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giovedì 13 agosto 2026

Lavoro invisibile, valore sottratto: l'anatomia della disparità di genere



Articolo da FactoryA

Nell'occupazione italiana vale 17,8 punti percentuali. Fra le persone con cittadinanza extra UE, però, arriva a 30,3. In mezzo, c'è il settore che tiene in piedi il welfare nazionale

Nel terzo trimestre 2025, il tasso di occupazione femminile in Italia si è fermato al 53,6%, contro il 71,4% degli uomini. È la risposta a chi sostiene che il lavoro, in Italia, manchi per tutti allo stesso modo: fra i due gruppi, vi sono 17,8 punti percentuali di distanza, che in termini relativi significano quasi un quarto di occupazione in meno. Il XVI Rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, curato dal Ministero del Lavoro su dati ISTAT 2025, aggiunge a quella fotografia una seconda immagine, molto meno diffusa.

Breve nota metodologica: il tasso di occupazione misura quante persone fra i 15 e i 64 anni risultano occupate sul totale di chi ha quell’età. Applicato alla popolazione residente con cittadinanza extra UE, il valore è del 61,6%, sostanzialmente sovrapponibile al 62,5% di chi ha cittadinanza italiana. Letto così, il mercato del lavoro italiano sembra assorbire chi arriva da fuori Unione con una discreta efficienza (ed è infatti il dato che finisce nei titoli ogni volta che si discute di integrazione). Se poi si disaggrega per genere, e quel 61,6% si biforca. Gli uomini con cittadinanza extra UE che si trovano nella condizione di essere occupati sono il 76%, quasi cinque punti sopra il tasso maschile della popolazione complessiva.  Le donne con cittadinanza extra UE occupate sono, invece, il 45,7%. Fra i due gruppi, corrono 30,3 punti percentuali: un divario più largo del 70% rispetto a quello nazionale.

Il numero rassicurante che circola nei titoli è la media aritmetica di due condizioni opposte, una sovra-occupazione maschile e un’esclusione femminile di massa.

E vale la pena aggiungere che quel 53,6% nazionale comprende già le donne con cittadinanza extra UE: isolando le cittadine italiane, la distanza fra i due gruppi si allarga ulteriormente. Il confronto, quindi, è una stima al ribasso. Chi pensa che si tratti di un residuo destinato a riassorbirsi con il ricambio generazionale, può guardare i dati ISTAT sulle persone giovani di età compresa fra i 20 e i 34 anni: chi è nato all’estero lavora di più. Parliamo dell’82,6% contro il 76,3%.

L’inattività completa il quadro. Fra la popolazione extra UE, l’inattività femminile è quasi il triplo di quella maschile.

Ricordiamo cosa misuri esattamente quella variabile: la quota di persone che risultano senza lavoro e senza una ricerca attiva in corso. La statistica ufficiale considera disoccupata soltanto chi ha cercato un impiego nelle ultime quattro settimane ed è disponibile a cominciare entro le due successive. Chi resta fuori da quei requisiti passa fra le inattive, dove la contabilità nazionale mette nella stessa casella una studentessa di vent’anni e una donna che dedica sessanta ore alla settimana al lavoro di cura non retribuito. Con una conseguenza aritmetica che merita attenzione: una donna che smette di cercare esce dal denominatore e fa scendere il tasso.

Sul piano statistico, con un’azione cosmetica la rinuncia somiglia a un miglioramento del mercato del lavoro. Accanto a chi ha smesso di cercare stanno poi le donne che lavorano fuori da ogni contratto e la statistica ufficiale tratta le due condizioni allo stesso modo, ovvero come assenza.

E su questo, ancora una volta ad aiutarci sono i numeri. Nel 2025 i lavoratori domestici con almeno un contributo versato all’INPS sono stati 804.464. L’88,7% sono donne, il 68,9% ha cittadinanza straniera. Un terzo arriva dall’Europa dell’Est, il 9% dal Sud America, il 7,5% dalle Filippine. Il presidente dell’INPS ha definito il comparto “una vera infrastruttura sociale” e la definizione è corretta: quella è l’infrastruttura su cui poggia il welfare italiano della cura.

Il punto è come funziona la contabilità di quell’infrastruttura. Il tasso di irregolarità nel lavoro domestico si attesta intorno al 48%, contro una media nazionale del 9,7%. Quasi una persona su due, in quel settore, lavora senza contratto, senza contributi, senza ferie e senza malattia. L’Osservatorio DOMINA stima che, sommando la componente sommersa, le persone coinvolte nel lavoro domestico in Italia superino i 3,3 milioni.

