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mercoledì 20 maggio 2026

Una tassa solo per l'1% per salvare i servizi del 99%: cos'è la campagna "1% EQUO"

C'è una nuova iniziativa in Italia che mira a ridisegnare il peso del fisco e a ridare ossigeno ai servizi pubblici. È partita la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare 1% EQUO, una proposta che chiede l'introduzione di un'imposta progressiva sui grandi patrimoni.

Di cosa si tratta esattamente? Ecco i punti chiave in estrema sintesi:

  • 🎯 Colpisce solo l'1% più ricco: La misura non tocca il ceto medio. Riguarda esclusivamente la quota di patrimonio che eccede i 2 milioni di euro. Il 99% dei cittadini non pagherà un centesimo in più.

  • 🏠 La prima casa è salva: L'abitazione principale è totalmente esclusa dal calcolo.

  • 📈 Aliquote progressive: Si parte dall'1% (per la quota tra 2 e 5 milioni) fino a un massimo del 3,5% solo per i patrimoni superiori ai 20 milioni di euro.

  • 🏥 Le risorse ai servizi pubblici: Il gettito stimato (tra i 26 e i 65 miliardi di euro all'anno) verrebbe interamente destinato a sanità pubblica, scuola, università, sicurezza sul lavoro e politiche per la casa.

Per portare la proposta in Parlamento servono 50.000 firme entro il 15 novembre.

👉 Come firmare? È semplicissimo. Puoi farlo online in pochi secondi con SPID o CIE direttamente dal portale del Ministero della Giustizia, oppure nei banchetti della tua città.

Trovi tutte le informazioni e il link per firmare qui: https://unpercentoequo.it/

Video credit unpercentoequo caricato su YouTube


La libbertà de pensiero di Trilussa




La libbertà de pensiero

Un Gatto bianco, ch’era presidente

der circolo der Libbero Pensiero,

sentì che un Gatto nero,

libbero pensatore come lui,

je faceva la critica

riguardo a la politica

ch’era contraria a li principi sui.

― Giacché num badi a li fattacci tui,

― je disse er Gatto bianco inviperito ―

rassegnerai le propie dimissione

e uscirai da le file der partito:

ché qui la pôi pensà libberamente

come te pare a te, ma a condizzione

che t’associ a l’idee der presidente

e a le proposte de la commissione!

― È vero, ho torto, ho aggito malamente... ―

rispose er Gatto nero.

E pe’ restà ner Libbero Pensiero

da quela vorta nun pensò più gnente.

Trilussa


Abbiamo perso l'arte di dire "no"

"Abbiamo perso l'arte di dire "no". No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all'invasione della burocrazia nella nostra vita quotidiana. No all'idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C'è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci. Mi creda, sono sgomento di fronte all'acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo. Che dichiarano apertamente il loro scetticismo in ordine all'inutilità della protesta, quasi che protestare fosse diventato imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo tipo di imbarazzo. Purtroppo la famiglia e la scuola, per non parlare dell'intero sistema mediatico, inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. Per questo è fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo".

George Steiner


In verità non c'è bellezza più autentica


"In verità non c'è bellezza più autentica della saggezza che troviamo ed amiamo in qualche individuo, prescindendo dal suo volto che può essere brutto e, non guardando affatto alla sua apparenza, ricerchiamo la sua bellezza interiore."


Plotino
 
 

La vera istruzione

"La vera istruzione è insegnare alla gente a pensare da sola: è una faccenda complicata che richiede la capacità di catturare l'attenzione e l'interesse degli studenti per far sì che questi vogliano pensare, imparare ed esplorare nuovi campi."

Noam Chomsky



La scuola s.p.a.

 


Articolo da Effimera

Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi.

Noi contadini non ci avete interrogati […]

Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.

 

Scuola di Barbiana, Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libera Editrice Fiorentina, 1967, p. 13.

Forse il problema potrebbe ritenersi meno grave se l’Italia non fosse, in linea con una storia di povertà e di diseguaglianza, il Paese con quasi il più basso numero di giovani laureati dell’orbita UE[1]. Secondo l’Istituto nazionale di statistica nel 2024 la percentuale di 25-34enni in possesso di un titolo universitario è pari al 31,6 per cento, quota che, sebbene in lieve aumento, è decisamente al di sotto del 44,1 per cento della media europea (il 52,6 per cento in Spagna e il 53,4 per cento in Francia), ponendo l’Italia al penultimo posto nella graduatoria UE27 (ultima la Romania). Del resto, l’Istat regista che, complessivamente, tra i 20 e gli 89 anni, la percentuale di popolazione in possesso di un titolo universitario è del 16,8 per cento, posizionando l’Italia tra gli ultimi posti in Europa[2].

Si aggiunga che i laureati che negli scorsi 10 anni hanno lasciato l’Italia sono circa 97 mila. Solo nel 2024, 191 mila persone in generale hanno abbandonato il Paese, ma a destare preoccupazione è soprattutto l’aumento dell’espatrio tra i giovani tra i 25 e i 34 anni con una laurea: 21 mila nel 2023, un record storico.

