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sabato 11 luglio 2026

Da dove partire, da dove ricominciare?


"Da dove partire, da dove ricominciare? Il discorso è aperto, una volta che ci si sia liberati dalle menzogne e illusioni dell’epoca, e riguarda, a mio parere, anzitutto il terreno della scuola, dell’educazione. Di lì si può partire, anche in pochi, convinti che tra maestri e professori (perfino, forse, in qualche angolo appartato dell’università) ci sia ancora qualcuna o qualcuno che crede nelle possibilità liberatorie della conoscenza, della cultura, di una trasmissione, e soprattutto di un metodo di lavoro che dia all’educazione, in senso socratico, la necessità e la dignità che le si è data in passato, da parte anche allora di minoranze non-accettanti."

Goffredo Fofi


La cieca indifferenza di un mondo spietato e insensibile


"Non l'aguzzino mi spaventerà, né la caduta finale del corpo, né le canne dei fucili della morte, né le ombre sul muro, né la notte in cui a terra viene scagliata l'ultima fioca stella di dolore, ma la cieca indifferenza di un mondo spietato e insensibile."

Roger Waters

Tratto dal brano Each Small Candle di Roger Waters



Addio a Peppino di Capri



Articolo da Agenzia DIRE

15 volte a Sanremo, 35 milioni di dischi venduti, aprì i concerti dei Beatles in Italia. I funerali si terranno domenica pomeriggio nell'ex cattedrale di Santo Stefano, nella piazzetta dell'isola

ROMA – Dopo una lunga malattia è morto Peppino di Capri. Il celebre musicista e cantante avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 27 luglio. Ha trascorso le sue ultime giornate proprio a Capri, a villa Castiglione. I funerali si terranno domenica pomeriggio nell’ex cattedrale di Santo Stefano, nella piazzetta dell’isola.

L’uomo che ha “insegnato” all’Italia a innamorarsi in tre minuti e mezzo. Il suo vero nome era Giuseppe Faiella, ma una vita spesa al pianoforte, tra Champagne, Roberta e Nun è peccato, lo ha reso immortale identificandolo con la sua amatissima isola. Let’s twist again che resta il suo 45 giri più venduto: un milione e 200mila copie, cover di Chubby Checker arrivata da Parigi grazie a una soffiata di un amico musicista.

Il nome d’arte nacque nel 1958 per mano del produttore Mario Cenci. Poi crebbe sul palco, sempre con la sua band, i Rockers.

Sanremo lo ha visto tornare 15 volte, record assoluto, dal debutto nel 1967 fino al 2005. Due le vittorie, nel 1973 e nel 1976, oltre a un terzo posto sfiorato proprio nell’ultima partecipazione. Ma il ricordo più caro restava il 1987, l’anno de Il sognatore e dei complimenti di Lucio Dalla. Nel 2023, il ritorno all’Ariston per il Premio alla carriera, settant’anni di musica celebrati con una doppia standing ovation e una battuta che è già epitaffio: “È da tempo che aspettavo questo momento, finalmente è arrivato… Meglio tardi che mai”.

Trentacinque milioni di dischi venduti, 54 album incisi. E un pezzo di storia della musica internazionale che pochi possono vantare: nel giugno 1965 si esibì prima dei Beatles nelle tappe italiane del loro tour, a Milano, Genova e Roma. “Non ci hanno mai rivolto la parola per tutto il tour”, raccontava, “il massimo della concessione è stata una foto insieme, pure un po’ scocciati”.

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Fonte: Agenzia DIRE

Autore: Agenzia DIRE

Licenza: Copyleft 


Articolo tratto interamente da Agenzia DIRE



Spuma di mare di Marina Ivanovna Cvetaeva



Spuma di mare

Chi è fatto di pietra, chi è fatto d’argilla –
Io invece sono fatta d’argento e brillo!
La mia occupazione – è il tradimento, il mio nome – Marina,
io – sono l’effimera spuma del mare.

