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sabato 25 aprile 2026

25 aprile sempre!




Oggi come ieri, 25 aprile sempre! 


25 Aprile: memoria viva, antifascismo sempre!


Celebriamo l'ottantunesimo anniversario della Liberazione d'Italia dal nazifascismo, un giorno che segna la vittoria della libertà contro l'oppressione, della democrazia contro la tirannia. Una data che non deve mai essere dimenticata, perché rappresenta il trionfo dei valori universali di giustizia, uguaglianza e fratellanza su cui si fonda la nostra Repubblica.

Ricordiamo il coraggio e il sacrificio dei partigiani e di tutte le donne e gli uomini che, con il loro impegno e la loro dedizione, hanno combattuto per liberare l'Italia dalla dittatura fascista. Il loro esempio rappresenta un monito per tutti noi: dobbiamo rimanere vigili e uniti contro ogni forma di intolleranza, discriminazione e violenza.

L'antifascismo non è solo un ricordo del passato, ma un valore da difendere con tenacia ogni giorno. Significa essere contro ogni ideologia che nega i diritti umani e le libertà individuali, che promuove la divisione e l'odio.

In un mondo in cui ancora oggi assistiamo a conflitti, oppressioni e violazioni dei diritti umani, il 25 Aprile ci ricorda che la lotta per la libertà e la giustizia è ancora in corso. Dobbiamo essere uniti nel difendere i valori antifascisti e nel costruire un futuro migliore per tutti.

Buon 25 aprile a tutti!



venerdì 24 aprile 2026

25 aprile!


Siamo al 25 aprile, anniversario della Liberazione e cioè la fine della guerra nel 45 in Italia e l'inizio di una nuova storia. Le forze della resistenza, dopo due anni di lotta contro il nazifascismo, vincono. La resistenza sorse quando; caduto il regime fascista il 25 luglio 1943 e firmato l'armistizio con gli alleati, in data 8 settembre del 43, le forze politiche antifasciste, che si erano riorganizzate, chiamarono il popolo a raccolta per cacciare i fascisti e i tedeschi.

Costituirono il movimento di Resistenza, forze diverse tra loro per orientamento politico e impostazione ideologica; ma unite nel comune obiettivo di sconfiggere il nazifascismo e conquistare la libertà. E' stato calcolato che i caduti nella Resistenza italiana (in combattimento o eliminati dopo essere finiti nelle mani dei nazifascisti), siano stati complessivamente circa 44.700, altri 21.200 rimasero mutilati o invalidi. Tra partigiani e soldati italiani caddero combattendo almeno 40.000 uomini. Le donne partigiane combattenti furono 35.000 e 70.000 fecero parte dei gruppi di difesa della Donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate e impiccate, 1.070 caddero in combattimento e diciannove vennero, nel dopoguerra, decorate con Medaglie d'oro al valor militare.

Ricordiamo anche le vittime civili che furono oltre 10.000. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nella valle tra il Reno e la Setta (Marzabotto, Grinzana e Monzuno), i soldati tedeschi massacrarono sette partigiani e 771 civili e uccisero in quell'area 1.830 persone.

Tutte queste cifre ci dovrebbero far riflettere; anche perché la memoria storica sta lentamente scomparendo e molti giovani non conoscono l'importanza di questa giornata. Ovviamente c'è chi vuol fare revisionismo storico e tutto questo è altamente pericoloso.

Questa giornata è sempre stata vista erroneamente come una festa di un solo colore politico; ma a combattere settant'anni fa c'erano: comunisti, socialisti, cattolici, militari dissidenti, anarchici, perseguitati razziali, preti e tutti quelli che si sentivano antifascisti.

La festa di Liberazione, quindi, è di tutti e riguarda tutti gli italiani, certamente non possiamo dimenticare quei mesi sanguinari; ma pieni di passione, orgoglio e coraggio.


Autore: Mary B.


Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Difesa senza se e senza ma, il mandato della Costituzione


Articolo da Volere la luna

Ogni 25 aprile ha una sua specificità, anche se non sempre l’impatto è rilevante come quello del 1994 che segnò la ripresa (momentanea) della sinistra dopo la vittoria elettorale di Berlusconi. Quest’anno non è tempo di festa. Da festeggiare c’è, infatti, assai poco con la situazione nazionale e internazionale in cui siamo immersi. È tempo, piuttosto di analisi e di messa a punto di una reazione adeguata contro lo status quo. Come in altri periodi della nostra storia. Ricordo il 1960, quando il ciclo di lezioni organizzato a Torino da Franco Antonicelli su antifascismo e resistenza, fu – come è stato detto – la preparazione per una ulteriore lezione: quella dei moti del luglio, a Genova, contro il programmato congresso del Movimento sociale italiano. Ebbene, quest’anno, il 25 aprile ci richiama a tre questioni, fondamentali nell’ormai lontano 1945 e di nuovo di prepotente attualità: la liberazione dal fascismo, la fine della guerra voluta da Hitler e Mussolini e l’adozione della Costituzione repubblicana, frutto della Resistenza.

Il fascismo, sconfitto 81 anni fa, si ripropone nella società, nella politica e nelle istituzioni. Ci sono delle diversità, come inevitabile dato il mutato periodo storico e il cambiamento del contesto, ma la sostanza è la stessa: il militarismo, il culto della guerra e della nazione, il disprezzo per la cultura, la vocazione autoritaria, la teorizzazione della disuguaglianza, il rifiuto del diverso e dei migranti, l’organizzazione dello Stato in base a cordate parentali e amicali. Troppo spesso, negli ultimi anni, ciò è stato sottovalutato e, anche dopo la vittoria delle destre nelle elezioni del 2022, molti “cattivi maestri” hanno continuato a sostenere che eravamo di fronte a un semplice, fisiologico cambio di governo. Non era così ed oggi, seppur tardivamente, cresce la consapevolezza che siamo di fronte al tentativo di instaurare, di nuovo, un “regime reazionario di massa” per usare parole di Antonio Gramsci. Lo dimostrano, nonostante il doppiopetto indossato dagli improbabili nuovi gerarchi, la continua umiliazione del Parlamento (che si vorrebbe nuovamente ridotto ad “aula sorda e grigia”), il perseguimento di un contatto diretto e senza mediazioni del capo con il popolo (praticato dalla presidente del Consiglio in attesa di formalizzarlo con l’introduzione del premierato assoluto), l’azzeramento dei meccanismi di controllo e dei relativi poteri (che ha avuto la manifestazione più eclatante nella “riforma della giustizia”, respinta solo dal voto popolare), il tentativo di occupare i luoghi della cultura e di riscrivere la storia, le politiche economiche di favore nei confronti dei poteri forti (maldestramente occultate da un populismo verbale privo di contenuti), le leggi di contrasto dell’immigrazione fondate sull’identità nazionale e sulla razza (vere “leggi razziali” del nuovo millennio, secondo una lucida definizione di Gastone Cottino), la repressione capillare del dissenso con abbandono di alcuni tratti dello Stato di diritto, la non nascosta ammirazione per i campioni internazionali dell’autoritarismo (a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump). Alcune forti resistenze sociali, le grandi mobilitazioni dell’autunno scorso e, in ultimo, la vittoria del no nel referendum hanno momentaneamente bloccato quel disegno ma è ormai chiaro ai più che una seconda legislatura a trazione Fratelli d’Italia sarebbe devastante e, anche grazie all’esperienza accumulata in questi anni, porterebbe alla fine della forma di Stato disegnata dalla Costituzione del 1948. A ciò – e alla necessità, come obiettivo primario, di evitare una nuova vittoria della destra nelle elezioni del prossimo anno – ci richiama questo 25 aprile.