Del resto, la struttura produttiva italiana è fortemente incentrata sul lavoro autonomo e su micro imprese (3,9 addetti in media, rilevazione Istat 2022) per lo più orientate alle attività manifatturiere e specializzate in alcuni comparti (il fatidico “Made in Italy”)[3]. Questo significa, traducendo, che il tessuto produttivo italiano tende a essere poco permeabile agli investimenti in proprietà intellettuale e R&S e a limitare la quota di spesa per impianti e macchinari, che include, per esempio, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). In effetti, il baretto, la pizzeria, il terzista di macchine industriali, il produttore di formaggi di queste innovazioni, e di conseguenza di laureati, tendono a farsene poco.

Dunque, in questo cuore di tenebra che è il mondo contemporaneo, con preoccupazioni crescenti per il futuro, per le guerre, per le crisi economiche che si susseguono, per le ingiustizie, per la necessità di vagliare il nostro rapporto con le nuove tecnologie, il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara ha ideato una riforma degli istituti tecnici per vincolare meglio la scuola al fragile contesto industriale italico.

In linea con una storica, annosa, noiosa, serie di dichiarazioni, lo scopo della riforma è predisporre i giovani al lavoro di bassa qualità che passa da queste parti e di fare della scuola una specie di terminale dei servizi alle imprese. Addomesticare, dunque, in quella direzione gli studenti, sulla base di un rapporto con le aziende destinato a diventare sempre più stringente dopo gli esordi della Formazione lavoro, degli skills e delle competenze introdotti da Renzi, ma, prima ancora, addirittura riconducibili alla “autonomia” voluta da Giovanni Berlinguer (L.30/2000).

A questo scopo si rincorrono da anni articoli retorici sull’insensato disprezzo che la gioventù avrebbe per il lavoro in generale e per quello manuale in particolare. Lo ricordo, sia chiaro, nel massimo rispetto per tutti i mestieri, i compiti, gli impieghi, i lavori, intesi nella più ampia accezione possibile che può assumere l’attività umana, compresa, ovviamente, quella riproduttiva e non remunerata e che pure tiene in piedi il pianeta in cui viviamo. Ma è come se il mondo non andasse mai avanti, come se le aspirazioni a fare qualcosa di diverso dall’usare la zappa del nonno non fossero legittime per tutti e tutte, come se la città del lavoro, dopo quella di Dio, non dovesse cambiare mai – non fosse già cambiata se solo le cose venissero osservate dal corretto punto di vista. Come se le tecnologie attuali non avessero già trasformato obbligatoriamente il modo di approcciarci alla questione. Come se la macchina, pensata in modo ecosostenibile, all’interno di una sintonia con l’universo che va ben oltre la singola esistenza del singolo essere umano, sulla base di un approccio realista, critico ma orientato al bene comune, non potesse essere usata a nostro favore invece che a nostro sfavore. Come se il superamento del lavoro alienante e nocivo non dovesse essere obiettivo di ogni politica economica degna di questo nome. Come se, infine, i redditi bassi, miserevoli, del lavoro, la loro indeterminata precarietà non finissero per scoraggiare i giovani uomini e le giovani donne, finendo per aumentare il loro senso di vuoto e di sventura, con seri problemi di diffusione per la salute mentale tra le nuove generazioni. Lo stato della salute mentale degli adolescenti e dei giovani, già in difficoltà prima della pandemia, è peggiorato con la reclusione forzata durante il Covid. Oggi, mentre ogni conflittualità viene sanzionata con leggi emergenziali che si susseguono, tutta questa “disobbedienza” soffocata finisce per tradursi in ansia, attacchi di panico, depressione, atti di autolesionismo[4].

La riforma degli istituti tecnici 2026

In questo quadro, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito il nuovo assetto ordinamentale degli istituti tecnici con il Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026  che traduce gli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 144/2022 e ridefinisce, in sostanza, diversi aspetti tra cui indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento dei nuovi percorsi di studio[5].

La riforma è stata, incredibilmente, resa nota solo il 9 marzo scorso quando molte famiglie avevano già effettuato l’iscrizione sulla base delle diverse regole preesistenti. Non ci sono state discussioni preliminari, al punto che le scuole hanno presentato una differente offerta formativa a studenti e genitori durate gli Open day. Ma essa entrerà comunque in vigore direttamente in settembre e il ministero ritiene che potrà ritenersi a regime entro cinque anni. Chiamala, se vuoi, democrazia.

Non più un biennio uguale per tutti gli indirizzi tecnici e poi la possibilità di scegliere la propria strada nel triennio, ma un’offerta formativa suddivisa fin dalla base in due macro settori: economico (Amministrazione, Finanza e Marketing; Turismo, Beni ambientali e Culturali) e tecnologico (Meccanica ed Energia, Trasporti e Logistica, Elettronica ed Elettrotecnica, e Informatica e Telecomunicazioni, oltre a Grafica, Chimica e Biotecnologie, Sistema Moda, Agraria e Costruzioni). L’elenco dettagliato delle articolazioni e dei diversi quadri orari sono consultabili nella nota ministeriale[6]. La struttura viene ricondotta a una cornice coerente con il  Profilo educativo, culturale e professionale (PECUP) dell’Istruzione tecnica previsto dal DL 45/2025, richiamato nel testo ministeriale.

