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domenica 18 ottobre 2026

100 anni di Chuck Berry



Cent'anni fa nasceva un ragazzo di St. Louis destinato a cambiare per sempre il suono del Novecento.

Chuck Berry non è stato soltanto uno dei grandi protagonisti del rock'n'roll. Per molti, è stato il rock'n'roll. Con una chitarra tra le mani, un'energia contagiosa sul palco e canzoni che raccontavano sogni, ribellioni e libertà, ha dato voce a una generazione che cercava qualcosa di nuovo.

Brani come Johnny B. Goode, Roll Over Beethoven e Maybellene non hanno semplicemente segnato un'epoca: hanno costruito le fondamenta su cui si sono mossi i Beatles, i Rolling Stones e praticamente ogni artista rock venuto dopo.

La sua musica aveva qualcosa di raro: era immediata, potente e universale. Bastavano poche note per riconoscerla, pochi secondi per sentirsi trascinati nel suo mondo.

A cento anni dalla sua nascita, il lascito di Chuck Berry è ancora ovunque. Nei riff che ascoltiamo, nei concerti che ci emozionano, nelle chitarre che continuano a raccontare storie.

Perché alcune leggende appartengono al passato, altre, come Chuck Berry, continuano a vivere ogni volta che qualcuno alza il volume e lascia parlare il rock.

Autore: Mary B.

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Immagine generata con intelligenza artificiale

Un sistema di indottrinamento...


"Un sistema di indottrinamento che funzioni correttamente deve svolgere diversi compiti, alcuni piuttosto delicati. Uno dei suoi obiettivi è la massa stupida e ignorante. Devono essere mantenute in questo stato, distratte da semplificazioni maleducate e di grande forza emotiva, emarginate e isolate. In una situazione ideale, ogni persona dovrebbe trovarsi sola davanti allo schermo della propria TV, guardando sport, telenovelas o commedie, priva di strutture organizzative che consentano agli individui privi di risorse di scoprire quali sono i loro pensieri e le loro convinzioni nell'interazione con gli altri, formulare le proprie preoccupazioni e piani e agire per realizzarli. In questa situazione, si possono permettere loro di ratificare le decisioni prese da coloro che sono migliori di loro durante le elezioni tenute periodicamente e persino incoraggiarli a farlo. La "moltitudine canallesca" è il bersaglio appropriato dei mezzi di comunicazione e di un sistema di istruzione pubblica volto a generare obbedienza e formazione alle abilità richieste, compresa quella di ripetere slogan patriottici a volte opportuno. Il problema dell'indottrinamento è un po' diverso per coloro che ci si aspetta che parteciperanno al processo decisionale serio e all'esercizio del controllo: i gestori delle imprese, dello Stato e della cultura e i settori culturizzati in generale. Queste persone devono interiorizzare i valori del sistema e condividere le illusioni necessarie che ne consentano il funzionamento nell'interesse di coloro che concentrano nelle loro mani il potere e i privilegi. Ma devono anche avere una certa comprensione delle realtà del mondo, altrimenti non saranno in grado di svolgere i loro compiti in modo efficace. I mezzi elitari e i sistemi educativi devono trovare il modo di risolvere questi dilemmi, il che è un lavoro non facile. È interessante vedere nel dettaglio come si svolge questo lavoro, ma si tratta di qualcosa che va al di fuori dei limiti di queste osservazioni."

Noam Chomsky


Siate voci fuori dal coro...


"Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Siate il peso che inclina il piano. Siate sempre in disaccordo perché il dissenso è un’arma. Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma. Forse non cambierete il mondo, ma avrete contribuito a inclinare il piano nella vostra direzione e avrete reso la vostra vita degna di essere raccontata. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai."
Bertrand Russell




Oggi nessuno osa dissentire


"Oggi nessuno osa dissentire. Nessuno osa dire "il re va nudo" quando è chiaro che il re va nudo. Ci sta atrofizzando la capacità di pensare con la nostra testa, e credo che sia preferibile sbagliare piuttosto che tacere. Tutto tranne portare dentro il capobranco. Non possiamo continuare ad agire con fischietto, fischietto mentale. Il motivo? Credo che sia la paura della libertà di sempre. La gente ha paura di andare da solo; preferisce la gita programmata piuttosto che esplorare la giungla delle parole. È sempre successo. È la strada più facile. E io credo che non bisogna avere tanta paura di deragliare."

