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domenica 25 ottobre 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Working Class Hero di John Lennon




Angolo curato e gestito da Mary B.

Pubblicata l'11 dicembre 1970 nell'album John Lennon/Plastic Ono Band, Working Class Hero è una delle canzoni più dirette, scomode e coraggiose mai scritte da John Lennon. Lontano dagli arrangiamenti elaborati e dalle melodie rassicuranti che avevano reso celebri i Beatles, Lennon sceglie una strada diversa: una voce, una chitarra acustica e un testo che colpisce come un pugno allo stomaco.

Il brano nasce in un periodo particolarmente intenso della sua vita, segnato da una profonda ricerca personale e dal desiderio di liberarsi dalle maschere imposte dal successo. Il risultato è una riflessione amara su come la società plasmi le persone fin dall'infanzia, insegnando loro a conformarsi, a non fare troppe domande e ad accettare il posto che viene assegnato.

Lennon mette sotto accusa un sistema che, a suo avviso, soffoca l'individualità e alimenta l'illusione della libertà, mentre spinge gli individui a seguire percorsi già tracciati. Per questo motivo Working Class Hero è stata spesso interpretata come una critica al conformismo, alle divisioni sociali e alle dinamiche di potere che condizionano la vita quotidiana.

Ci sono anche alcune curiosità che rendono il brano ancora più affascinante. La registrazione fu volutamente essenziale, quasi spoglia, per lasciare che fossero le parole a occupare il centro della scena. Inoltre, il linguaggio diretto utilizzato da Lennon suscitò polemiche e portò diverse emittenti radiofoniche a censurare o evitare la trasmissione del brano.

A più di mezzo secolo dalla sua uscita, Working Class Hero conserva intatta la sua forza. Non offre risposte semplici né slogan rassicuranti. Invita piuttosto ad osservare il mondo con occhio critico e a domandarsi quanto delle nostre scelte sia davvero frutto della libertà e quanto, invece, derivi da aspettative e condizionamenti esterni.

Forse è proprio questa la ragione per cui continua a essere ascoltata, discussa e cantata ancora oggi: perché le grandi canzoni non descrivono soltanto il loro tempo, ma riescono a parlare anche a quello che verrà. 

"A working class hero is something to be." Una frase semplice, ma capace ancora oggi di far riflettere su cosa significhi essere davvero liberi.

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Uno schiavo...

"Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi, già non è più schiavo, ma uomo libero."

Vladimir Lenin



30 ottobre sciopero generale




Comunicato da USB

L’Unione Sindacale di Base ha proclamato per venerdì 30 ottobre lo sciopero generale di tutte le categorie del lavoro pubblico e privato ed invita a costruire una grande giornata di protesta in tutto il Paese. In gioco c’è l’impennata dei prezzi, a partire dai carburanti, che pesa fortemente sui magri salari di milioni di lavoratori e lavoratrici che ormai non recuperano neanche più l'inflazione, di contro, l’inconsistenza dei provvedimenti assunti dal governo Meloni, schierato apertamente dalla parte delle compagnie petrolifere e delle banche.

Con il prezzo di benzina e gasolio schizzato oltre i 2 euro al litro, l’inflazione dei prodotti della spesa salita in 5 anni dal 30 al 50%, le bollette di luce e gas che subiscono rincari superiori al 30%, la situazione per chi vive di lavoro o pensione è sostenibile solo se c’è un adeguamento delle retribuzioni al costo della vita e se, allo stesso tempo, il governo interviene a calmierare i prezzi o, ancora, ad azzerare l'iva sui beni di prima necessità. Ma il governo Meloni ha deciso di non agire in queste direzioni, lasciando che il paese impoverisca e consentendo alle grandi aziende e alle grandi banche di continuare a speculare sulle nostre vite.
La boutade, assolutamente insufficiente, tardiva e già naufragata, del tetto al prezzo del carburante è la dimostrazione di un governo asservito e complice delle logiche di mercato.
In Europa le proteste divampano, dalla Spagna alla Francia alla Germania. Movimenti giovanili e organizzazioni sindacali stanno promuovendo grandi mobilitazioni per rivendicare diritti sociali e difendere le condizioni di vita e di lavoro. In Italia le grandi organizzazioni sindacali restano a guardare, anzi scelgono di provare a stringere con le organizzazioni padronali un accordo su rappresentanza e salari quando ci sarebbe bisogno di organizzare la protesta.
Diverse organizzazioni sindacali dei lavoratori portuali hanno lanciato per la data del 30 ottobre uno sciopero internazionale contro il traffico delle armi, contro le politiche di riarmo e la militarizzazione dei porti. Si tratta di un evento di portata storica che sta progressivamente coinvolgendo lavoratori e lavoratrici di sempre più paesi, estendendosi oltre il Mediterraneo e raggiungendo il Nord Europa ma anche l’India, il Messico, il Sudafrica e gli Stati Uniti.
I lavoratori dei porti stanno chiamando a mobilitarsi contro la guerra e le politiche di aggressione ai popoli portate avanti dagli Stati Uniti e da Israele e contro la complicità dei paesi dell’Unione Europea.
L’Unione Sindacale di Base considera la lotta contro il carovita e contro la moderazione salariale strettamente legate alla lotta contro il riarmo. L’enorme spesa pubblica messa a disposizione dell’acquisto e della costruzione di nuovi armamenti, con un balzo di decine di miliardi di euro nel bilancio statale per la difesa, cozza con l’indisponibilità a difendere i nostri salari e le nostre pensioni. E invece di pensare a dare una vera politica industriale all’Italia, il governo smantella quello che è rimasto, dall’ILVA all’automotive, e punta tutto sugli armamenti.
In questa situazione nessuno può pensare di salvarsi da solo. C’è bisogno di unire le proteste e costruire una mobilitazione generale che unisca tutte le categorie sociali e del lavoro per rivendicare la messa sotto controllo dei prezzi, il rilancio di salari e pensioni, una spesa pubblica indirizzata verso i servizi sociali e non alle armi.

