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lunedì 11 maggio 2026

Shireen Abu Akleh: la verità che ancora aspettiamo


Oggi, 11 maggio 2026, sono quattro anni esatti da quel giorno terribile. Quattro anni da quando Shireen Abu Akleh, giornalista palestinese di Al Jazeera, è stata uccisa da un colpo sparato da un soldato israeliano durante un’incursione a Jenin. Indossava il giubbotto antiproiettile e l’elmo con la scritta PRESS ben visibile. Stava facendo ciò che ogni società libera dovrebbe proteggere: raccontare, testimoniare, dare voce a chi non ne ha.

Ma la sua storia non è un’eccezione. Dal 2022 e soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 a Gaza, le forze israeliane hanno ucciso decine di reporter.

Penso a Wael Dahdouh, caporedattore di Al Jazeera, ferito gravemente dopo aver perso familiari e colleghi.

A Hamza Al Dahdouh e Ismail Al-Ghoul, colpiti in raid aerei.

A Anas al-Sharif, Mohammed Salama, Mariam Abu Daqa, uccisi nel 2025 in attacchi contro ospedali e aree civili.

Secondo il Committee to Protect Journalists e Reporters Sans Frontières, sono oltre 200 i giornalisti caduti a Gaza. L’ONU ne conta 247 dall’ottobre 2023. È la guerra più letale mai registrata per la stampa. E questi non erano combattenti. Erano lì per informare il mondo, nonostante tutto.

E la giustizia? Ancora niente. Nessun processo per Shireen. Nessuna responsabilità per gli altri.

Eppure il loro coraggio non svanisce. Resta. Brucia. Ispira.

È la prova che la verità, anche quando viene colpita, non si arrende.

Shireen, Wael, Hamza, e tutti voi: la vostra penna vale più di qualsiasi arma. Non vi dimenticheremo. Riposate in pace.

Autore: Partigiana Cyber

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Photo credit Al Jazeera Media Network, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


Giornalisti: sempre più consapevoli della violenza digitale, ma più inclini all'autocensura



Articolo da Pikara Magazine

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Pikara Magazine

Un rapporto di UN Women afferma che quattro donne su dieci tra comunicatrici e attiviste si autocensurano sui social media per evitare molestie; una su cinque fa lo stesso anche sul lavoro.

Una giornalista su quattro in tutto il mondo soffre di ansia o depressione a causa della violenza online. Quattro su dieci si autocensurano sui social media per evitare molestie e una su cinque lo fa sul lavoro. Questi sono alcuni dei risultati di una nuova analisi di UN Women pubblicata il 30 aprile, in vista della Giornata mondiale della libertà di stampa.

Il rapporto "Tipping Point: Digital Violence – Impacts, Manifestations, and Redress in the Age of AI " rivela che il 12% delle donne difensore dei diritti umani, attiviste, giornaliste, operatrici dei media e altre figure della comunicazione pubblica dichiara di essere stata vittima della condivisione non consensuale di immagini personali, inclusi contenuti intimi o sessuali. Il 6% afferma di essere stata vittima di deepfake (video generati dall'intelligenza artificiale con un'elevata precisione). Inoltre, una su tre ha ricevuto proposte sessuali indesiderate tramite messaggistica digitale.

Contrariamente alla falsa affermazione secondo cui chi commette aggressioni sessuali o invia contenuti non richiesti lo fa per piacere, il rapporto di UN Women rivela che questo tipo di abuso è spesso "deliberato e coordinato", progettato per mettere a tacere le donne nella vita pubblica, minando al contempo la loro credibilità professionale e la loro reputazione personale. E funziona: il 41% delle donne intervistate ha dichiarato di autocensurarsi sui social media per evitare molestie; il 19% lo fa sul lavoro. Queste cifre aumentano leggermente se consideriamo nello specifico le giornaliste e le operatrici dei media: l'autocensura sale al 45% sui social media e al 22% sul lavoro.

Il rapporto evidenzia anche un aumento delle azioni legali intraprese da donne giornaliste e operatrici dei media. Nel 2025, la probabilità che denunciassero alle autorità episodi di violenza digitale è raddoppiata (22%) rispetto al 2020 (11%). Attualmente, quasi il 14% intraprende azioni legali contro gli autori, i complici o i propri datori di lavoro, rispetto all'8% del 2020. "Questo riflette una crescente consapevolezza e una maggiore richiesta di responsabilità", interpreta UN Women.

Una giornalista su quattro ha ricevuto una diagnosi di ansia o depressione; il 13%, di disturbo da stress post-traumatico.