Fondamentalmente, il piano formativo si articolerà su un 4+2. Ovvero diploma in quattro anni e due anni di ITS Academy con un allineamento diretto con il sistema produttivo. L’obiettivo principale è canalizzare gli studenti verso i percorsi ITS Academy (2 anni) post-diploma, considerati una via diretta per l’inserimento lavorativo. La riforma prevede la creazione di “campus” che dovrebbero collegare istituti tecnici riformati, professionali e ITS Academy.

Tutto ciò ha evidentemente necessità di una riarticolazione oraria, la quale resta al momento volutamente nebulosa e affidata alla discrezionalità dell’autonomia scolastica: si riducono le ore di cultura generale (Italiano, Storia, Geografia, Fisica, Chimica, Matematica, la seconda lingua straniera) per potenziare, sembrerebbe – ma il quadro non è chiaro – materie di indirizzo (quali?) e le attività di laboratorio. Proprio nel settore tecnologico, gli insegnamenti di Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica verranno paradossalmente accorpati e considerati un’unica disciplina sotto la dizione “Scienze integrate” o “Scienze sperimentali” con una perdita, secondo un’analisi unificata dei vari nuovi indirizzi operata dalla Flc CGIL, di 231 ore[7]. L’accorpamento non definisce quale disciplina tra Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica dovrà essere favorita, ridotta o tagliata e la scelta è affidata ai singoli istituti. L’ambito matematico si contrarrà dalle 132 ore del biennio alle 99 nel terzo, quarto e quinto anno. Italiano calerà a 99 ore dalle 132 nel quinto anno (?).

Tale rimodulazione è giustificata dalla volontà di una didattica che dovrebbe essere gestita in larga parte dalle imprese e non dalla scuola. O comunque tutti insieme appassionatamente con patti educativi dove tutti potranno, parimenti, dire la loro.

L’articolo 1, comma 2 D preannuncia infatti “l’elaborazione, a livello regionale o interregionale, di accordi, denominati «Patti educativi 4.0», per l’integrazione e la condivisione delle risorse professionali, logistiche e strumentali di cui dispongono gli istituti  tecnici e professionali, le imprese, gli Enti di formazione  accreditati dalle Regioni, gli ITS Academy, le università e i centri di ricerca, anche attraverso la valorizzazione dei poli tecnico-professionali e dei patti educativi di comunità, nonché la programmazione di esperienze laboratoriali condivise, nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente”.

Questa idea meravigliosa deriva dal Governo Draghi e dai finanziamenti per il PNRR. Da lì si cominciò ad annunciare che, per legge, almeno il 60 per cento del monte ore complessivo degli ultimi due anni degli Istituti Tecnici Superiori sarebbe stato affidato a professionisti, manager e tecnici provenienti dalle aziende e non da carriere accademiche e che gli stage aziendali e i tirocini formativi, obbligatori anche per i docenti, avrebbero coperto almeno per il 35 per cento del monte orario[8]. Al momento, l’escamotage dell’affidamento all’autonomia delle istituzioni scolastiche, che potrebbero utilizzare le indicazioni per rafforzare alcune discipline oppure sviluppare progetti collegati al territorio, oppure introdurre attività laboratoriali o interdisciplinari, sortisce l’effetto di non rendere esplicito quanto, come e chi farà cosa. È abbastanza prevedibile che, nel corso della “messa a regime”, si genereranno nuove gerarchie e lotte intestine tra i docenti “perdenti posto”. Inevitabilmente, si avranno ricadute: uno degli scopi della riforma è proprio e anche il taglio degli organici dei docenti.

L’articolo 2, comma 5, recita infatti: “Le istituzioni scolastiche possono ulteriormente caratterizzare l’offerta formativa per lo sviluppo di competenze coerenti con le esigenze e i fabbisogni formativi espressi dal territorio attraverso l’utilizzo delle quote di autonomia e di flessibilità previste dall’Allegato 2-ter, par. 2, lett. a) e b) del decreto-legge n. 144/2022, e dalla quota del curricolo a disposizione della scuola. Nella definizione dei suddetti percorsi le istituzioni scolastiche sono tenute a garantire il raggiungimento dei risultati di apprendimento in esito fissati per l’indirizzo o articolazione in cui il percorso si inserisce”.

Il disegno parla solennemente di portate in aula “esperienze reali, aggiornate e concrete”. In realtà, possiamo spingerci a tradurre così: le imprese potranno svolgere corsi di formazione professionale a loro vantaggio, usufruendo di soldi pubblici. Si anticipa l’impegno degli studenti in formazione-lavoro sin dai 15 anni di età e si introduce anche una formazione “specifica” per i docenti, coerentemente con ciò che stabiliranno gli accordi tra imprese presenti sul territorio e istituti di istruzione.

Articolo 1, comma 2 C esplicita che sarà prevista “l’attuazione di specifiche attività formative destinate al personale docente degli istituti tecnici, finalizzate alla sperimentazione di modalità didattiche laboratoriali, innovative, coerentemente con le specificità dei contesti territoriali”.

La scuola secondaria superiore, insomma, ultima occasione per molti e molte, di potersi occupare di qualcosa di inutile per la produzione ma di molto utile per sé stessi, per i processi di maturazione e di consapevolezza, per scoprire e coltivare passioni, per provare a far respirare un intero universo sentimentale e aprire da lì – nel confronto – la porta al pensiero critico, smarrisce la propria funzione. Riproduzione e valore d’uso anche in questo caso vengono imprigionati dalla catena del valore economico, attraverso la prevalenza dell’autonomia differenziata che si interfaccerà con le richieste del tessuto economico locale da scuola a scuola, da città a città, da territorio a territorio.