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Photo credit USB


Per quanto tempo ancora il mondo...

 

"Per quanto tempo ancora il mondo sarà disposto a sopportare questo spettacolo di crudeltà gratuita?"

 Bertrand Russell



Non c'è persona più povera...


"Non c'è persona più povera di chi non ha amore, non ha sogni e non ha fantasia. I soldi aiutano a vivere meglio, ma ciò che serve all'anima non si compra."

Antonio Curnetta


Molti si illudono di conoscere le persone



"Molti si illudono di conoscere le persone, basandosi sulle apparenze. Pensano così di poterle etichettare e persino giudicare. Ma si sbagliano, perché nulla è come appare. Per conoscere le persone bisogna trascorrere con loro molto tempo. Ridere con loro, commuoversi, piangere, persino litigare. Avere pazienza, ascoltare, leggere nei loro occhi. Ascoltare la loro anima."

Agostino Degas


Vi chiedo solo una cosa: se sopravvivete a quest’ epoca, non dimenticate


“Vi chiedo solo una cosa: se sopravvivete a quest’ epoca, non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti, per loro e per voi. Un bel giorno oggi sarà il passato, e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia. Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi. Erano persone con un nome, un volto, desideri e speranze e il dolore dell’ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà. Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.” 

Julius Fucik

Dobbiamo prenderci cura di non vivere semplicemente una vita lunga, ma una vita piena

"Dobbiamo prenderci cura di non vivere semplicemente una vita lunga, ma una vita piena; perché vivere una vita lunga richiede solo buona fortuna, ma vivere una vita piena richiede carattere."

Seneca


Il silenzio di Alfonsina Storni


Il silenzio

Non hai mai visto perché,

mondo dopo mondo,

attraverso il cielo profondo

stanno passando senza rumore?


Loro, quelli che trasudano

cose assolute,

Per i loro percorsi blu

Sempre silenziosi vagano.


Solo l’uomo, piccolo,

di chi è il battito del cuore umano

sulla terra, è un sogno,

solo l’uomo fa rumore!

Alfonsina Storni


Spetta agli altri soffermarsi sulla vittoria

"Spetta agli altri soffermarsi sulla vittoria. Ma per un campione, il ricordo che dura per sempre è la perdita nella gara rimasta incompiuta. È questa gara che fa l'eroe di una nazione o semplicemente un uomo. La mia corsa ora è incompiuta. E io sono solo Abebe Bikila."

Abebe Bikila



25 ottobre 2011 - Alluvione dello Spezzino e della Lunigiana



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

L'alluvione dello Spezzino e della Lunigiana del 25 ottobre 2011 si è verificata a seguito di una forte precipitazione che in sei ore ha riversato 542 mm di pioggia[1] sulla provincia della Spezia e di Massa e Carrara[2].

Questo evento meteorologico[3] ha causato la piena dei fiumi Vara e Magra e dei torrenti affluenti nelle zone colpite, con inondazione di diverse entità in tutta la Val di Vara e la Val di Magra.

I centri più colpiti sono stati quelli di Borghetto di Vara, Brugnato, Bonassola, Levanto, Monterosso al Mare, Vernazza in provincia della Spezia e Aulla in provincia di Massa-Carrara[2].

