto di vista della logica umana non vuole assolutamente dir nulla, io dico che una tale rivelazione o concezione dev'essere in noi così forte, deve apportare tal gioia o tale dolore, che noi siamo costretti a dipingere, come il morto di fame a addentare un pezzo di pane che gli capita tra le dita."

Giorgio de Chirico


Tanti registi...

"Tanti registi, anche bravi, non immaginano che io abbia bisogno di grandi stimoli! Perché sono orientale, sono pigro. Starei sempre così, seduto; non voglio andare a correre; non amo studiare troppo; mi rompo le scatole a fare certe cose; non potrei mai ingrassare o dimagrire appositamente per interpretare un ruolo! Sono cose che non mi passano proprio per la testa!"

Omar Sharif

Photo credit Gorup de Besanez, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons



Mi chiamarono pazzo...


"Mi chiamarono pazzo nel 1896 quando annunciai la scoperta di raggi cosmici. Ripetutamente si presero gioco di me e poi, anni dopo, hanno visto che avevo ragione.
Ora presumo che la storia si ripeterà quando affermo che ho scoperto una fonte di energia finora sconosciuta, un'energia senza limiti, che può essere incanalata."


Nikola Tesla
 
 
 

giovedì 9 luglio 2026

L'orizzonte scomparso della militanza collettiva


Articolo da Transform! Italia

Il richiamo è ad una canzone che, per l’autore, aveva ben altro significato. Eppure, c’è da domandarselo, in maniera schietta, con quale faccia torniamo a Genova in queste torride giornate di luglio? Il ricordo? Il rimando ad una stagione splendida e crudele? La possibilità di far riconvergere in un luogo simbolo, energie vecchie e nuove intenzionate a riaffermare che un altro mondo non solo è possibile, ma diventa, per ogni ora che passa sempre più necessario? Proviamo a dipanare, in maniera non certo esaustiva, una matassa complessa, sfilacciata, piena di nodi mai sciolti e di percorsi spezzati che si ritrovano quanto di vie apparentemente nuove che si affacciano. Per chi scrive, ricordare quei tre giorni di luglio di 25 anni fa, la gioia iniziale di poter auspicare ad un mondo senza frontiere, la militarizzazione della città, l’omicidio volontario di Carlo, i tanti e le tante che non fuggirono, la Diaz e Bolzaneto, rappresentarono – col senno di poi e con gli antecedenti a Napoli – quanto sarebbe potuto accadere a chi dissentiva e faceva pesare il fatto di essere una folla immensa. Ma poi?

Chi c’era e non si tirò indietro aveva compreso perfettamente la portata della globalizzazione liberista, quella che fa circolare merci e capitali ma sbarra l’ingresso o quanto meno la seleziona, alle persone, dividendole in sfruttabili o meno, in una oscena gerarchia. Aveva persino intuito i filoni portanti che andavano a ridisegnare il pianeta: la guerra, di cui ci accorgiamo bene da poco solo perché l’odore degli ordigni è più vicino e le spese per sostenerla peggiorano le nostre vite. La frammentazione dei corpi intermedi e poi di qualsiasi forma di possibilità di aggregazione sociale che poteva nuocere a chi era convinto delle proprietà salvifiche del libero mercato (a destra come a sinistra), l’autoritarismo come fattore costante delle nostre vite, capace di trasformare le nostre città, la nostra urbanistica, persino tante coscienze iniettando il veleno mortale della paura costante dell’altro. Lo avevamo capito bene ma poi?
A chi afferma – anche con buon senso – che ogni movimento è per sua natura carsico, sparisce e poi riesplode, andrebbe detto che questo non spiega il silenzio che, salvo lodevoli eccezioni, ha regnato in questo Paese per almeno venti anni, un torpore da cui forse – sottolineo forse – qualcuno sta provando a tirarci fuori. Provando ad accennare una rozza cronologia, dalla fine delle grandi manifestazioni contro le guerre, fino a poco tempo fa, poco o nulla si è mosso, nonostante catastrofi umanitarie, politiche, disastri ambientali e sociali, abbiano dominato e dominano ancora le nostre vite. E si è creato uno iato di cui ancora è difficile comprendere l’ampiezza, quasi un fossato carico fra una generazione che forse, finalmente, sta irrompendo, e quella passata che, oltre a frammentarsi in mille rivoli per personalismi, iperboli politiciste e/o antagoniste, riflussi di diverso tipo, non è stata in grado di costruire memoria, foss’anche per segnare gli errori e le carenze da lasciare come monito, dopo la sconfitta.
Anni fa, uno di quelli che con il G8 muoveva i suoi primi passi e che di quel contesto è stato lucidissimo narratore, faceva notare che buona parte degli strumenti, delle narrazioni, dei materiali provenienti da quei giorni di 25 anni fa, oggi non sono più reperibili. Elencava testate che sono state capaci di raccontare da dentro quell’immenso calderone come Liberazione, Carta, siti come Indymedia, oggi non più consultabili, il cui materiale raccolto è andato in gran parte perso. Come fa, chi oggi ha meno di 40 anni a sapere cosa è accaduto se la fonte resta quella dei vincitori, della comunicazione mainstream, di una spettacolarizzazione mercificata assolutamente non in grado e non predisposta per raccontare il durante, il prima e il dopo quelle giornate di luglio? Poche e preziose tracce, ma per il resto il deserto.

