giovedì 18 luglio 2019

Cinque domande e cinque risposte



Rispondi alle cinque domande, qui sotto:


  1. In che anno l’uomo mise piede sulla Luna? 
  2. Quali sono i colori primari?
  3. Quanti furono i re di Roma?
  4. Che cosa significa "Cogito Ergo Sum"?
  5. Chi ha creato il manga Dr. Slump & Arale?

Attendo le vostre risposte.


È morto Luciano De Crescenzo

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Articolo da Voce di Napoli

Lo scrittore e regista napoletano Luciano De Crescenzo è morto nel primo pomeriggio di oggi, giovedì 18 luglio, a Roma. Aveva 90 anni e il prossimo 18 agosto ne avrebbe compiuti 91. Nato nel quartiere San Ferdinando, nella zona di Santa Lucia, De Crescenzo frequentò le scuole elementari con Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer, di cui divenne grande amico.

Era ricoverato da alcuni giorni in ospedale per le conseguenze di una polmonite. Lascia un patrimonio letterario e cinematografico immenso. Oltre 50 libri e 18 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Tra i suoi film celebri “Così parlò Bellavista“, uscito nel 1984, e “32 dicembre” del 1988. De Crescenzo era l’autore della “Storia della Filosofia” uscita negli anni Ottanta e diventata un bestseller.

Si sposò nel 1961 ed ebbe una figlia, Paolo, rimasta con lui fino agli ultimi istanti. Dopo essersi laureato in ingegneria idraulica col massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, nel 1976 sposò la sua vera vocazione, quella di “scrittore divulgatore”. Assunto all’IBM a Milano, decise di lasciare il suo lavoro e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, foraggiato anche da Maurizio Costanzo, padrino della sua prima opera, Così parlò Bellavista. Grazie anche alla partecipazione al talk show Bontà loro condotto da Costanzo e ad altre manifestazioni pubbliche, fra il 1976 e il 1977 il suo libro vendette più di 600mila copie e fu tradotto anche in giapponese, diventando un vero e proprio caso letterario. Nel corso degli anni Luciano De Crescenzo è diventato un autore di successo internazionale. Le sue opere sono state tradotte in 19 lingue e diffuse in 25 paesi.

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Fonte: Voce di Napoli

Autore: redazione Voce di Napoli


Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da 
Voce di Napoli


Photo credit Qi124680 [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons



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FaceApp e i dubbi sulla privacy



Articolo da iPhoneItalia

Come avrete notato in questi giorni, sui social network è tutto un susseguirsi di immagini che ritraggono i vostri amici e i personaggi famosi pieni di rughe e invecchiati. Per quei pochi che ancora non lo sapessero, il merito è di FaceApp, applicazione uscita nel 2017 e che ora è tornata alla ribalta diventando virale dopo che diversi influencer hanno iniziato a condividere le loro foto. Come spesso accade in questi casi, il vero problema si chiama privacy.

FaceApp utilizza una serie di algoritmi e di filtri per cambiare il nostro volto e renderlo più vecchio, più giovane, di un altro sesso, con capelli diversi e così via. In questo momento va di moda mostrarsi anziani, tanto che tutti i social network sono inondati di queste foto. Lo avete notato, vero?

Quello dei filtri che invecchiano i volti nelle foto non è una novità, visto che su App Store esistono tantissimi titoli che danno risultati simili. Eppure, la #faceappchallenge è diventata virale in questi giorni grazie all’aiuto di campagne sponsorizzate, influencer e milioni di utenti che hanno voluto seguire questo trend.


Stando agli ultimi dati, l’app è stata scaricata da oltre ottanta milioni di utenti in tutto il mondo. Insieme all'improvviso aumento di popolarità sono però arrivati anche i dubbi sulla privacy e su come FaceApp protegge o meno i nostri dati.

Alcuni si sono chiesti come mai l’app, disponibile da diversi anni, sia improvvisamente tornata popolare e virale dall’oggi al domani. Altri fanno notare che FaceApp richiede una connessione dati per poter funzionare, suggerendo che in qualche modo gli sviluppatori caricano senza autorizzazione le intere librerie di foto presenti sui nostri iPhone (ma su questo punto non ci sono prove). C’è anche chi ricorda che la software house Wireless Lab ha sede a San Pietroburgo in Russia, e questo fa aumentare i dubbi sul rispetto della privacy…

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, essere diffidenti nei confronti di società che hanno a che fare con le nostre informazioni è quanto meno legittimo, per questo vogliamo cercare di capire se e quanto è sicuro farsi invecchiare da FaceApp.

