Io c'ero! Si legge a margine dei grandi eventi che fanno la storia... Io c'ero si ascolta oggi con l'angosciante sguardo di chi in quei due dannati giorni ha vissuto Genova e quel G8. Ci si riconosce dagli sguardi, dalle espressioni dei volti, dal respiro che per un attimo manca nell'istante della domanda "C'eri anche tu a Genova?". Si io c'ero... quasi trentenne... con il gruppetto di amici con cui di solito si condividevano riunioni e sogni di cambiare il mondo. Ero nel corteo delle tute bianche, quello "autorizzato"... e già dalla stazione, prima, che dallo stadio, si capiva che aria tirasse... genova, una caserma a cielo aperto... parte il corteo tra cori, suoni, colori tipici... tutto nella massima tranquillità... mentre cominciavano a girare le voci sui black bloc che spaccavano tutto senza l'intervento degli antisommossa... "quelli stanno a guardare... mi puzzano..." sentivo affianco a me queste frasi... il corteo prosegue quasi fino alla meta... quando all'improvviso si blocca... vedo fumo e l'odore acre dei lacrimogeni... improvvisamente il corteo diventa uno tsunami umano che viene contro e ci spinge indietro: "Questi bastardi ci caricanooo... ma perchè???" Quel corteo non aveva fatto assolutamente nulla per provocare quel gruppo di antisommossa assatanati... "ma perchè???" ricordo queste parole ripetute mille volte da tutti... poi improvvisamente anche da dietro caricano... accade l'indescrivibile... ci schiacciamo uno addosso all'altro... non ci sono vie di fuga... il terrore e l'angoscia di non capire cosa stia accadendo precisamente... e non sapere che fare per evitare di restare schiacciati... con i candelotti che piovono a raffica... gli occhi infiammati... si decide di spingere tutti da un lato... per cercare di muoversi indietro e tornare verso qualche traversa. Dopo qualche interminabile minuto la pressione diminuisce e ci fanno passare... da lì il corteo si scioglie in migliaia di gruppetti in giro per le strade di Genova... e attorno alle fontanelle per cercare di alleviare l'effetto dei lacrimogeni. Ci dicono che c'è l'inferno per le strade... nelle piazze di raccolta dove dovevano esserci le assemblee pubbliche. Ci dicono che hanno massacrato la rete Lilliput, i pacifisti... e che ancora una volta la polizia ha atteso che i black bloc si dileguassero per caricare la gente innocente... si... si respirava odio... voglia di vendetta... per quel senso di abuso subito senza alcun motivo... molti dei gruppetti si portarono verso le zone degli scontri... altri, come noi, cercavano di informarsi per bene tra il social forum e presso qualche genovese che ci permetteva di vedere il tg... cercavamo di contattare i nostri amici spariti nel casino... lasciavamo biglietti scritti a penna sui muri... indicando un punto di incontro alle 20.00 sperando che chi non trovavamo potesse leggerli... giriamo un angolo... e rimaniamo pietrificati da una scena orribile... sangue ovunque... ragazzi, donne, anziani... una cinquantina di persone a terra... a bordo strada... poggiati ai muri... feriti... soccorsi da altri manifestanti in attesa di una cazzo di ambulanza... l'unica medicina è l'acqua... straziante sentire più che le grida di dolore, ancora una volta una serie di "Perchè???" ! Proseguiamo e vediamo ancora tanta gente terrorizzata correre verso di noi... e gruppi di poliziotti e carabinieri sparsi a manganellare il primo che capita... compresi quelli già feriti a terra... presi a calci, manganelli... camminano sui corpi della gente che urla aiuto...ognuno cerca un riparo qualsiasi... sotto le auto... sotto i furgoni... sugli alberi... nei secchioni dell'immondizia... io mi ritrovo dietro un furgone bianco e poco più avanti un ragazzino a terra con non so quanti agenti attorno (5/6) che lo massacravano... ed intanto tornavano da quella parte molti dei gruppi delle tute bianche... faccio in tempo ad alzarmi e correre a prendere quel ragazzino cercando di tirarlo via mentre gli agenti arretravano... ma mentre cerco di alzarlo sento solo una botta che mi arriva tra orecchio sinistro e muso... un calcio di uno degli agenti che mi fa perdere 2 denti... non so come... non ricordo davvero cosa mi ha fatto rialzare e prendere quel ragazzo per andare via dietro il gruppo di manifestanti che arrivava... ricordo che dopo una ventina di minuti un signore si avvicina a portarci dell'acqua... ha visto tutto... mi racconta che se avesse avuto una pistola, da pur brava persona avrebbe sparato a quegli agenti senza alcun rimorso... erano bestie inferocite... ci porta a casa sua con la sua auto... una ritmo... e chiama il suo medico per evitare di portarci in ospedale dove ti prendono e ti portano nelle varie caserme.... cura prima antonio, il ragazzino, molisano, aveva sedici anni... e lo portano via verso un ospedale fuori genova in auto... mi lascia dal suo dentista e torneranno a sera inoltrata a prendermil. Ospita me ed un altro ragazzo a casa sua... un appartamento piccolo nella traversa adiacente la scuola diaz, sulla sua sinistra esattamente... vediamo in tv quello che sembrava l'inferno... senza sapere che da lì a pochi minuti, il vero inferno sarebbe stato proprio a due passi da casa... infatti cominciammo a vedere il viavai di camionette... agenti di ogni RAZZA piazzarsi ovunque... e dopo circa una mezz'ora le urla... sempre più forti... sempre più atroci... poi il tg con le immagini di quella porta della scuola che sembrava esplodesse per la massa di agenti che spingevano per entrarvi... e poi le prime immagini dei corpi massacrati... e di nuovo sentivamo tante urla... "Bastardi assassini" era un unisono tra i ragazzi in strada... e poi sirene... e croce rossa ovunque... gente che fuggiva... giornalisti e tv che inseguivano per rubare un dettaglio... un viso... una parola... da quella finestra socchiusa ci affacciavamo sull'inferno... e non avevamo fiato per parlare... lacrime per piangere... io tremavo... per paura... per rabbia... per l'impossibilità di reagire ad un palese abuso... "non possono farloooo... siamo in Italiaaa" urlava il signore che ci ha ospitati... naturalmente la notte passò così tra tg e telefonate... tra familiari lontani e la ricerca di amici spariti... come un bollettino di guerra a contare feriti, dispersi... ed un morto, Carlo, di cui ancora non si sapeva nulla nei dettagli... ed i sopravvissuti che si riunivano nuovamente ma sempre nascosti xkè quella mattina le bestie in divisa rastrellavano ancora manifestanti a caso... giravano per gli ospedali... per gli alberghi che avevano l'obbligo di non cedere stanze... per i punti di accoglienza del social forum... per le stazioni... strade di uscita... porto... e noi ci siam ritrovati in casa nascosti 48 h aspettando che un pizzico di democrazia riesca a ritrovare luce... E noi eravamo completamente estranei a qualsiasi reato... qui fomentava la rabbia verso le divise e le istituzioni rei della più grande violazione dei diritti umani in italia dai tempi del ventennio fascista! Oggi ritroviamo i carnefici e provocatori salvati da sentenze discutibili e coperture istituzionali... e chi ha ceduto alle loro provocazioni e reagito agli abusi subiti, puniti in modo esemplare a 15 anni di carcere... il tutto con lo stesso personaggio che in aula ha palesato astio e rancore nei confronti dei manifestanti: il Procuratore Generale Pietro Gaeta! Ciò non aiutà a ripristinare la stima ed il rispetto per le forze dell'ordine, compresi gli agenti che svolgono il loro lavoro come missione sul territorio tra mille sacrifici e boicottati dalla parte collusa dello Stato, perchè prima da loro dovrebbe venire la voglia di denuncia dei colleghi fanatici e psicopatici che si rendono protagonisti di abusi sui cittadini per sanare la loro nullità sociale e civile. L'omertà degli agenti è peggiore di quella mafiosa... Ciò non aiuta a ripristinare la stima ed il rispetto per le istituzioni, tutte... perchè nessuno che sia pagato da noi cittadini per rappresentarci si è mai mosso concretamente sulla via della giustizia, per colmare la lacuna penale del reato di tortura, assente nel nostro Paese (nonostante l’Italia abbia ratificato la relativa convenzione Onu 25 anni fa), al pari di una seria legge anti-corruzione (nonostante l’Europa ce la chieda dal 2003). Aggiornamento 20/7/2017 Il Regime Italiota fa passare pseudo Legge anti tortura... ma non è applicabile a fatti come Genova. La Legge e la Giustizia in Italia viaggiano sempre più su binari opposti. Nonchè la numerazione identificativa sui caschi e sulle divise di ordinanza degli agenti di servizio nell'antisommossa, quanto serva per evitare che teste calde, fanatici e pazzi da legare si nascondano dentro una divisa e si ritrovino armati a ripetere la macelleria cilena coperti dal senso di impunità perchè non riconoscibili. GENOVA NON PASSA... GENOVA BRUCIA ANCORA DENTRO DI NOI... GENOVA GRIDA ED AVRA' PRIMA O POI GIUSTIZIA CON OGNI MEZZO!
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su El Viejo Topo
Viviamo
in tempi straordinari. Le grandi trasformazioni della nostra epoca, le
autentiche mutazioni dell'ordine sociale, non sono più guidate da forze
rivoluzionarie, ma dai governi stessi. Arriva un momento in cui chi
amministra un sistema smette di gestirlo passivamente e ne intraprende
la trasformazione dalle fondamenta. Non attraverso una rivoluzione, ma
attraverso una controrivoluzione.
Il
programma presentato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e le sue 33
misure rispecchiano pienamente questa logica. Con il pretesto della
sostenibilità finanziaria e dell'invecchiamento demografico, il suo
governo sta promuovendo la più significativa riforma del sistema
pensionistico pubblico dai tempi del consolidamento del modello sociale
tedesco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non si tratta semplicemente di
innalzare l'età pensionabile o di ampliare i meccanismi di risparmio
privato. In gioco c'è qualcosa di molto più profondo: la sostituzione
del patto sociale che ha caratterizzato l'Europa del dopoguerra con un
nuovo contratto basato sul militarismo, sulla finanziarizzazione
dell'economia e sulla progressiva erosione dei diritti sociali e del
lavoro.
Niccolò Machiavelli, nei suoi Discorsi sui primi dieci libri di Tito Livio,
metteva in guardia contro le riforme impopolari, che andrebbero attuate
tutte in una volta per impedire l'organizzazione della resistenza.
Cinque secoli dopo, questa lezione rimane assolutamente attuale. Il
governo tedesco, la cui popolarità è ai minimi storici – i sondaggi lo
danno a malapena al 15% – intende approvare rapidamente un pacchetto di
misure radicali che modificano simultaneamente il mercato del lavoro, il
sistema pensionistico e il modello di finanziamento della protezione
sociale. Questa fretta non è dettata da ragioni tecniche, ma da un
calcolo politico: impedire al malcontento di avere il tempo di formulare
una risposta. La cosiddetta "dottrina dello shock", formulata da Naomi
Klein, si sta rivelando ancora una volta un efficace strumento di
governo.
Mentre
l'attenzione pubblica rimane assorbita dalla guerra in Ucraina, dalla
crisi energetica, dall'inflazione e da un clima di incertezza alimentato
quotidianamente dai media mainstream, il governo sta approfittando di
questa situazione per ridefinire, quasi senza dibattito, i fondamenti
del modello sociale tedesco. Il fulcro della riforma consiste nel
collegare progressivamente l'età pensionabile effettiva all'aspettativa
di vita. Il ragionamento sembra inconfutabile: se viviamo più a lungo,
dobbiamo lavorare più a lungo.
Tuttavia,
questa apparente evidenza cela un profondo errore intellettuale.
L'aspettativa di vita non aumenta in egual misura in tutti i gruppi
sociali. I lavoratori manuali e coloro che svolgono professioni
fisicamente impegnative vivono, in media, meno anni e raggiungono la
vecchiaia in condizioni di salute peggiori rispetto ai settori più
benestanti. Ritardare l'età pensionabile significa di fatto ridurre il
periodo durante il quale le persone possono godere della pensione che
hanno contribuito a finanziare nel corso della loro vita lavorativa. In
altre parole, mentre l'aspettativa di vita media continua ad aumentare,
il tempo effettivo di pensionamento si riduce proprio per coloro che
hanno contribuito maggiormente alla creazione di ricchezza attraverso il
proprio lavoro.
Il motto che guida il governo tedesco è espresso con una crudezza difficile da dissimulare: lavorare fino alla morte.
Tuttavia, l'innalzamento dell'età pensionabile è solo una parte di un
progetto ben più ampio. L'altra grande trasformazione consiste
nell'imporre contributi obbligatori a fondi di capitalizzazione privati.
Il governo li presenta come un meccanismo complementare volto a
migliorare le pensioni future attraverso la redditività dei mercati
finanziari. Le prove internazionali indicano il contrario. Dal Cile al
Regno Unito, passando per diverse esperienze europee, questi sistemi
hanno generato profitti ingenti per banche, compagnie assicurative e
fondi di investimento, trasferendo al contempo tutto il rischio
finanziario ai lavoratori. Quando i mercati guadagnano, questi profitti
vengono privatizzati; quando scoppiano le crisi, le perdite ricadono su
coloro che hanno affidato la propria pensione alla logica della
speculazione. Questa non è una riforma pensionistica. È la
trasformazione del risparmio obbligatorio di milioni di lavoratori in un
flusso continuo di risorse verso i mercati finanziari. Una quota
crescente dei salari non viene più utilizzata per i consumi o per il
risparmio familiare, ma diventa liquidità al servizio del sistema
finanziario. La privatizzazione non si limita più alla vendita di beni
pubblici: assume ormai la forma di una privatizzazione del futuro.
Tutto
ciò è inquadrato in una narrazione apparentemente inconfutabile:
l'invecchiamento demografico renderebbe insostenibile il sistema
pubblico. Tuttavia, questa argomentazione omette un elemento centrale.
La sostenibilità delle pensioni dipende non solo dal numero dei
contribuenti, ma anche dalla ricchezza totale generata da una società e,
soprattutto, dalla sua distribuzione. La produttività tedesca ha
continuato a crescere grazie all'automazione, alla robotica e al
progresso tecnologico. Tra il 1991 e il 2024 – secondo l'Ufficio
federale di statistica, in termini di produttività per ora lavorata –
l'aumento cumulativo è stato di circa il 34,8%. Tuttavia, nello stesso
periodo, la quota dei salari sul reddito nazionale è cresciuta a
malapena, di circa il 20%, perdendo terreno rispetto agli utili
aziendali. Il problema, quindi, non risiede nella creazione di
ricchezza, ma nella sua distribuzione tra reddito da lavoro e reddito da
capitale. Ogni lavoratore oggi genera un valore di gran lunga superiore
rispetto a quarant'anni fa. La questione non è se ci sia abbastanza
ricchezza per sostenere il sistema pensionistico, ma chi se ne
appropria. Il conflitto, in definitiva, non è economico: è politico.
Non
si tratta, dunque, di una semplice riforma del sistema pensionistico.