A questo evento è seguita, pochi giorni dopo, l'alluvione di Genova del 4 novembre 2011, anch'essa causata da fortissime precipitazioni (bassa mediterraneo Rolf)[4] che hanno registrato punte superiori ai 500 mm in poche ore in diverse zone di Genova e provincia causando l'esondazione dei torrenti Bisagno e Fereggiano e la piena dei torrenti Sturla, Scrivia e Entella, con 6 morti.

Nella prima mattinata del 25 ottobre 2011 una perturbazione ha iniziato a concentrarsi sulla zona nord delle provincie della Spezia e di Massa e Carrara. Nel giro di poche ore è caduta un'enorme quantità d'acqua piovana. In pochissimo tempo i torrenti affluenti dei principali fiumi sono diventati incontrollabili e sono esondati, portando a valle ogni sorta di detrito. L'effetto onda di piena si è propagata ai maggiori fiumi, Vara e Magra, che sono dilagati rispettivamente nelle pianure intorno ai borghi di Borghetto di Vara, Brugnato, Ameglia e Pontremoli, Villafranca in Lunigiana e Aulla.

La catastrofe ha colpito anche le vicine Cinque Terre in provincia della Spezia: l'acqua ha trasportato enormi quantità di fango e detriti lungo il compluvio naturale nei borghi di Vernazza e di Monterosso e le strade principali si sono trasformate in fiumi in piena portando in mare tutto ciò che trascinavano. Il deposito alluvionale risultante nella via principale di Vernazza misurava alcuni metri di spessore.

Le comunicazioni sono diventate subito difficilissime: ingenti anche i danni alle infrastrutture stradali con smottamenti e frane in diverse strade provinciali (e conseguente isolamento di alcune località dell'entroterra), chiusura del tratto autostradale dell'A12 tra i caselli di Sestri Levante e Deiva Marina per una frana sulla carreggiata sud e disagi sulla linea ferroviaria levantina[2] Sull'A12 la frana ha coinvolto un TIR e i soccorritori sono riusciti ad estrarre il conducente, salvato per miracolo[5]. La strada statale 1 Via Aurelia è stata interrotta da molteplici frane e la ferrovia bloccata da uno smottamento a Vernazza. Decine di paesini della Val di Vara sono diventati irraggiungibili, se non con elicotteri, e le telecomunicazioni interrotte.

Più a sud del bacino idrografico di riferimento, gli effetti della piena si sono verificati nel comune di Ameglia, alla foce del fiume Magra: in tre anni si è registrata la quarta esondazione e questa volta a farne le spese maggiori (oltre alle case totalmente invase dal fango) è stato il ponte della Colombiera, che è crollato per la seconda volta [2]: uno yacht è stato disormeggiato dalla furia del fiume e ha colpito la campata centrale del ponte distruggendola[6].

Ad oltre una settimana dall'evento alluvionale, in previsione di una nuova e massima allerta meteo in tutta la regione (classificata come "Allerta 2" dal centro funzionale meteo-idrologico di Protezione civile della Regione Liguria, prevista dalle ore 22 del 3 novembre alle 18 del 6 novembre nei bacini liguri marittimi di Ponente, Centro, Levante e Padani di Ponente[7]), sono state predisposte dai rispettivi sindaci di Vernazza e Borghetto di Vara ordinanze di evacuazione della popolazione a scopo precauzionale[8]. In Val di Vara i movimenti franosi sono proseguiti per giorni, bloccando le comunicazioni stradali.

Il 5 novembre sono state evacuate Camisano (Ameglia) e Pignone, risultavano essere isolate Corvara e Bracelli (nel comune di Beverino), nuovi sgomberi a Calice al Cornoviglio, dove le strade ormai si spalancavano in spaventose voragini. In dieci giorni sono franati 4 ponti e sono state chiuse 20 strade tra Montemarcello, Rocchetta di Vara, Brugnato, Calice, Pignone, Beverino, Corniglia, Monterosso e Vernazza.[9]

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Photo credit Miriam Rossignoli from not decided yet, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons


La letteratura che amiamo

“La letteratura che amiamo è fatta dei frammenti scheggiati di un tentativo, non del monumento alla riuscita. L'arte sta nel tentativo, e questo capire ciò che sta fuori di noi usando soltanto ciò che abbiamo dentro è fra i lavori intellettuali ed emotivi più duri che mai capiterà di fare. E' dovere dello scrittore. E' anche dovere del lettore.” 

Zadie Smith


Io penso

"Io penso che anche la gavetta del palcoscenico voglia dire molto. Oggi un'attrice in dieci anni reciterà sì o no dieci parti, perché una commedia la portano in giro un anno o due. Allora no. Allora c'era il repertorio. L'attrice recitava quindici, venti commedie in una stagione e cambiava, cambiava, cambiava personaggi, cambiava caratteri e si formava, si formava l'attrice."