Ecco perché il vuoto statistico e il settore della cura coincidono. Metà di quel lavoro non esiste sulla carta, quindi le donne che lo svolgono risultano inattive, cioè fuori dal mercato del lavoro, mentre lavorano dieci o dodici ore al giorno dentro una casa che non è la loro.

Dal lato di chi assume, il quadro è altrettanto istruttivo: circa 902mila famiglie datrici di lavoro, con un’età media del datore di 70,1 anni e una prevalenza femminile del 56,8%.

Nella stessa stanza ci sono quindi due donne, una che invecchia e una pagata per accompagnarla nell’invecchiamento, e il rapporto fra le due è l’unica politica per la terza età che questo Paese abbia davvero costruito.

Nel 2025, per il secondo anno consecutivo, le badanti hanno superato le colf: 51,3% contro 48,7%. La domanda si è spostata dalla pulizia della casa all’assistenza alla vecchiaia, esattamente come previsto da chiunque guardi la piramide demografica italiana. Nello stesso periodo, il settore si è svuotato: 804mila lavoratrici e lavoratori nel 2025, quasi 173mila in meno rispetto al 2021, con il quarto calo consecutivo. Il 27,2% di chi ci lavora ha 60 anni o più, l’1,6% ne ha meno di 25.

Il pilastro del welfare italiano invecchia insieme alle persone che assiste. E non esiste un ricambio sufficiente. Su questa architettura, poggia il sistema di welfare nazionale. La possibilità per una donna italiana di tornare al lavoro dopo la nascita di una figlia, o mentre assiste un genitore che ha perso autonomia, passa in larghissima parte dal fatto che vi sia un’altra donna che viene pagata per farlo. Quella donna ha spesso un passaporto extra UE, un orario dilatato oltre ogni contratto e una retribuzione nella fascia più bassa del mercato. Vale giusto la pena sottolineare che, in questo sistema, il pensiero stesso che a prendersi cura siano gli uomini non viene neppure contemplato. E invece, la catena della conciliazione segue con precisione millimetrica le linee della cittadinanza e del reddito, fino ad arrivare a chi ha il minore potere contrattuale.

La catena della conciliazione segue con precisione millimetrica le linee della cittadinanza e del reddito, fino ad arrivare a chi ha il minore potere contrattuale. Alla base di quella catena il mercato del lavoro rende poi praticamente impossibile il riconoscimento dei titoli conseguiti fuori dall’Unione, producendo l’ormai noto fenomeno della sovraistruzione: persone qualificate, impiegate molto al di sotto delle competenze che possiedono. A parità di titolo di studio, chi arriva da un paese extra UE guadagna meno. Soprattutto se è donna. E soprattutto se lavora nel settore della cura.

Un ulteriore paradosso arriva poi sui salari. Lo svantaggio retributivo di chi ha cittadinanza straniera cresce insieme al titolo di studio: si allarga fra le persone diplomate e raggiunge il livello più alto fra le persone laureate. In altri termini, il rendimento economico dell’istruzione cambia a seconda del passaporto e l’investimento in istruzione rende progressivamente sempre meno.

Su tutto questo, il 2026 ha costruito un’architettura ambiziosa. A maggio di quest’anno, le imprese certificate UNI/PdR 125 superano le 11.200 unità, in crescita del 24%, spinte dal D.Lgs. 96/2026 sulla trasparenza retributiva e dagli esoneri contributivi permanenti fino a 50.000 euro per impresa.

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Fonte: FactoryA

Autore: Azzurra Rinaldi

Articolo tratto interamente da FactoryA


Il paradosso degli stipendi italiani



Articolo da Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

L’Italia celebra 643 miliardi di esportazioni mentre i salari reali dei suoi lavoratori crollano più che in qualunque altra grande economia avanzata. Non è una contraddizione: è il meccanismo. Vale la pena guardare chi lo tiene in piedi e chi ne paga il conto.

Nella primavera dell’anno scorso, nei capannoni dei distretti farmaceutici tra Firenze, Latina e la Brianza, si è lavorato a ritmi che pochi ricordavano. Container su container di medicinali diretti negli Stati Uniti, spediti in fretta, prima che i dazi di Donald Trump entrassero in vigore. Gli importatori americani riempivano i magazzini. Le linee di confezionamento andavano avanti. Da quei mesi arriva, in buona parte, il record di cui oggi si mena vanto.