Nell’indeterminatezza delle parole usate, tra tavoli ancora aperti e discussioni da aprire, tra “indirizzi flessibili afferenti i diversi indirizzi di studio e le relative articolazioni”, tra “autonomie” concesse ai singoli istituti, si prova a rendere relativamente difficile la lettura di un progetto di fatto messo in atto a scatola chiusa.

Gli obiettivi, tuttavia, non possono sfuggire. Viene smontata e resa meno uguale l’ispirazione del sistema nazionale di istruzione, nell’interpretazione più coerente del dettato costituzionale (uguaglianza, cultura e ricerca, libertà di insegnamento, diritto allo studio) che si era avuta con la liberalizzazione dell’accesso all’università, legge 11 dicembre 1969 n. 910.

Come l’università viene obbligatoriamente costretta a mantenere rapporti con le aziende, anche quando imbarazzanti e colluse con le guerre, anche la scuola superiore perde controllo sul perimetro che le è proprio e viene resa ancor più dipendente dalle relazioni con il sistema produttivo da cui, probabilmente, deriveranno ulteriori gradimenti e finanziamenti. Lo scopo è, inoltre, rendere più complicata, difficile, sin da piccoli, la capacità di interpretare il mondo e di scegliere il proprio modo di starci. La disparità generata da questo genere di relazioni e il rischio che non favoriscano rapporti educativi fondati sull’auto-determinazione, la non interferenza, il coinvolgimento attivo, ma piuttosto l’assoggettamento, la passivizzazione e la sempre più esplicita mercificazione della realtà e del vivente, pare piuttosto concreto[9].

Nel segno della classe

La riduzione delle ore di materie teoriche a favore di laboratori e attività in azienda creerà, evidentemente, difficoltà maggiori per gli studenti dei tecnici nel superamento dei test d’ingresso universitari o aumenterà il rischio di abbandono proprio negli studi universitari scientifici, viste pregresse carenze formative, alla faccia del mondo che progredisce sotto il segno della stella polare Stem, acronimo di Science, technology, engineering and mathematics e visti i tagli orari che le stesse subiranno e di cui abbiamo provato a dare quale assaggio. Sulla carta si garantiscono identiche possibilità di accesso all’università addirittura dopo il quadriennio ma si spinge, evidentemente, in modo massiccio per il proseguimento nel biennio ITS Academy ed è assai nebulosa la questione dei CFU (Crediti formativi universitari) necessari per finalizzare l’iscrizione a un corso di laurea che sia in linea con il proprio percorso di studi. Se è incerta la possibile prosecuzione di un percorso “congruo”, figuriamoci quali difficoltà si avranno per accessi più liberalizzati.

Fino a ora, un diploma di istituto tecnico consentiva la possibilità di iscriversi a qualsiasi ordine di università, mentre oggi torna in auge il sistema scolastico fortemente selettivo della riforma di Giovanni Gentile del 1923, “la più fascista delle riforme” come la definì Benito Mussolini. Essa creò una differenziazione rigida dei percorsi dopo le elementari, con scuole medie orientate al proseguimento degli studi per alcuni e un triennio di avviamento professionale per altri. La legge 31 dicembre 1962 n. 1859 pose fine a questa evidente suddivisione di classe.

Con la fame di lavoro (ché è reddito) che c’è, molte famiglie, molti studenti sono da sempre attratti dai percorsi che promettono rapporti con le aziende e fanno sperare in percorsi e collegamenti diretti, convinti che sarà ciò che potrà garantire un impiego solido e duraturo. Ebbene, la possibilità di tenere assai lungamente in stage i giovani assunti (fino a un anno) e poi in apprendistato (due anni) indebolisce l’aspettativa. Bisognerebbe analizzare quanto di quel lavoro ottenuto è lavoro buono, è lavoro degno, è lavoro stabile ma, guarda un po’, mancano dati precisi.

Il problema non è che i ragazzi e le ragazze non abbiano voglia di studiare ma che il sistema, tanto più dopo questa riforma, rende lo studio un privilegio, non un diritto. In Italia le università costano sempre di più, gli affitti per gli studenti sono inaccessibili, gli stessi laureati finiscono, in Italia, per fare infiniti percorsi di stage (da uno stage a un altro stage). Non mancano i talenti ma, come detto nell’attacco di questo articolo, manca la volontà politica di valorizzarli.

Bisognerebbe considerare poi quanto questa riforma degradi il lavoro degli stessi insegnanti o aspiranti tali. A loro volta ridotti di numero, scaduti nel ruolo, nella professionalità, nell’autorevolezza. E pensare che, sbarrati gli ingressi all’università, lo sbocco all’insegnamento nelle scuole superiori venne prospettato come un’ipotesi di lavoro per le persone con dottorato o PhD (1 per cento della popolazione). Le stesse linee guida per i licei[10] trattano gli insegnanti come fossero bambini di cinque anni cui spiegare che le biografie degli autori sono meno importanti dei testi dei medesimi, che Dante è meglio leggerlo i classe perché non è semplice da comprendere, mentre le indicazioni per Filosofia si “dimenticano” sia di Spinoza che di Marx: giusto un accenno a “marxismo e Scuola di Francoforte”. E valga il vero.