Tina Lattanzi



Citazione del giorno

“Si può gestire qualunque cosa, perfino le prove più complicate della vita, basta suddividerle in parti abbastanza piccole.” 

Anne Tyler


La musica è il mio primo amore

"La musica è il mio primo amore, e secondo me l'universo ha voluto dirmi: ok, parli tanto di amore per se stessi e autenticità, ma adesso noi ti mettiamo di nuovo alla prova togliendoti qualsiasi rassicurante conferma. Così vediamo se è vero che ti ami così tanto."

Katy Perry

Photo credit Colleen Sturtevant, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


Chi si sente spirito libero...

“Chi si sente spirito libero non è oppresso o angustiato dalle cose di questo mondo, perché non le considera. Se uno sente ancora il loro peso, vuol dire che è tanto limitato da dar lui stesso peso a quelle cose.” 

Max Stirner


I film che ho fatto...


"I film che ho fatto, gli uomini che ho amato, è la bellissima storia della mia vita.  Solo che ora tu la conosci meglio di me."

Annie Girardot


Ho il cuore tenero...

"Ho il cuore tenero, dal cuore nobile. Sono sensibile, tanto sensibile che se mi toccano mi metto a piangere, faccio uno strillo e chiamo papà."

Primo Carnera


I miei quadri...

"I miei quadri, finiti o no, sono le pagine del mio diario e sono validi in quanto tali. Il futuro sceglierà le pagine che preferirà. Non spetta a me di farlo. Io ho sempre operato per il presente."

Pablo Picasso


sabato 24 ottobre 2026

Europa: sembra che una generazione stia dicendo basta



Articolo da Indymedia Argentina

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Indymedia Argentina

Un'ondata di proteste diffuse sta attraversando il continente, sullo sfondo di un'economia europea con prospettive di crescita stagnanti, aggravate dalle guerre in corso e dalle loro conseguenze socio-economiche. Potrebbe essere l'inizio di un nuovo ciclo di lotta di classe nella regione?

Come già accaduto in altre occasioni storiche, la situazione in Francia è iniziata quasi un mese fa, guidata dal movimento studentesco. Si è evoluta e ampliata di fronte all'inerzia del governo e alla radicalizzazione della repressione. Quasi simultaneamente, le proteste si sono diffuse in Belgio, Portogallo, Spagna, Italia e Albania, interessando circa 28 città europee e raggiungendo persino l'India.

Le proteste sono state represse dalle forze di sicurezza statali, provocando scontri, incendi di auto ed edifici, migliaia di manifestanti che hanno invaso strade e viali, e centinaia di feriti e arrestati. Il presidente Donald Trump ha prontamente incolpato l'immigrazione e ha affermato che l'Europa dovrebbe "chiudere i suoi confini", mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la Francia ha ceduto all'"invasione dell'islam estremista". Tuttavia, diversi analisti internazionali hanno concluso che gli immigrati non hanno avuto un ruolo significativo in queste manifestazioni. Nel frattempo, il presidente francese Emmanuel Macron ha imposto il coprifuoco in diverse città e la premier italiana Giorgia Meloni ha fatto intervenire l'esercito e ha minacciato di inasprire le pene. 

Ricordi del '68

In un certo senso, la simultaneità di queste proteste ricorda la traiettoria dei movimenti del 1968 che, nati in Cecoslovacchia e Polonia, si diffusero rapidamente in Italia e raggiunsero la Francia in quello che divenne noto come il Maggio francese, sebbene la loro influenza si estese ben oltre i confini di quei paesi. In quegli anni del secolo scorso, l'Europa era ancora una potenza globale, con i suoi cittadini che godevano di un elevato tenore di vita grazie allo Stato sociale e alla diffusa convinzione che un futuro migliore fosse possibile. La ribellione riguardava la democratizzazione dell'istruzione, la messa in discussione della società dei consumi, l'opposizione all'imperialismo e allo stalinismo e la sfida al sistema capitalistico stesso. Fu la più grande sfida al sistema dalla Rivoluzione del 1917.