Nelle stesse settimane, in quelle stesse città, quasi cinque milioni e mezzo di persone in Italia non potevano permettersi un pasto con carne o pesce ogni due giorni. Poco meno della metà della popolazione non è riuscita a mettere da parte un euro. Un milione e duecentottantamila bambini vivono in povertà assoluta: non povertà come modo di dire, ma l’impossibilità documentata di accedere al minimo indispensabile per una vita decente.

Sono lo stesso Paese, lo stesso anno, gli stessi dodici mesi. E qui comincia il problema.

Da settimane circola un post che ripete come un mantra: 643 miliardi di export, 50,7 miliardi di avanzo commerciale, l’Italia quarta potenza esportatrice del pianeta. Ci si commuove per la resilienza delle nostre imprese. Si conclude che il declino era una favola triste raccontata dai disfattisti. Poi si torna a fare la spesa e ci si accorge che qualcosa, nel racconto, non torna.

Non torna perché il numero è vero e la conclusione è falsa. Sono due cose diverse, e distinguerle è l’unico modo per non farsi prendere in giro.

1. Il record esiste. Guardiamolo da vicino

Cominciamo da ciò che è documentato. Nel 2025, secondo l’Istat, le esportazioni italiane di beni hanno raggiunto 643,2 miliardi di euro, il 3,3 per cento in più dell’anno prima. L’avanzo commerciale è salito a 50,7 miliardi dai 48,3 del 2024, aiutato non poco dal calo del prezzo dell’energia che ha alleggerito il conto delle importazioni. Fin qui, tutto giusto.

Ma quel 3,3 per cento va aperto, come si apre un pacco per vedere che cosa c’è davvero dentro. I volumi esportati, cioè la quantità di merce fisica uscita dai confini, sono cresciuti dello 0,7 per cento. I valori medi unitari, cioè i prezzi, del 2,6. Vuol dire che circa quattro quinti del trionfo non sono roba prodotta in più: sono roba venduta a più caro prezzo.

Non è un dettaglio contabile. Se aumentano le quantità, servono più turni, più assunzioni, più fornitori, più officine che lavorano. Se aumentano i prezzi, aumentano i margini. E i margini, questo lo sappiamo tutti, non si trasformano in salario per gravitazione naturale. Bisogna che qualcuno li contratti, li tassi, li redistribuisca. In Italia, da vent’anni, non succede.

2. Quarti secondo chi, e con quale metro

Sul podio, poi, bisogna intendersi. La medaglia è arrivata il 21 novembre 2025, quando l’Ocse ha rilevato che nel terzo trimestre le esportazioni italiane, espresse in dollari correnti e destagionalizzate, avevano superato quelle giapponesi. Lo ha scritto per primo il quotidiano francese Les Echos, e da lì la notizia è rimbalzata sui canali di governo con l’enfasi che si riserva alle imprese sportive.

Il guaio è che la stessa affermazione, riferita al 2024, era già stata smentita nero su bianco. I dati Ocse collocavano l’Italia al sesto posto escludendo i Paesi Bassi, al settimo includendoli. Non quarta, come avevano ripetuto per mesi la presidente del Consiglio e diversi ministri. E la smentita più imbarazzante è arrivata dal governo stesso: nell’introduzione al Piano d’azione per l’export, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scritto che l’Italia è il sesto esportatore mondiale. Nero su bianco, firmato.

Anche oggi la posizione balla a seconda di come si tiene il metro. ICE Agenzia, che di export si occupa per mestiere, colloca l’Italia al quinto posto mondiale nei manufatti, con una quota del 3,26 per cento. Basta decidere se escludere Rotterdam, dove metà delle merci olandesi si limita a transitare; se contare tutto l’interscambio o solo i prodotti industriali; se guardare un trimestre o un anno intero; se convertire in dollari in un anno in cui l’euro si è rivalutato parecchio, gonfiando meccanicamente ogni cifra europea.

Nessuna di queste scelte è truffaldina. Ma sono scelte. E chi presenta il risultato finale come un fatto di natura, senza dire quale metro ha usato, sta facendo propaganda, non statistica.

Resta la domanda che nessuna classifica risolve. Ammettiamo pure che siamo quarti. Quarti in che cosa? Nel vendere merci fuori dai confini. Non nel benessere di chi quelle merci le fabbrica.

