"Quelle come me sono destinate ad avere l'anima perpetuamente in tempesta. Le persone pazze come me, non vivono a lungo ma vivono come vogliono."
Amy Winehouse
Photo credit Rama, CC BY-SA 2.0 FR, attraverso Wikimedia Commons
"Quelle come me sono destinate ad avere l'anima perpetuamente in tempesta. Le persone pazze come me, non vivono a lungo ma vivono come vogliono."
Amy Winehouse
Photo credit Rama, CC BY-SA 2.0 FR, attraverso Wikimedia Commons
"Mi piacerebbe conoscere i livelli infimi della vita, come in Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, vedere come sono, per poi tornare in superficie."
Montgomery Clift
"Io penso che sia molta umiltà essere scrittore. Lo vedo come fu in mio padre, ch'era maniscalco e scriveva tragedie, e non considerava il suo scrivere tragedie di più del suo ferrare cavalli."
Elio Vittorini
Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino
Poi la strada la trovi da te
Porta all'isola che non c'è
Forse questo ti sembrerà strano
Ma la ragione ti ha un po' preso la mano
Ed ora sei quasi convinto che
Non può esistere un'isola che non c'è
E a pensarci, che pazzia
È una favola, è solo fantasia
E chi è saggio, chi è maturo lo sa
Non può esistere nella realtà
Son d'accordo con voi, non esiste una terra
Dove non ci son santi né eroi
E se non ci son ladri, se non c'è mai la guerra
Forse è proprio l'isola che non c'è, che non c'è
E non è un'invenzione
E neanche un gioco di parole
Se ci credi ti basta, perché
Poi la strada la trovi da te.
Edoardo Bennato
Articolo da Cronache di ordinario razzismo
Non era un fermo, non era un controllo. Ieri, domenica 19 luglio, Abderrahim Fakir, uomo di 42 anni di origine marocchina, è morto mentre era immobilizzato da tre uomini, tra cui due agenti della polizia, i quali erano giunti sul luogo dopo una segnalazione da parte di un abitante del quartiere di Pilastro, Bologna.
Il video dell’accaduto è rapidamente rimbalzato su molti canali social: quattro minuti e tredici secondi di una sequenza tremenda. Dalle immagini riprese da chi in quel momento era affacciato da un balcone si vedono due sanitari della Croce Rossa, che non intervengono. Fakir, nel video, urlava. Chiedeva aiuto, forse si stava sentendo male.
Se è presto per parlare subito di violenza da parte delle forze dell’ordine, rimane la gravità della morte di un uomo mentre era nelle mani di rappresentanti dello Stato.
I fatti fino ad ora
I fatti sono ancora oggetto di ricostruzione. Come riporta Alessandra Arini per La Repubblica, Abderrahim Fakir era un uomo di 42 anni, arrivato in Italia a 7 anni con tutta la famiglia, e lavorava come facchino nella logistica. Chi lo conosceva lo descrive come una persona affabile: Fakir, infatti, era noto nel quartiere di Pilastro in cui vi si recava spesso per visitare gli amici residenti nella periferia bolognese. Ieri probabilmente era lì per le stesse ragioni, ma su quanto accaduto ci sono ancora molti dubbi. Sembra esserci stato un malore – pare che infatti Fakir soffrisse d’asma e fosse cardiopatico -, una richiesta di aiuto accompagnata da uno stato di agitazione secondo alcuni, un dare in escandescenza secondo altri; le persone affacciate sul cortile interno che dà su via Svevo decidono di chiamare il 112. Sul posto arrivano due agenti della Polizia i quali, trovandosi un uomo presumibilmente affetto da una crisi psichiatrica, chiamano a loro volta il 118. Giungono allora anche i sanitari della Croce Rossa. Stando alle ricostruzioni attuali, gli agenti intervengono prima spruzzando uno spray urticante nei confronti dell’uomo, poi lo immobilizzano con l’aiuto di un civile: i due agenti gli bloccano la testa e la schiena per ammanettarlo, il civile le caviglie. Quanto accade successivamente è purtroppo noto: l’automedica arriverà quando per l’uomo non ci sarà nulla da fare. Subito esplodono la rabbia, lo sconcerto e la disperazione dei familiari che ricondividono i video sui social. Sentimenti che accomunano anche il resto del quartiere, sceso la sera in piazza in solidarietà alla famiglia di Fakir, chiedendo verità e giustizia e che scenderà nuovamente in presidio quest’oggi a Piazza Nettuno, in contemporanea con altre città italiane tra cui Torino e Roma.
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Fonte: Cronache di ordinario razzismo
Autore: redazione Cronache di ordinario razzismo
Licenza: 
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.
Articolo tratto interamente da Cronache di ordinario razzismo
Immagine generata con intelligenza artificiale
Articolo da Comune-info
Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”.