Carmen Martín Gaite

Questo è il destino della vita umana?


Pubblico uno dei più bei discorsi della storia, pronunciato da Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, svoltasi il 21 giugno 2012. 

"Autoritá presenti di tutte le latitudini e organismi, grazie mille. Grazie al popolo del Brasile e alla sua Sra. Presidentessa, Dilma Rousseff.
Esprimiamo la profonda volontá come governanti di sostenere tutti gli accordi che, questa, nostra povera umanitá, possa sottoscrivere.
Comunque, permettetteci fare alcune domande a voce alta. Tutto il pomeriggio si é parlato dello sviluppo sostenibile. Di tirare fuori le immense masse dalle povertá.

Che cosa passa nella nostra testa? Il modello di sviluppo e di consumo, che è l’attuale delle società ricche?

Mi faccio questa domanda: che cosa succederebbe al pianeta se gli indù in proporzione avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi?


Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Più chiaramente: possiede il Mondo oggi gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali? Sarà possibile tutto ciò?

O
dovremmo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione?

Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale stiamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo. Ma l’economia di mercato ha creato società di mercato. E ci ha rifilato questa globalizzazione, che significa guardare in tutto il pianeta.
 
Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa? È possibile parlare di solidarietà e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternità?

Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento. Ma al contrario: la sfida che abbiamo davanti è di una magnitudine di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, è politica!
L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo ... E la vita!
Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, così, in generale.

Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta.

Però loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto. Una lampadina elettrica, quindi, non può durare più di 1000 ore accesa. Però esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese!

Ma questo non si può fare perché il problema è  il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e così rimaniamo in un circolo vizioso.
Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che è ora di cominciare a lottare per un’altra cultura.
Non si tratta di immaginarci il ritorno all'epoca dell’uomo delle caverne, né di avere un monumento all'arretratezza. Però non possiamo continuare, indefinitamente, governati dal mercato, dobbiamo cominciare a governare il mercato.

Per questo dico, nella mia umile maniera di pensare, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: “povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più”.
Questa è una chiave di carattere culturale.

Quindi, saluterò volentieri lo sforzo e gli accordi che si fanno. E li sosterrò, come governante.
So che alcune cose che sto dicendo, stridono. Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e dell’aggressione al medio ambiente non è la causa.

La causa è il modello di civilizzazione che abbiamo montato.

E quello che dobbiamo cambiare è la nostra forma di vivere!

Appartengo a un piccolo paese molto dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, delle migliori al mondo. E circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne. È una semipianura e quasi il 90 per cento del suo territorio è sfruttabile.

I miei compagni lavoratori, lottarono tanto per le otto ore di lavoro. E ora stanno ottenendo le sei ore. Ma quello che lavora sei ore, poi si cerca due lavori; pertanto, lavora più di prima. Perché? Perché deve pagare una quantità di rate: la moto, l’auto, e paga una quota e un’altra e un’altra e quando si vuole ricordare … è un vecchio reumatico – come me – al quale già gli è passata la vita davanti!

E allora uno si fa questa domanda: questo è il destino della vita umana?

Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare.

Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!

Quando lottiamo per il medio ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento del medio ambiente si chiama felicità umana!"

Josè Pepe Mujica



Odio gli indifferenti




Odio gli indifferenti. Credo che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare.

Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti,
il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare... lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?
Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze.
Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti.
Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.


Vivo, sono partigiano.

Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.


Antonio Gramsci

Testo tratto da “la Città futura”-11 febbraio 1917 ; pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80.

L’autunno

"L’autunno fuori, la quiete dentro e tutt’intorno domenica. Certe mattine sono così: affettuose, rispettose, favolose. Profumate di sensazioni che rigenerano."

Gabriela Pannia