3. Il miracolo si chiama farmaci. E scorte

Qui il castello mostra le crepe. Dei 3,3 punti di crescita dell’export, ben 2,5 vengono da un solo comparto: quello farmaceutico, chimico-medicinale e botanico, cresciuto del 28,5 per cento fino a circa 69 miliardi di euro. Oggi vale l’11,3 per cento dell’export manifatturiero, più del doppio del 5 per cento che valeva nel 2015. Tutto il resto arranca: la meccanica, che è il primo settore per valore, è rimasta ferma; la moda e la chimica sono arretrate; gli autoveicoli hanno perso a doppia cifra.

Togli i farmaci e il record svanisce. Semplicemente non c’è.

E i farmaci hanno corso per un motivo che nessuno, tra chi festeggia, ha voglia di spiegare. Le vendite negli Stati Uniti sono balzate del 54 per cento, a 15,4 miliardi, perché gli importatori americani hanno fatto incetta di scorte prima che scattassero i dazi, e perché una fetta di quei flussi è commercio interno tra le filiali delle multinazionali. Non lo dice un economista ostile al governo: lo dice Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che ha ammesso apertamente come i numeri del 2025 riflettano un accumulo di scorte capace di assorbire quote dell’export del 2026.

Tradotto: una parte di quel record è export del prossimo anno anticipato a quest’anno. Contabilità, non rinascita industriale.

Il resto del quadro americano lo conferma. Le vendite verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2 per cento nonostante un dazio medio effettivo salito di quasi dodici punti, fino al 14 per cento. Ma nello stesso anno le importazioni dagli Stati Uniti sono aumentate di circa il 36 per cento e il saldo con Washington si è ridotto da 38,8 a 34,2 miliardi. L’area studi della CNA ha usato un’espressione precisa: illusione ottica.

C’è poi un particolare che dovrebbe togliere il sonno a chi parla tanto di sovranità. Nel 2025 abbiamo importato prodotti farmaceutici di base per 25,4 miliardi di euro. Nel 2020 erano 5,3. Ne esportiamo per circa tre. I principali fornitori sono Stati Uniti e Cina, per quasi diciannove miliardi. Il settore che tiene in piedi il primato nazionale dipende dall’estero per i principi attivi. Se domani si chiude un rubinetto, non è solo l’export che si ferma: sono le medicine negli ospedali.

4. Il numero che nel post non c’è

Se l’export fosse il motore che ci raccontano, l’economia dovrebbe correre. Invece nel 2025 il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,5 per cento. La domanda interna ha portato 1,5 punti di crescita. La domanda estera netta ne ha tolti 0,7.

Va riletta lentamente, questa riga, perché rovescia l’intera narrazione. Nell’anno del record di export, il commercio con l’estero ha sottratto crescita all’Italia. Non è un’opinione di sinistra: è la contabilità nazionale dell’Istat. In volume le esportazioni di beni e servizi sono cresciute dell’1,2 per cento, le importazioni del 3,6. Compriamo dall’estero più in fretta di quanto vendiamo. Quello che tiene in piedi il PIL italiano, oggi, è ciò che consumiamo e investiamo in casa, cioè esattamente la cosa che vent’anni di politiche salariali hanno strozzato.

Il contorno lo conosciamo: deficit al 3,1 per cento, appena sopra la soglia che avrebbe permesso di uscire in anticipo dalla procedura europea; debito salito al 137,1 per cento dal 134,7; pressione fiscale al 43,1 per cento, due punti in più in due anni, pagata in larghissima parte da chi ha il reddito scritto in busta paga e non può nasconderlo.

Poi c’è il consueto esercizio consolatorio: guardate la Germania, ferma allo 0,2 per cento. Vero. Ma la Germania è un’altra economia costruita sull’export, colpita dagli stessi dazi, dallo stesso euro forte, dalla stessa concorrenza cinese. Sta annegando nella nostra stessa piscina. Nel frattempo la Cina, che quelle quote se le sta prendendo, ha chiuso l’anno al 5 per cento. Misurarsi con chi sta peggio per sentirsi in salute è una tecnica di sopravvivenza psicologica, non una politica economica.

5. Chi esporta, e perché non sei tu

C’è un’immagine che accompagna da sempre il racconto del made in Italy: il piccolo imprenditore testardo che dal capannone di provincia conquista i mercati del mondo. È un’immagine bellissima. I dati la smentiscono.