In gioco c'è la trasformazione del risparmio obbligatorio di milioni di
lavoratori in un flusso costante di risorse verso i mercati finanziari.
Una quota crescente dei salari cessa di concretizzarsi in consumi o
risparmi familiari, diventando invece liquidità al servizio del sistema
finanziario. La privatizzazione, quindi, non si limita più alla vendita
di beni pubblici: assume la forma più profonda di una privatizzazione
del futuro.
Tutto
ciò è inquadrato in una narrazione apparentemente inconfutabile:
l'invecchiamento demografico renderebbe insostenibile il sistema
pubblico. Tuttavia, questa argomentazione omette un elemento cruciale.
La sostenibilità delle pensioni dipende non solo dal numero dei
contribuenti, ma anche dal volume totale di ricchezza generata e,
soprattutto, dalla sua distribuzione. Ogni lavoratore oggi produce un
valore di gran lunga superiore a quello di quarant'anni fa. La questione
non è se ci sia abbastanza ricchezza per sostenere il sistema
pensionistico, ma chi se ne appropria. Il conflitto, in definitiva, non è economico: è politico.
Ed è proprio qui che il discorso ufficiale inizia a mostrare le sue
crepe. Si ripete fino alla nausea che l'invecchiamento demografico
riduce il numero dei contribuenti e mette a repentaglio la sostenibilità
del sistema. Eppure, le stesse élite politiche che invocano questa
presunta carenza di manodopera promuovono decisioni che erodono
deliberatamente la base contributiva.
Per
decenni, milioni di donne hanno svolto un lavoro di cura e assistenza
all'infanzia non retribuito, rendendo possibile la riproduzione della
forza lavoro e il funzionamento stesso della struttura sociale. Senza
questo lavoro invisibile, la crescita economica della Germania del
dopoguerra non sarebbe stata possibile. Tuttavia, lungi dal riconoscere
pienamente questo contributo attraverso diritti sociali adeguati, solide
politiche familiari o sistemi pensionistici appropriati, la tendenza
dominante è stata quella di trasferire progressivamente i costi della
riproduzione sociale sulle famiglie stesse. Di conseguenza, il basso
tasso di natalità viene lamentato come se fosse un fenomeno naturale e
inevitabile, quando in realtà deriva in gran parte da decenni di
precarietà lavorativa, incertezza economica e un progressivo
indebolimento delle politiche pubbliche a sostegno della maternità e
dell'equilibrio tra vita professionale e privata.
La
contraddizione diventa ancora più evidente nel campo dell'immigrazione.
La stessa industria tedesca riconosce da anni di aver bisogno di
centinaia di migliaia di lavoratori aggiuntivi per sostenere la propria
capacità produttiva e garantire la stabilità del sistema di protezione
sociale. L'OCSE stima che la Germania necessiterebbe di circa 600.000
nuovi lavoratori all'anno per mantenere gli attuali livelli di benessere
e compensare l'invecchiamento della popolazione. Anche negli scenari
più prudenti, le proiezioni indicano un fabbisogno di circa 400.000
immigrati all'anno per i prossimi decenni. Il paradosso è difficile da
ignorare: si afferma l'esistenza di una carenza strutturale di
contributori, mentre le politiche migratorie vengono inasprite e i
meccanismi di integrazione nel mercato del lavoro ostacolati proprio per
coloro che potrebbero contribuire alla sostenibilità del sistema
pubblico. Sotto la crescente pressione dell'estrema destra, il governo
ha rafforzato i controlli, facilitato le espulsioni e esplorato accordi
con paesi terzi – incluso il regime talebano – per esternalizzare i
processi di espulsione e tenere fuori dal mercato del lavoro potenziali
contributori.
La
contraddizione non è quindi meramente demografica. È il risultato di
decisioni politiche che subordinano la razionalità economica alla
competizione elettorale e alla crescita della xenofobia.
Burro o cannoni
Nel 1936, Hermann Göring proclamò che " era il tempo delle armi, non del burro
". L'espressione, in seguito resa popolare nel dibattito economico dal
premio Nobel Paul Samuelson, ha acquisito oggi una nuova risonanza.
Tutto lascia intendere che questa immagine sia stata ripresa nel
discorso politico europeo contemporaneo.
La
controrivoluzione sociale guidata dal cancelliere Friedrich Merz si
sviluppò parallelamente alla più grande espansione militare della
Germania dal 1945. La Germania abbandonò la tradizione del contenimento
strategico che aveva caratterizzato la Repubblica Federale per decenni.
L'obiettivo dichiarato era trasformare la Bundeswehr nel più potente
esercito convenzionale d'Europa e consolidare la posizione della
Germania come perno militare del continente all'interno della NATO.
Questo
progetto richiede livelli di spesa senza precedenti. Non si tratta di
un'esagerazione retorica: il piano di bilancio prevede di aumentare la
spesa per la difesa al 3,5% del PIL entro il 2029, pari a circa 162
miliardi di euro all'anno, quasi il doppio dei livelli attuali.
Per
rendere possibile questa transizione, Berlino ha allentato lo storico
limite costituzionale all'indebitamento – il cosiddetto Schuldenbremse
– e ha aperto le porte a un programma di debito di quasi 400 miliardi
di euro destinato al riarmo, oltre a uno straordinario fondo di 500
miliardi di euro per investimenti strategici. Il paradosso non potrebbe
essere più eloquente: l'austerità svanisce con straordinaria rapidità
quando la spesa è diretta all'industria militare.
Per
anni, questo stesso principio è stato presentato come un dogma
indiscutibile, utilizzato per bloccare gli aumenti della spesa sociale,
limitare gli investimenti in infrastrutture, alloggi e servizi pubblici e
disciplinare le politiche di bilancio degli Stati membri. Tuttavia, nel
momento in cui la spesa si sposta verso un'economia di guerra, tale
limite svanisce. La disciplina fiscale cessa di operare laddove inizia
la logica del riarmo. Non si tratta di un caso isolato. La Commissione
europea, l'OCSE e diverse organizzazioni internazionali promuovono da
anni riforme strutturali, tutte orientate nella stessa direzione:
innalzare l'età pensionabile effettiva, espandere i sistemi di
capitalizzazione privata e allungare la vita lavorativa. La Germania si
presenta ora come il luogo in cui questo programma può concretizzarsi
con maggiore intensità, fungendo da laboratorio politico per un nuovo
modello europeo: minore protezione pubblica, crescente dipendenza dai
mercati finanziari e un costante spostamento della spesa verso il
complesso militare-industriale. Se questa architettura si consolida
nella più grande economia del continente, la sua proiezione al resto
degli Stati membri sarà difficile da invertire.
La mutazione silenziosa dello stato europeo
Per
decenni, la legittimità delle democrazie occidentali si è basata su un
precario ma funzionale equilibrio tra capitalismo e welfare. Questo
equilibrio non è stato un dono della storia, bensì il risultato di due
pressioni convergenti: il timore delle élite per la diffusione del
socialismo e il potere sociale del movimento operaio organizzato dopo la
seconda guerra mondiale. Questo ciclo storico è ora giunto al termine.
Le
élite economiche non ritengono più necessario mantenere quell'impegno.
Il neoliberismo, nella sua fase iniziale, ha eroso il potere dei
sindacati, privatizzato i settori strategici e ridotto i diritti dei
lavoratori. Oggi assistiamo a una nuova mutazione: l'ingresso in
un'economia di guerra.
