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sabato 18 aprile 2026

Dicono che noi riusciamo a vivere senza troppa fatica...

"Dicono che noi riusciamo a vivere senza troppa fatica grazie soltanto all'automatismo che ci rende inconsapevoli di gran parte dei nostri movimenti. Per fare un sol passo, a quanto sembra, spostiamo un'infinità di muscoli e tuttavia, in virtù dell'automatismo, non ce ne rendiamo conto. Lo stesso avviene nei nostri rapporti con gli altri."

Alberto Moravia


La storia


"La storia non è un cammino dritto verso il progresso, ma un groviglio di sofferenze, di passi avanti e di cadute rovinose nel fango. Eppure, in quel fango, c’è sempre qualcuno che solleva la testa, che rifiuta di piegare la schiena davanti al padrone di turno. È quella scintilla di dignità, quella testardaggine nel non voler essere schiavi, che impedisce al mondo di precipitare nell'oscurità definitiva."

Valerio Evangelisti


73 giorni di schiavitù: 1 euro e 54 centesimi l’ora!


C’è una notizia che arriva dal Bresciano e che non può lasciarci indifferenti. Non è una questione di cronaca locale, è un pugno nello stomaco che riguarda tutti noi.

Un bracciante, un uomo arrivato qui con la speranza di un futuro, è stato intrappolato in un incubo durato 73 giorni consecutivi. Senza una domenica, senza un pomeriggio di riposo, senza un istante per respirare. Il tutto per la miseria di 1,54 euro l’ora.

Provate a pensarci mentre tenete in mano un calice di vino: 1,54 euro. Meno del prezzo di un caffè al banco per un’ora di fatica tra i filari.

Spesso pensiamo al caporalato come a qualcosa di lontano, un retaggio di terre distanti. E invece eccolo qui, nel cuore produttivo del Nord, mimetizzato tra le eccellenze del nostro Made in Italy. È un sistema che non si limita a pagare poco; si nutre del ricatto, della vulnerabilità e dell'invisibilità di chi non ha voce.

Non si può parlare di "eccellenza" se dietro un’etichetta c’è la schiavitù. La qualità di un prodotto deve passare necessariamente per la dignità di chi lo produce. Se il prezzo per la competitività è il calpestamento dei diritti umani più basilari, allora quel sistema è fallito.

Dobbiamo pretendere trasparenza. Dobbiamo chiederci quanto vale davvero quel vino che compriamo a poco prezzo o quel brand che punta tutto sul marketing ma chiude gli occhi sulla propria filiera.

Il lavoro nobilita l'uomo, dicono. Ma questo non è lavoro: è sfruttamento. E il silenzio, in questi casi, è solo un'altra forma di complicità.

Autore: Lupo rosso

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Nuove restrizioni al diritto di sciopero: il governo accelera




Articolo da
 La Città Futura


La longa manus dei padroni si serve della Commissione di Garanzia sugli Scioperi per limitare fortemente il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali

Con la Deliberazione n. 26/88 dell’11 Marzo scorso la Commissione di Garanzia sugli Scioperi ha introdotto una nuova interpretazione della L. 146/1990, ritenendo “superate” tutte le precedenti letture. Dal momento che l’oggetto della questione è rappresentato dalla limitazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, la cui esecuzione è regolata proprio dalla Commissione, la Deliberazione ha non solo rilevanza giuridica ma potrà avere valore sia in sede processuale che di contrattazione sindacale.

Lo stratagemma dietro alla limitazione

In base alla Legge del 1990 sono ritenuti essenziali “l’approvvigionamento di energie, prodotti energetici, risorse naturali e beni di prima necessità, nonché la gestione e la manutenzione dei relativi impianti, limitatamente a quanto attiene alla sicurezza degli stessi”[1]. La Commissione di Garanzia ha adottato un’interpretazione estensiva del concetto di approvvigionamento, considerandolo comprensivo de “l’intero insieme delle attività finalizzate alla distribuzione dei beni elencati nella norma” [2], ossia dell’intero indotto logistico relativo alle attività essenziali, inclusi i servizi di immagazzinamento dei beni.

Al fine di giustificare questa posizione – a nostro avviso estremistica, dal punto di vista giurisprudenziale – la Commissione cita il CCNL Logistica, Trasporto merci e Spedizione, firmato da CGIL, CISL e UIL, secondo cui “la necessità di garantire il regolare approvvigionamento dei beni (…) comprende, oltre al trasporto, l’intera filiera logistica, dalla movimentazione al deposito, dalla custodia alla conservazione”[3]. Non per nulla, in una nota del 17 Marzo, la Commissione aveva rimarcato che “le parti sociali, con la sottoscrizione del CCNL Logistica, Trasporto merci e Spedizione, hanno autonomamente accolto tale posizione interpretativa”[4].