Chi è fatto d’argilla, chi è fatto di carne –
a costoro la bara e le lastre tombali …
-battezzata nella fonte marina – e nel mio
volo continuamente infranta!

Attraverso ogni cuore, attraverso ogni rete
batte il mio arbitrio.
Io – vedi questi ricci scomposti? –
non sono fatta del sale della terra.

Mi frango sulle vostre granitiche ginocchia
e da ogni onda – risuscito!
Evviva la schiuma – l’allegra schiuma –
l’alta schiuma del mare!

Marina Ivanovna Cvetaeva


Istituti tecnici 2026: il futuro dei giovani svenduto ai privati



Articolo da Storie in Movimento

Con la legge 1859 del 31 dicembre 1962, il governo Fanfani introduceva la scuola media unica. Una trasformazione che iniziava un percorso di scolarizzazione di massa: gli e le studenti non dovevano più compiere la scelta tra le scuole all’avviamento alla professione e le scuole medie come avviamento alle scuole superiori e all’università.

Oggi, quasi 65 anni dopo, l’idea di una scuola improntata direttamente allo sbocco lavorativo e alla professione è rientrata dalla finestra. In particolare la nuova Riforma – voluta dal ministro Valditara – degli Istituti tecnici e professionali, la cui nuova strutturazione con la diminuzione delle ore in classe e di molte materie teoriche, sia umanistiche che tecniche, e l’aumento delle ore di Formazione scuola lavoro, sembra andare nella direzione del ritorno alla Scuola di avviamento professionale.

Abbiamo chiesto al prof. AkaCisco di commentare per noi questa riforma che è già in vigore e coinvolgerà le prime classi a partire dal prossimo anno scolastico.

Dal prossimo anno gli Istituti tecnici di tutta Italia non saranno più quelli di prima.

Come abbiamo già mostrato in Il punto non è cosa ma a chi? di Francesco Pota e in Appunti (parziali e disordinati) per un’educazione sessuale e affettiva di Elena De Marchiu, il ministro Valditara sta cercando di lasciare la propria impronta sulla scuola italiana in senso conservatore, o estremamente conservatore ad esempio nel campo delle questioni toccate da Elena. Questa riforma degli Istituti tecnici e professionali, che viene da lontano visto che una prima proposta si può far risalire al ministro Bianchi durante il governo Draghi, prevede una concreta e decisa rimodulazione del percorso scolastico che gli studenti e le studentesse dei futuri Tecnici, la riforma sarà in vigore a partire da settembre 2026, frequenteranno e riguarda tutti gli iscritti e le iscritte a livello nazionale. Vista la riduzione delle cattedre a causa di cancellazione di materie o accorpamento di altre, si può parlare di un terribile connubio tra la voglia conservatrice del ministro e la necessità di tagli. Per quanto ammantata da dichiarazioni ideologiche, sulle quali è necessario comunque fare una riflessione, la riforma sembra mossa (anche?) da una volontà di tagli alla scuola. 

Non è facile fare un riassunto della Riforma degli Istituti tecnici varata, entrata in vigore e che sarà operativa a partire da settembre 2026, ma bisogna provarci. Partiamo da un presupposto importante: non si sta parlando della cosiddetta riforma 4+2, anche se come dicono alcuni sindacati sarebbe meglio chiamarla 5-1. Anche nel caso dei percorsi quadriennali, perché il +2 è un percorso facoltativo e autonomo da quello scolastico e interamente delegato a istituzioni private, si parla di riforma già approvata e ordinamentale nella scuola italiana ma questi percorsi sono attivati se approvati dal collegio docenti dei singoli istituti. Per spiegarmi meglio: il percorso quadriennale, anch’esso a mio avviso da rigettare, può essere liberamente attivato da un Istituto tecnico all’interno della propria offerta formativa, uno tra i diversi corsi offerti dalla scuola. 