Gli operatori all’esportazione in Italia sono 126.491. Quelli che vendono all’estero per più di cinquanta milioni di euro sono l’1,1 per cento del totale e fanno il 60,2 per cento delle vendite. ICE Agenzia scrive senza giri di parole che la crescita del triennio 2023-2025 è attribuibile soprattutto alle imprese più grandi e alle multinazionali, in particolare a quelle a controllo estero. Tutte le imprese non multinazionali, messe insieme, valgono circa un quinto dell’export nazionale.

Le imprese controllate dall’estero, nel 2023, erano 18.825: lo 0,4 per cento delle aziende attive in Italia. Meno di quattro ogni mille. Quelle quattro ogni mille producono il 21 per cento del fatturato nazionale, 887 miliardi, e il 17,5 per cento del valore aggiunto. Soprattutto realizzano 203 miliardi di esportazioni, il 35,8 per cento del totale, e 228 miliardi di importazioni, quasi la metà di tutto ciò che entra. Dieci anni fa la loro quota sull’export era il 27,4 per cento. Oggi è più di un terzo, e sale.

Una parte consistente di questi flussi non è nemmeno commercio nel senso comune del termine: è movimentazione interna ai gruppi. L’Istat rileva che nella fabbricazione di altri mezzi di trasporto, nelle altre industrie manifatturiere e nella metallurgia le importazioni infragruppo superano il 64 per cento.

Va detto con onestà, perché la propaganda si combatte con la precisione e non con lo slogan: questo non significa che ogni euro prodotto in Italia voli all’estero. Le tasse sugli utili realizzati qui si pagano qui, i salari si pagano qui, i fornitori sono in gran parte italiani, e le filiere collegate alle imprese estere attivano un valore aggiunto complessivo stimato in 398 miliardi, più del doppio di quello diretto. Chi lavora in una multinazionale tedesca a Pordenone non è un traditore della patria: è un lavoratore italiano che porta a casa uno stipendio.

Significa un’altra cosa, e riguarda il potere. Quando i centri decisionali, i brevetti, la ricerca e la destinazione finale degli utili stanno altrove, altrove si decide se quello stabilimento resta aperto, se quella linea viene delocalizzata, se quel contratto si rinnova. Il saldo commerciale ci dice dove le merci attraversano il confine. Non ci dice chi comanda, e non ci dice chi incassa. Confondere le due cose è comodo per chi governa e costoso per chi lavora.

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Fonte: Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

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Articolo tratto interamente da Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

Immagine generata con intelligenza artificiale



13 agosto 1935 – Disastro di Molare: un'esondazione del lago di Ortiglieto dovuta al crollo di una diga provoca 111 vittime



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Con disastro di Molare (ricordato anche come catastrofe dell'Ortiglieto o della sella Zerbino), s'intendono i drammatici avvenimenti legati all'esondazione del lago di Ortiglieto, avvenuta il 13 agosto 1935 in provincia di Alessandria.

Nel 1906, sulla base di studi del Politecnico di Milano iniziati negli ultimi anni del XIX secolo, la Società per le Forze Idrauliche della Liguria chiese e ottenne dai comuni della valle circostante l'Orba la possibilità di sfruttare le acque di quel torrente per produzione di energia idroelettrica. La concessione fu revocata nel 1916 per inadempienze contrattuali e, nello stesso anno, subentrò alla SFIL la Officine Elettriche Genovesi (OEG), che riprese il progetto di creare un bacino chiuso da una diga alta circa 35 metri al Bric Zerbino[1].

Una prima esondazione dell'Orba, che nel 1915 aveva alluvionato Ovada, non aveva scoraggiato gli ingegneri, i quali diedero ufficialmente il via nel 1917 ai lavori, che procedettero con lentezza all'inizio, per poi conoscere una seconda, frenetica fase dopo il 1923, anno in cui si verificò peraltro il disastro del Gleno. Il progetto fu modificato radicalmente in corso d'opera; rispetto al disegno originale il muro fu alzato di oltre 10 metri e, per ovviare al varco aperto da una sella (la sella Zerbino), fu sbrigativamente costruita una seconda diga in calcestruzzo, alta 15 metri circa.
Nel 1925 l'opera poteva dirsi finita: gli sbarramenti diedero vita ad un lago artificiale a forma di C, detto di Ortiglieto, lungo 5 chilometri e largo 400 metri, che bagnava i comuni di Molare e Rossiglione[2].