Un'Europa in crisi

L'attuale ondata di proteste diffuse si sta sviluppando in un'Europa in crisi, sia politicamente che economicamente, e impantanata in un prolungato periodo di bassa crescita. Il capitolo europeo del recente rapporto "World Economic Outlook" del FMI (Bangkok, Thailandia, ottobre 2026) prevede una crescita del PIL di appena l'1,1% quest'anno e dell'1,2% il prossimo anno per l'intera eurozona, mentre la regione presenta significative vulnerabilità fiscali e un debito pubblico regionale che si avvicina al 90% del PIL. Questo rallentamento ha portato a una maggiore disuguaglianza sociale, anche tra i paesi, mentre l'inflazione (3,6% lo scorso settembre), trainata dall'aumento dei costi energetici, si è tradotta in un diffuso malcontento per l'alto costo della vita e la mancanza di accesso a diritti fondamentali, come l'alloggio.

I principali protagonisti sono i giovani studenti, ma non solo; partecipano anche settori della classe lavoratrice e altri gruppi sociali colpiti dalla crisi. Nel loro insieme, i manifestanti rivendicano il diritto all'alloggio, si oppongono alle politiche di austerità che tagliano i fondi ai servizi pubblici (soprattutto sanità e istruzione), all'inflazione (che fa lievitare il costo della vita) e ai bassi salari, all'aumento delle spese militari e al timore che tutta l'Europa venga trascinata in guerra. Salvo alcune eccezioni, l'ondata è caratterizzata dalla mancanza di leader definiti e dall'assenza di partiti o organizzazioni politiche (i social media hanno giocato ancora una volta un ruolo decisivo), nonché dalla violenza scatenata dalle forze repressive e dalla reazione dei manifestanti. Ciò ha sollevato ovunque (anche nel nostro Paese) interrogativi sulla legittimità della violenza di massa rispetto alla violenza di Stato.

 Un'intera generazione sembra dire basta.

Le varie proteste possono avere diverse cause scatenanti. Così, in Francia, Italia e Belgio, la questione principale è stata quella dell'istruzione (tagli al bilancio, carenza di insegnanti, problemi infrastrutturali); in Spagna, quella degli alloggi (prezzi degli immobili esorbitanti e affitti in aumento più rapido dei salari); in Albania, la "Rivoluzione fiamminga" è scoppiata contro un progetto di turismo di lusso (promosso dal genero di Trump) in aree protette, oltre alle rivendicazioni in materia di istruzione.

In ogni paese, un aspetto delle proteste può avere più peso di un altro, ma certamente esiste un filo conduttore che le unisce tutte. Così come nel periodo precedente il malcontento sociale veniva sfruttato da gruppi di estrema destra e di stampo fascista, sembra stia nascendo una nuova fase in cui le classi lavoratrici di diversi paesi, confrontate con problemi simili, iniziano a manifestare collettivamente, non più solo contro l'estrema destra, ma anche contro il capitalismo.

Forse queste nuove generazioni stanno dicendo basta a questo sistema che ci impoverisce economicamente e culturalmente, che ci ha privato della speranza per il futuro. Forse è nata una consapevolezza collettiva che i mali che il capitalismo infligge alle nostre società sono un prodotto del sistema capitalistico stesso. Forse questo segna l'inizio di un nuovo ciclo di lotta di classe nella regione.

Come dice il proverbio, "Gli eventi sono spesso effimeri, ma le loro conseguenze sono spesso durature".

Eduardo Lucita è membro del collettivo EDI –Economisti di Sinistra

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Fonte: Indymedia Argentina

Autore: Eduardo Lucita

Licenza: This work is licensed under Attribution-ShareAlike 4.0 International

Articolo tratto interamente da Indymedia Argentina


HANA e la band giapponese che dà voce al nuovo femminismo



Articolo da Global Voices

La band femminile giapponese HANA è stata recentemente inserita da Forbes nella prestigiosa lista “30 Under 30” del Giappone  [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], che mette in risalto giovani che influenzano il futuro.

Sebbene questo riconoscimento celebri la crescente influenza della band HANA nell'industria musicale, la sua storia riflette anche un più ampio cambiamento sociale e culturale  che si sta verificando in Giappone, soprattutto sul modo in cui le donne comprendono e sposano la causa del femminismo. 

Il problema radicato della diseguaglianza di genere in Giappone

La società giapponese è patriarcale, segnata da un radicato problema di disparità di genere, la quale trova le sue radici nel feudalesimo. Secondo quanto riporta l'indice del  Global Gender Gap 2025, [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] il Giappone si trova alla 118esima posizione dei 148 paesi. I settori in cui vi è maggiore disparità tra uomini e donne sono quello delle opportunità professionali, lo stipendio e la rappresentazione politica, e soprattutto, i giapponesi hanno ostinatamente aderito alle norme convenzionali di genere che vedono le donne destreggiarsi tra  il lavoro domestico non retribuito e allo stesso tempo svolgere dei lavori precari, mentre sugli uomini grava il peso di mantenere una famiglia. 