Includendo la logistica nell’ambito applicativo della norma si va affermando una logica politica che mira esplicitamente ad ampliare i settori giudicati ‘essenziali’ e per questo sottoposti a una norma anti sciopero come la 146 del ’90 (con tanto di successive modifiche che ne hanno inasprito l’impianto sanzionatorio e repressivo). E infatti la medesima logica viene estesa alla gran parte della filiera logistica, laddove la Commissione esplicita che la L. 146/1990 non potrà essere elusa nemmeno nel caso “l’azienda movimenti anche beni di altro tipo, neppure quando i soggetti proclamanti dichiarino che l’azione di sciopero non interesserà le attività aziendali finalizzate alla movimentazione dei beni essenziali”[5].

Precettare e reprimere

Pertanto d’ora in avanti sarà molto più semplice, per gli imprenditori logistici, richiedere un intervento della Commissione al fine di precettare il sindacato inosservante della norma oppure ottenere rapidamente l’intervento repressivo delle Forze dell’Ordine per rimuovere un picchetto davanti a un qualche magazzino, perché potranno più facilmente dimostrare che le proprie attività d’impresa facciano parte dei servizi pubblici essenziali, anche quando ciò non fosse affatto vero. Questo aspetto, inoltre, varrà anche per gli scioperi nazionali della logistica, dal momento che secondo la Commissione la nuova interpretazione normativa andrà applicata anche “quando l’astensione collettiva riguardi non singole aziende, ma l’intero settore della logistica”.[6]

Un evidente attacco al diritto di sciopero: profili di incostituzionalità

L’interpretazione della Commissione è a nostro avviso fuorviante – oltre che, in termini generali, incostituzionale –, in quanto contraddice la ratio originale della L. 146/1990, che era esplicitamente quella di bilanciare il diritto della popolazione ai servizi pubblici essenziali con l'eguale diritto, della stessa, a scioperare. La Legge difatti era stata scritta “Allo scopo di contemperare l'esercizio del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della persona”[7] e ‘contemperare’ vuol dire ‘armonizzare’, ‘conciliare’ allo scopo di creare un equilibrio.

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Appalti, subappalti e salari al ribasso: l’ingranaggio che produce miseria



Articolo da World Politics Blog

Nel dibattito sullo sfruttamento del lavoro non basta denunciare i contratti pirata: occorre mettere in discussione appalti, subappalti, salari insufficienti, lavoro nero e filiere opache, per capire come il ribasso strutturale del costo del lavoro continui a produrre miseria e precarietà.

Basta non applicare i contratti pirata per scongiurare lo sfruttamento della forza lavoro?

E tutti i contratti siglati da Cgil, Cisl, Uil sono dignitosi e tali da garantire condizioni retributive accettabili e con effettivo potere di acquisto?

E per quale ragione negli appalti e nei subappalti troviamo contratti indecorosi, assenza di salario accessorio? E il lavoro nero, dopo tanti anni, è ancora al suo posto: qualcuno vuol spiegarci la ragione di questo fenomeno endemico?

Il problema è un altro: non si può parlare di salari senza rivedere le dinamiche contrattuali, i sistemi di calcolo dei rinnovi, senza smontare le norme in materia di immigrazione, modificando le regole statistiche per le quali bastano due giorni di lavoro all’anno per essere annoverati tra gli occupati.

Il lavoro nero è diffuso in varie regioni, esempi di caporalato ve ne sono anche al Nord e non solo nelle regioni meridionali, come si evince da articoli della stampa e inchieste della Magistratura; dovremmo comunque parlare degli organi ispettivi a corto di personale, della disattenzione cronica della medicina del lavoro, mai depotenziata come ai nostri giorni.

Siamo consapevoli di mettere troppa materia al fuoco, ma i vari aspetti del problema, sfruttamento della forza lavoro, si connettono con altre questioni.

Proviamo allora ad affrontare due soli argomenti.

I soggetti chiamati a presidiare legalità, vigilanza e rappresentanza possono svolgere appieno il loro compito?

In diversi casi hanno le mani legate, tra organici risicati e normative inadeguate; nel corso degli anni, poi, le norme che disciplinano salute e sicurezza sono state addolcite a favore della parte datoriale. Tuttavia, potremmo anche parlare della carenza di strumenti e di figure professionali negli apparati ispettivi; ove poi sono maggiormente radicati e ramificati appalti e subappalti, i bassi salari, le inadeguate tutele individuali e collettive sono più facili da reperire.

