Articolo da Storie in Movimento
Con la legge 1859 del 31 dicembre 1962, il governo Fanfani introduceva la scuola media unica. Una trasformazione che iniziava un percorso di scolarizzazione di massa: gli e le studenti non dovevano più compiere la scelta tra le scuole all’avviamento alla professione e le scuole medie come avviamento alle scuole superiori e all’università.
Oggi, quasi 65 anni dopo, l’idea di una scuola improntata direttamente allo sbocco lavorativo e alla professione è rientrata dalla finestra. In particolare la nuova Riforma – voluta dal ministro Valditara – degli Istituti tecnici e professionali, la cui nuova strutturazione con la diminuzione delle ore in classe e di molte materie teoriche, sia umanistiche che tecniche, e l’aumento delle ore di Formazione scuola lavoro, sembra andare nella direzione del ritorno alla Scuola di avviamento professionale.
Abbiamo chiesto al prof. AkaCisco di commentare per noi questa riforma che è già in vigore e coinvolgerà le prime classi a partire dal prossimo anno scolastico.
Dal prossimo anno gli Istituti tecnici di tutta Italia non saranno più quelli di prima.
Come abbiamo già mostrato in Il punto non è cosa ma a chi? di Francesco Pota e in Appunti (parziali e disordinati) per un’educazione sessuale e affettiva di Elena De Marchiu,
il ministro Valditara sta cercando di lasciare la propria impronta
sulla scuola italiana in senso conservatore, o estremamente conservatore
ad esempio nel campo delle questioni toccate da Elena. Questa riforma
degli Istituti tecnici e professionali, che viene da lontano visto che
una prima proposta si può far risalire al ministro Bianchi durante il
governo Draghi, prevede una concreta e decisa rimodulazione del percorso
scolastico che gli studenti e le studentesse dei futuri Tecnici, la
riforma sarà in vigore a partire da settembre 2026, frequenteranno e
riguarda tutti gli iscritti e le iscritte a livello nazionale. Vista la
riduzione delle cattedre a causa di cancellazione di materie o
accorpamento di altre, si può parlare di un terribile connubio tra la
voglia conservatrice del ministro e la necessità di tagli. Per quanto
ammantata da dichiarazioni ideologiche, sulle quali è necessario
comunque fare una riflessione, la riforma sembra mossa (anche?) da una
volontà di tagli alla scuola.
Non è facile fare un riassunto della Riforma degli Istituti tecnici
varata, entrata in vigore e che sarà operativa a partire da settembre
2026, ma bisogna provarci. Partiamo da un presupposto importante: non si
sta parlando della cosiddetta riforma 4+2, anche se come dicono alcuni
sindacati sarebbe meglio chiamarla 5-1. Anche nel caso dei percorsi
quadriennali, perché il +2 è un percorso facoltativo e autonomo da
quello scolastico e interamente delegato a istituzioni private, si parla
di riforma già approvata e ordinamentale nella scuola italiana ma
questi percorsi sono attivati se approvati dal collegio docenti dei
singoli istituti. Per spiegarmi meglio: il percorso quadriennale,
anch’esso a mio avviso da rigettare, può essere liberamente attivato da
un Istituto tecnico all’interno della propria offerta formativa, uno tra
i diversi corsi offerti dalla scuola.
La Riforma degli Istituti tecnici invece riguarda tutte le scuole e
tutti i corsi che vengono attivati in ogni Istituto tecnico d’Italia e
va a stabilire come tutti i ragazzi e le ragazze, a partire dall’anno
scolastico 2026/2027 cioè quello che inizia a settembre, faranno scuola
nei percorsi di istruzione tecnica da qui a quando qualche altro
ministro o altra ministra non ci metterà mano. Una riforma sulla quale è
necessario che chi la vivrà e più in generale la società italiana
presti molta attenzione.