Molte generazioni di donne giapponesi nel dopoguerra, hanno cercato di sfidare il codice di genere attraverso il Movimento del suffragio femminile [en], e in seguito, attraverso delle riforme istituzionali, legali e politiche, inclusa l'introduzione nel 1999 della Legge sulla Parità di Genere e l'istituzione nel 2001 dell’Ufficio della Parità di Genere [en].

Tuttavia, dall'inizio del 2000, allo scopo di far progredire l'uguaglianza di genere nel governo e nelle pubbliche istituzioni, il movimento femminista ha involontariamente provocato una reazione negativa, mentre i social media stavano cominciando a diffondersi. Online, utenti misogini e conservatori spesso etichettavano le donne [jp, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] che facevano sentire la propria voce in difesa delle pari opportunità e contro il tradizionale ruolo che la società attribuisce loro,  con l'appellativo dispregiativo “ziette femministe” (フェミニストおばさん), insinuando che fossero delle “perdenti” nelle relazioni eterosessuali.

Allo stesso tempo, le giovani donne sono riluttanti nel supportare la causa femminista [en], da una parte perché la interpretano come un'autovittimizzazione che mostra le donne come oppresse, e dall'altra, perché s'identificano in diverse immagini di donne che includono anche immagini sexy, spesso ritenute dalla vecchia  generazione di femministe come una forma di “oggettificazione delle donne”.

Per le giovani donne giapponesi, le immagini di donne nel programma televisivo “No No Girls” che ha in seguito portato al successo la band femminile HANA, hanno non soltanto messo in discussione il ruolo di genere  tradizionale, ma sono state anche percepite come  più emancipatorie rispetto a quelle delle donne stereotipicamente asessuali  e professionali, promosse dalla generazione precedente. 

No No Girls e HANA: Mettere sfidare gli stereotipi di genere

Infatti, Chanmina [it], un artista giappo-coreano, produttore del programma, ha spiegato così la scelta del nome “No”:

Non essere falsa: Sii  te stessa, esprimiti, mostra la tua vita e la verità.

Non essere pigra: Lavora sodo più di tutti, prendi consapevolezza e possesso del tuo valore.

Non odiare: Non ti arrendere; credi nel tuo valore e nella tua voce.

Il programma televisivo reclutava ragazze che erano state rifiutate dall'industria dell'intrattenimento, dalla società o da se stesse. Il  suo messaggio fondamentale consisteva nel fatto che, le donne potessero essere potenti non soddisfacendo le aspettative esterne ma affermando la loro individualità e resilienza, così come spiega Chanmina:

Non ci importa della tua altezza, del tuo peso, o della tua età. Mostraci soltanto la tua voce e la tua vita.

La sigla del programma televisivo, “NG,” comunica un messaggio simile, facendosi beffa del costante giudizio sul corpo delle donne e, incoraggiando queste ultime nel coltivare l'amore per se stesse.

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Autore: scritto da Jo Carter - tradotto da Sara Scibetta

Licenza: Creative Commons License
Articolo tratto interamente da Global Voices 

Photo credit BuzzFeed Japan, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons


Non sono un cliente...

 



"Non sono un cliente, né un consumatore, né un utente, non sono un lavativo, un parassita, né un mendicante, né un ladro, non sono un numero di previdenza sociale, né un puntino su uno schermo. Ho pagato il dovuto, mai un centesimo di meno, orgoglioso di farlo. Non chino mai la testa, ma guardo il prossimo negli occhi e lo aiuto quando posso. Non accetto e non chiedo elemosina. Mi chiamo Daniel Blake, sono un uomo e non un cane; come tale esigo i miei diritti, esigo di essere trattato con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino. Niente di più e niente di meno."

Daniel Blake
Tratto dal film Io, Daniel Blake di Ken Loach






Ottobre di Antonia Pozzi


Ottobre

È crollo di morta stagione
quest'acqua notturna sui ciotoli.

Lànguono
fuochi di carbonai sulla montagna
e gela
nella fontana un fioco lume.

L'alba vedrà
l'ultima mandria divallare
coi cani, coi cavalli,
in poca polvere
dietro un dosso scomporsi.

Antonia Pozzi


I figli sono come gli aquiloni



"I figli sono come gli aquiloni. Arriva il giorno in cui si innalzano e tu devi insegnare loro a volare, tenendoli con quel filo esile che si dipana dalle tue mani. Possono cadere a terra più volte e tu dovrai ripararli e innalzarli ancora nel vento. Ti chiederanno sempre più spago e per ogni metro che si dipanerà dalle tue mani, il tuo cuore si riempirà di gioia e di tristezza. Via via che l’aquilone si allontanerà, avvertirai che il filo che ti unisce a lui prima o poi si spezzerà e lo vedrai volare libero e solo nel cielo della vita. In quel momento ti renderai conto di aver assolto il tuo compito di genitore e ti augurerai che il vento sia sempre propizio."