Spesso si fa riferimento ai contratti siglati dai sindacati rappresentativi, senza mai chiedersi se questi accordi siano rispondenti ai principi di equità e dignità; in presenza di contenziosi legali, il riferimento va all’art. 36 Cost., ossia al principio della retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Questo principio si scontra con i contratti siglati dai sindacati rappresentativi, che invece vanno, non sempre ma frequentemente, in direzione opposta.

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Articolo tratto interamente da World Politics Blog

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La (maledetta) stratificazione della classe operaia



Articolo da El Salto

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su El Salto

Gli strati superiori della classe operaia detengono il potere sugli strati inferiori e, proprio come qualsiasi altro strato superiore, possiedono il potere della narrazione e il privilegio dell'invisibilità.

Se esiste un concetto chiave per comprendere alcune delle lacune delle lotte operaie e del pensiero anticapitalista europeo, o meglio ancora, se esiste un concetto utile per prevenirle, questo è la stratificazione della classe operaia, che possiamo far risalire, in linea di massima, allo stesso Engels nel suo testo del 1845,  *La condizione della classe operaia in Inghilterra*. Non si tratta di un'invenzione postmoderna, bensì del fondamento stesso degli studi canonici per comprendere il funzionamento del capitalismo. Persino per coloro che insistono sullo slogan di "un'unica classe operaia", anche da questa prospettiva, la questione è ineludibile.

La stratificazione della classe lavoratrice è un meccanismo basilare, essenziale e intrinseco del capitalismo, concepito per dividerla e indebolirla. Come la divide? Introducendo al suo interno altri fattori di disuguaglianza. Il genere è uno di questi (i lavoratori sono sistematicamente diseguali anche come classe lavoratrice, ad esempio, in termini di divisione sessuale del lavoro, salari e accesso al diritto stesso al lavoro retribuito); la discriminazione razziale è un altro esempio, sebbene non esclusivo, con l'abisso della tratta degli schiavi che merita una menzione a parte; e la condizione dei lavoratori nativi rispetto agli stranieri (o outsider), anch'essa non esclusiva, tra le altre disuguaglianze. Come opera questa stratificazione? Concedendo più diritti ad alcuni all'interno della classe lavoratrice rispetto ad altri, costringendoci così alla competizione. Esistono innumerevoli esempi di queste pratiche, dagli scioperi dei minatori di Berguedà, in Catalogna, dove i datori di lavoro approfittarono delle migrazioni interne per sostituire i lavoratori organizzati, al caso emblematico degli scioperi dei minatori di carbone americani del 1873, in cui gli scioperanti bianchi americani furono rimpiazzati da americani razzializzati e migranti italiani: entrambi gruppi con un potere organizzativo e di resistenza di gran lunga inferiore, poiché partivano da situazioni persino peggiori di quelle dei minatori in sciopero, per quanto difficile possa sembrare. Saïd Bouamama, nella sua opera fondamentale * Dalle classi pericolose al nemico interno *, cita numerosi casi di questo tipo.

Il programma del Partito dei Lavoratori Francese, elaborato da Jules Guesde e Paul Lafargue nel 1883, descriveva lo sfruttamento capitalistico della manodopera immigrata: «Per derubare di più i lavoratori francesi, gli industriali francesi ricorrono ai lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri (belgi, tedeschi, italiani, spagnoli), cacciati dai loro paesi dalla povertà [...] sono condannati ad accettare le condizioni del datore di lavoro e a lavorare per salari che i lavoratori locali rifiutano».

Mettere a tacere le disuguaglianze all'interno della classe lavoratrice non le fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà continua a esistere, ostinatamente, per quanto non venga nominata.

Se non comprendiamo e non osserviamo questo meccanismo, non possiamo né comprendere né resistere al capitalismo. Mettere a tacere la disuguaglianza all'interno della classe operaia non la fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà persiste, ostinatamente, per quanto rimanga inespressa. Come nel resto della struttura sociale, gli strati superiori della classe operaia esercitano potere sugli strati inferiori e, come ogni altro strato superiore, controllano la narrazione e godono del privilegio dell'invisibilità. E abusano di questo potere quando negano la stratificazione nell'unico caso in cui negarla li avvantaggia: quando si tratta di sottolineare che il sistema stesso ci divide all'interno della classe operaia e ci pone in situazioni di disuguaglianza al suo interno. Engels la chiamava "l'aristocrazia operaia". Eventuali lamentele, per favore, vanno indirizzate a lui.

La regolarizzazione della popolazione migrante è una buona notizia per l'intera classe lavoratrice, poiché ci rafforza come classe, garantendo a un maggior numero di lavoratori il diritto di organizzarsi e di resistere agli abusi.

Conoscere, comprendere e smettere di mettere a tacere questo meccanismo è essenziale per capire (e far capire agli altri) che la regolarizzazione della popolazione migrante, ad esempio, è una buona notizia per l'intera classe lavoratrice, poiché ci rafforza come classe, dando a più lavoratori il diritto di organizzarsi e resistere agli abusi.