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Fonte: Effimera

Autore: Cristina Morini

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Effimera 

Immagine generata con intelligenza artificiale


La riscossa delle api solitarie grazie al biologico


Articolo da LifeGate

Secondo uno studio effettuato in Germania, i paesaggi agricoli biologici sono associati a una maggiore abbondanza di api solitarie sia in termini assoluti che di specie.

    Alcuni ricercatori in Germania hanno indagato come le api solitarie rispondono a diversi sistemi agricoli e caratteristiche del paesaggio.

    Secondo i risultati, l’agricoltura biologica è associata a una maggiore abbondanza, ricchezza di specie e diversità delle api solitarie.

    Per questo, l’espansione dell’agricoltura biologica è di grande rilevanza in tutta Europa per la salvaguardia delle api selvatiche.

L’agricoltura biologica favorisce le api solitarie che nidificano nelle cavità, aumentandone l’abbondanza, la ricchezza di specie e la diversità: è quanto è emerso da uno studio effettuato da ricercatori della Ulm University in Germania e pubblicato sulla rivista Global Ecology and Conservation.

Le api solitarie, quelle che non vivono in colonie, sono importanti impollinatori e mantengono la biodiversità nei paesaggi agricoli, eppure le loro popolazioni sono in declino a causa della perdita di habitat, dell’agricoltura intensiva e dell’uso di pesticidi. Secondo la ricerca, l’agricoltura biologica offre un’alternativa sostenibile ai sistemi convenzionali, a vantaggio degli impollinatori grazie a limitazioni molto rigorose nell’impiego di sostanze chimiche di sintesi e a una maggiore diversità di habitat. 

I paesaggi biologici promuovono la conservazione e la diversità delle api solitarie, lo studio

Mentre gli effetti sulle api sociali come le api da miele e i bombi sono ben documentati, si sa poco su come le pratiche agricole e i paesaggi influenzino le comunità di api solitarie che nidificano nelle cavità. Per questo gli studiosi hanno voluto indagare questi effetti. La ricerca si è sviluppata utilizzando nidi artificiali standardizzati (hotel per api), in 17 siti in Germania: sono stati valutati diversi parametri come il numero di celle di covata, la diversità delle specie, l’abbondanza di femmine e maschi, rilevando come le popolazioni di api solitarie rispondono a diversi sistemi agricoli e caratteristiche del paesaggio in un raggio di 500 metri

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Fonte:
LifeGate

Autore: 
Carlotta Garancini

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da
LifeGate



Oggi si celebra la Giornata mondiale delle api

Oggi si celebra la Giornata mondiale delle api, un'occasione importante per riflettere sul ruolo cruciale che questi instancabili impollinatori svolgono nel nostro ecosistema. Le api non sono solo produttrici di miele, ma sono anche responsabili dell'impollinazione di circa il 75% delle colture alimentari mondiali, un servizio ecosistemico che sostiene la biodiversità e aiuta a mantenere l'equilibrio degli ecosistemi

Celebrare la Giornata mondiale delle api significa riconoscere l'importanza di questi piccoli ma potenti alleati della natura. È un invito a tutti noi a prendere azioni concrete per proteggerle, come il ridurre l'uso di pesticidi, piantare fiori amici delle api e supportare l'apicoltura locale. La loro sopravvivenza e prosperità sono essenziali per la nostra sicurezza alimentare e per la salute del nostro pianeta.



20 maggio 1970 – Italia: è approvato lo statuto dei lavoratori (legge 300), la legge che sancisce i diritti dei dipendenti sul luogo di lavoro



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

La legge 20 maggio 1970, n. 300 - meglio conosciuta come statuto dei lavoratori - è una delle normative principali della Repubblica Italiana in tema di diritto del lavoro.

Introdusse importanti e notevoli modifiche sia sul piano delle condizioni di lavoro che su quello dei rapporti fra i datori di lavoro e i lavoratori, con alcune disposizioni a tutela di questi ultimi e nel campo delle rappresentanze sindacali; a oggi di fatto costituisce, a seguito di minori integrazioni e modifiche, l'ossatura e la base di molte previsioni ordinamentali in materia di diritto del lavoro in Italia.

La situazione nel secondo dopoguerra

L'esigenza di una regolazione precisa ed equitativa dei meccanismi del mondo del lavoro crebbe di importanza in particolare a partire dal secondo dopoguerra quando si pose mano alla strutturazione dello stato post-fascista nel nuovo regime democratico, la cui Costituzione al primo articolo conteneva il riferimento al lavoro come punto fondante dell'ordinamento repubblicano (evidenzia il costituzionalista Zagrebelsky che il diritto al lavoro è l'unico diritto esplicitamente enunciato dalla Carta fra i principi fondamentali[1]).

