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lunedì 13 luglio 2026

La fine della solidarietà: come la modernità ha sbriciolato i legami sociali



Articolo da La Fionda

I.

Che cosa significa, esattamente, pensare tenendo conto del criterio della totalità? Quest’ultima è il principio che precede le parti e le rende intelligibili come momenti di un unico processo. Totalità qui non designa un ordine ora smarrito ma il criterio metodologico senza il quale il pensiero si limita a registrare accadimenti. Senza di essa, ogni fenomeno si dà come accadimento isolato, autosufficiente e privo di storia — una merce fra le merci, nient’altro che eventi senza radice comune. È questa la condizione a cui il mercato contemporaneo riduce l’esperienza stessa: la frantumazione del reale in oggetti discreti. Pensare per frammenti è la forma assunta dalla coscienza quand’essa si adegua alla struttura del mondo che la produce.

Da qui l’urgenza di una postura diversa: l’introduzione di una discontinuità nel flusso ininterrotto delle narrazioni che si autoconfermano. È un lavoro sotterraneo, invisibile per lunghi tratti, che non si accontenta della superficie fenomenica ma scava fino alla struttura ontologica— e che quando riemerge non porta alla luce un fatto in più, bensì la legge che ordinava, magari all’insaputa degli attori, la serie intera dei fatti.

II.

Giunto al culmine della propria espansione, ogni ordine egemonico produce l’illusione di essersi sottratto al tempo — di aver realizzato, nella propria configurazione storica particolare, la forma definitiva dell’umano. È l’illusione che ha attraversato l’Occidente collettivo, e in particolare l’Unione europea, negli ultimi decenni: la propria egemonia economica, militare e culturale — temporanea per definizione, come ogni configurazione storica — è stata imposta ideologicamente come una legge di natura.

Proprio perché si tratta di una configurazione storica, e non di un’essenza, però, essa reca in sé il proprio limite: le regole del gioco — commerciali, monetarie, militari — non sono mai neutre; codificano, nel momento in cui vengono scritte, gli interessi di chi controlla la base materiale della produzione mondiale. Quando quella base si sposta — produzione, capacità industriale, innovazione infrastrutturale, demografia — le regole smettono di corrispondere a chi detiene ora il potere egemonico, e il potere geopolitico si sposta perché nessun ordine sopravvive quando mutano i rapporti di forza.

Occorre qui evitare una lettura consolatoria di questo spostamento: come se il capitalismo globale fosse un sistema capace di autoregolarsi senza traumi. È vero piuttosto il contrario: si tratta di una dialettica spaziale gerarchica, intrinsecamente conflittuale, in cui ogni riequilibrio materiale produce una violenza proporzionale alla resistenza che la forma declinante oppone al proprio superamento. Un ordine che ha smarrito il proprio fondamento nell’economia reale, parlo dell’ordine occidentale, e che tuttavia vuole continuare a consumare più di quanto produce, non può che ricorrere alla coercizione extra-economica — la sanzione, il dazio, infine l’intervento armato — al fine di negare un declino che, tuttavia, non è destino ma l’esito di rapporti di forza che restano, in ogni istante, ancora da giocare. È il paradosso di ogni tramonto: quanto più si cerca di opporsi ad esso, tanto più si conferma di non possedere più i mezzi per negarlo altrimenti che con la forza.

III.

Che cos’è, propriamente, la sovranità? Non è certo una sostanza che si  possieda una volta per tutte. Sovrano è chi decide quando le regole ordinarie non bastano a orientare l’azione, ossia chi si assume la responsabilità di dichiarare l’eccezione. Se questo è vero, allora la vera crisi della sovranità europea consiste in una sorta di abdicazione: le classi dirigenti del continente hanno smesso di decidere, e si sono trasformate in pura cinghia di trasmissione di decisioni prese altrove.