Romano Battaglia


C’è un male che molti di noi tollerano...


"C’è un male che molti di noi tollerano e di cui sono persino colpevoli: l’indifferenza al male. Noi restiamo neutrali, imparziali e non siamo facilmente scossi dal male inferto ad altre persone. L’indifferenza al male è più insidiosa del male stesso; è più universale, più contagiosa e più pericolosa. Si tratta di una giustificazione silenziosa che rende possibile un male che erompe come un’eccezione e lo fa diventare la regola, rendendolo così accetto."

Abraham Joshua Heschel

Ottobre - I dieci giorni che sconvolsero il mondo (film completo 1928) di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

Ottobre (1928), diretto da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, è un capolavoro del cinema sovietico che celebra la Rivoluzione d'Ottobre del 1917. Il film è noto per il suo uso innovativo del montaggio e per la sua rappresentazione epica degli eventi storici. Puoi guardarlo in questo blog, essendo in pubblico dominio, quindi accessibile a tutti senza restrizioni legali. Buona visione!

Video credit Sergei Eisenstein and Grigori Aleksandrov caricato su Internet Archive - licenza: Public domain

Questo film è in pubblico dominio, essendo i diritti d'autore scaduti oppure senza restrizioni.


La Repubblica delle ombre


L'autore di questo racconto vuole rimanere anonimo, ha scritto questo breve racconto solo per sensibilizzare le persone e farle riflettere, prima che sia tardi.

La Repubblica delle ombre

In quel paese, ricordare era diventato difficile. La gente viveva giorno per giorno, tra frasi urlate, colori accesi e promesse facili. Non era cattiveria: era stanchezza. E quando si è stanchi, si ascolta chi parla più forte.

C’era un gruppo che si faceva chiamare “i Nostalgici”. Dicevano di voler tornare al passato, ma quel passato lo immaginavano più che conoscerlo: come un vecchio film dove tutto sembrava semplice, ordinato, obbediente.

Ogni volta che si votava, sceglievano il simbolo del Sole. Non perché sapessero cosa significasse, ma perché brillava. E in mezzo alla fatica, qualcosa che brilla sembra già una speranza.

Ripeteva ogni giorno che il Sole era l’unica luce possibile. Che chi dubitava era un nemico. Che leggere era complicato, pensare faticoso. Così, piano piano, il paese smise di discutere. Poi smise di chiedere. Infine smise di ricordare.

I Nostalgici, convinti di difendere la libertà, iniziarono a cederla. Un decreto alla volta. Un diritto alla volta. Un silenzio alla volta.

Finché un mattino, senza rumore, il Sole non fu più un simbolo. Era un ordine. E il paese si accorse di essere diventato proprio ciò che temeva: un luogo dove la luce non illuminava, ma accecava.

Solo allora, qualcuno tra i Nostalgici disse sottovoce: «Forse avremmo dovuto informarci». Ma era tardi. Le ombre, una volta allungate, non tornano indietro da sole.

L'autore di questo post, si è riservato il diritto di restare in anonimato, quindi non verrà rivelata l'identità e la fonte.

Autore: Anonimo

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Immagine generata con intelligenza artificiale

Post originale 19 marzo 2026


Finché l’uomo...

 


"Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui. Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandissime come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i padroni. E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passono ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi. È da questa divisione che nasce la tragedia e la morte."


Pier Paolo Pasolini


Guerra, miseria e rivolta: l'autodifesa sociale parte dalle strade meridionali



Articolo da Effimera

Blocchi e solidarietà

I blocchi lungo le strade e autostrade del Sud Italia hanno assunto caratteristiche vicine a quelle di un’insorgenza sociale che sicuramente non si chiude con la loro progressiva e non semplice rimozione. Ciò che è stato vissuto nel Mezzogiorno dagli inizi di ottobre è un’emergenza politica che difficilmente potrà essere normalizzata. Le mobilitazioni sono iniziate dapprima in Calabria, si sono successivamente estese alla Sicilia e alla Puglia per, poi, diffondersi in tutto il resto del Sud. Sono state coinvolte tutte le aree geografiche, ma quelle interne e semi-periferiche più di altre perché sono le parti di territorio maggiormente interessate dalle produzioni agricole e dai nodi della logistica. La mobilitazione ha trovato un consenso diffuso, soprattutto da quelle aree della popolazione più vicine alle rivendicazioni economiche degli autotrasportatori e degli autisti che parlano esplicitamente non solo di caro-gasolio ma di carovita.