Ed è in questo deserto che rischia di divenire un baratro incolmabile lo iato cronologico. Nei prossimi giorni andranno/andremo a Genova, in molte e molti che quelle giornate le hanno consumate con tutta la forza possibile, che magari hanno avuto anche un ruolo, che rivendicano giustamente quella fase come fondante, anche per la storia del Paese, quella di chi, per ora, è vinto. Col passare degli anni – questa è una considerazione personale – ritrovarsi a Genova ha assunto, più di una volta, il sapore amaro della nostalgia, di un amarcord incompiuto, di chi passa in alcune vie e ricorda ancora l’odore acre della repressione e, spesso del dolore. Sovente il numero dei partecipanti è scemato, per numerose ragioni, tante quante furono quelle di coloro che allora c’erano. E qui sorge la prima domanda per ora senza risposta, non possedendo facoltà divinatorie. Siamo certi che il fatto che siano trascorsi 25 anni, una cifra simbolica, possa divenire fattore attrattivo? C’è da dire che, da tempo, la città ospita numerose e spesso valide iniziative, soprattutto di carattere culturale, che di fatto riportano al centro la memoria. Ma capire quanto queste saranno capaci di mobilitare e di uscire dai confini del capoluogo ligure non è facile.

Qualcosa potrebbe riservare sorprese: l’anno trascorso ha visto di nuovo le piazze riempirsi, contro guerra e riarmo, contro la repressione, il genocidio di Gaza e non solo. Ed in gran parte, a riempire le strade di ogni piccola o grande città, ci sono state e ci sono ragazzi e ragazze che 25 anni fa non erano nemmeno stati concepiti. Nell’assemblea “No Kings” che si terrà il 18 luglio, si proverà a ritrovare convergenza fra passato, presente e futuro. Una scelta ponderata o un azzardo, se si pensa che negli ultimi mesi anche le mobilitazioni dell’autunno passato si sono in parte ridimensionate? I due poli passato vs presente riusciranno a parlarsi non per rifugiarsi nella simbologia ma per elaborare strategie concrete nell’immediato? Una grande scommessa. La manifestazione della domenica successiva sarà in grado di mantenere, anche con la presenza di soggettività diverse, la stessa portata? Le diverse generazioni vorranno incontrarsi il lunedì a Piazza Carlo Giuliani “ragazzo”, non solo per un tributo ma e soprattutto, per continuare il cammino? La risposta a questi quesiti è anche, ma non soltanto, di carattere quantitativo. La storia ufficiale, quella dei vincitori, vuole rimuovere Genova, confinarla in un ambito residuale e da addetti ai lavori, che non contamini la “generazione Gaza”. È il lavoro che spetta all’avversario di classe. Ma chi allora “camminava domandando” e magari anche “domandandosi”, ha intenzione di intercettare chi oggi prova a camminare usando linguaggi, prospettive, mezzi anche diversi, chi nella frantumazione ci è nata/o, ha scoperto la bellezza del ritrovarsi insieme, anche di notte, dalla stessa parte contro un’ingiustizia? Non bastano belle parole come “ascolto” e “umiltà”, occorre un salto enorme ed è difficile prevedere se Genova del 2026 potrà o meno vederlo ed esserne elemento propulsivo.

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Fonte:
Transform! Italia

Autore: 
Stefano Galieni

Licenza: Licenza Creative Commons

Articolo tratto interamente da Transform! Italia

Photo credit Michele Ferraris, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons