Articolo da Effimera
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi.
Noi contadini non ci avete interrogati […]
Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.
Scuola di Barbiana, Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libera Editrice Fiorentina, 1967, p. 13.
Forse il problema potrebbe ritenersi meno grave se l’Italia non
fosse, in linea con una storia di povertà e di diseguaglianza, il Paese
con quasi il più basso numero di giovani laureati dell’orbita UE[1].
Secondo l’Istituto nazionale di statistica nel 2024 la percentuale di
25-34enni in possesso di un titolo universitario è pari al 31,6 per
cento, quota che, sebbene in lieve aumento, è decisamente al di sotto
del 44,1 per cento della media europea (il 52,6 per cento in Spagna e il
53,4 per cento in Francia), ponendo l’Italia al penultimo posto nella
graduatoria UE27 (ultima la Romania). Del resto, l’Istat regista che,
complessivamente, tra i 20 e gli 89 anni, la percentuale di popolazione
in possesso di un titolo universitario è del 16,8 per cento,
posizionando l’Italia tra gli ultimi posti in Europa[2].
Si aggiunga che i laureati che negli scorsi 10 anni hanno lasciato
l’Italia sono circa 97 mila. Solo nel 2024, 191 mila persone in generale
hanno abbandonato il Paese, ma a destare preoccupazione è soprattutto
l’aumento dell’espatrio tra i giovani tra i 25 e i 34 anni con una
laurea: 21 mila nel 2023, un record storico.
Del resto, la struttura produttiva italiana è fortemente incentrata
sul lavoro autonomo e su micro imprese (3,9 addetti in media,
rilevazione Istat 2022) per lo più orientate alle attività
manifatturiere e specializzate in alcuni comparti (il fatidico “Made in
Italy”)[3].
Questo significa, traducendo, che il tessuto produttivo italiano tende a
essere poco permeabile agli investimenti in proprietà intellettuale e
R&S e a limitare la quota di spesa per impianti e macchinari, che
include, per esempio, le tecnologie dell’informazione e della
comunicazione (ICT). In effetti, il baretto, la pizzeria, il terzista di
macchine industriali, il produttore di formaggi di queste innovazioni, e
di conseguenza di laureati, tendono a farsene poco.
Dunque, in questo cuore di tenebra che è il mondo contemporaneo, con
preoccupazioni crescenti per il futuro, per le guerre, per le crisi
economiche che si susseguono, per le ingiustizie, per la necessità di
vagliare il nostro rapporto con le nuove tecnologie, il ministro
dell’Istruzione e del Merito Valditara ha ideato una riforma degli
istituti tecnici per vincolare meglio la scuola al fragile contesto
industriale italico.
In linea con una storica, annosa, noiosa, serie di dichiarazioni, lo
scopo della riforma è predisporre i giovani al lavoro di bassa qualità
che passa da queste parti e di fare della scuola una specie di terminale
dei servizi alle imprese. Addomesticare, dunque, in quella direzione
gli studenti, sulla base di un rapporto con le aziende destinato a
diventare sempre più stringente dopo gli esordi della Formazione lavoro,
degli skills e delle competenze introdotti da Renzi, ma, prima ancora,
addirittura riconducibili alla “autonomia” voluta da Giovanni Berlinguer
(L.30/2000).
A questo scopo si rincorrono da anni articoli retorici sull’insensato
disprezzo che la gioventù avrebbe per il lavoro in generale e per
quello manuale in particolare. Lo ricordo, sia chiaro, nel massimo
rispetto per tutti i mestieri, i compiti, gli impieghi, i lavori, intesi
nella più ampia accezione possibile che può assumere l’attività umana,
compresa, ovviamente, quella riproduttiva e non remunerata e che pure
tiene in piedi il pianeta in cui viviamo. Ma è come se il mondo non
andasse mai avanti, come se le aspirazioni a fare qualcosa di diverso
dall’usare la zappa del nonno non fossero legittime per tutti e tutte,
come se la città del lavoro, dopo quella di Dio, non dovesse cambiare
mai – non fosse già cambiata se solo le cose venissero osservate dal
corretto punto di vista. Come se le tecnologie attuali non avessero già
trasformato obbligatoriamente il modo di approcciarci alla questione.