Partiamo dalla privacy policy dell’app, che non sembra offrire molte garanzie. Oltre che sulle foto caricate e scattate tramite l’app, l’informativa sulla privacy afferma che vengono raccolte anche informazioni sulla posizione e sulla cronologia di navigazione degli utenti:Questi strumenti raccolgono informazioni inviate dal tuo dispositivo al nostro Servizio, incluse le pagine Web visitate, componenti aggiuntivi e altre informazioni che ci aiutano a migliorare il Servizio”. Sebbene venga spiegato anche che tali informazioni non verranno vendute a terzi al di fuori di FaceApp, viene esplicitamente detto che “i dati vengono condivisi con partner pubblicitari di terze parti al fine di fornire annunci mirati“.
E ancora:
Utilizzando l’app concedi a FaceApp una licenza perpetua, irrevocabile e non esclusiva per utilizzare, riprodurre, modificare, adattare, pubblicare, tradurre, creare opere derivate da, distribuire, eseguire pubblicamente e mostrare, sul contenuto dell’utente e qualsiasi immagine fornita in relazione al contenuto dell’utente in tutti i formati e canali multimediali ora conosciuti o successivamente sviluppati, senza alcun compenso.
Tradotto: FaceApp non avrà il possesso delle tue foto, ma è legalmente autorizzato a farne ciò che vuole.  Se fai qualcosa in FaceApp, FaceApp può fare quello che vuole con le tue foto. Non solo può ripubblicare le tue immagini senza il tuo permesso, ma può anche monetizzarle, direttamente o indirettamente, senza alcuna notifica informativa per l’utente. Inoltre, nell’informativa è inclusa una frase che consente all’app di archiviare i tuoi contenuti indipendentemente dal fatto che tu li abbia cancellati o meno dal loro servizio.


Il CEO di FaceApp Yaroslav Goncharov non ha ancora risposto ai dubbi sulla privacy policy dell’azienda, ma questo tipo di informativa non è inusuale, anche se è molto molto vaga. Insomma, non è chiaro quali dati vengano condivisi e come vengano utilizzati. Inoltre, tale privacy policy non sembra rispettare il GDPR europeo.

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Fonte: 
iPhoneItalia



Autore: 
Giuseppe Migliorino

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.


Articolo tratto interamente da 
iPhoneItalia


L'educazione



"L'educazione è il grande motore dello sviluppo personale. È grazie all'educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione. Non ciò che ci viene dato, ma la capacità di valorizzare al meglio ciò che abbiamo è ciò che distingue una persona dall'altra."

Nelson Mandela


Immagine del giorno

Land Ho!

Isla Mujeres

Photo credit Riccardo Maria Mantero caricata su Flickr - licenza foto: Creative Commons


mercoledì 17 luglio 2019

Un mondo fatto di muri


Articolo da Voci Globali

Un’osservazione attenta della geografia del mondo rivela un andamento nettamente contrario a ciò che ci si aspetterebbe dall’era della globalizzazione. L’idea di non avere più confini e di essere collegati e in comunicazione senza barriere si scontra oggi più che mai con la costruzione fisica di muri e recinzioni.

Si scopre, allora, che molti Stati si sono chiusi volontariamente e materialmente per evitare il contatto con i Paesi confinanti. E dall’Africa all’Asia fino all’Europa e alle Americhe, muri in cemento o imponenti reti sorvegliate spuntano in nome della protezione e della sicurezza dei cittadini. Con il risultato certo di aumentare la frustrazione e di allontanare l’esercizio dei diritti. E di causare morti. L’ultima immagine drammatica è quella di padre e figlia morti annegati nel fiume Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine con gli Stati Uniti evitando il muro. La barriera americana nel 2018 ha causato circa 300 morti.

Non ci sono soltanto i muri più noti come quello di separazione tra Usa e Messico o la barriera muraria che divide i territori israeliani da quelli palestinesi in Cisgiordania, o ancora la Linea verde dell’Onu tra Cipro Nord e Cipro Sud.


