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giovedì 25 giugno 2026

Spleen di Charles Baudelaire


Spleen

Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
Sull’anima gemente in preda a lunghi affanni,
E in un unico cerchio stringendo l’orizzonte
Riversa un giorno nero più triste dell notti;

Quando la terra cambia in un’umida cella,
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello,
Sbattendo la sua timida ala contro i muri
E picchiando la testa sul fradicio soffitto;

Quando la pioggia stende le sue immense strisce
Imitando le sbarre di una vasta prigione,
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;

Delle campane a un tratto esplodono con furia
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso,
Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria
Che si mettano a gemere in maniera ostinata.

– E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera…

Charles Baudelaire

.

mercoledì 24 giugno 2026

Madrigale d’estate di Federico García Lorca



Madrigale d’estate

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l’ora solare del mezzogiorno
morderò la mela.
Fra i verdi ulivi della collina
c’è una torre moresca,
colore della tua carne campagnola
che sa di miele e d’aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.

Come ti sei data a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d’amore il sesso di giglio
e i seni sonori?
Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?
Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dell’estate.

Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d’ombra sopra i prati.

Dipingimi con la bocca insanguinata
un cielo d’amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.

Prigioniero è il mio pegaso andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi, t’amerei
per il tuo sguardo cupo
come l’allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.
Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.

Federico García Lorca


martedì 23 giugno 2026

Dies di Olindo Guerrini


Dies

Il sole brucia implacabile, uguale,
le stoppie gialle del pian vaporoso,
l’azzurra volta del ciel luminoso
riflette in terra la fiamma estivale.

Non move foglia. La vita animale
langue in un grave sopor neghittoso:
turba la pace al meriggio affannoso
solo un molesto frinir di cicale.

Sull’erba verde, nel bosco frondoso,
fresco t’ho fatto di fiori un guanciale
e tu vi adagi le membra al riposo.

Dormi discinta nell’ombra ospitale
ed io contemplo con l’occhio bramoso
l’onda del petto che scende e che sale.

Olindo Guerrini

lunedì 22 giugno 2026

Passerò per piazza di Spagna di Cesare Pavese


Passerò per piazza di Spagna

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane —
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu — ferma e chiara. 

Cesare Pavese


sabato 20 giugno 2026

Meriggio estivo di Enrico Panzacchi



Meriggio estivo

Dal fresco rezzo della stanza mia
veggo laggiù brillar nitidamente
l'asciutta rena e i sassi del torrente
che un limpido fil d'acqua al fiume invia.

Rompe il verde del pian la bianca via
che s'allontana tortuosamente;
presso la siepe, al sol, dorme un pezzente
del suo magro cagnuolo in compagnia.

Più in là, da un campo biondeggiante, uguale
suona il rispetto d'una curva schiera
di mietitrici. Stridon le cicale.
E per l'aria tranquilla, in tra la nera
canapa, d'improvviso ondeggia e sale
il fumo e il fischio della vaporiera.


Enrico Panzacchi

venerdì 19 giugno 2026

Paginetta d'albo di Giuseppe Albini


Paginetta d'albo

È l'aureo giugno, e ciascun giorno un'ora
Il ciel s'oscura e freme.
Vaste frusciando inchinano le spiche,
E punta da nemiche
Aure ogni frasca abbrividisce e freme.
Deh sia vana minaccia! Oggi matura
L'annua speme al lavoro:
Biondeggi in aria e per i campi l'oro,
E te baci la gioia, o fronte pura.

Giuseppe Albini 


mercoledì 17 giugno 2026

La finestra aperta sul mare di Sergio Corazzini



La finestra aperta sul mare

Non rammento. Io la vidi
aperta sul mare,
come un occhio a guardare,
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l’anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell’alba.
 
Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l’eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.
 
Qualche gufo co’ i tristi
occhi, dall’alto nido
scricchiolante incantava
l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.
 
Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell’ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.
 
E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.
 
Cantava l’azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili... Ed egli le offriva i suoi morti,
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.
 
Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell’aurora,
la torre
si donò al mare.

Sergio Corazzini


martedì 16 giugno 2026

Er disarmo di Trilussa


Er disarmo 

— Se faranno er disarmo generale,
— barbottava la Vipera — è finita!
Er veleno che ciò va tutto a male.
Nun m'arimane che una via d'uscita
in una redazzione de giornale... —

Er Porcospino disse: — Certamente
puro per me sarebbe un guaio grosso:
perché, Dio guardi je venisse in mente
de levamme le spine che ciò addosso,
nun resterei che porco solamente! 

Trilussa

Immagine generata con intelligenza artificiale



D’oro crespi capelli di Giovanni Boccaccio

 

D’oro crespi capelli

D’oro crespi capelli e annodati
da sé e da verde frondi e bianchi fiori,
un angelico viso e due splendori
simili a stelle, e atti non usati
veder fra noi, vezzosi e riposati,
e un cantar di più gioiosi amori
soave e lieto ben tra mille fiori
del primo tempo, insieme radunati
in un giardino nato ad un bel fonte,
pos’Amore in amare alla mia mente
libera ancora, semplice e leggera.
Né pria, dal canto desto, alza’ la fronte,
che tutte l’accerchiar subitamente
e presa a lui la dier, che vicin era.

Giovanni Boccaccio


lunedì 15 giugno 2026

Desgrazzi de Giovannin Bongee di Carlo Porta




Desgrazzi de Giovannin Bongee

Deggià, Lustrissem, che semm sul descors
de quij prepotentoni de Frances,
ch’el senta on poo mò adess cossa m’è occors
jer sira in tra i noeuv e mezza e i des,
giust in quell’ora che vegneva via
sloffi e stracch come on asen de bottia.

Seva in contraa de Santa Margaritta
e andava inscì bell bell come se fa
ziffoland de per mì sulla mia dritta,
e quand sont lì al canton dove che stà
quell pessee che gh’ha foeura i bej oliv
me senti tutt a on bott a dì: Chi viv?

Vardi innanz, e hoo capii dall’infilera
di cardon e dal streppet di sciavatt
che seva daa in la rondena, e che l’era
la rondena senz’olter di Crovatt;
e mì, vedend la rondena che ven,
fermem lì senza moeuvem: vala ben?

Quand m’hin adoss che asquas m’usmen el fiaa
el primm de tutt, che l’eva el tamborin,
traccheta! sto asnon porch del Monferaa
el me sbaratta in faccia el lanternin
e el me fa vede a on bott sô, luna, stell,
a ris’c de innorbimm lì come on franguell.

Seva tanto dannaa de quella azion
che dininguarda s’el fudess staa on olter.
Basta: on scior ch’eva impari a sto birbon,
ch’el sarà staa el sur respettor senz olter,
dopo avemm ben lumaa, el me dis: Chi siete?
Che mester fate? Indove andè? Dicete!

Chi sont?, respondi franco, in dove voo?
Sont galantomm e voo per el fatt mè;
intuitù poeu del mestee che foo,
ghe ven quaj cossa de vorell savè?
Foo el cavalier, vivi d’entrada, e mò!
ghe giontaravel fors quaj coss del so?

Me par d’avegh parlaa de fioeu polid,
n’eel vera? Eppur fudessel ch’el gh’avess
ona gran volentaa de taccà lid,
o che in quell dì gh’andass tusscoss in sbiess,
el me fa sercià sù de vott o des
e lì el me sonna on bon felipp de pes.

Hoo faa mì dò o trè voeult per rebeccamm
tant per respondegh anca mì quajcoss,
ma lu el torna de capp a interrogamm,
in nomo della legge, e el solta el foss,
e in nomo della legge, già se sa,
sansessia, vala ben?, boeugna parlà.

E lì botta e resposta, e via d’incant;
Chi siete? Giovannin. La parentella?
Bongee. Che mester fate? El lavorant
de frust. Presso de chi? De Isepp Gabella.

In dovè? In di Tegnon. Vee a spass? Voo al cobbi.
In cà de voi? Sursì. Dovè? Al Carrobbi.

Al Carrobbi! In che porta? Del piattee.
Al numer? Vottcent vott. Pian? Terz, e inscì?
El sattisfaa mò adess, ghe n’hal assee?
Fussel mò la franchezza mia de mì,
o ch’el gh’avess pù nient de domandamm,
el va, e el me pienta lì come on salamm.

Ah, Lustrissem, quest chì l’è anmò on sorbett,
l’è on zuccher fioretton resguard al rest;
el sentirà mò adess el bel casett
che gh’eva pareggiaa depôs a quest.
Proppi vera, Lustrissem, che i battost
hin pront come la tavola di ost.

Dopo sto pocch viorin, gris come on sciatt
corri a cà che né vedi nanch la straa,
foo per dervì el portell, e el troeuvi on tratt
nient olter che avert e sbarattaa...
Stà a vedè, dighi subet, che anca chì
gh’è ona gabola anmò contra de mì.