In
questo nuovo paradigma, la spesa pubblica non è più principalmente
orientata alla coesione sociale, bensì all'industria militare, alla
sicurezza, al controllo tecnologico e alla competizione geopolitica tra i
blocchi. In questo contesto, le pensioni cessano di essere un diritto
sociale consolidato e vengono reinterpretate come un problema di
bilancio. Ciò non perché siano diventate insostenibili, ma perché
entrano in conflitto con altre priorità strategiche. La domanda che
nessun governo vuole porsi è, in realtà, scomodamente semplice: perché
una società capace di generare livelli di ricchezza senza precedenti
afferma di non poter garantire una pensione dignitosa? La risposta non
risiede nella scarsità, ma nella distribuzione. La ricchezza esiste; ciò
che è in gioco è la sua allocazione.
La
riforma promossa da Merz non è un'eccezione tedesca, bensì un
potenziale modello da adottare su larga scala. La Germania funge da
precursore: un banco di prova per approcci che, se efficaci, potrebbero
essere estesi a tutta Europa. Se questo cambiamento si affermerà senza
incontrare una resistenza significativa, altri governi vi troveranno la
giustificazione necessaria per replicarlo.
In
questo contesto, persino il dibattito politico interno si sta
ridefinendo. La questione centrale non è più l'età pensionabile, ma il
tipo di società che si sta costruendo. Una società in cui l'aumento
della produttività consenta la riduzione dell'orario di lavoro,
l'ampliamento dei diritti sociali e la redistribuzione della ricchezza.
Oppure una società in cui lo stesso aumento di produttività venga
incanalato nei mercati finanziari, nel complesso militare-industriale e
nell'aumento della spesa per gli armamenti, mentre la vita lavorativa
viene prolungata fino a limiti socialmente e biologicamente regressivi.
In definitiva, la logica alla base del programma di Merz si può riassumere in una formula tanto semplice quanto potente: meno Stato sociale per finanziare più Stato militare. Non si tratta semplicemente di una riforma delle pensioni. È
l'architettura di un'Europa pronta a normalizzare la guerra come realtà
strutturale
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su ZNetwork
Gaza, l'Iran, la crisi della sinistra e la ricerca di un nuovo internazionalismo
Introduzione
Dal 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito a una delle più grandi ondate di protesta dalla guerra in Iraq. Accampamenti studenteschi sono sorti dalla Columbia University a Berkeley, da Amsterdam a Londra. I lavoratori portuali di Oakland si sono rifiutati di caricare navi cariche di armi destinate a Israele. Nel dicembre 2023, il Sudafrica ha presentato un ricorso contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia, sostenendo che le azioni di Israele a Gaza costituissero un genocidio. Con l'estensione del conflitto al Libano, allo Yemen e, infine, allo scontro militare diretto tra Israele, Stati Uniti e Iran, ciò che molti analisti di sinistra avevano preannunciato da anni è diventato sempre più evidente: una guerra regionale non era più una possibilità teorica, ma una realtà in divenire. Eppure, esaminando le conseguenze politiche di questo periodo, un interrogativo scomodo si pone alla sinistra globale. Milioni di persone sono scese in piazza. La solidarietà con la Palestina è diventata un linguaggio politico condiviso da diverse generazioni. L'opinione pubblica in molti paesi occidentali, soprattutto tra le giovani generazioni, è diventata sempre più critica nei confronti delle politiche estere perseguite dai propri governi. Eppure, nonostante la portata di queste mobilitazioni, non è emerso alcun fronte globale contro la guerra, non si è creata alcuna struttura politica duratura e da queste lotte non è nato alcun nuovo internazionalismo capace di sfidare il potere imperiale. La domanda di questo articolo non è quindi semplicemente: perché la sinistra non è riuscita a unirsi? La domanda più profonda è: perché la più grande ondata globale di opposizione alla guerra degli ultimi decenni non è riuscita a diventare il fondamento di un rinnovato internazionalismo antimperialista? Da una prospettiva marxista, la risposta non può essere ridotta a disaccordi tra organizzazioni di sinistra o a conflitti personali tra leader politici. Le radici di questo fallimento risiedono in trasformazioni storiche più profonde: la crisi strutturale del capitalismo globale, il declino dell'egemonia statunitense, l'indebolimento delle organizzazioni della classe operaia e le trasformazioni interne della sinistra stessa negli ultimi quattro decenni.
La crisi organizzativa della sinistra
La prima e forse più fondamentale ragione di questo fallimento è l'erosione dell'infrastruttura organizzativa della sinistra globale. I precedenti movimenti contro la guerra – dalla lotta contro la guerra del Vietnam ai movimenti anticoloniali degli anni '60 e '70 – si basavano su reti di partiti comunisti, potenti sindacati, movimenti di liberazione e organizzazioni politiche internazionali. Queste strutture presentavano molti limiti e contraddizioni, ma fornivano qualcosa che oggi è in gran parte assente: la capacità di trasformare la mobilitazione di piazza in una strategia politica sostenibile. Oggi, gran parte di questa infrastruttura è scomparsa o si è gravemente indebolita. I sindacati, dopo quattro decenni di ristrutturazione neoliberale, hanno perso iscritti, potere contrattuale e gran parte della loro capacità di coordinare l'azione internazionale. In Gran Bretagna, la densità sindacale è diminuita da circa la metà della forza lavoro alla fine degli anni '70 a circa un quarto oggi; negli Stati Uniti è ancora più bassa, attestandosi intorno al dieci per cento dei lavoratori dipendenti. In molti paesi, il movimento operaio organizzato è stato relegato da forza politica centrale a una posizione difensiva, lottando semplicemente per preservare le conquiste ottenute durante i precedenti periodi di organizzazione della classe operaia. I movimenti degli ultimi anni hanno assunto in gran parte una forma diversa: decentralizzati, basati su reti e organizzati attraverso piattaforme digitali. Spesso si dimostrano estremamente efficaci nel mobilitare rapidamente migliaia o addirittura milioni di persone, eppure mancano frequentemente delle istituzioni necessarie per trasformare la rabbia sociale in un potere politico duraturo. Gli accampamenti studenteschi della primavera del 2024 hanno dimostrato chiaramente questa contraddizione. Hanno mostrato notevole coraggio e consapevolezza politica, ma erano principalmente coalizioni temporanee di organizzazioni studentesche, gruppi religiosi e attivisti per i diritti umani, piuttosto che un fronte politico di classe con una strategia comune a lungo termine che andasse oltre le immediate rivendicazioni universitarie. La resistenza, in breve, non è mai mancata. Ciò che è costantemente mancato è stata la forma organizzativa in grado di portare avanti quella resistenza.
La tensione tra identità e politica di classe
Il secondo fattore riguarda la trasformazione dell'organizzazione politica all'interno della sinistra contemporanea. Negli ultimi decenni, una parte significativa della politica progressista si è sempre più organizzata attorno a questioni di identità, riconoscimento e rappresentanza, piuttosto che principalmente attorno alle relazioni di classe e alle strutture del capitalismo globale. Questa trasformazione non è avvenuta senza ragioni storiche. Le lotte contro il razzismo, il patriarcato, le eredità coloniali e le diverse forme di esclusione sociale sono state autentici movimenti emancipatori. Hanno conseguito importanti vittorie e ampliato il significato di uguaglianza e giustizia. Qualsiasi politica di sinistra seria deve riconoscere che lo sfruttamento di classe non esiste separatamente dalle forme di oppressione razziale, di genere, nazionale e culturale. La difficoltà emerge quando le lotte basate sull'identità si disconnettono da un'analisi strutturale più ampia del potere. Quando i movimenti politici comprendono l'oppressione principalmente attraverso categorie identitarie separate, piuttosto che attraverso le relazioni sociali, le strutture economiche e i sistemi globali che riproducono la disuguaglianza, la loro capacità di costruire alleanze ampie e durature si indebolisce. La questione palestinese, ad esempio, non può essere pienamente compresa solo attraverso identità o narrazioni nazionali contrapposte. Va inoltre analizzato attraverso le strutture del colonialismo di insediamento, dell'occupazione militare, della produzione globale di armi, degli interessi capitalistici e della competizione geopolitica. Allo stesso modo, il confronto con l'Iran non può essere compreso solo attraverso il linguaggio degli stati in competizione o delle minacce alla sicurezza. Esso si inserisce in una storia più ampia di intervento occidentale in Medio Oriente, di lotte per risorse strategiche e di tentativi di preservare l'influenza geopolitica in una regione centrale per il capitalismo globale. Un movimento antimperialista sostenibile richiede una politica capace di connettere diverse lotte attraverso una comprensione strutturale comune: unire movimenti operai, lotte femministe, campagne ambientaliste, mobilitazioni antirazziste e attivismo contro la guerra, senza ridurre nessuna di esse a questioni secondarie. La sfida per la sinistra contemporanea non è quindi quella di rifiutare le lotte basate sull'identità, ma di integrarle in un progetto più ampio di emancipazione sociale, recuperando la capacità storica della politica marxista di connettere diverse forme di oppressione a una critica più ampia del sistema mondiale capitalista, rimanendo al contempo attenti alle esperienze reali delle comunità emarginate.