La normativa in tema era insufficiente: vi erano alcuni istituti, come la fissazione di limiti minimi di età per il lavoro minorile in cave e miniere, la riduzione della durata della giornata lavorativa a 11 ore per i minori e a 12 per le donne, il diritto di associazione sindacale e quello di sciopero, le prime normative antinfortunistiche e l'obbligo di forme assicurative (1920), il divieto di mediazione di lavoro[2], ma la normativa fondamentale sul lavoro era contenuta principalmente nel codice civile fascista del 1942.

In quello stesso periodo venne inoltre pubblicata un'inchiesta delle ACLI di Milano intitolata "La classe lavoratrice si difende" che denunciava la condizione di sfruttamento e di discriminazione ideologica dei lavoratori, ponendo il problema della cittadinanza in fabbrica[3]. Poco tempo dopo, nel 1955, il Parlamento promosse un'inchiesta parlamentare sulle "Condizioni di lavoro nelle fabbriche"[4].

Gli anni cinquanta e sessanta videro il picco della trasformazione del lavoro (e della produzione) da rurale in industriale, e i connessi flussi migratori sia verso l'estero che all'interno del territorio italiano; mutarono le proporzioni numeriche fra addetti all'agricoltura (agricoltori) e alla produzione industriale (operai) in senso preponderante a favore di quest'ultima. La crisi del lavoro della terra (dovuta anche alla crescita dei costi di produzione e all'introduzione di macchine) contribuì a rendere disponibile, con la crescente disoccupazione dei braccianti, forza lavoro in quantità senza precedenti e di queste si servirono le nascenti industrie per rastrellare manodopera a basso costo. Sino ad allora la condizione del lavoratore dipendente assomigliava più alle descrizioni siloneggianti dei mille e mille piccoli borghi del contado che costellavano la nazione, nei decenni successivi la figura del lavorante meglio si inquadrò nell'impiegato di concetto (la burocratizzazione di Stato e degli enti costituenti il cosiddetto parastato accolse una grande quantità di addetti) e nell'operaio, che andò a riempire le strutture, costantemente in crescita, di aziende industriali di cui molte ubicate nel Settentrione. Una quota rilevante di occupazione fu offerta anche dall'edilizia, specie nelle grandi città. A tutela di quest'ultimo settore fu varata nel 1960 la norma[5] che vietava l'appalto di manodopera, pratica che aggirava il divieto di caporalato istituzionalizzandolo ad attività aziendale (sebbene la limitazione dell'applicabilità del divieto, escludendola per alcuni settori proprio dell'edilizia, sia stata molto contestata).

Prima del cosiddetto "boom" economico, v'era dunque un'oggettiva sperequazione in favore dei datori di lavoro, ai quali era consentito gestire con agilità i rapporti con il personale, selezionandolo per l'assunzione e gestendolo in seguito con insindacabile riferimento ad assolutamente discrezionali indirizzi aziendali che ben potevano comprendere fattori anche personalistici. In questo contesto sui rapporti di lavoro vi fu contraddittorietà delle pronunce giurisprudenziali, che si trovavano a gestire figure nuove, non di rado di malagevole compatibilità costituzionale o di ardua interpretazione pratica; si richiedeva una soluzione legislativa perché la crescita del contenzioso, che ogni volta e per ogni caso evocava situazioni di grave drammaticità specifica, si nutriva anche di radicati contrasti fra princìpi.

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Ore 4.03 del 20 maggio 2012: terremoto in Emilia, per non dimenticare



Mai dimenticare!

Photo credit Holapaco77, CC0, via Wikimedia Commons




Per vivere hai bisogno...



"Per vivere hai bisogno di lavorare, giusto? E se non stai lavorando, stai vivendo alle spalle di qualcun altro. E la vita di un parassita non è dignitosa, allo stesso tempo però non puoi vivere solo per lavorare e basta. E’ semplice. Perchè la cosa più gloriosa che uno ha è la vita. E anche se è così elementare, troppo spesso ce ne dimentichiamo. Ma ce lo fanno dimenticare la cultura, l'ambiente in cui viviamo e soprattutto quella violenza della società del consumo, che ci fa sembrare che se non saliamo su quel treno, moriremo."

José Mujica

Photo credit Roosewelt Pinheiro/ABr (Agencia Brasil [1]) [CC BY 3.0 br], via Wikimedia Commons



Un giorno di Carl Gustaf Verner von Heidenstam


Un giorno

Con stelle scintillanti il ​​cielo è coronato,
Sebbene il contadino con la sua luce
Sta inciampando durante il giro di ispezione del cortile della fattoria.
Ora andiamo nel bosco con un suono profondo e delicato
L'uccello della notte svolazza al vento.
L'orologio del cottage sta suonando le cinque,
La striscia del mattino è splendente,
Le ruote della fabbrica sono tutte vive,
Il fuoco e le scintille sgorgano ovunque.

A nord, dove galleggiano pini e abeti,
I primi raggi si sono affrettati
Per tingere la brughiera. Il suono di un corno di mucca.
Attraverso il lago liscio viene trasportato.
I raggi ora toccano una cima bianca pallida,
Oppure su qualche torrente si stabili
Quel ghiaccio pende da sporgenze desolate.
Sopra la tenda di un lappone turbina il fetore,
E le fiamme divampano intorno al suo bollitore.
Fuori sulla neve, con corna ramificate
I suoi cervi sono radunati in un cerchio lì.
Nessuna casa, nessuna torre adorna quella terra.
Né lì c'è una campana da cantare.
La notte ribolle intorno, un oceano immenso.
Perché tutte le cose giungono infine alla notte.