Come se la macchina, pensata in modo ecosostenibile,
all’interno di una sintonia con l’universo che va ben oltre la singola
esistenza del singolo essere umano, sulla base di un approccio realista,
critico ma orientato al bene comune, non potesse essere usata a nostro
favore invece che a nostro sfavore. Come se il superamento del lavoro
alienante e nocivo non dovesse essere obiettivo di ogni politica
economica degna di questo nome. Come se, infine, i redditi bassi,
miserevoli, del lavoro, la loro indeterminata precarietà non finissero
per scoraggiare i giovani uomini e le giovani donne, finendo per
aumentare il loro senso di vuoto e di sventura, con seri problemi di
diffusione per la salute mentale tra le nuove generazioni. Lo stato
della salute mentale degli adolescenti e dei giovani, già in difficoltà
prima della pandemia, è peggiorato con la reclusione forzata durante il
Covid. Oggi, mentre ogni conflittualità viene sanzionata con leggi
emergenziali che si susseguono, tutta questa “disobbedienza” soffocata
finisce per tradursi in ansia, attacchi di panico, depressione, atti di
autolesionismo[4].
La riforma degli istituti tecnici 2026
In questo quadro, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha
definito il nuovo assetto ordinamentale degli istituti tecnici con il
Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026 che traduce gli
articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 144/2022 e ridefinisce, in
sostanza, diversi aspetti tra cui indirizzi, articolazioni, quadri orari
e risultati di apprendimento dei nuovi percorsi di studio[5].
La riforma è stata, incredibilmente, resa nota solo il 9 marzo scorso
quando molte famiglie avevano già effettuato l’iscrizione sulla base
delle diverse regole preesistenti. Non ci sono state discussioni
preliminari, al punto che le scuole hanno presentato una differente
offerta formativa a studenti e genitori durate gli Open day. Ma
essa entrerà comunque in vigore direttamente in settembre e il
ministero ritiene che potrà ritenersi a regime entro cinque anni.
Chiamala, se vuoi, democrazia.
Non più un biennio uguale per tutti gli indirizzi tecnici e poi la
possibilità di scegliere la propria strada nel triennio, ma un’offerta
formativa suddivisa fin dalla base in due macro settori: economico (Amministrazione, Finanza e Marketing; Turismo, Beni ambientali e Culturali) e tecnologico
(Meccanica ed Energia, Trasporti e Logistica, Elettronica ed
Elettrotecnica, e Informatica e Telecomunicazioni, oltre a Grafica,
Chimica e Biotecnologie, Sistema Moda, Agraria e Costruzioni). L’elenco
dettagliato delle articolazioni e dei diversi quadri orari sono
consultabili nella nota ministeriale[6]. La struttura viene ricondotta a una cornice coerente con il Profilo educativo, culturale e professionale (PECUP) dell’Istruzione tecnica previsto dal DL 45/2025, richiamato nel testo ministeriale.
Fondamentalmente, il piano formativo si articolerà su un 4+2. Ovvero
diploma in quattro anni e due anni di ITS Academy con un allineamento
diretto con il sistema produttivo. L’obiettivo principale è canalizzare
gli studenti verso i percorsi ITS Academy (2 anni) post-diploma,
considerati una via diretta per l’inserimento lavorativo. La riforma
prevede la creazione di “campus” che dovrebbero collegare istituti
tecnici riformati, professionali e ITS Academy.
Tutto ciò ha evidentemente necessità di una riarticolazione oraria,
la quale resta al momento volutamente nebulosa e affidata alla
discrezionalità dell’autonomia scolastica: si riducono le ore di cultura
generale (Italiano, Storia, Geografia, Fisica, Chimica, Matematica, la
seconda lingua straniera) per potenziare, sembrerebbe – ma il quadro non
è chiaro – materie di indirizzo (quali?) e le attività di laboratorio.
Proprio nel settore tecnologico, gli insegnamenti di Scienze della
Terra, Biologia, Chimica e Fisica verranno paradossalmente accorpati e
considerati un’unica disciplina sotto la dizione “Scienze integrate” o
“Scienze sperimentali” con una perdita, secondo un’analisi unificata dei
vari nuovi indirizzi operata dalla Flc CGIL, di 231 ore[7]. L’accorpamento
non definisce quale disciplina tra Scienze della Terra, Biologia,
Chimica, Fisica dovrà essere favorita, ridotta o tagliata e la scelta è
affidata ai singoli istituti. L’ambito matematico si
contrarrà dalle 132 ore del biennio alle 99 nel terzo, quarto e quinto
anno. Italiano calerà a 99 ore dalle 132 nel quinto anno (?).
Tale rimodulazione è giustificata dalla volontà di una didattica che
dovrebbe essere gestita in larga parte dalle imprese e non dalla scuola.
O comunque tutti insieme appassionatamente con patti educativi dove
tutti potranno, parimenti, dire la loro.