Assieme alla diga era stato costruito un impianto idroelettrico dell'OEG, privo di stazioni pluviometriche. La principale centrale elettrica era quella di Molare, in frazione Madonna delle Rocche. Vi erano due scaricatori principali che riversavano l'acqua nell'Orba: uno con valvola a campana, l'altro sul fondo. Quest'ultimo provocava alla struttura vibrazioni ed il suo utilizzo fu presto limitato e poi completamente evitato[1].

Nel 1926 gli abitanti di Grillano lamentarono difficoltà nell'attraversare il guado che collegava la loro frazione al centro di Ovada: il motivo era l'ingrossarsi del fiume nei periodi di svuotamento del bacino. La conseguenza fu un regio decreto legge che garantì all'OEG lo sfruttamento dell'Orba, con l'obbligo però di approfondimenti riguardo agli studi sul terreno. In effetti ad ulteriori ricerche non fu mai dato il via per cui ad alcune perdite della sella Zerbino si rimediò con iniezioni di calcestruzzo[1].

 L'estate del 1935 era stata particolarmente siccitosa; l'OEG programmò dunque un taglio della produzione elettrica e il blocco degli scarichi della diga.

All'alba di martedì 13 agosto straordinarie precipitazioni iniziarono ad abbattersi improvvisamente sulle valli di Orba e Stura: in meno di otto ore, e con un periodo di relativa calma tra le 11 e mezzogiorno, caddero sulla zona oltre 40 centimetri di pioggia.

Nonostante l'esondazione la diga maggiore, che preoccupava di più i tecnici e gli operai di Ortiglieto, evitò il crollo: resse per la robustezza del terreno sottostante, pur inumidito dall'acqua[3]. Lo stesso non successe con lo sbarramento secondario, quello della sella Zerbino, che cadde riversando nell'Orba già in piena un fronte d'acqua fangosa largo due chilometri[4] e alto venti metri, della portata di oltre 30 milioni di metri cubi[2]

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La storia di Florence Nightingale



Articolo da Enciclopedia delle donne

Riverita e detestata, riformatrice e conservatrice, l’eminente vittoriana nasce durante un soggiorno dei genitori, ricchi proprietari terrieri, a Firenze: da qui il nome Florence, poi abbreviato in Flo. Del resto la sorella, nata a Napoli l’anno prima, aveva ricevuto quello di Parthenope, abbreviato in Parthe. Le ragazze crescono in Inghilterra, fra la tenuta di Embley Park dove Flo si sente prigioniera - scrive nel diario e a conoscenti -, quella estiva di Lea Hurst, e gli appartamenti di Londra due volte all’anno per i ricevimenti. Una governante insegna loro musica, recitazione e ballo; William impartisce alle figlie lezioni di greco, latino, italiano, francese, tedesco, storia, filosofia e matematica. L’impegnativo corso di studi appassiona Flo e la lega al padre, ma annoia Parthe che si ribella e si rifugia da Fanny. Devota e possessiva verso la sorellina, Parthe aiuterà poi la madre nei suoi tentativi di frustrarne le imprese, considerate non confacenti a una signora. In età di matrimonio Flo respinge ben tre pretendenti, l’ultimo dei quali sposerà Parthe. A 17 anni si era sentita “chiamata da Dio a servire l’umanità” e a 24 annuncia alla famiglia che diventerà infermiera. All’epoca è un lavoro da sguattere con una reputazione di brutalità e alcolismo, Fanny e Parthe sono scandalizzate e lo saranno sempre. Trovano inammissibile che una giovane perbene si immerga nei “libri azzurri”, i primi rapporti sulla salute pubblica inglese pubblicati dal 1844 al 1852. Nel 1847 William finanzia invece il viaggio della sua prediletta - in compagnia degli amici Charles e Selina Bracebridge - attraverso l’Italia, l’Egitto, la Grecia e la Germania. A Roma, Flo incontra l’uomo politico Sidney Herbert del partito conservatore, intermittente ministro per la guerra dal 1845 al 1861; con lui stringe un’amicizia che durerà con qualche screzio fino alla morte premature di lui. A Kaiserswerth, vicino a Dusseldorf, visita un ospedale per i poveri gestito da diaconesse luterane, che descrive con ammirazione in The Institution of Kaiserswerth on the Rhine, e nel quale torna pochi mesi dopo come studentessa per prendere il diploma di infermiera.