La Riforma degli Istituti tecnici invece riguarda tutte le scuole e tutti i corsi che vengono attivati in ogni Istituto tecnico d’Italia e va a stabilire come tutti i ragazzi e le ragazze, a partire dall’anno scolastico 2026/2027 cioè quello che inizia a settembre, faranno scuola nei percorsi di istruzione tecnica da qui a quando qualche altro ministro o altra ministra non ci metterà mano. Una riforma sulla quale è necessario che chi la vivrà e più in generale la società italiana presti molta attenzione. 

Per capire quali sono le criticità bisogna andare nel dettaglio della riforma. Il primo punto che trovo interessante è quello delle ore lasciate all’autonomia[1]. Partiamo da un presupposto: in questa concezione dell’autonomia scolastica risuona terribilmente l’autonomia differenziata proposta da Calderoli, compagno di partito del ministro Valditara. Nel dettaglio: ogni collegio docenti a partire da questo anno ha dovuto decidere come ripartire alcune ore di un pacchetto per adeguare liberamente la propria offerta oraria alle richieste del mondo del lavoro del proprio territorio. Secondo quanto dice il ministro questo dovrebbe agevolare il rapporto per permettere di rendere un percorso scolastico rivolto al mondo del lavoro il più possibile aderente alle caratteristiche di quel mondo nell’area geografica in cui ha sede l’istituto. La riforma divide il percorso tecnico in due bienni e nel quinto anno finale: nei primi due anni le ore lasciate all’autonomia sono 66 all’anno, cioè circa il 6% del totale; salgono a 99 all’anno nel secondo biennio, circa il 10% del totale; per finire con 231, il 22% del totale [2]. Forse potrebbe sembrare una norma per potenziare l’autonomia degli istituti ma è facile mostrare tutte le criticità di questa impostazione. Si può iniziare individuando cosa si può fare con queste ore: potenziare ore già previste nel curricolo e inserire nuovi insegnamenti con vincoli precisi, in coerenza con il percorso di studi. Non si potrà quindi inserire filosofia in un corso Costruzione ambiente territorio (o Cat, il vecchio geometra). Il problema principale è però quello della disuguaglianza territoriale, questa impostazione prevede quindi non alla formazione di studenti preparati e preparate al futuro mondo del lavoro, ma piuttosto lavoratori e lavoratrici che sono vincolate a un territorio specifico. E come sarà loro utile tutto questo se ci sono aree del paese dove il mondo del lavoro non offre grandi opportunità o opportunità estremamente settoriali? In questo senso se da un lato il sud Italia farà fatica a offrire un’istruzione che permetta ai suoi studenti di avere una preparazione utile al loro futuro lavorativo, dall’altro in città come Milano la tendenza dovrebbe essere quella di “convergere” verso settori più legati alla finanza e ai settori legati alle tecnologie informatica o favorire per altri campi un avvicinamento all’istruzione professionale che garantisce un inserimento nel mondo del lavoro più rapido ma meno retribuito [3]. Risulta evidente come si stia parlando di una questione già problematica di per sé ma in sostanza si sta anche preparando la distruzione di un’istruzione comune a livello nazionale, non è difficile immaginare la criticità di un irrigidimento così tanto locale. In regioni in cui la migrazione è ancora molto alta [4], a quale mondo del lavoro dovrebbero pensare le scuole per ispirare il proprio quadro orario per garantire ai propri e alle proprie studenti una formazione efficace per il proprio futuro, quello locale o quello delle città del nord? Ma la questione potrebbe presentarsi anche in caso di spostamenti di pochi chilometri, rendendo difficile il percorso scolastico a chi dovesse spostarsi in un altro istituto frequentando lo stesso corso nella stessa città. Certo non può bastare la spinta all’internazionalizzazione, come indica la riforma, con ore di lezione Clil, ovvero l’insegnamento di materie curricolari in lingua straniera. Non è chiaro a cosa serva sapere bene l’inglese se poi l’intera formazioni dello o della studente è così fortemente legata a un territorio specifico. Siamo oltre la regionalizzazione dell’istruzione. 