Tu sole, la cui potenza dona
Su ogni pianta più piccola una dote vivificante,
Concedici il tuo luminoso potere creativo
Finché il giorno splenderà!
Il nostro cuore è pieno di entusiasmo, ma il tempo stringe.
Oh, ascoltate le nostre suppliche,—
Tu che i nostri padri un tempo corteggiavano,—
Effondi su di noi il tuo splendore.
Vai avanti, vai avanti, giorno appena nato,
Con canti mattutini e giochi di martelletto.
Che la paura del crepuscolo non ci assalga!
Accendete coraggiosi combattimenti, guardiani del nostro focolare;
Invia, fulmineo come un lampo, una spada spirituale
Per illuminare la strada davanti a noi!
Risplendi lontano sulla nostra gente e sulla nostra terra,
Arricchisci la nostra anima, rendi salda la nostra mano,
Affinché con gioia possiamo sopportare
Gli anni che la vecchiaia porterà,
E ancora come seminatori in avanti
Nella nuova primavera del mondo!

Carl Gustaf Verner von Heidenstam


L'originalità


“L'originalità è l'unica cosa di cui coloro che originali non sono non possono comprendere l'utilità. Non vedono a che cosa gli serva: e come potrebbero? Se lo potessero, non si tratterebbe più di originalità.” 

John Stuart Mill


Secondo me, le parole...

“Secondo me, le parole, non servono per dire quello che sai, per far sapere agli altri quello che hai pensato te che sei così intelligente, ma per capire, parlando con qualcun altro, con un foglio di carta, o con un file su un computer, quello che pensi, per costruire quello che pensi facendo rotolare una parola dopo l'altra e guardando, insieme col mondo, le meraviglie o i disastri che saltano fuori.” 

Paolo Nori


La riflessione

“La riflessione è l’appropriazione del nostro sforzo per esistere e del nostro desiderio d’essere, attraverso le opere che testimoniano di questo sforzo e di questo desiderio. Per questo motivo la riflessione è più di una semplice critica del giudizio morale; anteriormente a ogni critica del giudizio, essa riflette su quell'atto di esistere da noi dispiegato nello sforzo e nel desiderio.” 

Paul Ricoeur 


La vita sembra una lotta contro i mulini a vento


"Anche quando la vita sembra una lotta contro i mulini a vento, eroe è colui che non si arrende, che ogni volta si rimette in piedi e prosegue il suo viaggio, incurante degli ostacoli, incurante della sconfitta. Invincibili sono tutti coloro che hanno eredito l’ostinazione di don Chisciotte. Invincibili sono, per esempio, i migranti, uomini e donne che attraversano il mondo a piedi per raggiungerci e non si fanno fermare da nessun campo di prigionia, da nessuna espulsione, da nessuna legge, da nessun annegamento, perché li muove la disperazione e vanno a piedi."
Erri De Luca
 


Il caffè


"Il caffè giunge nello stomaco e tutto mette in movimento: le idee avanzano come battaglioni di un grande esercito sul campo di battaglia; questa ha inizio. I pensieri geniali e subitanei si precipitano nella mischia come tiratori scelti."

Honoré de Balzac


Se hai sempre fatto il comico...

"Se hai sempre fatto il comico, ed entri in un ruolo drammatico aspetti cosa fa il pubblico: se piange, invece di ridere, ce l'hai fatta."

Diego Abatantuono

Photo credit Francesco Lorusso Léon, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons


Molte volte è bello aprire

"Molte volte è bello aprire, perché la pressione è minore. Sali sul palco, fai il tuo set e dici a chiunque debba finire: "Ecco fatto". Anche se all'inizio la gente arriva gradualmente, e questo può essere un po' spiazzante."

Joe Cocker

Photo credit Александр Вепрёв, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons


L'interpretazione


"L'interpretazione data da Mina alla mia Maruzzella mi ha comunicato un'emozione difficile da descrivere. Ciò che mi ha impressionato in modo particolare è stata la pronuncia del dialetto, che è assai difficile. [...] Non riesco a capire come abbia fatto Mina a cantare Napoli in quel modo davvero magistrale. Mina! La divina provvidenza t'adda' fa campà cient'anne!"

Renato Carosone


Il ring non mente mai

"Il ring non mente mai. Quando sali quei tre gradini e passi sotto le corde, sei l'uomo più solo del mondo. Non contano i soldi, non conta la fama e non contano le parole dei manager. Lì sopra ci sei solo tu, con le tue paure, il tuo coraggio e la tua preparazione. Il pugilato mi ha insegnato questo: a guardare in faccia la realtà senza mai cercare scuse."

Nino Benvenuti


Tutti quelli che hanno corso...

"Tutti quelli che hanno corso e che corrono in macchina hanno questa consapevolezza: quando si vince, il 30% di merito va alla macchina, il 40% al pilota, il restante 30% alla fortuna."

Niki Lauda


Tutti noi inventiamo noi stessi

 "Tutti noi inventiamo noi stessi. Alcuni di noi hanno semplicemente più immaginazione di altri."

