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lunedì 29 giugno 2026

Il silenzioso assedio alla Costituzione





La smagliante vittoria del NO nel referendum dello scorso 22-23 marzo ha inferto un duro colpo al progetto autoritario della destra fondato sui tre pilastri dell’autonomia differenziata, della riforma della giustizia e del premierato. Si trattava di tre riforme che dovevano centrare l’obiettivo della Meloni di “rivoltare questo Paese come un calzino”, rottamando in modo definitivo la Costituzione scaturita dalla Resistenza, che il mondo da cui lei proviene, per ovvi motivi, non ha mai potuto digerire.

Possiamo dire che le barriere erette dai Costituenti per impedire il sorgere di nuovi autoritarismi, pur messe a dura prova, hanno finora retto all’assalto. La Corte Costituzionale ha smantellato in larga parte l’autonomia differenziata e il popolo sovrano ha bocciato senza appello la riforma Meloni/Nordio, facendo naufragare il tentativo di assoggettare la magistratura al potere politico, portato avanti in flagrante contraddizione con il liberalismo di cui si finge alfiere il principale sponsor della riforma, il partito che fu di Berlusconi e Dell’Utri. Non solo, il naufragio della riforma della giustizia ha fatto colare a picco anche la meloniana “madre di tutte le riforme”, ovvero la riforma costituzionale del premierato, prontamente archiviata per non rischiare una nuova disfatta referendaria.

Purtroppo, però, non si può certo cantare vittoria. La destra ha già dimostrato coi fatti che non intende per nulla rinunciare al progetto neofascista che è la sua anima. Costretta a rinunciare a capovolgere il dettato costituzionale nella sua lettera, mira adesso a vanificarlo nella prassi con leggi ordinarie, agendo cioè su quella che i giuristi chiamano “costituzione materiale”. Per quanto riguarda la giustizia la destra aveva già agito in maniera preventiva sulla magistratura contabile con una riforma che consente sostanzialmente all’esecutivo di pilotare l’esercizio della funzione di controllo della Corte dei Conti. Calderoli, poi, sta già lavorando da mesi, in maniera più o meno carsica, per giungere con quattro regioni del Nord a intese che mirano ad aggirare i paletti fissati dalla Consulta. E la Meloni, infine, ha da tempo lanciato il suo piano B; quello di introdurre surrettiziamente il premierato con una legge elettorale ad hoc. È questa il cosiddetto “stabilicum” (o melonellum) ormai in dirittura d’arrivo alla Camera (nonostante i dissidi interni alla maggioranza) dove l’opposizione può solo ritardare il processo, ma non fermarlo.

Si tratta di una legge che verticalizza il sistema, rafforzando marcatamente il governo nei confronti del parlamento, sia come organo titolare del potere legislativo che come luogo della rappresentanza democratica. Il sistema elettorale è nominalmente proporzionale, ma la previsione di un cospicuo premio di maggioranza in seggi per la coalizione che supera il 42% (70 alla Camera e 35 al Senato) produce un esito decisamente maggioritario. Grazie al premio, la coalizione vincente non sarebbe lontana dal 60% dei seggi, mentre al presumibile rimanente quasi 60% degli elettori che non l’hanno votata ne resterebbe solo il 40%; una distorsione della rappresentanza in netto contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza del voto. Per di più, i vincitori sarebbero in grado di eleggere il Presidente della Repubblica (maggioranza assoluta dopo il terzo scrutinio) senza il concorso dell’opposizione, e sarebbero vicini alla soglia necessaria a eleggere un terzo dei giudici della Consulta (3/5 dopo il terzo scrutinio).

La maggioranza di governo, oltre al controllo del Parlamento favorito dalle probabili liste bloccate che mettono gli eletti nelle mani dei segretari dei partiti, potrebbe così avere anche il controllo dei supremi organi di garanzia, custodi della Costituzione, dato che un altro terzo dei giudici della Consulta è nominato dal Presidente della Repubblica. L’indicazione del nome del candidato premier, infine, legherebbe le mani al Presidente della Repubblica, titolare del potere sostanziale di nomina, e darebbe al capo del governo un peso politico nettamente superiore a quello del Capo dello Stato che, si è appena visto, la maggioranza sarebbe peraltro in grado di eleggere fra i suoi. In breve, senza toccare la Costituzione, si scivolerebbe dritti dritti verso l’autarchia o, come si usa dire oggi, verso una democratura, ossia una sostanziale dittatura travestita da democrazia. Il sogno della destra-destra – a cui appartengono indistintamente tutti i partiti della maggioranza – sarebbe realizzato.