E serve anche, se posso aggiungere, a comprendere la disuguaglianza intrinseca alle migrazioni interne del modello di sviluppo franchista. Sessant'anni dopo, c'è ancora chi cerca di impedirci di studiarle perché "ehi! i poveri erano ovunque". E sì, certo, ma tra un povero che emigra e uno che rimane a casa c'è disuguaglianza: erano tutti lavoratori, erano tutti poveri, ma solo alcuni erano, e come altri lo sono oggi, migranti.

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Fonte: El Salto

Autore: Brigitte Vasallo

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Articolo tratto interamente da El Salto


La lotta fratricida che ha distrutto il futuro del Sudan


Articolo da Valigia Blu

A Berlino, nel giorno del terzo anniversario della guerra, António Guterres ha rimesso il Sudan davanti a una realtà che la diplomazia continua a rincorrere senza riuscire a cambiarla. Nel videomessaggio inviato alla Conferenza internazionale umanitaria per il Sudan, il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito il conflitto una tragedia che ha devastato un paese “di immense promesse”, ha chiesto un cessate il fuoco immediato, la fine delle interferenze esterne e un percorso politico civile e inclusivo. "Sono profondamente preoccupato dal fatto che armi e combattenti continuino ad affluire in Sudan, consentendo al conflitto di protrarsi e di estendersi in tutto il paese", ha detto Guterres. 

Tre anni dopo l’inizio della guerra, il Sudan entra così nel suo quarto anno senza una via d’uscita e con un costo umano sempre più pesante. In vaste aree del paese lo Stato non protegge, non cura, non garantisce più nemmeno l’accesso regolare a cibo, acqua, servizi essenziali e sicurezza. Fame, persecuzioni e violenza sessuale fanno parte del modo in cui questa guerra viene combattuta.

Lo scontro tra il capo delle Forze armate sudanesi Abdel Fattah al-Burhan e il leader delle Forze di Supporto Rapido Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, è esploso apertamente nell’aprile 2023, dopo mesi di tensioni. I due avevano già guidato insieme il colpo di Stato del 2021 che aveva travolto il governo di transizione nato dopo la rimozione di Omar al-Bashir. Da allora il paese è precipitato in una guerra che non ha prodotto né una vittoria né uno sbocco politico, ma solo una devastazione sempre più profonda .L’esercito controlla gran parte dell’est del Sudan, mentre le RSF mantengono il Darfur e parti del sud-est; nel frattempo la guerra con i droni ha aperto un’ulteriore fase di escalation, con almeno 700 civili uccisi nel solo 2026 secondo le Nazioni Unite.

Il Darfur resta il luogo in cui questa devastazione mostra il suo volto più feroce. A febbraio, la missione indipendente istituita dal Consiglio ONU per i diritti umani ha parlato di “segni distintivi del genocidio” per quanto accaduto a El Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, e ha scritto che l’intento genocidario è l’unica conclusione possibile" da trarre dal modello di uccisioni etnicamente mirate, violenza sessuale e distruzione sistematica contro le comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur. Nell’ottobre 2025, durante la presa della città da parte delle RSF, almeno 6 mila persone sarebbero state uccise in tre giorni.

In questo contesto, donne e ragazze continuano a pagare un prezzo altissimo. 12 milioni di persone sono a rischio di violenza sessuale e di genere, secondo Medici Senza Frontiere. Per l’ONG questi attacchi sono aumentati di oltre il 350 per cento dall’inizio della guerra. Tra gennaio 2024 e novembre 2025, nelle strutture sostenute dall’organizzazione in Darfur, sono state curate almeno 3.396 sopravvissute e sopravvissuti a violenze sessuali; nel 97 per cento dei casi si trattava di donne e ragazze. Già nel 2024 Human Rights Watch aveva documentato il ricorso alla schiavitù sessuale da parte di combattenti delle Forze di Supporto Rapido.

Quasi il 75 per cento della popolazione ha bisogno di aiuti, mentre milioni di persone sopravvivono con un solo pasto al giorno, secondo un rapporto pubblicato nei giorni scorsi da un gruppo di ONG. In Sudan 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e 14 milioni sono state costrette a lasciare la propria casa. Il piano umanitario per il 2026 stima che 28,9 milioni di persone si trovino in condizioni di insicurezza alimentare acuta. In alcune aree del Darfur Settentrionale e del Kordofan la carestia è già stata segnalata, mentre le organizzazioni umanitarie raccontano di persone costrette a nutrirsi di foglie o mangimi per animali.

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Fonte: Valigia Blu

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Articolo tratto interamente da Valigia Blu