La violenza digitale ha conseguenze reali. Lo studio afferma che una giornalista e operatrice dei media su quattro tra quelle intervistate ha ricevuto una diagnosi di ansia o depressione a seguito di violenza online; quasi il 13% ha riferito di aver ricevuto una diagnosi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

“L’intelligenza artificiale sta rendendo gli abusi più facili e dannosi, alimentando l’erosione di diritti conquistati a fatica in un contesto caratterizzato da arretramento democratico e misoginia online. La nostra responsabilità è garantire che sistemi, leggi e piattaforme rispondano con l’urgenza che questa crisi richiede”, ha affermato Kalliopi Mingerou, responsabile della sezione "Porre fine alla violenza contro le donne" di UN Women.

Lo studio è stato commissionato da UN Women nell'ambito del programma ACT per porre fine alla violenza contro le donne, finanziato dall'Unione Europea. È stato realizzato in collaborazione con i ricercatori dell'Information Integrity Initiative di TheNerve e della City St George's, Università di Londra, in collaborazione con l'International Center for Journalists (ICFJ) e l'UNESCO. Il rapporto è stato redatto da Julie Posetti, Kaylee Williams, Lea Hellmueller, Pauline Renaud, Nabeelah Shabbir e Nermine Aboulez.

Attività in sospeso

Sempre più giornaliste denunciano pubblicamente e segnalano alle autorità le molestie e le violenze di genere che subiscono online. Laura Arroyo, giornalista di Canal Red , ha criticato la campagna d'odio a cui ha partecipato l'account social X del partito Vox, chiedendone l'espulsione. Sarah Santaolalla, giornalista , parla spesso delle molestie online e fisiche che ha subito ultimamente, soprattutto da parte dell'agitatore di estrema destra Vito Quiles . Ana Requena , responsabile delle questioni di genere presso elDiario.es, ha partecipato ad una campagna di Amnesty International ad aprile, dove ha descritto un aumento delle violenze online che ha subito negli ultimi quattro anni, tra cui commenti, minacce e la pubblicazione del suo numero di telefono personale su siti web che offrono servizi sessuali. "L'obiettivo è metterci a tacere. Quando si pubblica un articolo su un argomento particolarmente rilevante, o in cui viene menzionato un uomo di spicco, si sa che sta per arrivare un'ondata [di violenza] ancora più grande", ha spiegato Requena in un video pubblicato sul suo account Instagram il 9 aprile.

"L'obiettivo è metterci a tacere. Quando stai per pubblicare qualcosa di particolarmente rilevante, sai che sta per arrivare un'ondata [di violenza] ancora più grande."

 Nel 2018, Pikara Magazine , insieme a Laia Serra e Irantzu Varela  e con il supporto del Calala Women's Fund e di Front Line Defenders, ha presentato al Congresso una serie di misure per combattere la violenza digitale . Molte di queste misure restano a prendere polvere in qualche cassetto della Camera dei Deputati. L'11 marzo, il Primo Ministro Pedro Sánchez ha annunciato uno strumento chiamato Impronta dell'Odio e della Polarizzazione ( HODIO ), progettato per analizzare la violenza nella sfera digitale. Secondo il comunicato stampa pubblicato dal Ministero dell'Inclusione, il nuovo strumento consentirà il calcolo e la pubblicazione periodica di un indicatore di odio e polarizzazione per ogni social network: la sua prevalenza, il livello di amplificazione e l'impatto. "Utilizza un sistema di analisi combinato che studia i contenuti pubblici sui social media, identificando l'odio e la polarizzazione", spiega il ministero guidato da Elma Saiz . Il suo obiettivo finale è contribuire allo sviluppo di politiche pubbliche e piani d'azione contro l'odio nella sfera virtuale.