Il danno, trattandosi di una legge ordinaria, non sarebbe pari a quello della progettata riforma costituzionale, ma poco ci mancherebbe. Non ci sarebbe infatti da contare su un possibile referendum abrogativo, perché la giurisprudenza della Consulta consente solo un’abrogazione parziale per le leggi elettorali, giacché l’abrogazione totale lascerebbe il Paese senza la pietra angolare di ogni sistema democratico. Così come a poco servirebbe – almeno nell’immediato, ma non solo – anche una più che probabile futura bocciatura della stessa Corte, che potrebbe lasciare comunque in carica il Parlamento eletto con la legge dichiarata incostituzionale, come già accaduto dopo la bocciatura del Porcellum. Sarebbe certo logico e più che auspicabile, in questo caso, lo scioglimento anticipato delle Camere da parte del Capo dello Stato; un atto su cui non si può però ovviamente contare e che sarebbe sicuramente da escludere se il nuovo Presidente fosse espressione della destra.


Immagine generata con intelligenza artificiale


Il caldo non è uguale per tutti: se la normalizzazione climatica diventa guerra di classe


Articolo da Il Manifesto in rete

Dopo la prima ondata di calore di circa tre settimane fa, le temperature si sono stabilizzate su livelli molto al di sopra delle medie degli anni passati, 37-38 gradi con punte di 39 ed oltre; e, ci avvisano gli scienziati, non si tratta di eventi eccezionali e transitori ma della nuova normalità. Ciò nonostante, l’approccio di Governo e Regioni al rischio calore resta ancora emergenziale, con provvedimenti disarticolati, parziali e non coordinati, pensati per superare brevi fasi transitorie agendo – mitigandoli – sugli effetti; ma senza non dirò intervenire sulle cause, ma neppure prendere atto che senza radicali politiche contro il cambiamento climatico ogni anno saremo da capo, e magari sempre prima, e con temperature sempre più alte e prolungate. 

Per quel che riguarda la sicurezza sul lavoro, perse le tracce del Protocollo nazionale 2025 sul rischio calore (peraltro neppure accettato da tutte le parti sociali), da fine maggio in ordine sparso, con tempi e in parte anche contenuti diversi, 18 Regioni avevano emesso specifiche ordinanze regionali (16 prima dell’inizio dell’estate astronomica); e solamente il 23 giugno il Governo ha detto la sua, ma infilando alcune disposizioni sul punto nel cd. Decreto legge infrastrutture. Vediamo questi provvedimenti. 

Le ordinanze regionali si applicano, in generale, nei soli giorni in cui la specifica mappa Worklimate, riferita ai “lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa”, con riferimento all’intervallo orario 12:00 (talvolta 12,30) – 16, segnala un livello di rischio “ALTO; ma sono meramente, o sostanzialmente, interdittive in quanto vietano ma molto più difficile è far rispettare i comportamenti positivi (DPI, indumenti, fornitura acqua, aree raffrescate per soste ecc.); e anche eventuali controlli efficaci -sarebbero problematici anche con maggiori risorse di quelle attuali. Aggiungo che non è definito cosa significhi “attività fisica intensa”, e che peraltro ogni definizione è opinabile per i troppi parametri da utilizzare e perché le persone, banalmente, sono diverse. 

Sono peraltro limitate per lo più a lavorazioni che si svolgono all’aperto e con esposizione diretta ai raggi solari, appunto vietate in certi orari: agricoltura, florovivaismo, cantieri edili, talvolta anche le cave, logistica in piazzali, consegna con velocipedi o motocicli, solo in qualche caso c’è un’estensione a serre e ambienti confinati e semi confinati privi di adeguata ventilazione e raffrescamento. Presentano infine qualche vago richiamo alla necessità di maggior sorveglianza e tutela per le persone in condizioni di salute fragili. Infine, in Alto Adige – Sud Tirolo si presenta l’ulteriore problema dell’esposizione ai raggi UV alle alte quote, ove sono più forti; ma ad oggi non risulta ancora adottato alcun specifico provvedimento. 