L’articolo 1, comma 2 D preannuncia infatti “l’elaborazione, a
livello regionale o interregionale, di accordi, denominati «Patti
educativi 4.0», per l’integrazione e la condivisione delle risorse
professionali, logistiche e strumentali di cui dispongono gli istituti
tecnici e professionali, le imprese, gli Enti di formazione accreditati
dalle Regioni, gli ITS Academy, le università e i centri di ricerca,
anche attraverso la valorizzazione dei poli tecnico-professionali e dei
patti educativi di comunità, nonché la programmazione di esperienze
laboratoriali condivise, nell’ambito delle risorse disponibili a
legislazione vigente”.
Questa idea meravigliosa deriva dal Governo Draghi e dai
finanziamenti per il PNRR. Da lì si cominciò ad annunciare che, per
legge, almeno il 60 per cento del monte ore complessivo degli ultimi due
anni degli Istituti Tecnici Superiori sarebbe stato affidato a
professionisti, manager e tecnici provenienti dalle aziende e non da
carriere accademiche e che gli stage aziendali e i tirocini formativi,
obbligatori anche per i docenti, avrebbero coperto almeno per il 35 per
cento del monte orario[8].
Al momento, l’escamotage dell’affidamento all’autonomia delle
istituzioni scolastiche, che potrebbero utilizzare le indicazioni per
rafforzare alcune discipline oppure sviluppare progetti collegati al
territorio, oppure introdurre attività laboratoriali o
interdisciplinari, sortisce l’effetto di non rendere esplicito quanto,
come e chi farà cosa. È abbastanza prevedibile che, nel corso della
“messa a regime”, si genereranno nuove gerarchie e lotte intestine tra i
docenti “perdenti posto”. Inevitabilmente, si avranno ricadute: uno
degli scopi della riforma è proprio e anche il taglio degli organici dei
docenti.
L’articolo 2, comma 5, recita infatti: “Le istituzioni scolastiche
possono ulteriormente caratterizzare l’offerta formativa per lo sviluppo
di competenze coerenti con le esigenze e i fabbisogni formativi
espressi dal territorio attraverso l’utilizzo delle quote di autonomia e
di flessibilità previste dall’Allegato 2-ter, par. 2, lett. a) e b) del
decreto-legge n. 144/2022, e dalla quota del curricolo a disposizione
della scuola. Nella definizione dei suddetti percorsi le istituzioni
scolastiche sono tenute a garantire il raggiungimento dei risultati di
apprendimento in esito fissati per l’indirizzo o articolazione in cui il
percorso si inserisce”.
Il disegno parla solennemente di portate in aula “esperienze reali,
aggiornate e concrete”. In realtà, possiamo spingerci a tradurre così:
le imprese potranno svolgere corsi di formazione professionale a loro
vantaggio, usufruendo di soldi pubblici. Si anticipa l’impegno degli
studenti in formazione-lavoro sin dai 15 anni di età e si introduce
anche una formazione “specifica” per i docenti, coerentemente con ciò
che stabiliranno gli accordi tra imprese presenti sul territorio e
istituti di istruzione.
Articolo 1, comma 2 C esplicita che sarà prevista “l’attuazione di
specifiche attività formative destinate al personale docente degli
istituti tecnici, finalizzate alla sperimentazione di modalità
didattiche laboratoriali, innovative, coerentemente con le specificità
dei contesti territoriali”.
La scuola secondaria superiore, insomma, ultima occasione per molti e molte, di potersi occupare di qualcosa di inutile per la produzione ma di molto utile per sé stessi,
per i processi di maturazione e di consapevolezza, per scoprire e
coltivare passioni, per provare a far respirare un intero universo
sentimentale e aprire da lì – nel confronto – la porta al pensiero
critico, smarrisce la propria funzione. Riproduzione e valore d’uso
anche in questo caso vengono imprigionati dalla catena del valore
economico, attraverso la prevalenza dell’autonomia differenziata che si
interfaccerà con le richieste del tessuto economico locale da scuola a
scuola, da città a città, da territorio a territorio.
Nell’indeterminatezza delle parole usate, tra tavoli ancora aperti e
discussioni da aprire, tra “indirizzi flessibili afferenti i diversi
indirizzi di studio e le relative articolazioni”, tra “autonomie”
concesse ai singoli istituti, si prova a rendere relativamente difficile
la lettura di un progetto di fatto messo in atto a scatola chiusa.
Gli obiettivi, tuttavia, non possono sfuggire. Viene smontata e resa
meno uguale l’ispirazione del sistema nazionale di istruzione,
nell’interpretazione più coerente del dettato costituzionale
(uguaglianza, cultura e ricerca, libertà di insegnamento, diritto allo
studio) che si era avuta con la liberalizzazione dell’accesso
all’università, legge 11 dicembre 1969 n. 910.