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Fonte: Pikara Magazine

Autore: Redacción Pikara Magazine

Articolo tratto interamente da Pikara Magazine


Decolonizzare l'istruzione dal capitale



Articolo da La Tigre di Carta

Tra i temi che ciclicamente tornano nel dibattito pubblico, nelle discussioni tra esperti (più spesso sedicenti tali), negli interventi a mezzo stampa, nel chiacchiericcio da social sicuramente compare la scuola. Che sia per un episodio di cronaca o per le scelte legislative del governo in carica, questo argomento tiene banco periodicamente da decenni. Nonostante il gran parlare però, il livello del confronto è spesso quanto meno discutibile. Avviluppati in una melassa fatta di contrapposizioni tra modelli pedagogici sedicenti progressisti (che spesso invocano a sproposito tra i propri numi tutelari pensatori come Dewey o Don Milani) e un presunto sano buonsenso dei tempi che furono (una sorta di riedizione in salsa educativa di un piccolo mondo antico fatto di predelle e disciplina), si rischia di perdere il punto centrale della questione. Cioè che la trasformazione della scuola non ubbidisce a esigenze puramente e astrattamente intellettuali, ma molto ci racconta della trasformazione complessiva della società, dei suoi processi di riproduzione, degli interessi economici e dei portatori di questi interessi che si agitano sul e dietro il proscenio della storia. Invocare un insegnamento libertario come soluzione ai mali dell’istruzione (o del mondo), o viceversa rimpiangere i maestri Perboni che popolavano le aule del passato, non ci aiuta né a comprendere, né tantomeno a trasformare la realtà, scolastica o meno.

In questo panorama che può apparire a tratti deprimente, il libro curato da Mimmo Cangiano, Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti (edizioni Nottetempo, 156 pagine, 15,20€) è, sia detto senza retorica, una boccata d’aria fresca. Dopo averlo letto, abbiamo deciso di intervistare Marco Maurizi, autore di uno dei saggi contenuti (“Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola”, pp. 37-60).

Buona lettura.

  1. Il libro nasce dalle discussioni e dagli interventi del collettivo “Consigli di classe”. Ci racconti cos’è e com’è nato questo collettivo?

Sì, quello confluito nel libro è un lavoro collettivo, di un gruppo di compagni e compagne che negli ultimi anni si sono confrontati sul tema generale della scuola e hanno prodotto una serie di riflessioni e interventi sulle riforme scolastiche e sui processi di trasformazione dell’istruzione in Italia. Il collettivo in sé in realtà è nato in modo abbastanza spontaneo. Molti di noi conoscevano già Mimmo Cangiano e il suo lavoro, in particolare la sua ricerca sul rapporto tra i processi di produzione del sapere e la cultura di destra. A partire da queste conoscenze “personali” si è formata progressivamente una rete che ha fatto propria l’idea di analizzare la situazione della scuola e le riforme scolastiche che si sono succedute nel tempo da un punto di vista “strutturale”, da un punto di vista cioè critico, capace di comprendere le ragioni dei mutamenti in atto. Il passaggio successivo è stato trovare un luogo dove poter diffondere le nostre riflessioni, e da qui è nata la collaborazione con la rivista online Le Parole e Le Cose, dove ormai da tempo curiamo una rubrica fissa sulla scuola.

  1. Così nasce anche l’idea del libro giusto?

Esattamente. Di fondo ci interessava raccogliere in un pamphlet i materiali elaborati negli ultimi anni. Sia perché gli interventi non risultino sparsi nella rete, sia soprattutto per provare a dare coerenza a un discorso unitario. Come si legge anche nel libro, lo scopo è unire i puntini e far emergere un quadro: il quadro di una trasformazione progressiva ma apparentemente inarrestabile della scuola, della sua funzione nella società e del suo funzionamento, dei meccanismi che la “governano” oggi.

  1. Ecco, veniamo allora al quadro che descrivete. Qual è la tesi del libro? In particolare, in che modo si colloca il libro nel dibattito tra gli “ultrapedagogisti” progressisti, come li definisci tu nel tuo intervento, e la destra più o meno apertamente reazionaria e nostalgica del passato?

Il problema principale del dibattito tra la pedagogia progressista e le posizioni di destra è che finisce per falsare completamente il terreno della discussione. È un problema, tra l’altro, più generale, che riguarda l’abbandono dell’analisi delle questioni materiali, dei rapporti sociali implicati nei processi di trasformazione della realtà, e il tentativo di ingaggiare delle battaglie puramente culturali per risolvere i problemi.

Tanto gli “ultrapedagogisti” di sinistra, o sedicenti tali, quanto la destra finiscono per occultare precisamente ciò che andrebbe compreso: in che modo la trasformazione in senso neoliberale della scuola è figlia della trasformazione in senso neoliberale della società? In che modo, cioè, le esigenze economiche, dei capitali, e quindi la ristrutturazione della società in senso iper-individualistico e burocratico, sono alla radice delle scelte politiche in materia di istruzione? Scelte, tra l’altro, tanto dei governi di destra quanto di quelli di centrosinistra, a dimostrazione di una continuità di fondo tra le diverse prospettive, nonostante la “guerra culturale” che è stata combattuta sui giornali o in televisione tra gli esponenti di queste due tendenze. Ecco, il libro vuole focalizzarsi proprio su questo comune denominatore a tutte le riforme scolastiche degli ultimi trent’anni, spostando il focus dell’attenzione dall’aspetto puramente culturale ai processi materiali di fondo. Presa nella contrapposizione astratta tra autoritarismo e pedagogismo democratico, infatti, la battaglia culturalista ingaggiata dalla sinistra (o sedicente tale) non ha permesso di fare chiarezza su questo aspetto. Peggio, come dicevo prima, queste parole d’ordine mascherano la continuità politica delle scelte governative e che rispondono a una domanda essenziale: quali valori vengono messi nella scuola?