Due semplici osservazioni sulle suddette ordinanze:  

a) quanto le informazioni ricavate dalla specifica mappa Workclimate sono effettivamente e tempestivamente conosciute, circolano e sono alla base delle sospensioni dell’attività lavorativa? Mi permetto di avere qualche dubbio su diffusione ed applicazione; l’esperienza personale non fa statistica, ma ho osservato non una sola volta operai al lavoro in qualche cantiere, anche pubblico, pure in orari proibiti e nella città “più progressista d’Italia” come il suo sindaco definisce Bologna. 

b) Non è fissata una temperatura massima oltre la quale non si lavora, indipendentemente da dove, e senza tener conto di altri elementi quali l’umidità, l’intensità dello sforzo fisico, l’affollamento; e infatti nulla si dice per il lavoro al chiuso, come se ad esempio all’interno di una fabbrica, di un centro logistico, di un ufficio (specie se pubblico) o di una scuola, siano presenti misure efficaci per contrastare il rischio calore; quando ve bene, ci sono accordi sindacali. In assenza di tale limite generalizzato, che alle 11,30 o alle 17 le condizioni di lavoro all’aperto siano migliori appare decisamente improbabile. E quanto a quelle al chiuso, si moltiplicano le notizie circa le insostenibili condizioni di lavoro in particolare in scuole e nidi, troppo spesso collocate in edifici vecchi ed inadeguati. 

Da parte sua Il Governo, dopo aver promosso la “consueta” campagna straordinaria contro il caporalato, che viene da dire stancamente, si ripete dopo ogni infortunio mortale che balza agli onori della cronaca per lasciare poi che il fenomeno, non intaccato, si inabissi (attendiamo di vederne i risultati), il Governo il 22 giugno ha attivato, ma per la cittadinanza tutta, il numero di telefono 1500, – https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/ondate-di-calore-dal-22-giugno-attivo-il-numero-1500/?tema=Ondate+di+calore. Si tratta di un numero di pubblica utilità del Ministero della Salute in sinergia con l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL), che offre ascolto e informazioni ai cittadini, soprattutto alle persone più fragili e a rischio, al fine di mitigare gli effetti delle ondate di calore sulla salute”.  

E infine, con tempestività non eccelsa, il 22 giugno arrivano le disposizioni del cd. Decreto Legge Infrastrutture, disposizioni infilate all’ultimo momento in un decreto eterogeneo e che si occupa d’altro (ad esempio, gare per i treni Intercity, tassa di due euro sui mini-pacchi, smaltimento dei rifiuti nucleari – a centrali non sperimentali chiuse da oltre 30 anni! – introduzione della contabilità economico patrimoniale nelle PA). Già questa sede indica – sono maligno – che le preoccupazioni maggiori riguardino lo svolgimento delle attività produttive, con cantieri che restano aperti pur di rispettare le scadenze del PNRR. Infatti, il decreto consente, in particolare in edilizia ed agricoltura, la riattivazione delle norme speciali relative alla Cassa integrazione guadagni ordinaria per ragioni meteo, uno strumento che si applica – finalmente !! – quando il termometro supera i 35 gradi o quando la temperatura percepita rende impossibile operare in sicurezza. Questa misura dovrebbe consentire di sospendere le attività o di rimodulare i turni di lavoro, interrompendo i cantieri stradali, quelli edili e le lavorazioni agricole durante le ore centrali più roventi della giornata, senza una perdita economica nella busta paga dei lavoratori. Ma a parte i dubbi sul concetto di impossibile operatività in sicurezza, chi e come decide se la temperatura percepita è insopportabile? E forse che il lavorare a 34 gradi e mezzo fa davvero differenza rispetto al farlo a 35,10? Il meno che si possa dire, a rischio di cadere in un demagogico populismo, è che chi ha scritto il Decreto un lavoro fisico pesante non l’ha mai fatto, e ad anche a temperature minori; oppure, se vogliamo usare argomenti più elevati, il fissare una soglia così evidentemente alta pur senza scomodare la medicina del lavoro, è l’ennesima riprova di come la tutela del lavoro sia subordinata e perdente rispetto alle esigenze economiche e produttive, da un lato; e dall’altro che il lavoro, ed il suo svolgimento in salute e sicurezza, non siano in realtà considerati dei valori (più o meno alate chiacchiere e parte, buone per convegni, dichiarazioni ed interviste).

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Fonte: Il Manifesto in rete 

Autore:
Maurizio Mazzetti

Licenza: Creative Commons (non specificata la versione


Articolo tratto interamente da Il Manifesto in rete


Non è fatalità, è una scelta: le responsabilità politiche del grande caldo



Articolo da Valori

Il caldo estremo non è una sfortunata fatalità: dopo decenni di allarmi da parte della scienza non può che essere una scelta consapevole

«L’ondata di caldo estremo che sta affliggendo l’Europa non sarebbe stata possibile in assenza dei cambiamenti climatici». Sarebbe-stata-impossibile. Punto.