È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.
“Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.
Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo.
Dovevo trovare altre foto,
ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di
luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di
informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il
ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a
sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal
Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia,
aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e
controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i
manifestanti,
spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli.
Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze.
Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle.
Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”.
Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti.
Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani.
Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
tanti
anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato,
Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad
aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi
contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue
straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i
programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro,
il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste
grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per
la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre
che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale
Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta,
ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di
mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e
noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di
scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a
sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum
Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione.
Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare.
Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa…
Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”.
Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”.
Il sito ProcessiG8 spiega che la
segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati
impegnati nella difesa dei manifestanti
ingiustamente incarcerati,
di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano
potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti
alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza
legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla
Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i
pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni
immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e
piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”.
Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”.
La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci.
All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia.
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Fonte: Comune-info
Autore: Haidi Giuliani
Articolo da Milano In Movimento
Forse si può. Forse è arrivato il momento, venticinque anni dopo.
Quei terribili giorni hanno segnato una generazione. Hanno riportato la paura tra chi manifestava, hanno mostrato l’orrore della violenza dello Stato e del capitale. La fotografia di Carlo Giuliani a terra, le immagini delle barelle che escono dalla scuola Diaz, i racconti delle torture di Bolzaneto appartengono alla memoria collettiva del nostro Paese e devono rimanerci. Dimenticare sarebbe complicità e vorrebbe dire dimenticarsi che fino a poco tempo fa c’era chi viveva nella limitazione della propria libertà personale per aver partecipato alle manifestazioni contro il G8.
Eppure, da qualche tempo, mi accompagna una domanda. Se il racconto e la denuncia di quelle violenze, se pur necessari, non finiscano anche per perpetuarne la forza intimidatoria e diventare anche ora una forma di disciplinamento. Se continuare a ricordare Genova soprattutto attraverso la repressione non rischi di continuare, suo malgrado, a produrre anche oggi quell’effetto di paura che la repressione cercava.
È da quando mi pongo questa domanda che penso sia arrivato il tempo di raccontare Genova 2001 partendo da altro. Dalla capacità visionaria con cui venne costruito il percorso che portò a luglio. Dall’enorme lavoro preparatorio del Genova Social Forum. Dall’internazionalizzazione del dialogo politico, quando reti provenienti da ogni continente riuscirono a riconoscersi dentro una critica comune al neoliberismo. Dalla meravigliosa convergenza fra culture politiche, associazionismo, sindacati, centri sociali, realtà cattoliche, movimenti ambientalisti, organizzazioni contadine e soggettività che fino ad allora avevano spesso camminato su strade parallele. Dalla cura con cui migliaia di persone costruirono relazioni, pratiche, sapere e immaginario molto prima che iniziasse il vertice del G8.
Ma allo stesso tempo mi domando se sia possibile fare questo senza cadere nella mitizzazione.
A venticinque anni di distanza è facile ripetere che “avevamo ragione”, che “avevamo previsto il futuro”, che “non avevamo sbagliato nulla”. Molte delle analisi elaborate allora si sono dimostrate straordinariamente lungimiranti. Ma poche settimane dopo, l’11 settembre, cambiò profondamente il quadro politico globale e anche il terreno dello scontro mutò più rapidamente di quanto chiunque potesse immaginare.
D’altra parte non conosco vite perfette, e nemmeno movimenti perfetti. È forse proprio nella capacità di interrogarsi sui propri limiti che un movimento continua a vivere e può ancora diventare uno strumento di crescita per chi viene dopo. Una memoria che non si fa autocritica rischia lentamente di trasformarsi in commemorazione.
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Fonte: Milano In Movimento
Autore: Andrea Cegna
Licenza: 
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Articolo tratto interamente da Milano In Movimento
"Ho sempre fatto inchieste o scritto sceneggiature. Nelle inchieste parlano i fatti, nelle sceneggiature i dialoghi e le espressioni dell'attore. Questa volta volevo portare il lettore nella mente dei personaggi e puoi farlo solo con la scrittura di un romanzo."
Andrea Purgatori
Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera
La strage di via D'Amelio fu un attentato terroristico - mafioso avvenuto domenica 19 luglio 1992, all'altezza del numero civico 19 di via Mariano D'Amelio a Palermo, in Italia, in cui morirono il magistrato italiano Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio[1]), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu l'agente Antonino Vullo, che al momento dell'esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta[2][3][4][5].
