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lunedì 2 novembre 2026

Tagli, liste d'attesa e fondi ai privati: così il governo affossa la sanità pubblica



Articolo da Radio Città Fujiko 

«Appena 2,4 miliardi per la sanità, che andranno in gran parte al privato accreditato e alle case farmaceutiche (alla sanità privata finiranno anche 1,6 miliardi attraverso i bonus agli over 75), una cifra che non copre neanche lontanamente l’inflazione e men che meno le assunzioni necessarie a garantire l’assistenza territoriale e la messa a regime degli investimenti realizzati con il Pnrr». È così che la Cgil ha sintetizzato le misure relative alla sanità contenute nella bozza di Legge di Bilancio licenziata dal Consiglio dei Ministri.

Gli stanziamenti insufficienti per la sanità nella Legge di Bilancio

I numeri racchiusi nell’analisi del ddl Bilancio 2027 tracciano un quadro critico per la tenuta della sanità pubblica in Italia. Il costante calo delle risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) in rapporto alla ricchezza nazionale proietta il settore verso una sofferenza strutturale. Una dinamica che rischia di allargare il divario tra i bisogni effettivi della popolazione e la capacità di risposta del sistema pubblico, acuendo le tensioni tra Stato, Regioni e rappresentanze dei lavoratori.
In definitiva, sottolinea il sindacato, «prosegue il definanziamento della sanità pubblica, con il fabbisogno sanitario nazionale che sprofonderà dal già risicato 6,14% del Pil di quest’anno al 5,83% del 2029: valori assolutamente insufficienti a garantire il diritto alla salute delle persone».

Per comprendere le reali risorse stanziate non va letto il semplice dato economico, ma occorre focalizzarsi sul rapporto con il pil. In questo senso si registra un crollo di 10,6 miliardi nel triennio.
L’analisi dell’evoluzione finanziaria, infatti, evidenzia come nel 2026 il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) sia fissato a 142,9 miliardi di euro, pari al 6,14% del PIL. Il dato segna una netta contrazione rispetto al 2022, quando la quota si attestava al 6,6%: una riduzione di quasi mezzo punto di pil che equivale a una minore spesa annua stimata in circa 10,6 miliardi di euro.

La tendenza al ribasso non sembra destinata a invertirsi con la nuova manovra finanziaria per il 2027. Il Disegno di Legge porta la dotazione complessiva del FSN a 146,3 miliardi di euro, prevedendo incrementi pari a 2,36 miliardi per il 2027, 2,35 miliardi per il 2028 e 2,40 miliardi per il 2029. Questi stanziamenti aggiuntivi, tuttavia, non riescono a pareggiare l’impatto dell’inflazione e l’aumento dei costi operativi.
In rapporto al pil, l’incidenza della spesa sanitaria pubblica scenderà ulteriormente al 6,11% nel 2027, per poi proseguire la parabola discendente fino al 5,98% nel 2028 e toccare il 5,83% nel 2029. Un trend che allontana progressivamente l’Italia dai parametri dei principali Paesi europei avanzati e che rischia di tradursi in un ridimensionamento dei servizi garantiti ai cittadini.

Risorse vincolate e il nodo del personale tra Pnrr e spesa privata

Oltre all’entità complessiva delle risorse, il nodo centrale riguarda la loro destinazione. Gran parte delle somme previste risulta vincolata a voci specifiche, come l’innalzamento dei tetti del payback per la spesa farmaceutica e l’incremento delle quote destinate alla sanità privata accreditata, lasciando scoperte le attività ordinarie del settore pubblico.
A farne le spese è soprattutto il capitolo legato alle risorse umane. Le coperture finanziarie attuali non consentono né le assunzioni necessarie né la valorizzazione economica del personale, oggi sottoposto a forti pressioni operative.

