Articolo da Rizomatica
Non c’è speranza nel voler sopprimere
le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra
Introduzione
Possono
fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali
ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado
di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione
risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle
cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci
chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua
condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando
la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra
citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non
si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò
necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come
membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando
sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei
singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta
quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è
quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti
coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La
strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di
difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e
maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia,
hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte,
con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è
la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente,
un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per
rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di
pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere
umano nel fenomeno guerra. Va infatti sottolineato che, al di là delle
motivazioni di ordine politico militare con le quali viene combattuta,
siano esse di ordine difensivo piuttosto che offensivo, in ogni guerra
sono sempre implicati moventi reali e moventi fantasmatici inconsci, che
sebbene illusori, contribuiscono a innescarla.
Il parricidio arcaico
Se
la guerra sul piano della realtà sembra essere endemica, essa lo è
altrettanto sul piano dell’inconscio, con la differenza che in
quest’ultimo le uccisioni rimangono su di un piano illusorio: «Nei
nostri moti inconsci noi sopprimiamo ogni giorno e ogni ora tutti coloro
che ci sbarrano la via e chiunque ci abbia offeso o danneggiato […]
Così anche noi, considerati in base ai nostri inconsci moti di
desiderio, altro non siamo, come gli uomini primordiali, che una masnada
di assassini» (Freud, 2020, p. 59). Se, come pensava Freud, la storia
primordiale dell’umanità è costellata di assassinii, quest’ultimi
continuano a venir commessi quotidianamente nell’inconscio di ciascuno
di noi.
Se
l’uomo dei primordi commetteva questi assassinii senza alcun rimorso,
arriverà però un momento in cui, per la prima volta, egli proverà quel
senso di colpa che l’umanità, fin
dai tempi più remoti porta su di sé. Senso di colpa che viene
rappresentato dalle varie religioni come frutto di un peccato originale
che Freud ipotizza affondi le sue radici in un tragico fatto di sangue. È quanto egli narra in Totem e Tabù (1912-13), libro nel quale ricostruisce
la scena mitica dell’orda primitiva, nella quale troviamo un padre
tirannico e geloso, che mantiene il monopolio assoluto sulle femmine e
che allontana violentemente i figli, mano a mano che diventano grandi,
escludendoli dal potere e dalle donne. Questo fino a quando i fratelli
scacciati si alleano per uccidere il padre e divorarlo, ponendo così
fine al suo dominio. L’ambivalenza dei sentimenti provati dai fratelli
nei confronti del padre era tale però che essi
lo odiavano in quanto «ostacolo al loro bisogno di potenza e alle loro
pretese sessuali, ma lo amavano e lo ammiravano anche» (Freud
1989, p. 194). Quest’ambivalenza emotiva nei confronti del padre si
declinerà concretamente nella sua uccisione, che soddisferà il loro odio
e nella sua incorporazione, che soddisferà il bisogno di identificarsi
con lui e di acquisirne la potenza. È
da questa ambivalenza agita che sorgeranno il rimorso e il senso di
colpa per l’uccisione del padre e da quest’ultimi quell’«obbedienza
retrospettiva» che farà si che ciò che prima era proibito dal padre, i
figli ora se lo proibiranno spontaneamente. Nella successiva fase
totemica sarà perciò fatto divieto di uccidere il totem quale sostituto
paterno e sarà imposta l’interdizione delle donne del clan (divieto
dell’endogamia), diventate ora disponibili. Nel totemismo l’infrazione
del tabù sarà possibile solo nella forma rituale del pasto totemico, nel
quale l’animale totem verrà ucciso e divorato crudo, come rimemorazione
rituale dell’uccisione del progenitore. Come sappiamo, per Freud,
questo dramma
collettivo arcaico, si ripete inconsciamente nella psiche di ogni
individuo, nella forma del complesso di Edipo. I due tabù fondamentali
del totemismo, non
uccidere il totem (il padre), né unirsi alle donne del clan (le madri e
sorelle), corrispondono infatti ai due divieti edipici. Il senso di
colpa provato dai figli per l’uccisione del padre fa si che la legge di
quest’ultimo venga da loro internalizzata. L’aggressività che prima i
figli rivolgevano verso di lui, ora la rivolgono verso se stessi nella
forma del senso di colpa.
In
generale possiamo dire che nell’essere umano il senso di colpa risulta
essere una forma di aggressività interiorizzata che si rivolge verso
l’individuo come bisogno di punizione per l’azione compiuta. Detto in
termini psicoanalitici, è una riflessione sullo stesso soggetto della
sua pulsione di morte. Un arcaico parricidio sta perciò all’origine
della legge morale interna, la quale nasce nel momento in cui
l’aggressività, che prima era diretta dal soggetto verso l’oggetto, ora
viene rivolta dallo stesso soggetto contro di sé. Dopo l’uccisione, il
padre non è più un ostacolo fisico, ma diventa una presenza psichica
interiorizzata, che giudica e controlla dall’interno: è questa la
funzione di quello che Freud chiamerà Super-Io. Il padre ucciso è perciò
il prototipo del padre del complesso edipico, l’interiorizzazione della
cui figura, coincide con la nascita di questa istanza psichica e della
coscienza morale. L’eresia freudiana è quella «di spiegare l’origine
della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività
verso l’interno» (Freud 2020, p. 295).