La crisi del concetto di imperialismo
Un terzo ostacolo, forse decisivo, è il dibattito irrisolto all'interno della stessa sinistra sul significato di imperialismo. Nella tradizione marxista, in particolare seguendo l'analisi di Lenin sull'imperialismo come fase dello sviluppo capitalistico, l'imperialismo non è semplicemente la politica estera di un singolo Stato. Si riferisce a un sistema globale in cui l'accumulazione di capitale, il potere finanziario, l'espansione militare e il dominio geopolitico plasmano le relazioni tra Stati e classi. Eppure la sinistra contemporanea rimane profondamente divisa su come questo concetto debba essere applicato all'attuale sistema mondiale. Una corrente, che attinge alle tradizioni anti-imperialiste classiche, identifica gli Stati Uniti e i loro principali alleati come le forze centrali del dominio imperiale contemporaneo, sottolineando la storia del colonialismo, degli interventi militari, delle sanzioni, delle operazioni di cambio di regime e della rete globale del potere militare statunitense. Un'altra corrente sostiene che l'imperialismo non può essere ridotto al solo potere occidentale. Basandosi su una comprensione più complessa del sistema mondiale, afferma che molteplici Stati – dalla Russia e dalla Cina alle potenze regionali del Medio Oriente – possono partecipare a relazioni di dominio ed espansione militare, e che nessuno Stato dovrebbe essere esente da critiche solo perché sfida Washington. Questo dibattito, che ha profondamente diviso la sinistra durante la guerra in Ucraina, è riemerso durante le crisi di Gaza e dell'Iran. Per alcune frange della sinistra, qualsiasi forza che si opponga al potere statunitense viene automaticamente inquadrata in una prospettiva antimperialista. Per altri, questo approccio rischia di sostituire l'analisi marxista con un campismo geopolitico, ovvero il presupposto che il nemico del nemico debba necessariamente rappresentare un'alternativa progressista. Una prospettiva antimperialista autentica deve evitare entrambe le posizioni. Deve riconoscere il ruolo storico e strutturale del potere imperialista occidentale, in particolare il dominio militare, finanziario e politico esercitato dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Allo stesso tempo, deve mantenere una critica indipendente di tutte le forme di dominio, comprese quelle esercitate da potenze non occidentali e regionali. Come ci ricorda l'analisi di Lenin, l'imperialismo è radicato nelle strutture del capitale e del potere, non semplicemente nell'identità di singoli governi. Applicare oggi questa intuizione richiede un'analisi concreta del sistema globale, piuttosto che una ripetizione meccanica degli allineamenti politici del ventesimo secolo. Un approccio marxista deve dunque coniugare due principi: l'opposizione al dominio imperialista delle grandi potenze capitalistiche e l'opposizione a ogni forma di sfruttamento, oppressione e militarismo, indipendentemente da quale Stato li eserciti. Questa posizione dialettica è politicamente più impegnativa rispetto alla scelta tra un campo geopolitico e un altro. Ma senza tale indipendenza, la sinistra perde la capacità di offrire un'alternativa autentica alla logica della competizione tra le grandi potenze.
L'economia politica della guerra
Un'altra dimensione del problema è rappresentata dalle basi economiche della guerra contemporanea. Le guerre non sono solo il risultato di decisioni politiche prese dai governi; sono anche radicate in interessi materiali e strutture di accumulazione. Il complesso militare-industriale, in particolare nei principali stati capitalisti, si è sviluppato in una potente rete che collega produttori di armi, istituzioni finanziarie, industrie della sicurezza e burocrazie statali. La portata di questo sistema non è astratta: la sola spesa militare statunitense supera ormai gli 850 miliardi di dollari all'anno, più della somma dei bilanci militari dei principali paesi del mondo, e importanti aziende come Lockheed Martin e RTX hanno registrato ordini inevasi record proprio negli anni di escalation a Gaza, in Ucraina e nel Golfo. La continuazione di una guerra permanente non è quindi semplicemente una conseguenza della politica. Bilanci militari, contratti per la fornitura di armi e industrie della sicurezza rappresentano enormi flussi di capitale e, per le istituzioni collegate a questi settori, l'instabilità stessa può diventare fonte di profitto e accumulazione. Ciò non significa che ogni guerra possa essere ridotta meccanicamente a interessi economici. Conflitti politici, esperienze storiche, lotte nazionali e fattori ideologici giocano tutti un ruolo importante. Un'analisi marxista, tuttavia, deve porsi una domanda fondamentale: chi trae materialmente vantaggio dalla continuazione della militarizzazione e chi ne sostiene i costi? La risposta è chiara: i costi della guerra ricadono in larga parte sulla gente comune, mentre i benefici economici si concentrano nelle mani di una ristretta cerchia di istituzioni e multinazionali potenti. Per questo motivo, le politiche pacifiste non possono essere separate dalle lotte contro il neoliberismo e la disuguaglianza economica. Gli stessi governi che affermano di non disporre di risorse sufficienti per la sanità, l'edilizia abitativa, l'istruzione e la tutela ambientale, spesso trovano ingenti risorse per l'espansione militare. Guerra e austerità non sono realtà separate. Sono due espressioni di un sistema che privilegia l'accumulazione di capitale rispetto ai bisogni umani.