La volontà di Cosa nostra di uccidere Paolo Borsellino risalirebbe addirittura ai primi anni '80, quando il magistrato seguiva le indagini sugli assassini del capitano dei carabinieri Emanuele Basile[6]. I primi tentativi concreti vennero messi in atto a partire dal 1987, quando Borsellino era procuratore capo a Marsala: infatti il boss Salvatore Riina incaricò Baldassare Di Maggio (reggente del mandamento di San Giuseppe Jato in assenza di Bernardo Brusca) di spiare le mosse del magistrato quando trascorreva le vacanze estive nella sua villa al mare a Villagrazia di Carini[7]. Sempre con l'avallo di Riina, il piano ebbe un ulteriore sviluppo nel 1991: Francesco Messina (detto Mastru Ciccio, reggente del mandamento di Mazara del Vallo, in cui ricadeva il territorio di Marsala) assegnò il compito di eseguire l'attentato a Vito Mazzara (capo della Famiglia di Valderice), utilizzando un fucile di precisione o un'autobomba durante il tragitto che il giudice compiva da casa al lavoro[8][9]. Tuttavia il progetto incontrò l'opposizione di Vincenzo D'Amico e Francesco Craparotta (rispettivamente capo e vice-capo della Famiglia di Marsala), i quali fecero trapelare la notizia all'esterno, facendo così aumentare le misure di sicurezza intorno al magistrato e bloccando di fatto ogni tentativo di attentato (per questo motivo, D'Amico e Craparotta verranno uccisi su ordine di Riina nel 1992)[7][9].
Un altro tentativo stava trovando concreta attuazione nel 1988, quando Borsellino lasciava Marsala per trascorrere la domenica con i familiari nella sua abitazione di via Cilea a Palermo: un gruppo di fuoco composto da mafiosi della Noce e di Porta Nuova (Francesco Paolo Anzelmo, Raffaele e Domenico Ganci, Antonino Galliano, Salvatore Cancemi e Francesco La Marca) doveva colpirlo con armi da fuoco mentre usciva da casa per andare a comprare il giornale in edicola ma all'ultimo momento venne tutto sospeso perché, dopo un paio di appostamenti intorno all'abitazione, fu accertato che l'agguato non era fattibile[6][7].
Il caso Roggero non nasce dal nulla: è il frutto maturo di un clima che la destra italiana ha costruito negli anni e che continua a nutrire ogni giorno. Un clima fatto di paura, vendetta, giustizia privata, culto delle armi, esaltazione della forza. È la solita operazione ideologica: trasformare la responsabilità individuale nel mito tossico del “cittadino esasperato”, come se bastasse la rabbia per giustificare qualsiasi gesto. Ma quando si normalizza l’idea che chi spara abbia sempre ragione, quando la violenza diventa una risposta “comprensibile”, quando si spinge il Paese verso la legge del più forte, non si difende la sicurezza: si indebolisce lo Stato di diritto, pezzo dopo pezzo.
Ed è impossibile non vedere come tutto questo si intrecci con il clima politico di questi giorni, proprio mentre ricorrono i venticinque anni dal G8 di Genova. Non un anniversario qualunque, ma il ricordo di una delle pagine più buie della nostra storia repubblicana: abusi, pestaggi, torture, menzogne istituzionali, depistaggi, impunità. Genova non fu un incidente, non fu una deviazione, non fu una “giornata storta”. Fu la rappresentazione brutale di uno Stato che, davanti al conflitto sociale e alla protesta, scelse la repressione e l’umiliazione. E quella ferita, ancora oggi, non si è chiusa. Troppo spesso si prova a ridurla a un episodio lontano, quando invece continua a parlarci del presente.
Su questo la destra è sempre stata coerente: minimizzare, riscrivere, rimuovere. Quando non può giustificare gli abusi, li relativizza. Quando non può difendere i responsabili, sposta l’attenzione sulle vittime. Quando non può negare la violenza, la riveste di parole come ordine, sicurezza, legalità. È la sua grammatica politica: rendere accettabile la sopraffazione, purché colpisca i più deboli, i manifestanti, i lavoratori, i migranti, chi dissente, chi non si allinea. In questo schema, i diritti diventano un fastidio, il conflitto sociale un problema di ordine pubblico, la memoria una seccatura da archiviare.
E allora non c’è nulla di casuale nel modo in cui oggi viene raccontato il caso Roggero. Non è solo un fatto di cronaca o una sentenza: è il segnale di una cultura politica che prova a spostare sempre più a destra il confine del dicibile e del tollerabile. Prima si legittima la paura, poi si giustifica il rancore, infine si assolve la violenza. E alla fine ci si ritrova in un Paese dove la vendetta sembra più comprensibile della giustizia, dove la pistola appare più autorevole della legge, dove chi subisce abuso deve tacere e chi alza la mano viene raccontato come un eroe.
La verità è semplice, e fa male: la destra non difende la legalità, la piega ai propri interessi. Non difende le vittime, le usa come scudo retorico. Non difende la sicurezza, alimenta paura e rancore per raccogliere consenso. E quando la memoria di Genova viene sminuita, quando gli abusi di allora vengono archiviati come eccessi del passato, si prepara il terreno per gli abusi di oggi. I diritti non si perdono all’improvviso: si consumano lentamente, tra una menzogna e una giustificazione, tra una rimozione e una normalizzazione.