La morte e il senso di colpa
Sempre indagando l’origine del senso di colpa, in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915),
Freud analizza il comportamento nei confronti della morte dei popoli
primitivi, equiparandolo a quello del nostro inconscio. L’uomo delle
origini non crede alla propria morte, ma solo a quella del nemico che
dispensa, come già scritto, senza alcun senso di colpa. Quest’ultimo
nasce nell’uomo dei primordi solo di fronte alla morte di uno dei suoi
prossimi, che egli ama ma allo stesso tempo è inconsciamente estraneo1
e odiato, e all’ambivalenza emotiva, di dolore e piacere, provata in
quel momento, al «contrasto tra il dolore consapevole e la soddisfazione
inconscia per la morte avvenuta» (Freud, 1989, p. 100). Freud ricorda
come l’ambivalenza emotiva sia un’invariante dell’essere umano in quanto
«a eccezione di pochissime situazioni, i nostri atteggiamenti amorosi
anche più teneri e intimi contengono una qualche sia pur lieve
componente ostile, suscettibile di provocare un inconscio desiderio di
morte» (Freud 2020, pp. 60-61), e come sia da essa che emerge il senso
di colpa.
Nel
dolore provato per la morte di una moglie, un figlio o un amico, il
primitivo apprende che egli stesso può morire, ma non volendolo
accettare, «di fronte al cadavere della persona amata immaginò gli
spiriti; e in quanto si sentiva colpevole per il senso di soddisfazione
che si mescolava al cordoglio, questi spiriti divennero tosto demoni di
cui si doveva avere paura» (Freud 2020, p. 55). Il
primitivo proietta perciò la sua ostilità inconscia, che generava senso
di colpa, sull’oggetto dell’ostilità stessa, ovvero sul defunto, che
diventa perciò un demone. Nel tabù dei morti i demoni si svelano perciò
come proiezioni di sentimenti ostili che il sopravvissuto nutriva
inconsciamente nei confronti del defunto. I superstiti compiangono la
persona defunta «ma essa è diventata, stranamente, un demone malvagio,
pronto a rallegrarsi per le nostre sventure e ansioso di farci morire.
Ora i superstiti devono difendersi da questo nemico malvagio. Sono
sgravati dall’oppressione interna, come senso di colpa, ma l’hanno soltanto scambiata con un affanno che viene dall’esterno» (Freud 1989, p. 102).
Freud
mette a confronto la reazione al lutto del primitivo come esperienza
persecutoria con quella dei suoi pazienti psiconevrotici, che non di
rado si ritengono responsabili della morte della persona amata,
arrivando ad autoaccusarsi in maniera ossessiva e a vivere profonde
condizioni depressive. E questo non perché il paziente l’abbia
trascurata o abbia delle responsabilità nella sua morte, ma perché egli
non era del tutto dispiaciuto e inconsciamente la desiderava. Di qui
quel rimproverarsi ossessivamente. Freud sottolinea che «questa
ambivalenza è – ora più ora meno – innata nell’uomo; normalmente non lo è
tanto da far sorgere le autoaccuse ossessive descritte prima» (Freud
1989, p. 99). Se non fa sorgere le autoaccuse ossessive come nel
psiconevrotico, l’ambivalenza però può generare in ogni individuo un
senso di colpa, a prescindere dall’aver commesso realmente un atto
ostile nei confronti dell’oggetto amato, ovvero avendolo anche solo
fantasticato.
La
medesima carica inconscia aggressiva che nel nevrotico viene deflessa
su di sé, generando il vissuto depressivo del lutto, nel primitivo viene
proiettata sul morto, dando origine a un’esperienza persecutoria, dalla
quale egli si protegge tramite riti propiziatori nei suoi confronti.
Nel mondo magico-religioso dei popoli primitivi, l’incapacità di
tollerare il vissuto depressivo del lutto fa poi si che il sacrificio
propiziatorio messo in atto da una tribù, tenda poi a venir spostato su
di un’altra tribù, i sortilegi del cui sciamano, vengono ora ritenuti
responsabili della scomparsa dei suoi membri. Da una prospettiva
psicoanalitica possiamo affermare che in questi casi la componente
pulsionale aggressiva presente nell’Es, viene scissa e proiettata
al di fuori, sul defunto piuttosto che su di un’altra tribù, risolvendo
in una modalità paranoidea, la dissonanza emotiva alimentata dal
soggetto dell’inconscio.
Autore: A. Marin