La Liberazione segnò, nel 1945, anche la fine della guerra voluta da Hitler e Mussolini. La conclusione del conflitto e le devastazioni (materiali e morali) da esso prodotte portarono al bando della guerra: nel diritto internazionale, nell’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), nel sentire diffuso degli uomini e delle donne. Ciò non ha eliminato le guerre nel mondo ma le ha, in qualche misura, limitate per quattro decenni e, soprattutto, ha prodotto la loro diffusa condanna da parte dell’opinione pubblica mondiale. Con il nuovo millennio – e oggi più che mai – lo scenario si è ribaltato: la guerra è tornata ad essere strumento ordinario di definizione dei conflitti tra gli Stati, la forza ha sostituito il diritto e soppiantato gli organismi internazionali, è stata di nuovo sdoganata la possibilità di uso delle armi nucleari, il genocidio viene praticato impunemente e su larga scala da Israele nei confronti del popolo palestinese (cancellando il “mai più” proclamato dall’umanità sulla porta di Auschwitz), la corsa alle armi cancella ovunque le conquiste dello Stato sociale. Tutto ciò, oltre ad essere praticato, è teorizzato da politici e capi di Stato (a cominciare dal presidente degli Stati Uniti che vorrebbe, per di più, essere insignito del Nobel per la pace). E il veleno si diffonde. Anche nel nostro Paese intellettuali considerati progressisti deplorano il decadimento dello spirito bellico prodotto da decenni di pace e, replicando il delirio dei futuristi, considerano la guerra come “igiene del mondo”. Da qualche tempo il mondo – i giovani soprattutto – ha cominciato a reagire. In questo contesto di reazione si colloca questo 25 aprile che propone alcuni imperativi irrinunciabili: il ripudio della guerra, il valore assoluto della pace, il rifiuto di ogni forma di riarmo e l’impegno a negare l’appoggio a qualunque forza politica che lo pratichi e lo sostenga.

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Fonte: Volere la luna

Autore: 

Licenza: Creative Commons (non specificata la versione

Articolo tratto interamente da Volere la luna

Immagine generata con intelligenza artificiale



Figlia del "popolo della terra"


Articolo da Al-Akhbar

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Al-Akhbar


Premessa: articolo scritto da una collega della giornalista uccisa in Libano.


Ho scritto un lungo articolo su di te dopo che un video in cui salvavi un gatto intrappolato sotto le macerie è diventato virale. Quel semplice momento, una boccata d'aria fresca in mezzo al peso della guerra, quando il tuo volto spontaneo e umano è emerso, lontano dai titoli di giornale che incombevano. Volevo pubblicare quell'articolo allora, su quella tua straordinaria capacità di mantenere la leggerezza nella vita, nonostante tutta la morte che ti circonda.

Ma ho rimandato la scrittura. Mi dicevo: scriverò di lei quando la guerra sarà finita, quando le cose si saranno calmate e quando sarà possibile celebrare quel coraggio esemplare. Non sapevo che quel rinvio era una piccola trappola per la memoria, e che la guerra a volte non aspetta che nessuno parli.
sette ore

Sette ore. Solo sette ore sono bastate a racchiudere la storia di un'intera nazione e a imprimere indelebilmente il nome di Amal Khalil nella memoria del Libano. Sette ore in cui l'attesa è rimasta sospesa tra cielo e terra, tra una piccola speranza che si rifiutava di spegnersi e una paura che cresceva silenziosamente. Aspettavamo una sola notizia: che saresti tornata. Che saresti emersa dalle macerie, che avresti riso come hai sempre fatto e che avresti deriso la morte come l'avevi derisa tante volte prima.

In quelle ore, il Sud non era semplicemente un luogo sotto attacco, ma un cuore messo a nudo nel suo dolore. Amal non era solo una corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, né un nome comparso in una fugace notizia; era l'occhio del Sud, la sua voce, il suo battito vitale. Sapeva che il giornalismo non è un ufficio né si limita ai confini, quindi fece della terra il suo ufficio, delle persone i suoi documenti e della verità la sua bussola.