Una carenza che rischia di paralizzare gli investimenti strutturali realizzati con oltre 10 miliardi di euro dal Pnrr, destinati allo sviluppo della rete territoriale tramite Case della Comunità, Ospedali di Comunità e assistenza domiciliare, strutture che privi dei necessari organici rischiano di rimanere prive di operatività.
Sotto il profilo del sostegno individuale fa discutere anche l’efficacia delle misure di supporto economico, come l’introduzione di contributi per l’assistenza agli anziani ultrasettantacinquenni che equivalgono a una copertura stimata in soli 0,82 centesimi di euro al giorno.

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Fonte: Radio Città Fujiko 

Autore: 
Redazione Attualità e Politica

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International

Articolo tratto interamente da Radio Città Fujiko

Immagine generata con intelligenza artificiale


La morte è la curva della strada di Fernando Pessoa


La morte è la curva della strada

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.

 Fernando Pessoa



Io mi ricordo...

"Io mi ricordo che c'era una clessidra come questa in casa di mio padre. La sabbia scorre attraverso un forellino così sottile che all'inizio sembra che il livello della parte superiore non debba cambiare mai. Cominciamo ad accorgerci che la sabbia scorre via solo verso la fine. Ma prima di allora ci vuole tanto che non vale la pena di pensarci. Poi all'ultimo momento, quando non c'è più tempo, ci si accorge che è troppo tardi,  ci si accorge che è troppo tardi per pensarci."

Tratto dal film Morte a Venezia di Luchino Visconti



La vita

“La vita non è per me una breve candela. É una specie di splendida torcia che sto trattenendo per il momento, e voglio che splenda il più possibile prima di passarla alle generazioni future.” 

George Bernard Shaw


Raccontare la propria vita non è cosa da tutti...


"Raccontare la propria vita non è cosa da tutti. Certo, chiunque può ricordare gli episodi, cercare di storicizzare, fare riflessioni su come passa il tempo e come cambiano le cose. Ma l'odore della povertà misto a quello del sugo della domenica, i richiami delle mamme ai figli discoli che non tornano per cena, l'allegria irrecuperabile del mercato, le chiacchiere sui marciapiedi… E poi i «faccio un goccio d'acqua» sui muri ancora freschi di calce, la partita a tressette, la vita in strada, le donne ai davanzali, i discorsi dei disoccupati… Tutto questo, come puoi farlo rivivere in chi legge se non c'era? Forse non è stato neppure come lo ricordi tu, perché nel ricordo hai enfatizzato qualcosa, e qualcos’altro hai rimosso."

Gigi Proietti


domenica 1 novembre 2026

Ricordiamo Pasolini



Il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini veniva trovato senza vita all’Idroscalo di Ostia. Aveva solo 53 anni. Da allora, ogni anno, ci ritroviamo a fare i conti con la sua assenza. Ma anche con la sua presenza, perché Pasolini non è mai davvero andato via.

Era un uomo scomodo. Un poeta che non si accontentava delle verità ufficiali. Un regista che raccontava gli ultimi, i dimenticati, i ragazzi di borgata. Un intellettuale che non aveva paura di dire quello che pensava, anche quando faceva male.

Pasolini ha vissuto intensamente, tra poesia, cinema, politica, amore e rabbia. Ha scritto con la carne, ha filmato con l’anima. Ha cercato Dio nei volti dei poveri, ha denunciato il potere con parole che bruciano ancora oggi.

La sua morte è stata violenta, misteriosa, ingiusta. Ma il suo pensiero è rimasto vivo. E oggi ci interroghiamo ancora: cosa direbbe Pasolini dell’Italia di oggi? Della società, dei giovani, della cultura?

Forse ci direbbe di non smettere mai di pensare. Di non lasciarci anestetizzare. Di cercare la verità, anche quando fa paura.

Pasolini non voleva essere amato. Voleva essere capito. E forse, oggi più che mai, ne abbiamo bisogno.

“Io so. Ma non ho le prove. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che si scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace.”

Grazie, Pier Paolo. Per non aver mai avuto paura.

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Autore: Anonimo

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Io so...



"Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.

Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.

Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia."

 Pier Paolo Pasolini