Magara inscì el fudess staa on terna al lott,
che almanch sta voeulta ghe lassava el segn!
Voo dent.. ciappi la scara... stoo lì on bott,
doo a ment... e senti in sui basij de legn
dessora inscimma arent al spazzacà
come sarav on sciabel a soltà.

Mì a bon cunt saldo lì: fermem del pè
della scara... e denanz de ris’cià on pien
col fidamm a andà sù, sbraggi: Chi l’è?
Coss’en disel, Lustrissem, vala ben?
A cercà rogna inscì per spassass via
al dì d’incoeu s’è a temp anch quand se sia.

Intant nessun respond, e sto tricch tracch
el cress, anzi el va adree a vegnì debass...
Ghe sonni anmò on Chi l’è pù masiacch,
ma, oh dess! l’è pesc che né parlà coi sass;
infin poeù a quante mai sbraggi: Se po’
savè chi l’è on voeulta, o sì o nò?

Cristo! quanti penser hoo paraa via
in quell’attem che seva adree a sbraggià!
M’è fina vegnuu in ment, Esuss Maria!
ch’el fuss el condam reficciô de cà,
ch’el compariss lì inscì a fà penitenza
de quij pocch ch’el s’è tolt sulla conscienza.

El fatt l’è ch’el fracass el cress anmò;
e senti ona pedanna oltra de quell
proppi d’ona personna che ven giò;
mì allora tirem lì attacch a portell,
ché de reson, s’el se le voeur cavà,
l’ha de passà de chì, l’ha de passà.

Che semm nun chi al busilles: finalment
vedi al ciar della lampita de straa
a vegnimm alla contra un accident
d’on cavion frances de quij dannaa,
che inscì ai curt el me dis: Ett vô el marì
de quella famm, che stà dessora lì?

Mì, muso duro tant e quant e lu,
respondi: Ovì, ge sui moà, perché?
Perché, el repia, voter famm Monsù
l’è trè giolì, sacher Dieu, e me plè.
O giolì o non, ghe dighi, l’è la famm
de moà de mì, coss’hal mò de cuntamm?

S’è che moà ge voeu coccé cont ell.
Coccé, respondi, che coccé d’Egitt?
Ch’el vaga a fà coccé in Sant Raffajell,
là l’è loeugh de coccé s’el gh’ha el petitt!
Ch’el vaga foeura di cojon, che chì
no gh’è coccé che tegna. Avé capì?

Cossa dianzer ghe solta, ci dis: Coman!
A moà cojon?, e el volza i man per damm.
Ovej, ch’el staga requi cont i man,
ch’el varda el fatte so de no toccamm,
se de nò, Dia ne libra! sont capazz...
e lu in quell menter mollem on scopazz.

E voeuna e dò! Sangua de dì de nott,
che nol se slonga d’olter che ghe doo!
E lu zollem de capp on scopellott.
Vedi ch’el tend a spettasciamm el coo,
e mì sott cont on anem de lion,
e lu tonfeta! on olter scopazzon.

Ah sanguanon! A on colp de quella sort
me sont sentuu i cavij a drizza in pee,
e se nol fudess staa che i pover mort
m’han juttaa per soa grazia a tornà indree
se no ciappi on poo d’aria, senza fall
sta voeulta foo on sparposet de cavall!

Carlo Porta

domenica 14 giugno 2026

L'infinito di Giacomo Leopardi


L'infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

Photo credit Claudio.stanco (Own work) [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons




sabato 13 giugno 2026

Chi sogna di più di Fernando Pessoa


Chi sogna di più

Chi sogna di più, mi dirai -

Colui che vede il mondo convenuto

O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di piùLa bugia che c’è nella realtà

O la bugia che si trova nei sogni?

Chi è più distante dalla verità -

Chi vede la verità in ombra

O chi vede il sogno illuminato?

La persona che è un buon commensale, o questa?

Quella che si sente un estraneo nella festa?

Fernando Pessoa


Il gatto e la Luna di William Butler Yeats


Il gatto e la Luna

Il gatto andava qui e là
E la luna girava come trottola,
E il parente più stretto della luna,
Il gatto strisciante, guardò in su.
Il nero Minrialoushe fissava la luna,
Perché, per quanto vagasse e gemesse,
La luce fredda e limpida nel cielo
Turbava il suo sangue animale.
Minnaloushe corre fra l'erba
Alzando le sue zampe delicate.
Vuoi ballare, Minnaloushe, vuoi ballare?
Quando s'incontrano due parenti stretti
Che c'è di meglio che mettersi a ballare?
Forse la luna imparerà,
Stanca delle mode di corte,
Un nuovo passo di danza.
Minnaloushe striscia fra l'erba
Di luogo in luogo illuminato dalla luna,
La sacra luna sul suo capo
È entrata in una nuova fase.
Lo sa Minnaloushe che le sue pupille
Passeranno di mutamento in mutamento,
Che vanno dalla tonda alla lunata,
Dalla lunata alla tonda?
Minnaloushe striscia, fra l'erba
Solo, importante e saggio,
E leva alla luna mutevole
I suoi occhi mutevoli.