Ma non è finita qua perché per garantire questo monte ore di flessibilità, sono state riviste le quote ore settimanali di molte materie. Ci sono riduzioni drastiche che mettono a rischio l’insegnamento stesso di alcune materie come il caso di geografia [5] o l’accorpamento di tutte le materie scientifiche, fisica biologia e chimina, nell’insegnamento denominato Scienze sperimentali. In casi come quest’ultimo, al momento in cui scrivo, non sono ancora chiare le classi di concorso per gli/le insegnanti e le indicazioni nazionali per il percorso didattico, il vecchio programma. 

In generale la riduzione riguarda sia le materie a carattere generale che tecnico, da italiano a economia aziendale o la seconda lingua comunitaria, alla faccia dell’internazionalizzazione. Certo queste ore potrebbero essere restituite con quelle dell’autonomia, anche se non avrebbe molto senso, ma credo che l’esempio dell’insegnamento di italiano permetta di fare un salto al ragionamento. Nel quinto anno, si passa da 4 ore settimanali a 3 per l’insegnamento di letteratura italiana e di come si scrive un saggio breve, nasce il sospetto che si stia preparando anche una revisione dell’esame di maturità. È difficile pensare che uno studente o una studentessa preparata con 99 ore annuali possa sostenere le stesse prove di uno o una che ne ha avute a disposizione 132. Ma non solo perché il ministero prevede l’introduzione di percorsi didattici interdisciplinari che abbiamo come prove di valutazione compiti di realtà[6] da poter svolgere preferibilmente in ambito lavorativo.  Cercando di tradurre dallo scuolese: cercare di svolgere preferibilmente attività che possano essere integrate nelle ore di Formazione scuola lavoro, per quanto riguarda italiano, ne deduco, meno saggi brevi e più relazioni lavorative. Anche in questo caso l’idea sembra essere quindi quella della creazione di personale e non persone. 

Questa riforma sta spezzando, nonostante le roboanti dichiarazioni recenti del ministro [7], un’unità dei corsi di istruzione superiore, ricreando l’antica separazione tra i corsi di avviamento al lavoro [8] e i corsi preparatori al percorso universitario. Esistono oggi percorsi didattici incentrati sull’avviamento alla professione, sono i percorsi di Istruzione e formazione professionale, in sigla IeFP[9], a carattere regionale che sono percorsi molto importanti ma danno una formazione diversa da quella dell’Istituto tecnico. 

Questa riforma quindi palesemente sta creando una divisione tra percorsi spingendo i Tecnici verso la formazione professionale e quindi non solo per gli studente e le studentesse sarà difficile cambiare corso durante il quinquennio, o quadriennio, delle scuole superiori ma a 13 anni sarà implicito che uno studente o una studentessa scegliendo un corso sta facendo una scelta di vita ancora più radicale: andare o meno all’università. 

Se a questa nuova struttura si unisce il percorso quadriennale visti i suoi risultati per chi lo ha già sperimentato[10], tutto ciò diventa ancora più evidente. 

A ulteriore dimostrazione vi è la questione della Formazione scuola lavoro (Fsl) che viene spesso ancora definita Pcto o Alternanza scuola lavoro. Questi percorsi, che già sono discutibili oggi per tutti i rischi che comportano[11] e per l’allontanamento dalle aule di ragazzi e ragazze spesso per attività non esattamente formative, vengono anticipati a partire dalla seconda superiore, per quanto facoltativi. 

Non si capisce cosa possano imparare di più che stare a scuola degli studenti e delle studentesse di 15 anni. Tra il serio e il faceto: insegno nel corso Costruzioni, ambiente, territorio; i miei studenti e le mie studentesse dovrebbero essere quindi preparati per fare il/la geometra e un’esperienza di lavoro in uno studio o in un cantiere può avere la sua validità, se meglio pensata e strutturata di due settimane scarse dove anche i più fortunati e le più fortunate impareranno proprio poco, ma la percentuale di studenti che frequenta studi o imprese edili è significativamente minore rispetto a quelli e quelle che fanno Fsl nelle agenzie immobiliari; se, a partire dall’anno scolastico 2027/28, dovranno andare anche tutte le seconde, avremo agenzie immobiliari che hanno più dipendenti della Fiat nel 1980. Quanti studi o imprese edili vorranno avere nei propri uffici studenti così giovani, così poco preparati e di conseguenza cosa potranno fare e imparare in quegli uffici? 