Per capire quali sono le criticità bisogna andare nel dettaglio della
riforma. Il primo punto che trovo interessante è quello delle ore
lasciate all’autonomia[1]. Partiamo da un presupposto: in questa
concezione dell’autonomia scolastica risuona terribilmente l’autonomia
differenziata proposta da Calderoli, compagno di partito del ministro
Valditara. Nel dettaglio: ogni collegio docenti a partire da questo anno
ha dovuto decidere come ripartire alcune ore di un pacchetto per
adeguare liberamente la propria offerta oraria alle richieste
del mondo del lavoro del proprio territorio. Secondo quanto dice il
ministro questo dovrebbe agevolare il rapporto per permettere di rendere
un percorso scolastico rivolto al mondo del lavoro il più possibile
aderente alle caratteristiche di quel mondo nell’area geografica in cui
ha sede l’istituto. La riforma divide il percorso tecnico in due bienni e
nel quinto anno finale: nei primi due anni le ore lasciate
all’autonomia sono 66 all’anno, cioè circa il 6% del totale; salgono a
99 all’anno nel secondo biennio, circa il 10% del totale; per finire con
231, il 22% del totale [2]. Forse potrebbe sembrare una norma per
potenziare l’autonomia degli istituti ma è facile mostrare tutte le
criticità di questa impostazione. Si può iniziare individuando cosa si
può fare con queste ore: potenziare ore già previste nel curricolo e
inserire nuovi insegnamenti con vincoli precisi, in coerenza con il
percorso di studi. Non si potrà quindi inserire filosofia in un corso
Costruzione ambiente territorio (o Cat, il vecchio geometra). Il
problema principale è però quello della disuguaglianza territoriale,
questa impostazione prevede quindi non alla formazione di studenti
preparati e preparate al futuro mondo del lavoro, ma piuttosto
lavoratori e lavoratrici che sono vincolate a un territorio specifico. E
come sarà loro utile tutto questo se ci sono aree del paese dove il
mondo del lavoro non offre grandi opportunità o opportunità estremamente
settoriali? In questo senso se da un lato il sud Italia farà fatica a
offrire un’istruzione che permetta ai suoi studenti di avere una
preparazione utile al loro futuro lavorativo, dall’altro in città come
Milano la tendenza dovrebbe essere quella di “convergere” verso settori
più legati alla finanza e ai settori legati alle tecnologie informatica o
favorire per altri campi un avvicinamento all’istruzione professionale
che garantisce un inserimento nel mondo del lavoro più rapido ma meno
retribuito [3]. Risulta evidente come si stia parlando di una questione
già problematica di per sé ma in sostanza si sta anche preparando la
distruzione di un’istruzione comune a livello nazionale, non è difficile
immaginare la criticità di un irrigidimento così tanto locale. In
regioni in cui la migrazione è ancora molto alta [4], a quale mondo del
lavoro dovrebbero pensare le scuole per ispirare il proprio quadro
orario per garantire ai propri e alle proprie studenti una formazione
efficace per il proprio futuro, quello locale o quello delle città del
nord? Ma la questione potrebbe presentarsi anche in caso di spostamenti
di pochi chilometri, rendendo difficile il percorso scolastico a chi
dovesse spostarsi in un altro istituto frequentando lo stesso corso
nella stessa città. Certo non può bastare la spinta
all’internazionalizzazione, come indica la riforma, con ore di lezione
Clil, ovvero l’insegnamento di materie curricolari in lingua straniera.
Non è chiaro a cosa serva sapere bene l’inglese se poi l’intera
formazioni dello o della studente è così fortemente legata a un
territorio specifico. Siamo oltre la regionalizzazione dell’istruzione.
Ma non è finita qua perché per garantire questo monte ore di
flessibilità, sono state riviste le quote ore settimanali di molte
materie. Ci sono riduzioni drastiche che mettono a rischio
l’insegnamento stesso di alcune materie come il caso di geografia [5] o
l’accorpamento di tutte le materie scientifiche, fisica biologia e
chimina, nell’insegnamento denominato Scienze sperimentali. In casi come
quest’ultimo, al momento in cui scrivo, non sono ancora chiare le
classi di concorso per gli/le insegnanti e le indicazioni nazionali per
il percorso didattico, il vecchio programma.
In generale la riduzione riguarda sia le materie a carattere generale
che tecnico, da italiano a economia aziendale o la seconda lingua
comunitaria, alla faccia dell’internazionalizzazione. Certo queste ore
potrebbero essere restituite con quelle dell’autonomia, anche se non
avrebbe molto senso, ma credo che l’esempio dell’insegnamento di
italiano permetta di fare un salto al ragionamento. Nel quinto anno, si
passa da 4 ore settimanali a 3 per l’insegnamento di letteratura
italiana e di come si scrive un saggio breve, nasce il sospetto che si
stia preparando anche una revisione dell’esame di maturità. È difficile
pensare che uno studente o una studentessa preparata con 99 ore annuali
possa sostenere le stesse prove di uno o una che ne ha avute a
disposizione 132. Ma non solo perché il ministero prevede l’introduzione
di percorsi didattici interdisciplinari che abbiamo come prove di
valutazione compiti di realtà[6] da poter svolgere preferibilmente in ambito lavorativo. Cercando di tradurre dallo scuolese:
cercare di svolgere preferibilmente attività che possano essere
integrate nelle ore di Formazione scuola lavoro, per quanto riguarda
italiano, ne deduco, meno saggi brevi e più relazioni lavorative. Anche
in questo caso l’idea sembra essere quindi quella della creazione di
personale e non persone.
Questa riforma sta spezzando, nonostante le roboanti dichiarazioni
recenti del ministro [7], un’unità dei corsi di istruzione superiore,
ricreando l’antica separazione tra i corsi di avviamento al lavoro [8] e
i corsi preparatori al percorso universitario. Esistono oggi percorsi
didattici incentrati sull’avviamento alla professione, sono i percorsi
di Istruzione e formazione professionale, in sigla IeFP[9], a carattere
regionale che sono percorsi molto importanti ma danno una formazione
diversa da quella dell’Istituto tecnico.
Questa riforma quindi palesemente sta creando una divisione tra
percorsi spingendo i Tecnici verso la formazione professionale e quindi
non solo per gli studente e le studentesse sarà difficile cambiare corso
durante il quinquennio, o quadriennio, delle scuole superiori ma a 13
anni sarà implicito che uno studente o una studentessa scegliendo un
corso sta facendo una scelta di vita ancora più radicale: andare o meno
all’università.