A confermarlo è il gruppo di esperti che cura la Scienza dell’attribuzione (World Weather Attribution), branca della meteorologia e della climatologia che si occupa di analizzare ciascun evento estremo per capire se si sarebbe verificato anche senza l’aumento della temperatura media globale; oppure se si sarebbe prodotto comunque ma è stato esacerbato da quest’ultima; o ancora, come nel caso attuale, se in un mondo privo dell’impatto provocato dagli esseri umani sarebbe stato «impossibile» un fenomeno del genere.

Potranno bombardarvi di vecchi estratti di telegiornali degli anni Sessanta con gente che fa il bagno nelle fontane o si butta nei fiumi per refrigerarsi. O di altre idiozie facilone che neanche al bar dello sport (ma che ripetute allo sfinimento diventano fatalmente fake-truth) come «ha fatto sempre caldo…», «io mi ricordo che da ragazzino…», o nella migliore delle ipotesi «sì ok, l’atmosfera si starà anche scaldando, ma chi l’ha detto adesso che dipende dal fatto che bruciamo carbone, petrolio e gas?!?».

È solo fuffa. È robaccia. Politichetta ignorante o connivente. O entrambe le cose. La verità è che i cambiamenti climatici esistono per una precisa scelta politica ed economica. Mettiamocelo in testa e diciamo una volta per tutte la verità: quella che stiamo subendo è una forma di violenza calcolata. Perché dopo decenni di avvertimenti, studi, allarmi, rapporti, conferenze mondiali, grafici a prova di neonato, non è possibile che non abbiano capito. Non è possibile che non sappiano. Nessuno può crederci più.

Lasciano che tutto ciò accada perché conviene. Punto. Economicamente (ci sono ancora in ballo tantissimi soldi, e in un mondo capitalista contano più quelli della vita delle persone) e politicamente (chi se l’accolla il dividendo politico negativo di dire alla gente la verità, ovvero che i nostri stili di vita sono matematicamente incompatibili con la salvezza del clima della Terra?).

È bene dirlo con ancor più forza: i nostri dirigenti – governativi e imprenditoriali – hanno di fatto deciso che preferiscono lasciare morire decine di migliaia di persone ogni anno (in Europa nel 2025 sono state oltre 24mila secondo l’Imperial College di Londra; la scorsa settimana l’Organizzazione mondiale della sanità ha parlato di 1.300 decessi) pur di mantenere intatti business, affari, profitti e dividendi. Le banche continuano a pompare migliaia di miliardi di dollari nelle aziende che sfruttano le fonti fossili, come se nulla fosse. Le aziende continuano a trivellare alla ricerca di nuovi giacimenti, come se nulla fosse. Gli Stati continuano a concedere sovvenzioni al settore che ci spinge nel baratro, come se nulla fosse.

È una constatazione, non un’opinione: il caldo che sentiamo è frutto di questo ragionamento. È il profitto che viene prima. Prima delle notti insonni, dei malati stremati negli ospedali, degli operai che muoiono nei cantieri sotto al sole. Prima perfino delle perdite economiche (tanto per ora non sono le loro). E, ovviamente, prima del futuro dei nostri figli. Le grandi multinazionali fossili e gli innumerevoli governi che le sostengono hanno deciso che la nostra sofferenza è secondaria. Punto.

A volte viene da domandarsi cosa si possano dire, quando ne parlano tra di loro. Amenità tipo «tanto l’ondata finirà!», «e i produttori di aria condizionata stanno guadagnano e – ehi! – creeranno posti di lavoro!», «ma sì, e ad agosto si butteranno tutti in mare!». «E poi ricomincia il campionato di calcio, ci sarà altro a cui pensare! Noi continuiamo a dire che qualcuno domani troverà una soluzione!». 

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Fonte: Valori

Autore: 
Andrea Barolini

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da
Valori


La strage di Viareggio: per non dimenticare


Il 29 giugno 2009, una tragedia ha sconvolto la città di Viareggio e l'Italia intera. Un treno merci carico di gas liquefatto ha deragliato e provocato un'esplosione che ha ucciso 32 persone e ferite altre 50. Le fiamme hanno distrutto decine di case e negozi, lasciando centinaia di sfollati. Un disastro che avrebbe potuto essere evitato se ci fossero stati controlli adeguati sui vagoni e sulla sicurezza ferroviaria.

Oggi voglio ricordare le vittime di quella notte e le loro famiglie. 