Il potere dei media e la battaglia per il significato
Il potere imperiale contemporaneo si mantiene non solo attraverso la forza militare, il dominio economico e l'influenza politica, ma anche attraverso la capacità di plasmare le narrazioni e definire la realtà. Ogni guerra è contemporaneamente una battaglia per il territorio e una battaglia per il significato. La guerra di Gaza ha dimostrato ancora una volta la centralità di questa lotta. Mentre le immagini di distruzione, sfollamento e sofferenza civile hanno raggiunto milioni di persone in tutto il mondo, gran parte dei media mainstream nei paesi occidentali ha inquadrato il conflitto principalmente attraverso il linguaggio della sicurezza, del terrorismo e del "diritto all'autodifesa". Il contesto storico più ampio – decenni di occupazione, colonialismo di insediamento, rapporti di potere ineguali e il sostegno politico e militare fornito dai governi occidentali – è stato spesso marginalizzato o trattato come secondario. Ciò riflette quello che Edward Herman e Noam Chomsky hanno descritto come il filtraggio strutturale dei sistemi mediatici: i modi in cui la concentrazione della proprietà, gli interessi economici e la dipendenza da fonti ufficiali plasmano le narrazioni dominanti sui conflitti internazionali. Criticare questo quadro mediatico non significa negare la complessità delle realtà politiche o ignorare la violenza commessa da diversi attori. Il problema è come le istituzioni dominanti costruiscono una gerarchia di legittimità: quale violenza viene descritta come sicurezza, la cui resistenza come terrorismo e la cui sofferenza diventa politicamente visibile. Come sosteneva Antonio Gramsci, i poteri dominanti mantengono la loro influenza non solo attraverso la coercizione, ma anche trasformando interessi particolari in senso comune. L'egemonia opera facendo apparire una specifica interpretazione della realtà naturale, neutrale e indiscutibile. La sfida per la sinistra antimperialista non è quindi solo opporsi alle guerre, ma anche sfidare i quadri ideologici che le normalizzano. Le piattaforme digitali hanno creato opportunità senza precedenti per smascherare le narrazioni ufficiali e mobilitare l'opinione pubblica. Tuttavia, non hanno automaticamente prodotto organizzazioni politiche durature. Queste sono spesso plasmate da cicli di attenzione brevi e momenti di visibilità temporanei, piuttosto che da una strategia collettiva a lungo termine. Ciò crea una delle contraddizioni centrali della nostra epoca: il mondo è più connesso che mai, eppure le organizzazioni politiche capaci di trasformare questa connessione in potere storico rimangono deboli.
Un sistema mondiale in transizione: il declino dell'egemonia e il significato di Gaza
Il fallimento del movimento pacifista nel trasformarsi in una forza antimperialista globale va compreso nel contesto più ampio della crisi del sistema mondiale. Le guerre e i conflitti degli ultimi anni – Gaza, Ucraina, Yemen, Siria e l'escalation del confronto con l'Iran – non sono eventi isolati. Sono espressioni interconnesse di una trasformazione più profonda: la crisi dell'ordine globale guidato dagli Stati Uniti e l'emergere di un sistema internazionale più instabile e conteso. Come sosteneva Immanuel Wallerstein, i periodi di declino egemonico non sono necessariamente periodi di pace. Al contrario, sono spesso caratterizzati da incertezza, instabilità e intensificazione della competizione tra le forze che cercano di plasmare il futuro del sistema mondiale. Gli Stati Uniti rimangono l'attore militare e finanziario più potente al mondo. Tuttavia, la loro capacità di imporre un ordine globale stabile si è indebolita. Allo stesso tempo, le potenze emergenti e gli attori regionali sfidano alcuni aspetti del dominio statunitense senza necessariamente offrire un'alternativa sociale o economica radicalmente diversa. Questo periodo di transizione crea le condizioni in cui le soluzioni militari diventano sempre più attraenti per le élite dominanti. Quando le contraddizioni economiche si acuiscono e la legittimità politica declina, gli Stati spesso si affidano maggiormente al potere militare, alle istituzioni di sicurezza e ai conflitti esterni come meccanismi per mantenere la propria influenza. Il Medio Oriente è diventato uno dei principali teatri di questa lotta proprio per la sua importanza strategica: risorse energetiche, rotte commerciali, posizionamento militare e influenza geopolitica. Da questa prospettiva, Gaza non è stata solo una catastrofe umanitaria – sebbene lo sia stata innegabilmente. Ha anche rivelato contraddizioni fondamentali all'interno dell'ordine globale esistente, mettendo in luce il divario tra le affermazioni di un "sistema internazionale basato sulle regole" e l'applicazione selettiva di tali regole in base agli interessi geopolitici. Questa contraddizione ha creato un'opportunità storica per la sinistra.
Perché Gaza ha rappresentato un'opportunità storica per la sinistra
Nonostante le sue debolezze organizzative, la risposta a Gaza ha dimostrato che le basi sociali per un rinnovato internazionalismo esistono ancora. Una nuova generazione, plasmata dalla crisi finanziaria del 2008, dalla crisi climatica e dai fallimenti della globalizzazione neoliberista, è entrata nella lotta politica su scala globale. I campus universitari di Stati Uniti ed Europa sono diventati centri di protesta. Gli studenti hanno contestato i rapporti delle loro università con i produttori di armi e hanno chiesto responsabilità politiche. Allo stesso tempo, le azioni dei lavoratori legati alle catene di approvvigionamento globali hanno indicato un'altra possibilità: il parziale ritorno della politica di classe nelle lotte contro la guerra. Il rifiuto dei lavoratori portuali di Oakland di partecipare alla spedizione di armi in Israele, sebbene limitato nella portata, ha offerto uno scorcio dell'importanza strategica che i lavoratori possono rivestire. A differenza della mera protesta simbolica, il lavoro ha il potenziale per intervenire direttamente nelle reti materiali attraverso le quali la guerra viene prodotta e sostenuta. Tuttavia, sarebbe un'esagerazione descrivere questi eventi come un ritorno completo della politica di classe. Dovrebbero piuttosto essere intesi come importanti segnali di una possibilità che la sinistra deve ancora trasformare in una strategia più ampia e replicabile. Nel frattempo, il Sud del mondo ha assunto un ruolo sempre più indipendente nel contestare le narrazioni occidentali. L'azione legale intrapresa dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia ha riportato il tema del genocidio al centro del dibattito internazionale e ha simboleggiato una più ampia richiesta di un ordine globale più equo. In tutta l'Africa, l'America Latina e l'Asia, molte società hanno espresso un crescente scetticismo nei confronti delle pretese occidentali di autorità morale negli affari internazionali. Come suggerisce l'analisi di Wallerstein sulla crisi del sistema-mondo, i momenti di instabilità egemonica possono anche trasformarsi in momenti di apertura politica. Eppure, questa enorme energia sociale è rimasta frammentata. Il problema non era l'assenza di solidarietà, bensì l'assenza di un'organizzazione politica capace di trasformare la solidarietà in un potere internazionale duraturo. Tuttavia, la frammentazione organizzativa non è l'unico ostacolo che la sinistra deve affrontare. Anche laddove esiste un'organizzazione, i movimenti hanno spesso faticato a definire chiaramente i propri obiettivi, e non solo ciò a cui si oppongono.
La crisi dell'immaginazione politica
Al di là delle debolezze organizzative, la Sinistra si trova ad affrontare anche una crisi più profonda: una crisi di immaginazione politica. Il declino dei progetti socialisti del Novecento, unito al predominio ideologico del neoliberismo, ha ristretto gli orizzonti politici in gran parte del mondo. Molti movimenti contemporanei sono diventati molto efficaci nel resistere a specifiche ingiustizie – opponendosi alle guerre, difendendo le comunità, contrastando la discriminazione e denunciando gli abusi di potere – ma spesso faticano ad articolare una visione coerente di un diverso ordine sociale. La resistenza è diventata più facile da immaginare rispetto alla trasformazione. Questa è una delle contraddizioni centrali del momento attuale. Milioni di persone riconoscono i fallimenti del sistema esistente: guerre interminabili, crescente disuguaglianza, distruzione ecologica e concentrazione di ricchezza e potere. Eppure molti movimenti non dispongono di un linguaggio comune per descrivere ciò che dovrebbe sostituire tale sistema. Per la Sinistra, l'antimperialismo non può esistere solo come opposizione. Deve anche rappresentare un progetto positivo: una visione di cooperazione internazionale, giustizia economica, controllo democratico delle risorse, sostenibilità ecologica e un ordine mondiale basato sui bisogni umani piuttosto che sulla competizione tra Stati e sull'accumulazione di capitale. Senza un simile orizzonte, i movimenti rischiano di trasformarsi in cicli di resistenza che sfidano le singole crisi ma non riescono a trasformare le strutture che le generano. Il compito, quindi, non è solo quello di ricostruire le organizzazioni, ma anche di ricostruire l'immaginazione politica. Un nuovo internazionalismo deve rispondere non solo alla domanda su cosa ci opponiamo, ma anche su che tipo di mondo stiamo cercando di creare.