Questo è un punto che merita di essere pensato fino in fondo, perché tocca la differenza fra potere e violenza. Il potere legittimo nasce dall’agire-in-concerto, dalla capacità di una collettività di darsi fini comuni e di deliberare su di essi; la violenza (non necessariamente cruenta) subentra proprio laddove è venuta meno la legittimazione. Un continente che ha rinunciato a decidere della propria sicurezza, della propria energia, della propria collocazione nel mondo, non ha semplicemente perso potere: ha reso possibile che la violenza — economica anzitutto, e potenzialmente altro — riempia il vuoto lasciato da quella rinuncia. La politica interna, in questo scenario, non fa che inscenare un simulacro di decisione, mentre le scelte reali vengono sigillate altrove: nel potere della potenza dominante (Gli Stati Uniti), nei flussi impersonali dei mercati e nei decreti di comitati tecnici che nessuna volontà collettiva ha costituito.

IV.

Il culmine della razionalizzazione produce, paradossalmente, un mondo disincantato che tuttavia si richiude su di sé come una gabbia non meno vincolante di una teologia. Il paradosso si scioglie se si comprende che il disincanto non elimina il sacro ma lo trasferisce altrove: il tecnocapitalismo della modernità avanzata si installa nell’immaginario collettivo come fede totalizzante nei propri dogmi indiscutibili — la crescita infinita, l’efficienza dei mercati come ordine naturale — e nei propri sacerdoti.

Vi è un meccanismo profondo in questa mutazione: ciò che nasce come puro mezzo — lo strumento di scambio — tende strutturalmente a farsi fine assoluto, e in questo movimento trasforma ogni qualità in quantità commensurabile. È lo stesso movimento che oggi riduce ogni forma di esperienza umana alla metrica del calcolo utilitaristico. In questo contesto la politica, benché conservi un’apparenza formale di tipo procedurale, viene dichiarata di fatto obsoleta, e al suo posto si insedia un’imposizione tecnica che pre-ordina ogni possibilità entro la categoria della disponibilità e dell’efficienza: “ce lo chiede il mercato”, “lo richiede l’efficienza tecnologica”, formule che non argomentano più nulla perché si presentano come pura constatazione di un ordine naturale. In questa cornice, quando non è sommerso dal rumore sistemico, il dissenso può scegliere fra l’indifferenza e la patologizzazione.

V.

Second il grande Hegel, comprendiamo una forma storica solo quand’essa è già compiuta: il pensiero arriva sempre troppo tardi rispetto alla vita che pretende di afferrare. Emerge talvolta un atteggiamento che intende forzare questa necessità: pretendere di comprendere una forma storica ancora in divenire applicandole categorie del passato — un letto di Procuste troppo corto in cui si mutila il reale per farlo entrare in una misura che non le appartiene. Il multipolarismo che oggi si annuncia è un fatto strutturale: una rottura dell’involucro che per alcuni decenni ha protetto l’espansione di un unico modello. Restituirgli pensabilità significa rifiutare tanto l’ottimismo quanto il pessimismo, e assumersi il compito — arduo, perché privo di garanzie — di costruire le categorie che possano seguire un reale ancora in movimento, invece di inseguirlo quando sarà, come sempre, già tardi.

VI.

Non esiste discontinuità fra i grandi assetti geopolitici e le dinamiche che attengono alla soggettività: entrambe obbediscono alla medesima operazione. Vi è un momento in cui l’economia si è staccata dal tessuto sociale e dall’etica per farsi sfera autonoma e autoregolata. Si è prodotta così una soggettività separata dal tessuto di relazioni che un tempo fornivano le basi dell’identità sociale e individuale.

È una trama di relazioni concrete a costituire ciò che potremmo chiamare un mondo comune, ossia lo spazio intersoggettivo nel quale  l’azione e la parola acquistano senso. La perdita di questo tessuto non produce individui più liberi: produce una “irrealtà” che si potrebbe chiamare assenza di mondo — una condizione in cui il venir meno dei legami, costituisce la premessa di ogni dominio, perché un soggetto privo di appartenenze stabili è anche privo di ogni punto d’appoggio sulla base del quale poter resistere.

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Fonte: La Fionda

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La Fionda


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