Come l’università viene obbligatoriamente costretta a mantenere
rapporti con le aziende, anche quando imbarazzanti e colluse con le
guerre, anche la scuola superiore perde controllo sul perimetro che le è
proprio e viene resa ancor più dipendente dalle relazioni con il
sistema produttivo da cui, probabilmente, deriveranno ulteriori
gradimenti e finanziamenti. Lo scopo è, inoltre, rendere più complicata,
difficile, sin da piccoli, la capacità di interpretare il mondo e di
scegliere il proprio modo di starci. La disparità generata da questo
genere di relazioni e il rischio che non favoriscano rapporti educativi fondati
sull’auto-determinazione, la non interferenza, il coinvolgimento
attivo, ma piuttosto l’assoggettamento, la passivizzazione e la sempre
più esplicita mercificazione della realtà e del vivente, pare piuttosto
concreto[9].
Nel segno della classe
La riduzione delle ore di materie teoriche a favore di laboratori e
attività in azienda creerà, evidentemente, difficoltà maggiori per gli
studenti dei tecnici nel superamento dei test d’ingresso universitari o
aumenterà il rischio di abbandono proprio negli studi universitari
scientifici, viste pregresse carenze formative, alla faccia del mondo
che progredisce sotto il segno della stella polare Stem, acronimo di Science, technology, engineering and mathematics
e visti i tagli orari che le stesse subiranno e di cui abbiamo provato a
dare quale assaggio. Sulla carta si garantiscono identiche possibilità
di accesso all’università addirittura dopo il quadriennio ma si spinge,
evidentemente, in modo massiccio per il proseguimento nel biennio ITS
Academy ed è assai nebulosa la questione dei CFU (Crediti formativi
universitari) necessari per finalizzare l’iscrizione a un corso di
laurea che sia in linea con il proprio percorso di studi. Se è incerta
la possibile prosecuzione di un percorso “congruo”, figuriamoci quali
difficoltà si avranno per accessi più liberalizzati.
Fino a ora, un diploma di istituto tecnico consentiva la possibilità
di iscriversi a qualsiasi ordine di università, mentre oggi torna in
auge il sistema scolastico fortemente selettivo della riforma di
Giovanni Gentile del 1923, “la più fascista delle riforme” come la
definì Benito Mussolini. Essa creò una differenziazione rigida dei
percorsi dopo le elementari, con scuole medie orientate al proseguimento
degli studi per alcuni e un triennio di avviamento professionale per
altri. La legge 31 dicembre 1962 n. 1859 pose fine a questa evidente
suddivisione di classe.
Con la fame di lavoro (ché è reddito) che c’è, molte famiglie, molti
studenti sono da sempre attratti dai percorsi che promettono rapporti
con le aziende e fanno sperare in percorsi e collegamenti diretti,
convinti che sarà ciò che potrà garantire un impiego solido e duraturo.
Ebbene, la possibilità di tenere assai lungamente in stage i giovani
assunti (fino a un anno) e poi in apprendistato (due anni) indebolisce
l’aspettativa. Bisognerebbe analizzare quanto di quel lavoro ottenuto è
lavoro buono, è lavoro degno, è lavoro stabile ma, guarda un po’,
mancano dati precisi.
Il problema non è che i ragazzi e le ragazze non abbiano voglia di
studiare ma che il sistema, tanto più dopo questa riforma, rende lo
studio un privilegio, non un diritto. In Italia le università costano
sempre di più, gli affitti per gli studenti sono inaccessibili, gli
stessi laureati finiscono, in Italia, per fare infiniti percorsi di
stage (da uno stage a un altro stage). Non mancano i talenti ma, come
detto nell’attacco di questo articolo, manca la volontà politica di
valorizzarli.
Bisognerebbe considerare poi quanto questa riforma degradi il lavoro
degli stessi insegnanti o aspiranti tali. A loro volta ridotti di
numero, scaduti nel ruolo, nella professionalità, nell’autorevolezza. E
pensare che, sbarrati gli ingressi all’università, lo sbocco
all’insegnamento nelle scuole superiori venne prospettato come
un’ipotesi di lavoro per le persone con dottorato o PhD (1 per cento
della popolazione). Le stesse linee guida per i licei[10]
trattano gli insegnanti come fossero bambini di cinque anni cui
spiegare che le biografie degli autori sono meno importanti dei testi
dei medesimi, che Dante è meglio leggerlo i classe perché non è semplice
da comprendere, mentre le indicazioni per Filosofia si “dimenticano”
sia di Spinoza che di Marx: giusto un accenno a “marxismo e Scuola di
Francoforte”. E valga il vero.
Continua la lettura su Effimera
Fonte: Effimera
Autore: Cristina Morini
Licenza: Copyleft 
Articolo tratto interamente da Effimera
Immagine generata con intelligenza artificiale