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Articolo tratto interamente da
La Tigre di Carta

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Thiago e Saif sono liberi!



Articolo da Milano In Movimento

Nella mattinata di oggi, domenica 10 maggio, è arrivata la notizia ufficiale e tanto attesa: Thiago Avila e Saif Abukeshek sono stati espulsi da Israele. Saif, di cittadinanza spagnola, ha fatto scalo ad Atene — dove ha pubblicato un videomessaggio — prima di imbarcarsi per Madrid; Thiago, brasiliano, si trova in Egitto e nelle prossime ore tornerà in Brasile. Oltre dieci giorni di detenzione arbitraria si chiudono finalmente, con una vittoria strappata dalla pressione collettiva di migliaia di persone.

La vicenda ha tenuto con il fiato sospeso familiari e attivisti, che nelle ultime ore si erano premurati di smentire ogni notizia prematura sul rilascio — rimasto incerto fino all’ultimo, in particolare per Avila. La prudenza era d’obbligo: troppe volte, in questi giorni, la speranza aveva rischiato di trasformarsi in disinformazione.

Il primo segnale era arrivato nel pomeriggio di ieri, attraverso le dichiarazioni del ministro degli Esteri spagnolo Albares e dell’ONG Adalah: tutto sembrava convergere verso lo sviluppo atteso. L’agenzia di intelligence israeliana Shabak aveva comunicato al team legale di Adalah — che segue il caso dall’inizio — l’imminenza del rilascio e dell’espulsione. Ma solo stamattina è diventato realtà.

Ad attendere la libertà erano due persone che avevano subito condizioni di detenzione punitive e di isolamento completo, con conseguente sciopero della fame — e dell’acqua dal 5 maggio, nel caso di Saif — come denunciato pubblicamente dai legali di Adalah.
Nel frattempo, nelle piazze e nei cortei di tutto il mondo, migliaia di persone non hanno smesso di alzare la voce, chiedendo la loro liberazione immediata e mantenendo viva una pressione che, evidentemente, ha contribuito a questo risultato.

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Fonte: Milano In Movimento

Autore: Milano In Movimento

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Articolo tratto interamente da Milano In Movimento

Photo credit Aniol, CC0, via Wikimedia Commons


Dipinto del giorno

L'Anima della Rosa di John William Waterhouse


La vita è troppo breve


"Preserva ciò che hai, dimentica ciò che ti ferisce, combatti per ciò che vuoi, valorizza ciò che hai, perdona coloro che ti feriscono e goditi coloro che ti amano. La vita è troppo breve per essere piena di risentimento. Meglio riempirla con amore, perché alla fine, questo è tutto ciò che conta."

Bob Marley


La goccia di rugiada di Henri-Frédéric Amiel

 


La goccia di rugiada

“Piccola perla cristallina,

tremante figlia del mattino,

sulla punta della foglia di timo,

cosa fai laggiù sulla collina?


“Prima del fiore, prima dell'uccello,

prima che l'alba si risvegli,

quando la valle ancora sonnecchia,

cosa fai laggiù sul pendio?


“Cosa faccio sulla collina?

Mi preparo lì, con amore,

per offrirmi, quando verrà il giorno,

pura, alla sua divina purezza.


“Sai, il suo raggio è bello

solo per la goccia trasparente.

Per questo, perseverante,

lo aspetto laggiù sul pendio.”


Dalla collina la cima si tinge d'oro,

l'uccello si sveglia nel suo nido,

e il fiore si affretta a sbocciare...

Ma guarda la goccia splendente!


Tutta la ricchezza del prisma,

tutto lo splendore del sole,

prigionieri nella sua piccolezza,

esplodono lì la loro grandezza.


 "Così che tale magnificenza

sia potuta sbocciare nel tuo seno vergine,

dimmi, da dove viene il tuo potere?"

"Amico, viene dalla mia purezza."

Henri-Frédéric Amiel