Nel 1853 lascia definitivamente Embley Park. Il padre ha deciso di versarle una pensione annua di 500 sterline (circa 40.000 euro del 2010), perché possa essere indipendente, abitare a Londra e prendere la direzione di un ricovero per gentildonne prive di risorse. Con il contributo della zia Mai, sorella del padre, lo rinnova da cima a fondo - impianti idraulici, biancheria, vitto, contabilità - e forma il personale. L’esperimento su piccola scala le sarà presto utile.

Nel 1854 l’Impero britannico, alleato della Turchia, entra in guerra contro la Russia che vuol conquistare Costantinopoli, e manda una spedizione in Crimea. I primi successi sono seguiti da notizie allarmanti sui soldati feriti e malati lasciati morire senza assistenza. Il 21 ottobre, con l’autorizzazione di Sidney Herbert, di nuovo ministro della guerra, Flo parte insieme a 38 infermiere tra cui la zia Mai per Scutari, sede dell’ospedale militare britannico. Trova diecimila soldati in condizioni disumane di sporcizia e di abbandono che si contagiano l’un l’altro con malattie infettive; mancano tutte le attrezzature, persino l’acqua è razionata, I rifornimenti sono rallentati da regolamenti assurdi, e gli alti ufficiali si disinteressano di truppe divenute inutilizzabili. La storia è nota: lavorando giorno e notte con il suo seguito, Miss Nightingale impone procedure igieniche e razionali. I comandi militari non tollerano di veder usurpata la propria autorità. Cercano di sabotare il successo dell’intrusa, un’arrogante, e screditarla presso il suo amico ministro, ma è appoggiata in patria dal quotidiano «The Times» che narra della “Signora della Lampada”, l’angelo che anche di notte veglia e assiste.

L’angelo torna nel 1855 a Londra e chiede che una commissione indaghi sull’assistenza medica militare, mentre un comitato presidiato dal duca di Cambridge raccoglie donazioni per un fondo Nightingale. Aiutata da Harriet Martineau, scrittrice e giornalista affermata, e dalla sua cerchia di intellettuali, Miss Nightingale esige anche una riforma completa della sanità militare. Si ammala di brucellosi, si riprende anche se resterà inferma, per il momento riparte per la Crimea a battagliare contro l’alto comando, indaga sulla sanità pubblica e militare in India, rientrare a Londra, scrive dossier per le sottocommissioni parlamentari e ministeriali nelle quali le donne non son ammesse e circa 15 mila lettere: a politici, personalità influenti, giornalisti e a un notevole di numero di parenti. Forma un proprio “cabinetto” strategico di amici e sostenitori che appoggiano i suoi progetti, mantengono i contatti con i politici e, soprattutto, raccolgono i dati clinici che lei analizza e, per rendere le statistiche comprensibili ai non addetti, rappresenta in grafici suggestivi: le famose “torte” e istogrammi più sofisticati. Dei progressi della medicina sa poco, crede nelle virtù salvifiche dell’igiene, di un ambiente sano e di una dieta appropriata, non nei microbi, eppure il suo best-seller Notes on Nursing che distingue tra terapia e assistenza, resta tuttora valido. 

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Fonte: Enciclopedia delle donne


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Articolo tratto interamente da Enciclopedia delle donne 


Dipinto del giorno

 

La barca di Dante di Eugène Delacroix


È giusto...


“È giusto essere costretti a vivere in un campo profughi, per terra dentro una baracca di alluminio o cartone insieme ai tuoi bambini, dove non si ha nulla da mangiare? Io credo sia un'ingiustizia.
Non si può investire sull'odio verso i migranti, come la politica italiana sta facendo. Per odiare chi poi? Non i responsabili della miseria e della povertà di queste persone, ma i più deboli. È una follia totale. Mi ricorda un processo iniziato un centinaio di anni fa e che ho paura possa ripetersi: il fascismo e il razzismo, che si basano per definizione sul rifiuto della differenza e dell'altro."

Gino Strada



Photo credit Matteo Masolini (Gino Strada #3) [CC BY-SA 2.0], attraverso Wikimedia Commons 


Chiediamo solo giustizia...

“Chiediamo solo giustizia e uguali diritti: il diritto al voto, il diritto ad avere i nostri guadagni e l'uguaglianza di fronte alla legge.” 

Lucy Stone