Costruire un nuovo internazionalismo antimperialista
La lezione fondamentale del periodo recente è che la sola protesta non basta. I milioni di persone che hanno manifestato contro la guerra a Gaza hanno dimostrato che il desiderio di giustizia, solidarietà e pace rimane vivo. L'elemento mancante non è mai stata la volontà popolare, bensì la capacità organizzativa di trasformare tale volontà in una forza storica coerente. La storia dimostra che le grandi trasformazioni sociali raramente emergono dalla sola mobilitazione spontanea. I movimenti diventano capaci di cambiare la società quando sviluppano organizzazioni, istituzioni, formazione politica e strategie a lungo termine. La sfida per la sinistra oggi non è quindi semplicemente quella di mobilitarsi contro le singole guerre, ma di ricostruire le fondamenta organizzative della solidarietà internazionale. Un nuovo internazionalismo antimperialista non può essere una ripetizione meccanica delle strutture politiche del ventesimo secolo. Il mondo è cambiato. La classe lavoratrice è più dispersa a livello globale, la produzione è stata riorganizzata attraverso catene di approvvigionamento globali, le tecnologie digitali hanno trasformato la comunicazione e le crisi ecologiche sono diventate questioni politiche centrali. Eppure i principi fondamentali rimangono validi: opposizione al dominio, resistenza al militarismo, solidarietà tra i popoli oppressi e lotta per un ordine sociale basato sui bisogni umani piuttosto che sull'accumulazione di capitale.
Ricollegare la politica contro la guerra alla lotta di classe
La sfida più importante per la sinistra del futuro è ricostruire il legame tra la politica contro la guerra e l'organizzazione della classe operaia. Una debolezza di molti movimenti pacifisti contemporanei è che spesso rimangono separati dalle lotte economiche quotidiane della gente comune. Eppure guerra e disuguaglianza sociale sono profondamente connesse. I bilanci militari non sono cifre astratte. Rappresentano risorse sottratte alla sanità, all'edilizia abitativa, all'istruzione e alla tutela dell'ambiente. Lo stesso sistema economico che produce precarietà lavorativa e crescente disuguaglianza produce anche una militarizzazione permanente. Per questo motivo, i sindacati devono tornare ad essere attori centrali nella lotta contro la guerra. Il potere dei lavoratori non risiede solo nel loro numero, ma anche nella loro posizione all'interno del sistema produttivo stesso. I lavoratori portuali, dei trasporti, della logistica e dell'industria militare occupano posizioni strategiche nelle reti che rendono possibile la guerra moderna. La loro azione collettiva ha il potenziale per sfidare le fondamenta materiali della militarizzazione. L'esperienza dei lavoratori portuali di Oakland dovrebbe quindi essere interpretata con attenzione: non come la prova che un nuovo movimento operaio globale contro la guerra sia già emerso, ma come un importante esempio delle possibilità che si aprono quando il potere di classe si interseca con la politica antimperialista. La questione fondamentale che la sinistra si trova ad affrontare non è solo come protestare contro la guerra, ma come organizzare coloro il cui lavoro rende possibile la guerra. Senza questo collegamento, l'opposizione al militarismo rischia di rimanere simbolica anziché trasformativa. Un rinnovato movimento pacifista deve quindi andare oltre la mera condanna morale e costruire alleanze capaci di smantellare le strutture economiche e politiche che sostengono la militarizzazione.
Oltre la frammentazione: ricostruire l'indipendenza politica della sinistra
Il futuro della Sinistra dipende dal superamento di due pericoli opposti. Il primo è il campismo geopolitico: l'idea che la politica mondiale possa essere ridotta a una lotta tra stati rivali e che l'opposizione a una potenza imperiale ponga automaticamente un'altra forza dalla parte dell'emancipazione. Il secondo è un internazionalismo liberale che condanna certe forme di violenza ignorando le realtà strutturali del capitalismo, dell'imperialismo e della disuguaglianza globale. Una Sinistra rinnovata deve rifiutare entrambi gli approcci. Deve riconoscere il ruolo centrale che continua a svolgere il potere imperiale occidentale e le conseguenze storiche del colonialismo, dell'intervento militare e delle strutture globali ineguali. Allo stesso tempo, deve mantenere una posizione critica nei confronti di tutte le forme di dominio, comprese quelle esercitate da potenze regionali e non occidentali. Questa prospettiva indipendente non è un lusso politico. È il fondamento di qualsiasi autentico progetto emancipatorio. La missione storica della Sinistra non è mai stata semplicemente quella di schierarsi da una parte nei conflitti tra élite dominanti. Il suo compito è stato quello di sviluppare un'alternativa fondata sugli interessi dei lavoratori e delle comunità oppresse al di là dei confini nazionali. La sinistra non può ricostruire l'internazionalismo diventando un'estensione della strategia geopolitica di uno Stato. Una politica antimperialista autentica deve anteporre l'emancipazione umana all'allineamento geopolitico. Deve difendere il diritto dei popoli a determinare il proprio futuro, opponendosi al contempo all'occupazione, al dominio, allo sfruttamento e all'autoritarismo ovunque si manifestino. Questa è una posizione politica più difficile del semplice schierarsi in un conflitto tra Stati. Ma è proprio questa indipendenza che conferisce all'antimperialismo il suo potenziale trasformativo.
Conclusione: crisi, possibilità e futuro dell'internazionalismo
Le guerre a Gaza, in Yemen, in Siria, in Ucraina e l'escalation del conflitto con l'Iran rivelano una realtà più profonda: il capitalismo globale, confrontato con contraddizioni economiche e una crisi di egemonia, si affida sempre più alla militarizzazione, alla coercizione e al conflitto come meccanismi di potere. Allo stesso tempo, la risposta di milioni di persone in tutto il mondo ha dimostrato che il desiderio di solidarietà e resistenza non è scomparso. Le piazze, le università, i luoghi di lavoro e i movimenti sociali hanno dimostrato che le basi sociali per un rinnovato internazionalismo esistono ancora. Ciò che mancava non era la volontà della gente comune. Ciò che mancava era l'organizzazione politica capace di trasformare quella volontà in una forza storica coerente. La crisi della sinistra odierna non è quindi solo una crisi di idee. È una crisi di organizzazione, strategia e coordinamento internazionale. Se la sinistra non imparerà da questo momento, le guerre e le crisi future potrebbero ancora una volta produrre proteste di massa senza generare una trasformazione politica duratura. Ma se saprà trarne gli insegnamenti necessari – la necessità di organizzazione, la necessità di una politica di classe che vada oltre la frammentazione, la necessità di immaginazione politica e la necessità di una prospettiva antimperialista indipendente – allora questo periodo di crisi potrebbe diventare l'inizio di un nuovo capitolo nella storia della solidarietà internazionale. Come sosteneva Antonio Gramsci, i periodi di crisi sono momenti in cui il vecchio ordine sta morendo mentre il nuovo non è ancora nato. Tali momenti racchiudono sia pericoli che possibilità. Il futuro non è predeterminato. Le stesse crisi che possono condurre a un maggiore militarismo, autoritarismo e barbarie possono anche creare aperture per nuove lotte di emancipazione. La questione centrale che la sinistra si trova ad affrontare nel ventunesimo secolo è se sarà in grado di costruire un movimento internazionale capace di trasformare la resistenza in una forza storica duratura.