Una scena di dolore ricorrente

In questa scena di dolore straziante, la memoria si è spostata oltre, verso la brutalità di questo nemico e la ripetizione dello stesso scenario... come quello che accadde alla ragazza palestinese Hind Rajab nel 2024, quando un'ambulanza accorse in suo aiuto, solo per scoprire in seguito che Hind Rajab era stata uccisa, insieme all'equipaggio che aveva cercato di raggiungerla. Ed è quello che è successo a te, Amal, rivelando un quadro ancora più crudele della guerra stessa. Un quadro che mostra un nemico che non si accontenta di uccidere i martiri, ma perseguita anche coloro che cercano di salvarli.

Quello che è successo al bambino Hind Rajab si è ripetuto anche con te, Amal.

Poi mi è venuto in mente Shireen Abu Akleh. Non era solo un nome; era una ferita aperta nella memoria di chiunque credesse che la macchina fotografica non dovesse essere il bersaglio. Alcune immagini sono indimenticabili perché racchiudono tutta la verità in un singolo istante. E oggi, tu sei al suo fianco, nello stesso spazio del cuore: dove la verità paga con la propria vita.

Non ha lasciato il sud


Hai visto ciò che non doveva essere visto. Hai scritto ciò che non doveva essere detto e ti sei avvicinato a dettagli destinati a rimanere segreti. Perciò, il cammino verso di te non è stato facile: dall'inseguimento al bombardamento, dalla strada al rifugio, persino al luogo che credevi fosse un momento di sicurezza. Come se la verità stessa fosse diventata un bersaglio, come se la luce fosse punita per essere apparsa.

Ma la tua storia non è iniziata qui.

Dalla guerra del 2006, la tua risposta è stata semplice come la fede: vado a sud. E da quel giorno non te ne sei più andato. Non avevi un ufficio in redazione, perché il sud era il tuo ufficio. Conoscevi i villaggi per nome, le persone dai loro volti e le storie nei loro piccoli dettagli che nessun altro vedeva. E col tempo, la tua presenza lì è diventata parte integrante del luogo, inseparabile da esso.

Nel settembre del 2024, quando il nemico ti ha minacciato, non ti sei tirato indietro. Sei rimasto sul campo, camminando sul filo del rasoio tra la vita e la morte, ma hai sempre scelto la verità. Sapevi che il giornalismo in tempo di guerra non è una professione, ma una scelta costante: schierarsi dalla parte che fa più male, ma che dice la verità.

Voce del Sud

Il programma "Gente della terra" che hai presentato non è stato semplicemente un'impresa giornalistica, ma una naturale estensione di te stesso. Sei entrato nei villaggi come se stessi entrando nel cuore della verità, sedendoti con la gente come se fossi uno di loro, non solo un semplice reporter. In "Gente della terra", il Sud non era solo un campo di battaglia, ma uno spazio di vita: olive raccolte nonostante la paura, terra coltivata nonostante i bombardamenti e persone aggrappate a quel poco di significato che restava.

Sono tornato a casa tua ad Al-Bisariya, ma non è un ritorno ordinario. È come se tutto il Sud fosse tornato con te, o come se tu fossi diventato il Sud stesso: la sua voce che non si spezza e il suo ricordo che non muore.

"Che parole d'addio, Amal." Ti ricorderemo come ricordiamo i nomi dei nostri villaggi. E un giorno diremo che questa terra, nonostante tutto, è stata bagnata dal sangue di colei che è diventata notizia. Addio, o occhio del Sud, o corrispondente e figlia di "Al-Akhbar", come hai sempre voluto che ti vedessimo: testimone fino alla fine.

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Fonte: Al-Akhbar

Autore: Yara Abboud

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International

Articolo tratto interamente da Al-Akhbar

Video credit @megaphonenews caricato su YouTube


Il 22 aprile 2026, la giornalista libanese Amal Khalil, corrispondente del quotidiano locale Al-Akhbar, è stata uccisa in un raid aereo israeliano



Articolo da CPJ

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su CPJ


Il 22 aprile 2026, la giornalista libanese Amal Khalil, corrispondente del quotidiano locale Al-Akhbar, è stata uccisa in un raid aereo israeliano dopo essere rimasta intrappolata per ore in un edificio in cui si era rifugiata insieme a un'altra giornalista, Zeinab Faraj.