Cher

Photo credit Ian Smith from London, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons




martedì 19 maggio 2026

L’Italia e il suo cielo di rabbia


In Italia c’è un vento che non somiglia a niente di buono. Non porta profumi, non porta sollievo: è un soffio ruvido, che graffia. Un vento fatto di parole scagliate di fretta, di giudizi che arrivano prima dei fatti, di un’inquietudine che si infila ovunque, anche dove non dovrebbe.

A volte sembra che il paese intero cammini con le spalle tese, come se aspettasse sempre il prossimo colpo. E quando qualcuno inciampa, quando qualcuno sbaglia, quando qualcuno semplicemente è diverso, c’è sempre una mano pronta a puntare il dito. Una mano, o un commento, o un coro.

Da dove nasce tutto questo?

Non serve essere sociologi per capirlo: viviamo in un’Italia stanca, che da anni tira avanti con stipendi che non crescono e promesse che evaporano. Un’Italia che ha imparato a convivere con la precarietà come fosse un’abitudine, e quando la vita traballa, trovare un colpevole diventa quasi un riflesso.

Poi ci sono i social, che amplificano tutto ciò che divide. La rabbia fa rumore, la paura fa clic. E così ci ritroviamo immersi in un’eco continua, dove chi urla di più sembra avere sempre ragione.

E c’è anche la politica, certo. Una politica che spesso preferisce indicare un nemico piuttosto che costruire una soluzione. Perché un nemico è semplice, immediato, funziona.

La cronaca, ogni giorno, ce lo sbatte in faccia

Aggressioni contro chi ama in modo diverso. Ragazzi picchiati per un’identità che non rientra negli schemi di qualcun altro. Donne uccise da uomini che confondevano il possesso con l’amore. Insulti che piovono su giornaliste, attiviste, sindaci, persone che hanno solo avuto il coraggio di parlare. Risse filmate come fossero intrattenimento, vite ridotte a clip da condividere.

E noi? Noi guardiamo, commentiamo, scorriamo. A volte ci indigniamo, a volte no. E questo “a volte no” è la parte che fa più paura.

Il vero pericolo è l’assuefazione

Non l’odio in sé, quello c’è sempre stato. Il problema è che non ci scuote più. Che ci sembra normale. Che lo accettiamo come si accetta un temporale improvviso: fastidioso, ma inevitabile.

Solo che inevitabile non lo è. È una crepa che attraversa il paese, sì, ma non è una crepa irreparabile. Dipende da noi decidere se allargarla o provare a chiuderla.

Perché l’Italia merita di più

Merita parole che non feriscono. Merita mani che si aprono, non che si stringono a pugno. Merita un respiro più largo, un orizzonte che non sia fatto solo di sospetto.

E forse, per ricominciare, basterebbe una cosa semplice: ricordarci che ogni volta che scegliamo l’odio, stiamo scegliendo di essere un po’ meno umani. E che non è questa l’Italia che vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi.

Autore: Partigiana Cyber

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Immagine generata con intelligenza artificiale


Le persone sensibili



"Le persone sensibili hanno sempre il cuore al contrario, l'anima al contrario. Una lacrima pronta a cadere, un sorriso sulle labbra pronta a esplodere. Vivono in equilibrio tra le gioie e i dolori della vita. Non sono perfetti, al contrario. A volte si autodistruggono anche perché respirano attraverso il petto, mai attraverso i polmoni. Le persone sensibili possono sorridere per poco e piangere per nulla sanno fermarsi e meravigliarsi davanti a un arcobaleno, sorridere a un gatto, guardare il mare e assaporare in esso la pace e il tormento infinito. Sanno come trasformare la sabbia in polvere di stelle, illuminare un sogno nell'oscurità. Sanno vedere oltre l'apparenza, più di un sorriso, più di una lacrima. Oltre la rabbia, oltre il dolore perché vivono con il cuore."

Guilia Silvio


Ho imparato...


"Ho imparato che non si può tornare indietro, che l'essenza della vita è andare avanti. La vita, in realtà, è una strada a senso unico".

Agatha Christie



Il popolo vietnamita


"Il popolo vietnamita desidera ardentemente la pace per costruire il suo paese, ma si deve ottenere una vera indipendenza se si vuole avere la vera pace. La questione è molto chiara: l'imperialismo americano deve cessare i suoi attacchi aerei nel Nord, porre fine alla sua aggressione nel Sud, ritirare le sue truppe dal Vietnam meridionale e lasciare al popolo vietnamita di risolvere da sé i suoi affari."

Ho Chi Minh


19 maggio 1944: eccidio del Turchino

L’eccidio del Turchino è stato un massacro compiuto dalle SS naziste il 19 maggio 1944 in località Fontanafredda, vicino al Passo del Turchino (Genova), in cui vennero fucilati 59 prigionieri politici italiani


Video credit NIR Channel caricato su YouTube


Pensate all’eccesso di brutalità, di crudeltà e di falsità che dilaga attualmente nel mondo civile

"Pensate all’eccesso di brutalità, di crudeltà e di falsità che dilaga attualmente nel mondo civile. Credete veramente che un pugno di arrivisti e di corruttori senza coscienza sarebbe riuscito a scatenare tutti questi spiriti maligni, se milioni di uomini al loro seguito non avessero dato anch’essi il loro contributo?"

Sigmund Freud