Se a questa nuova struttura si unisce il percorso quadriennale visti i
suoi risultati per chi lo ha già sperimentato[10], tutto ciò diventa
ancora più evidente.
A ulteriore dimostrazione vi è la questione della Formazione scuola
lavoro (Fsl) che viene spesso ancora definita Pcto o Alternanza scuola
lavoro. Questi percorsi, che già sono discutibili oggi per tutti i
rischi che comportano[11] e per l’allontanamento dalle aule di ragazzi e
ragazze spesso per attività non esattamente formative, vengono
anticipati a partire dalla seconda superiore, per quanto facoltativi.
Non si capisce cosa possano imparare di più che stare a scuola degli
studenti e delle studentesse di 15 anni. Tra il serio e il faceto:
insegno nel corso Costruzioni, ambiente, territorio; i miei studenti e
le mie studentesse dovrebbero essere quindi preparati per fare il/la
geometra e un’esperienza di lavoro in uno studio o in un cantiere può
avere la sua validità, se meglio pensata e strutturata di due settimane
scarse dove anche i più fortunati e le più fortunate impareranno proprio
poco, ma la percentuale di studenti che frequenta studi o imprese edili
è significativamente minore rispetto a quelli e quelle che fanno Fsl
nelle agenzie immobiliari; se, a partire dall’anno scolastico 2027/28,
dovranno andare anche tutte le seconde, avremo agenzie immobiliari che
hanno più dipendenti della Fiat nel 1980. Quanti studi o imprese edili
vorranno avere nei propri uffici studenti così giovani, così poco
preparati e di conseguenza cosa potranno fare e imparare in quegli
uffici?
In sostanza ciò mi sembra dimostri ancora una volta che la volontà è
quella di creare una scuola per preparare personale al mondo del lavoro,
spesso nella fascia poco retribuita, anziché aiutare gli studenti e le
studentesse a crearsi un percorso di crescita individuale, come persone e
parte di una comunità. Il ministro o chi sostiene la riforma potrebbero
obbiettare che lo scopo è quello di creare personale formato che possa
adattarsi bene al mondo del lavoro. Ma se la preparazione teorica è
peggiore e la formazione è sempre più pratica, i lavoratori e le
lavoratrici che stiamo preparando si adatteranno a ruoli sempre più
umili perché non potranno ambire ad altro. Si parla di innovazione e
merito ma ci si dimentica che l’innovazione viene fatta da un maggiore
studio e il merito, se non si eliminano le difficoltà strutturali, è
solo una scusa per premiare chi già ha dei privilegi.
Togliere ore di materie umanistiche o generali finisce per impedire l’innovazione anziché premiarla. Se il mantra è thinking out of the box, non è chiaro come si possa insegnare a pensare fuori dalla scatola
se si depotenziano quelle materie che insegnano il pensiero critico
fondamentale per porre in critica l’esistente, anche nel mondo del
lavoro, e poterlo riformare.
Alla luce di tutto questo poi vi è la solita questione, con cui ci
tengo a chiudere, è vero che l’istruzione tecnica ha risvolti più
pratici di quella liceale ma nel 2026 dovrebbe essere chiaro a chiunque
che con un semplice diploma le possibilità di lavoro sono estremamente
ridotte. Infine, nonostante ciò, la scuola in generale non forma solo
lavoratori e lavoratrici ma aiuta ogni studente a una crescita personale
e individuale che gli o le permetta di esprimersi al meglio. Non è solo
una questione di bravi cittadini e cittadine perché per la maggioranza
che sostiene questo governo un bravo cittadino è anche colui o colei che
non protesta e non contesta e questo tipo di scuola andrà proprio a
formare questo tipo di cittadini e cittadine. È una costruzione del sé
il più libera possibile che la scuola contemporanea dovrebbe offrire: al
fianco di un’istruzione tecnica, la scoperta delle lingue, della
lettura, dell’arte e della geografia sono strumenti per chi,
indipendentemente dal lavoro che svolgerà nella vita adulta, deve
affrontare il mondo sempre più connesso e complesso. Strumenti che ai
ragazzi e alle ragazze che stanno frequentando ora le scuole superiori
di primo grado sono stati sottratti.
Vi risparmio la questione prettamente sindacale per noi docenti ma
capirete che la riduzione oraria significa anche riduzione dei posti di
lavoro e in particolare dei precari, così magari il ministro potrà dire
di aver risolto il problema del precariato nel mondo della scuola; e vi
risparmio anche la confusione con cui questa riforma viene applicata,
mancano ancora ad oggi molte direttive tecniche come quelle sulle classi
di concorso, oppure la considerazione che questa riforma è in vigore
per l’anno scolastico che inizia a settembre ma è stata annunciata e
approvata DOPO la fine delle iscrizioni quindi molti e molte
frequenteranno scuole che non sono per forza quelle a cui volevano
iscriversi.
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Autore: AkaCisco
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Articolo tratto interamente da Storie in Movimento
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