L’elenco è più lungo e abbraccia tutti i continenti. Se da una parte sono ancora in piedi barriere nate per problemi antichi e irrisolti – come i pezzi di muro sorvegliato a Belfast o quello tra Marocco e Sahara nella complessa vicenda dell’indipendenza dei Saharawi – dall’altra fili spinati sorgono in risposta ad esigenze dei nostri tempi.

In Africa, per esempio, Botswana e Zimbabwe sono separati da una rete metallica elettrificata dal 2003. La barriera, che si estende per circa 500 km, è stata voluta dai governanti del Botswana preoccupati per la diffusione dell’afta epizootica, malattia che aveva colpito le mandrie di bestiame nel Paese limitrofo. Evitare qualsiasi contagio con i propri animali, quindi, era diventato prioritario per lo Stato africano, la cui economia si sostiene molto con l’esportazione di carne di manzo.

Il Botswana, piccolo e dall’economia tra le più sviluppate del continente grazie soprattutto al traino del mercato dei diamanti, ha così cercato di salvaguardarsi anche dall’ondata di migranti provenienti dallo Zimbabwe, povero e costantemente instabile. Sebbene le dichiarazioni ufficiali abbiano sempre cercato di allontanare questa spiegazione, i vicini si sono sentiti “accerchiati” da un muro che, di fatto, andava a limitare la loro libertà di passaggio. Dal 2000, inoltre, lo Zimbabwe era piombato in una crisi economica causata soprattutto dalla riforma agraria voluta dall’ex presidente Robert Mugabe. Il flusso migratorio verso il piccolo Paese vicino più ricco, quindi, fu inevitabile.

La barriera venne subito letta come una negazione dell’ingresso sul proprio territorio di persone, più che di bestiame. Come spesso accade, la costruzione di questa rete elettrificata ha innescato una serie di disagi e di risentimenti nella popolazione dello Zimbabwe. Alcuni villaggi si sono ritrovati divisi in due e impossibilitati a raggiungere fonti d’acqua e territori prima accessibili per le attività di sostentamento come caccia e allevamento. Gli attriti tra gli abitanti delle terre isolate e la polizia di controllo del Botswana sono aumentati e continuano, nonostante le autorità di Gaborone minimizzino affermando che molti tratti del confine restano liberi.

Risale agli inizi degli anni ‘90 la progettazione della barriera fortificata con muri e fili spinati tra India e Bangladesh. Il muro difensivo si estende su quasi tutta la linea di confine tra i due Paesi, a testimonianza della storia complessa di questa zona asiatica. Con lo scopo di proteggere il proprio territorio da infiltrazioni terroristiche, immigrazione clandestina e traffici illegali di bestiame e altre merci, le autorità indiane hanno quindi sigillato un intero confine.


Non sono mancati epiloghi drammatici come morti ed uccisioni lungo il recinto. Un confine, questo, reso ancora più complesso dalla presenza di centinaia di enclavi indiane e bangladesi che nel tempo hanno reso ancora più difficile la convivenza tra i due Paesi limitrofi, spingendoli anche ad importanti sforzi per accordi.

L’Europa è il continente che si è mostrato più attivo negli ultimi anni in questa pratica della difesa materiale delle proprie frontiere. Ungheria, Serbia, Macedonia, Grecia, Austria, Slovenia non hanno esitato a progettare e a realizzare barriere fortificate e sorvegliate per bloccare i movimenti dei migranti. Sono già due anni che l’ingresso europeo orientale è blindato, nel confine tra Bulgaria e Turchia. 200 chilometri di filo spinato con telecamere ad infrarossi e schieramenti armati bloccano i tentativi di ingresso in territorio bulgaro.

E se l’area balcanica si sta sempre più chiudendo in una rete fitta di recinzioni metalliche, il cuore dell’Europa democratica non dà sempre esempi di apertura. Il “Great Wall” è il muro di Calais, alto quattro metri e lungo un chilometro. La barriera prolunga la recinzione nei pressi del porto e vuole impedire ai migranti di attraversare la Manica a bordo di camion in passaggio nella tangenziale. Finanziato dal Regno Unito, questo muro, costruito nel 2016, doveva rispondere al degrado della “Giungla”, ormai smantellata.

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Fonte: Voci Globali

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Articolo tratto interamente da Voci Globali