William Butler Yeats


venerdì 12 giugno 2026

Il soldato morente di Karl Kraus



Il soldato morente

Capitano, portami qui il tribunale di guerra!
Io non muoio per l’imperatore!
Capitano, sei il furfante dell’imperatore!
Quando sarò morto, non farò il saluto militare!

Quando sarò dal mio Signore,
sotto di me si troverà il trono dell’imperatore,
e mi farò beffe degli ordini suoi!
Dov’è il mio paese? Lì gioca il mio bambino.

Quando mi addormenterò nel mio Signore,
arriverà l’ultima mia lettera dal campo.
Gridava, gridava, senza scampo!
Oh com’è profondo il mio amore!

Capitano, sei fuor di senno,
perché mi hai spedito qui.
Nel fuoco si è bruciato il mio cuore.
E io non muoio per nessuna patria!

Voi non mi piegate, non mi piegate!
Ecco, come la morte le catene ha spezzate!
Davanti al tribunale portate la morte!
Io muoio, ma non per l’imperatore! 

Karl Kraus


giovedì 11 giugno 2026

A Celia di Ben Jonson



A Celia

Bevi a me soltanto con i tuoi occhi,

E io mi impegnerò con il mio;

Oppure lascia un bacio ma nella tazza,

E non cercherò del vino.

La sete che sorge dall'anima

Chiedi una bevanda divina;

Ma potrei io bere il nettare di Giove,

Non cambierei per niente al mondo.


Ti ho mandato tardi una ghirlanda di rose,

Non tanto per onorarti

Dandogli una speranza, che ci sia

Non poteva appassire.

Ma tu su di esso non hai fatto altro che respirare,

E me l'ha rimandato;

Da quando cresce e ha un odore, lo giuro,

Non di sé stesso, ma di te.

Ben Jonson

martedì 9 giugno 2026

Il giardino della memoria di Ugo Betti




Il giardino della memoria

Là sono i giorni del passato, come

rami fiorenti, fronde

serene, margherite: e di mio padre

giovane, il viso.

Là siete, api turchine

del parato d’allora,

tavolo antico rigato di sole!

Perché m’è rivedervi

tanta festa e nel petto

spina che duole?

  Tra voi cammino, come            

per prati ove il silenzio,

fa sommesso il respiro;

quindi ristò, fra me ridente a miti

rammarichi; l’aroma ecco mi china

 d’una buon’erba.  

Così senza perché contento

vagavo il colle, là verso Chienti, attento

alla goccia, all’odore

della cedrina. Non sapevo in quel tempo

che ogni mio passo disegnasse aiuole.

Aprìco, vario quel giardino, a chi

Di meriggio vi torna.

Amato quel dolore

Come bell’ombra.

Ugo Betti


lunedì 8 giugno 2026

Fiumi del Canada di William Bliss Carman



Fiumi del Canada

Oh, tutti i piccoli fiumi che scorrono verso la Baia di Hudson,

mi chiamano e mi chiamano a seguirli.

Missinaibi, Abitibi, Little Current, dove scorrono

danzando e scintillando li vedo al sole.

Sento il fragore delle rapide, il tuono della cascata,

e quando penso a loro non posso fermarmi affatto.

All'estremità del percorso, dove inizia la natura selvaggia,

fammi scendere con il mio carico in canoa e il perdono dei miei peccati.

Oh, tutti i possenti fiumi sotto la Stella Polare,

mi chiamano e mi chiamano a seguirli lontano.


Peace e Athabasca e Coppermine e Slave,

e Yukon e Mackenzie, le strade maestose dei coraggiosi.


Saskatchewan, Assiniboine, il Bow e il Qu'Appelle,

e molti fiumi della prateria il cui nome è come un incantesimo.


Sussurrano nel crepuscolo ai margini dell'ignoto:

"C'è un messaggio che ti aspetta, e un regno tutto tuo.