In sostanza ciò mi sembra dimostri ancora una volta che la volontà è quella di creare una scuola per preparare personale al mondo del lavoro, spesso nella fascia poco retribuita, anziché aiutare gli studenti e le studentesse a crearsi un percorso di crescita individuale, come persone e parte di una comunità. Il ministro o chi sostiene la riforma potrebbero obbiettare che lo scopo è quello di creare personale formato che possa adattarsi bene al mondo del lavoro. Ma se la preparazione teorica è peggiore e la formazione è sempre più pratica, i lavoratori e le lavoratrici che stiamo preparando si adatteranno a ruoli sempre più umili perché non potranno ambire ad altro. Si parla di innovazione e merito ma ci si dimentica che l’innovazione viene fatta da un maggiore studio e il merito, se non si eliminano le difficoltà strutturali, è solo una scusa per premiare chi già ha dei privilegi. 

Togliere ore di materie umanistiche o generali finisce per impedire l’innovazione anziché premiarla. Se il mantra è thinking out of the box, non è chiaro come si possa insegnare a pensare fuori dalla scatola se si depotenziano quelle materie che insegnano il pensiero critico fondamentale per porre in critica l’esistente, anche nel mondo del lavoro, e poterlo riformare. 

Alla luce di tutto questo poi vi è la solita questione, con cui ci tengo a chiudere, è vero che l’istruzione tecnica ha risvolti più pratici di quella liceale ma nel 2026 dovrebbe essere chiaro a chiunque che con un semplice diploma le possibilità di lavoro sono estremamente ridotte. Infine, nonostante ciò, la scuola in generale non forma solo lavoratori e lavoratrici ma aiuta ogni studente a una crescita personale e individuale che gli o le permetta di esprimersi al meglio. Non è solo una questione di bravi cittadini e cittadine perché per la maggioranza che sostiene questo governo un bravo cittadino è anche colui o colei che non protesta e non contesta e questo tipo di scuola andrà proprio a formare questo tipo di cittadini e cittadine. È una costruzione del sé il più libera possibile che la scuola contemporanea dovrebbe offrire: al fianco di un’istruzione tecnica, la scoperta delle lingue, della lettura, dell’arte e della geografia sono strumenti per chi, indipendentemente dal lavoro che svolgerà nella vita adulta, deve affrontare il mondo sempre più connesso e complesso. Strumenti che ai ragazzi e alle ragazze che stanno frequentando ora le scuole superiori di primo grado sono stati sottratti. 

Vi risparmio la questione prettamente sindacale per noi docenti ma capirete che la riduzione oraria significa anche riduzione dei posti di lavoro e in particolare dei precari, così magari il ministro potrà dire di aver risolto il problema del precariato nel mondo della scuola; e vi risparmio anche la confusione con cui questa riforma viene applicata, mancano ancora ad oggi molte direttive tecniche come quelle sulle classi di concorso, oppure la considerazione che questa riforma è in vigore per l’anno scolastico che inizia a settembre ma è stata annunciata e approvata DOPO la fine delle iscrizioni quindi molti e molte frequenteranno scuole che non sono per forza quelle a cui volevano iscriversi. 

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Autore: AkaCisco

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Articolo tratto interamente da Storie in Movimento

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Che cos’è la vertigine?

“Che cos’è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.” 

Milan Kundera

 

Nasciamo...

 “Nasciamo, viviamo e moriamo soli. Tutto ciò che c'è nel mezzo è un dono.” 

Yul Brynner