Nel frattempo, gli alimenti freschi sono scomparsi per alcuni giorni dalle catene dei supermercati, mentre si è ridotta la disponibilità del carburante per il trasporto tanto pubblico quanto privato e i blocchi hanno tenuto per alcuni giorni anche di fronte agli annunci del ministro delle infrastrutture e della stampa vicina al Governo e alle iniziative repressive avviate. Addirittura, nei due giorni successivi ai comunicati governativi che invitavano a smobilitare l’affluenza e soprattutto la solidarietà ai blocchi sono aumentati. Parti crescenti della società meridionale si sono mostrate, anche con mobilitazioni sociali e studentesche, sostenitrici della mobilitazione. Questa lotta non è stata né criminalizzata né osteggiata dalle aree popolari, che, in realtà, l’hanno appoggiata. Questa simpatia, che, in modo puntiforme nel contesto meridionale, è anche diventata esplicito sostegno, è, in realtà, un segnale di un’insofferenza più profonda.

Contro il declassamento sociale

Il tema scatenante è stato quello del prezzo del gasolio, a causa del quale, in una struttura economica debole e dipendente, con tanti autotrasportatori che lavorano in subappalto e con margini ridotti al minimo, la maggioranza delle imprese tanto del trasporto quanto della produzione agricola si è trovata a lavorare in perdita. Parlando con alcuni dei protagonisti dei blocchi, si comprende che i forti rincari hanno colpito soprattutto i piccoli operatori indipendenti, che, a differenza di quanto accade nel Nord Italia, affrontano ampie distanze logistiche vedendo accresciuti i costi a fronte di ricavi rimasti stabili. I rincari del gasolio colpiscono soprattutto questa parte degli autotrasportatori, che devono sostenere investimenti elevati e orari di lavoro molto lunghi, ottenendo redditi spesso modesti. Dunque, siamo dentro la conclamata crisi del lavoro autonomo meridionale che si è percepito in passato come parte della classe imprenditoriale. I piccoli trasportatori, pur essendo formalmente imprenditori indipendenti, sperimentano una crescente difficoltà a sostenere economicamente le proprie attività.

Nelle mobilitazioni, il caro-gasolio è risultato la spia di una situazione socioeconomica e di rapporto con il governo centrale di crisi conclamata. Non a caso, nei blocchi sono circolate parole d’ordine sul futuro negato, sulla necessità di lottare per i propri figli e territori, ma anche sul rifiuto delle promesse o delle elemosine governative. Chi all’interno dei blocchi ha letto la situazione in termini più generali ha indicato anche il tema della distribuzione del valore tanto lungo le filiere agricole quanto lungo quelle della logistica. Le imprese più piccole reggono i profitti enormi della Grande Distribuzione Organizzata, da un lato, e delle grandi imprese e multinazionali del trasporto, dall’altro.

L’opposizione (di fatto) all’economia di guerra

Certo, a questo proposito, nella mobilitazione che si è sviluppata, che ha compreso anche gli agricoltori e parti delle grandi imprese agricole, è stato assente il lavoro dipendente, specialmente quello dei e delle braccianti, dei soggetti più sfruttati sui quali si scaricano tutti i costi delle filiere agricole, che avrebbero tutto il diritto invece a rivendicare finalmente la loro parte di ricchezza e dignità negata. Tuttavia, il tema dei rapporti di forza tra i vari attori delle filiere è stato riconosciuto. Non è stato quello centrale delle rivendicazioni esplicite – che si sono concentrate sul tema dei costi, specialmente del gasolio – ma è stato presente. Così come lo è stato quello della guerra: i soldi per il riarmo ci sono, quelli per ridurre i costi di chi produce no. È un discorso che è stato fatto, anche in connessione con quello della dignità personale e familiare sotto attacco. Le famiglie degli autotrasportatori e degli autisti vivono spesso con un solo reddito: se quello si assottiglia la povertà si avvicina. E, prima di tutto, si rende reale il sentimento dell’impoverimento, l’esperienza del declassamento sociale. Un’esperienza che aiuta a comprendere perché il sostegno popolare a questo tipo di mobilitazione è stato alto e addirittura crescente. La guerra toglie risorse e fa aumentare i prezzi. Il rifiuto dell’economia di guerra è evidente. Ha motivazioni quotidiane, economiche e simboliche: essa sta impoverendo parti della popolazione meridionale, sia direttamente con i prezzi del carburante che salgono, sia indirettamente, con le possibili risorse pubbliche di sostegno che scompaiono per favorire il riarmo.

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Fonte: Effimera

Autore: Gennaro Avallone

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Effimera 

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