"La natura selvaggia ti nutrirà, il suo splendore sarà la tua guida.

Uscite dalle desolazioni, il nostro cammino di speranza è ampio.


Oh, tutti i fiumi impetuosi che si affrettano verso Ovest,

mi chiamano e mi attirano con la gioia della loro irrequietezza.


Columbia e Fraser e Bear e Kootenay,

amo i loro tratti impavidi dove giocano venti immacolati --


Lo scroscio dell'acqua glaciale attraverso la barra ghiaiosa

verso pozze azzurre levigate dove si nascondono i massi.


Proprio lì, con il cielo sorridente, vorrei essere ogni mattina,

dove tutti i fiumi d'argento corrono verso il mare.


Oh, fiumi ben ricordati che cantano di tempi lontani,

viaggiando attraverso l'estate o sognando sotto la neve.


Tra le loro isole di prato in giorni placidi scivolano,

e dove i pacifici frutteti sono arginati contro la marea.


Tobique e Madawaska e lo splendente Gaspereaux,

St. Croix e Nashwaak e St. John i cui luoghi conoscevo.


E tutti i piacevoli fiumi che cercano la spuma di Fundy,

mi chiamano e mi chiamano a seguirli a casa.

William Bliss Carman


A serenata 'e Pulicenella di Libero Bovio



A serenata 'e Pulicenella

E stò aspettanno cu ‘stu mandulino

Ll’ora che, ‘a cielo, se ne trase ‘a luna.

Mme sò nascosto dint’a ‘nu ciardino,

Pe’ nun ‘o ffà assapè

Ca sò semp’io ca cerco scusa a te.


Te voglio tantu bbene.

Te voglio tantu bbene.

T’ ‘o ddico zittu, zittu,

Zittu, zitto,

Ca, si allucco, ‘a gente

Ca nun sape niente,

Pò sentì:

“Te voglio bbene”.


Mme metto scuorno ‘e fà sapè a ll’amice

Ca tinco tinco torno e faccio pace.

Si ‘appura ‘a gente, Napule che dice?

Ca mm’ ‘e vvoglio fà fà

Sott’a chist’uocchie cierti ‘nfamità?!


Te voglio tantu bbene.

Te voglio tantu bbene.

T’ ‘o ddico zittu, zittu,

Zittu, zitto,

Ca, si allucco, ‘a gente

Ca nun sape niente,

Pò sentì:

“Te voglio bbene”.


‘Na vota ero ‘o cchiù guappo ‘e ll’Arenella,

Tenevo ‘nnammurate a mille a mille,

E mo mme faje chiammà Pulecenella.

Ma tu ce pienze o no,

Ch’ero ‘nu guappo, guappo overo? E mo…


Te voglio tantu bbene.

Te voglio tantu bbene.

T’ ‘o ddico zittu, zittu,

Zittu, zitto,

Ca, si allucco, ‘a gente

Ca nun sape niente,

Pò sentì:

“Te voglio bbene”.

Libero Bovio


domenica 7 giugno 2026

Al Mattino di Friedrich Hölderlin


Al Mattino

Brilla di rugiada il prato; più vivace
Già corre la sorgente desta; il faggio
inclina il capo incerto e tra le foglie
mormora e brilla; e intorno a grigie nubi

Rosse fiamme si allungano, annunciando,
Senza rumore si levano in onde;
Come flutti alla riva, le cangianti,
Alte si levano, sempre più alte.

Vieni ora, sali, e non troppo presto,
Giorno dorato, al vertice del cielo!
Perchè più aperto e confidente vola
A te il mio occhio, beato! fino a quando

Giovane nella tua bellezza guardi
E troppo splendido e orgoglioso ancora
Per me non sei; sempre vorresti andare
Lo potessi io con te, viandante dio!

Ma tu sorridi del lieto spavaldo,
Che vorrebbe eguagliarti; benedici
invece il mio mortale agire e ancora
Benigno! allieta il mio muto sentiero


Friedrich Hölderlin


sabato 6 giugno 2026

Le tre fonti di Aleksandr Sergeevič Puškin



Le tre fonti 

Nella steppa del mondo, triste e sconfinata,

Sgorgarono tre fonti come d’incanto:

Della giovinezza – rapida e ribelle –

Ribolle, corre, brillando e gorgogliando;

La fonte di Castalia che con l’ispirazione

Nella steppa del mondo gli esuli disseta;

L’ultima fonte – la fredda fonte dell’oblio,

Che più di tutte placa la febbre del poeta.

Aleksandr Sergeevič Puškin