Khalil e Faraj, fotoreporter freelance, erano in missione per documentare i recenti attacchi al villaggio meridionale di Bint Jbeil, quando si sono messi al riparo dopo che un'auto civile, colpita da un proiettile sulla strada principale di Al Tayri, ha perso la vita due persone. Sono rimasti intrappolati sotto le macerie per circa sette ore dopo che l'edificio in cui si erano rifugiati è stato colpito in pieno, secondo quanto riportato da Al-Jadeed TV. La distruzione e il fuoco diretto contro le ambulanze hanno impedito ai soccorritori di raggiungere il luogo dell'attacco.

Il CPJ ha inviato un messaggio a Khalil dopo il primo attacco, avvenuto intorno alle 14:30 ora locale, ma non ha ricevuto risposta. La sua collega, Lina Balbaki, ha riferito al CPJ di essere riuscita a contattare Khalil dopo che quest'ultima si era rifugiata al riparo dal primo attacco, rimanendo bloccata senza possibilità di soccorso. Ha confermato al CPJ che Khalil in quel momento godeva di buona salute.

Secondo quanto riportato dai notiziari e confermato dai colleghi intervistati dal CPJ, l'ultima volta che si è avuta notizia di Khalil risale alle 16:10 circa, quando ha chiamato la sua famiglia e l'esercito libanese.

Il giornalista è stato trovato morto dopo che alla Croce Rossa è stato concesso un accesso limitato al sito, che rimaneva sotto il fuoco nemico. Le squadre sono riuscite a evacuare Faraj, che secondo quanto riferito aveva riportato gravi ferite alla testa, e altri due civili rimasti uccisi, prima di essere costrette a ritirarsi a causa dei continui bombardamenti e del fuoco diretto contro le squadre e i veicoli di soccorso, stando a quanto riportato dai media.

In un'intervista rilasciata ad Al Jadeed TV, la presidente dell'Unione dei giornalisti libanesi, Elsy Moufarrej, ha accusato le forze israeliane di aver preso di mira deliberatamente Khalil, facendo riferimento a una minaccia di morte inviata al giornalista tramite SMS nel settembre 2024. Moufarrej ha esortato il governo libanese e gli organismi internazionali ad agire con urgenza contro quelli che ha definito "crimini di guerra israeliani ripetuti e non indagati contro i giornalisti".

Circa una settimana prima dell'uccisione di Khalil, il 15 aprile 2026, il portavoce arabo delle Forze di Difesa Israeliane, Avichae Adraee, ha condiviso un post su X, che mostrava Amal Khalil mentre salvava un gatto intrappolato sotto le macerie di una casa nel villaggio di Ansariyeh, nel Libano meridionale, definendola "un diavolo che recita la parte del cuore compassionevole".

Il CPJ ha inviato un'e-mail all'ufficio stampa internazionale delle Forze di Difesa Israeliane per chiedere un commento, ma non ha ricevuto una risposta immediata.

In un post su X, il tenente colonnello Ella delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha affermato che "il ferimento di due giornalisti è oggetto di indagine", negando l'ostruzione delle operazioni di soccorso sul luogo dell'incidente. Le dichiarazioni ufficiali libanesi contraddicono tale affermazione.

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Fonte: CPJ

Autore: CPJ

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International

Articolo tratto interamente da CPJ


Poi spuntò l’alba...


Avevo due paure

La prima era quella di uccidere

La seconda era quella di morire

Avevo diciassette anni

Poi venne la notte del silenzio

In quel buio si scambiarono le vite

Incollati alle barricate alcuni di noi

Vivevano l’attesa

Poi spuntò l’alba

Ed era il 25 Aprile


Giuseppe Colzani