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Rebelión
La celebre incisione di Francisco de Goya, "Il sonno della ragione genera mostri", contiene un monito che trascende i secoli: quando la ragione abdica,
emergono l'intolleranza, il fanatismo e la violenza. I mostri che
appaiono nell'opera non appartengono al mondo dei morti, ma a quello dei
vivi; rappresentano il risultato di atteggiamenti irrazionali che, più
volte, hanno causato le maggiori sofferenze nella storia dell'umanità.
A
più di due secoli dalla sua creazione, l'immagine conserva una
rilevanza inquietante. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui
territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, riprende un concetto
simile nel suo libro " Quando il mondo dorme
", in cui sostiene che l'indifferenza internazionale alla sofferenza
umana crea le condizioni per il ripetersi di crimini come il genocidio
di Gaza.
La
storia umana sembra oscillare tra questi due avvertimenti: il torpore
della ragione e un mondo che dorme mentre assiste al massacro di un
popolo. Sia l'opera di Goya che il libro di Albanese servono da monito a
non abbandonare la razionalità, la legge, la coscienza morale e il
pensiero critico. Altrimenti, i mostri dell'odio, della disumanizzazione
e dell'intolleranza finiranno per prevalere sulla condizione umana.
Uno
sguardo al panorama internazionale rende particolarmente attuale la
riflessione del filosofo Walter Benjamin: "La cosa catastrofica non è
che si verifichi un evento inatteso, ma che le cose continuino il loro
corso senza che nessuno sembri in grado di correggerlo". La sensazione
di un deterioramento permanente sembra essersi radicata come una
costante del nostro tempo, al punto che l'eccezionale rischia di
diventare la norma e la catastrofe una realtà quotidiana.
Non è un caso che le lancette dell'Orologio dell'Apocalisse
segnino oggi appena 89 secondi alla mezzanotte, il momento simbolico
che rappresenta l'autodistruzione dell'umanità. Dalla sua creazione nel
1947 da parte del Bulletin of the Atomic Scientists, l'umanità non è mai stata così vicina a quella soglia.
Il
loro calcolo si basa su rischi quali la minaccia nucleare, il
cambiamento climatico, i conflitti armati e il deterioramento
dell'ordine internazionale.
La
realtà sembra confermare questi timori. Guerre aperte, il genocidio a
Gaza, l'invasione russa dell'Ucraina, l'aggressione statunitense e
israeliana contro l'Iran, la guerra di Israele contro il Libano e
l'accelerazione dei cambiamenti climatici dipingono un quadro
profondamente inquietante. A ciò dobbiamo aggiungere un rischio forse
meno evidente al momento della concezione dell'orologio simbolico: il
crescente degrado etico e politico di alcune élite al potere.
È
vero che le guerre hanno accompagnato l'umanità fin dalle sue origini.
Tuttavia, molti conflitti contemporanei sembrano aver abbandonato
persino la retorica – per quanto meramente formale – di difesa di valori
universali come la democrazia, la libertà e i diritti umani. Oggi
sentiamo Donald Trump esprimersi con una franchezza insolita. Le sue
dichiarazioni sul petrolio venezuelano e il suo interesse per le risorse
energetiche iraniane riflettono una logica secondo cui il controllo
delle materie prime costituisce un obiettivo prioritario della politica
internazionale. La lotta per le risorse naturali torna così al centro
del dibattito, ricordandoci le vecchie dinamiche del colonialismo e
dell'egemonia imperiale, dove la forza e l'interesse personale
prevalgono sui principi del diritto internazionale.
Questa logica non è affatto nuova. Lo scrittore indiano Amitav Ghosh spiega in *La maledizione della noce moscata*
come il controllo di una semplice spezia abbia scatenato uno dei primi
genocidi coloniali dell'era moderna. Quando gli olandesi scoprirono lo
straordinario valore economico della noce moscata nelle isole Banda in
Indonesia, sterminarono o espulsero gran parte della popolazione per
monopolizzarne il commercio.
Il
genocidio di Gaza non fa eccezione a questo degrado e collasso morale.
Mentre una parte della società continua a mantenere una posizione etica e
legale che condanna il genocidio, sia passato che presente, ne sta
emergendo un'altra che non solo lo giustifica, ma lo presenta
addirittura come un esito naturale e accettabile all'interno dell'ordine
politico che intende costruire.
In questo contesto, assume particolare rilevanza il concetto di necropolitica, sviluppato dal filosofo camerunese Achille Mbembe. Secondo questa
prospettiva, il potere si arroga l'autorità di decidere chi può vivere e
chi deve morire, dopo aver disumanizzato determinati gruppi al punto da
rendere le loro vite sacrificabili o sacrificabili.
Da
questa prospettiva, pratiche come il blocco degli aiuti umanitari,
l'uso della fame come arma di guerra, gli attacchi a ospedali, scuole e
infrastrutture civili, o la distruzione sistematica dell'ambiente in cui
vive una popolazione cessano di essere presentate come tragedie umane e
vengono giustificate come presunte esigenze strategiche o di sicurezza.
La scrittrice cilena di origine palestinese Lina Meruane ha definito quanto sta accadendo a Gaza un " omnicidio": un crimine il cui obiettivo non è solo lo sterminio di un gruppo
umano, come nel genocidio, ma anche la distruzione dello spazio
abitabile e delle condizioni materiali che rendono possibile la vita. La
devastazione del territorio, l'eliminazione delle infrastrutture
essenziali e l'incapacità di garantire la sopravvivenza della
popolazione favoriscono in ultima analisi il suo spostamento forzato e
consentono il raggiungimento dell'obiettivo finale della pulizia etnica.
Per
la prima volta nella storia, stiamo assistendo a un genocidio trasmesso
in televisione. Si svolge in diretta davanti a milioni di persone.
Immagini di ospedali distrutti, scuole bombardate, sfollamenti di massa e
una crisi umanitaria di proporzioni enormi raggiungono ogni giorno gli
schermi di tutto il mondo. Questa mostra permanente non solo documenta
la sofferenza della popolazione civile, ma lancia anche una sfida alla
comunità internazionale e ne sottolinea la responsabilità di fronte a
eventi che si verificano sotto gli occhi di tutti.
L'ultimo
rapporto del Relatore speciale delle Nazioni Unite sostiene che la
dimensione internazionale del genocidio a Gaza si estende ben oltre gli
attori direttamente coinvolti. Secondo il rapporto, decine di Stati
hanno contribuito, militarmente, economicamente, diplomaticamente o
politicamente, a sostenere le operazioni israeliane, sollevando
interrogativi sulla responsabilità condivisa e sulla complicità
internazionale nella commissione di gravi violazioni del diritto
internazionale.
A
differenza di altri genocidi storici, perpetrati principalmente da un
singolo Stato o da un numero ristretto di attori, il genocidio di Gaza è
caratterizzato dal coinvolgimento attivo o dal sostegno continuo di
un'ampia gamma di Stati che, pur essendo pubblicamente a conoscenza
degli eventi, hanno mantenuto varie forme di supporto. In questo senso,
si può affermare che ci troviamo di fronte al primo genocidio collettivo: perché la sua continuazione è stata resa possibile da una rete
internazionale di sostegno, assistenza e omissioni che trascende la
responsabilità di un singolo responsabile e proietta la questione su una
responsabilità condivisa di portata globale.
La
grande lezione di Goya rimane pienamente attuale. Quando la ragione
vacilla, quando la legge perde il suo potere di fronte alla logica
dell'autorità e quando l'indifferenza sostituisce la coscienza morale, i
mostri ricompaiono. La storia dimostra che non arrivano mai
inaspettatamente: trovano sempre la strada spianata dal silenzio, dalla
disumanizzazione e dall'abbandono collettivo della ragione.
Mohamed Safa, oftalmologo e scrittore palestinese, autore del suo ultimo libro "Gaza: un genocidio trasmesso in televisione".