Genova non si cancella. Il G8 non è un ricordo da cerimonia, ma una lezione politica ancora viva. E il caso Roggero ci dice che quella lezione non è stata imparata da chi oggi governa o detta il senso comune: gli abusi si minimizzano, la violenza si assolve, la paura diventa strumento di potere. È questo il punto. E contro questa deriva bisogna stare senza ambiguità: contro la giustizia fai date, contro la propaganda securitaria, contro chi trasforma il disumano in normalità.
La memoria serve proprio a questo: a impedire che il presente venga riscritto dai peggiori. E oggi ricordare Genova, insieme al caso Roggero, significa dire con chiarezza che la violenza non è mai una soluzione, che lo Stato di diritto non è negoziabile e che la barbarie, quando viene applaudita, non resta mai un’eccezione.
Autore: Lupo rosso
"Non c’è dubbio che la repressione e l’intolleranza sono atteggiamenti che mi hanno sempre provocato orrore e ripugnanza, fin da quando ero bambina. Forse la scoperta della repressione la feci sul mio dolcissimo Prinz, un grosso Collie paziente e docile fino all’insipienza, che mi teneva compagnia mentre giocavo nella grande casa silenziosa della nonna, nella penombra fresca dei pomeriggi d’estate odorosi di gerani e caprifogli, che mi divertivo a innaffiare su un terrazzino e strapiombo sui tetti d’ardesia, nel paradiso perduto della mia infanzia genovese. Prinz parlava solo l’inglese e fu per farmi capire da lui che mi feci insegnare dal nonno le prime parole. Ma la prima parola che mi insegnarono a dire fu: don’t. Era la parola che questo povero Prinz, per paziente e docile che fosse, si sentiva ripetere dal mattino alla sera: doveva sedersi se stava in piedi, doveva alzarsi se stava seduto, doveva svegliarsi se dormiva, doveva addormentarsi se era sveglio, voglio dire, qualunque cosa stesse facendo gli dicevano don’t e gliene facevano fare un’altra. E’ che io sono sempre stata anche più insipiente di lui: ho capito per tempo che i don’t che mi venivano somministrati anche più frequenti che a lui senza che riuscissi più di quanto abbia fatto lui a sottrarmici. Caro Prinz."
Fernanda Pivano
“Sono poche le persone che io amo veramente, e ancora meno quelle che stimo. Più conosco il mondo, più ne sono delusa, ed ogni giorno di più viene confermata la mia opinione sulla incoerenza del carattere umano, e sul poco affidamento che si può fare sulle apparenze, siano esse di merito o di intelligenza.”
Jane Austen
"Per cui sono Strega. Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale… sono io!
Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.
Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro."
“Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza.”
Luciano De Crescenzo
“Non sono nato con la sete di libertà. Sono nato libero, libero in ogni senso che potessi conoscere. Libero di correre nei campi vicino alla capanna di mia madre, di nuotare nel limpido torrente che scorreva attraverso il mio villaggio, di arrostire pannocchie sotto le stelle. Solo quando ho scoperto che la libertà della mia infanzia era un’illusione, che la vera libertà mi era già stata rubata, ho cominciato a sentirne la sete. È stato in quei lunghi anni di solitudine che la sete di libertà per la mia gente è diventata sete di libertà per tutti il popolo, bianco o nero che sia. Sapevo che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dentro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità. Da quando sono uscito dal carcere è stata questa la mia missione: affrancare gli oppressi e gli oppressori. Alcuni dicono che il mio obiettivo è stato raggiunto, ma so che non è vero. La verità è che non siamo ancora liberi: abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. Non abbiamo compiuto l’ultimo passo del nostro cammino, ma solo il primo su una strada che sarà ancora più lunga e più difficile, perché la libertà non è soltanto spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri”.
Nelson Mandela
"Il mio segreto non sono le gambe, è la voglia. In montagna uno pedala e pedala, poi ad un certo punto ti manca il fiato, le gambe ti fanno male da morire e dici: basta, la smetto, mi ritiro. Quello lì è il momento della voglia. La voglia di dare un altro giro di pedale, e poi dopo una pigiata ne viene un'altra, poi un'altra ancora, e ti tornano le forze. Ecco cos'è la voglia."
Gino Bartali
Estate
È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell’immobile strada. Ogni cosa è riemersa.
Nell’immobile luce dei giorno lontano
s’è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d’allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d’allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.
È tornata l’angoscia dei giorni lontani
quando tutta un’immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s’accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s’annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l’estate e i tepori sotto il viviclo cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.
Cesare Pavese