Photo credit Gabriele85, CC BY-SA 4.0, attraverso Wikimedia Commons



29 giugno – Eccidio di 244 civili a Civitella in Val di Chiana (AR) operato dalle truppe tedesche ivi stanziate



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

L'eccidio di Civitella fu una strage compiuta dalle truppe naziste il 29 giugno 1944 nelle località di Civitella in Val di Chiana, Cornia e San Pancrazio di Bucine, in provincia di Arezzo, che cagionò l'uccisione di 244 civili.

La conformazione montuosa e la presenza di fitti boschi nel territorio circostante il centro abitato di Civitella in Val di Chiana, in provincia di Arezzo, avevano contribuito, all'indomani dell'occupazione tedesca dell'Italia, alla nascita di diversi gruppi partigiani. In Civitella si era di conseguenza installato un comando tedesco, la Divisione "Hermann Göring", agli ordini del tenente generale Wilhelm Schmalz, la quale ripetutamente venne a trovarsi in scontri a fuoco con i partigiani.

La sera del 18 giugno 1944 alcuni partigiani, guidati da Edoardo Succhielli detto "Renzino", irruppero armati nel circolo ricreativo di Civitella dove quattro soldati tedeschi si trovavano seduti a un tavolo. I partigiani tentarono di disarmare i soldati tedeschi, ma uno di essi reagì facendo nascere una sparatoria che uccise subito due soldati tedeschi, ne ferì gravemente un terzo che morì il giorno dopo e ferendo a una gamba il quarto soldato che riuscì a scappare, una volta andati via i partigiani ed i civili, portandosi sulle spalle il compagno gravemente ferito.[2][3][4] Anche due civili rimasero feriti nello scontro a fuoco.[5] Alcuni sopravvissuti alla strage che ne seguì, all’epoca bambini, ritengono Renzino e i suoi compagni corresponsabili della rappresaglia in quanto consapevoli che l’uso delle armi avrebbe provocato la reazione dei tedeschi contro la popolazione.[6][7] I giorni successivi, gli abitanti del paese pensarono realisticamente che questo episodio avrebbe provocato una rappresaglia, perciò fuggirono. I tedeschi ne furono informati, e quando fecero ritorno a Civitella per recuperare i caduti simularono un comportamento relativamente civile, il tutto per incoraggiare perfidamente i residenti a rientrare in paese. Contemporaneamente i tedeschi avviarono perquisizioni nelle case di Civitella e delle due frazioni più vicine, Cornia e San Pancrazio (quest'ultima nel comune di Bucine), ritenute ospitanti diversi partigiani, in quanto circondate dai boschi e non facilmente raggiungibili, senza trovare nulla. 

Al mattino del 29 giugno, in occasione della festività dei santi Pietro e Paolo, il centro di Civitella era pieno di persone. Molti non si erano recati nelle campagne o nei boschi per lavorare, restando così a casa o andando a messa. La chiesa di Santa Maria Assunta, a Civitella, era colma di fedeli, giunti anche dalle altre frazioni del comune.

Improvvisamente dal comando tedesco partirono tre squadroni: uno destinato a Cornia, l'altro a San Pancrazio e un terzo, il più grande, si riversò nel centro di Civitella. I tedeschi irruppero nelle case, aprendo il fuoco sugli abitanti a prescindere dal sesso o dall'età. L'episodio più truce si consumò nella chiesa, mentre si stava celebrando la messa. Entrati nell'edificio sacro, i tedeschi divisero i fedeli in piccoli gruppi. Quindi, indossati grembiuli mimetici in gomma per non sporcarsi di sangue, li freddarono con dei colpi alla nuca. Il sacerdote don Alcide Lazzeri, in quanto religioso, sarebbe stato risparmiato dai tedeschi, ma scelse di condividere la sorte degli sfortunati parrocchiani.

Compiuta la strage, i tedeschi incendiarono le case di Civitella, provocando così la morte anche di coloro che avevano disperatamente tentato di salvarsi nascondendosi nelle cantine o nelle soffitte. Solo pochi abitanti riuscirono a salvarsi dal massacro. L'orrore di quel giorno fu percepito anche nelle campagne circostanti, specie nelle frazioni a valle: qui, nonostante la distanza, furono ben udite le grida disperate e ben visto il fumo delle case in fiamme. Alla fine si contarono 244 morti: 115 a Civitella, 58 a Cornia e 71 a San Pancrazio.[1]

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Non sarò mai soddisfatta...


 "Non sarò mai soddisfatta. La vita è la costante ricerca del di più."

Jayne Mansfield


A Silvia di Giacomo Leopardi



A Silvia

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

Giacomo Leopardi