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giovedì 18 giugno 2026

Il Parlamento europeo dà il via libera a una nuova generazione di OGM



Articolo da Basta!

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Basta!

Il 17 giugno, i membri del Parlamento europeo di centro, destra ed estrema destra hanno votato a favore delle nuove tecniche genomiche. Non è prevista alcuna etichettatura per i prodotti alimentari. I movimenti degli agricoltori hanno annunciato che presenteranno ricorso alla Corte di giustizia europea.

Il Parlamento europeo ha appena autorizzato una nuova generazione di organismi geneticamente modificati . Queste nuove tecniche genomiche (NGT) modificano il genoma delle piante senza introdurre un transgene, ovvero DNA estraneo, come spieghiamo in questo approfondimento. Mercoledì 17 giugno, la maggioranza degli eurodeputati di centro, destra ed estrema destra ha dato il proprio benestare, respingendo gli emendamenti che avrebbero riaperto i negoziati sul testo. "Gli agricoltori avranno nuovi strumenti per combattere il cambiamento climatico e ridurre l'uso di pesticidi chimici ", ha affermato l'eurodeputato Pascal Canfin, del gruppo centrista Renew. Secondo lui, le NGT consentono "progressi più rapidi nello sviluppo di sementi resistenti alla siccità, adattate alle alte temperature e che richiedono meno fertilizzanti ".

Contrari a questo regolamento riguardante le piante geneticamente modificate prodotte con nuove tecniche genomiche, gli eurodeputati dei Verdi e della sinistra si oppongono con veemenza. "Il Parlamento europeo ha appena approvato la deregolamentazione dei nuovi OGM (NGT), ignorando il principio di precauzione, il diritto dei consumatori di sapere cosa mangiano e l'autonomia degli agricoltori ", lamenta l'eurodeputata francese dei Verdi Marie Toussaint. "Ancora una volta, la destra e l'estrema destra si sono unite per servire gli interessi dell'agroindustria ", ribatte La France Insoumise. Il regolamento è stato votato 431 volte a favore, 201 contro e con 29 astensioni.

Nessuna etichettatura o tracciabilità

Gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono soggetti a una rigorosa regolamentazione in Europa da quasi vent'anni. Sebbene la loro coltivazione non sia vietata nel continente, in pratica solo Spagna e Portogallo coltivano mais geneticamente modificato su piccoli appezzamenti. Finora, la normativa sugli OGM ha richiesto la valutazione del rischio, l'etichettatura e la tracciabilità lungo tutta la filiera produttiva.

Questa nuova normativa elimina però gli ostacoli relativi a quasi tutte le piante geneticamente modificate prodotte con nuove tecniche genomiche. Le piante etichettate "NTG1", che hanno subito non più di 20 modifiche genetiche, saranno trattate allo stesso modo delle piante convenzionali, a condizione che non siano state modificate per resistere agli erbicidi o per produrre sostanze insetticide. "La valutazione del rischio ambientale e sanitario viene eliminata per questa nuova categoria di OGM ", spiega l'associazione Pollinis. "La mancanza di etichettatura sui prodotti finiti priva i consumatori del diritto all'informazione e alla possibilità di scegliere di non consumare OGM ", aggiunge.

Il media Inf'OGM conferma che le aziende non saranno obbligate a fornire metodi per rilevare e identificare gli OGM dopo la loro immissione sul mercato nell'Unione Europea o tramite importazioni. "Pertanto, non sarà possibile alcun monitoraggio sanitario e ambientale post-commercializzazione e gli Stati membri non avranno il potere di vietarne la coltivazione entro i propri confini ", osserva il media.

Anche i movimenti contadini sono estremamente preoccupati. La questione dei brevetti è stata centrale nei negoziati. Attualmente, secondo l'ONG Grain, il 90% degli agricoltori in tutto il mondo utilizza ancora i propri semi tradizionali, che selezionano, si scambiano e riseminano ogni anno. Ma senza la tracciabilità di queste piante, "questi brevetti potrebbero estendersi anche alle piante derivanti da incroci convenzionali ", sottolinea Jean Thévenot del Coordinamento Europeo Via Campesina.

Era stata presentata una serie di emendamenti volti a impedire che agricoltori e aziende sementiere venissero ingiustamente perseguiti per violazione di brevetti, ad esempio in caso di contaminazione accidentale. Tutti questi emendamenti sono stati respinti dagli eurodeputati di centro, di destra e di estrema destra.

Ricorso legale

“Questa nuova normativa aprirà la strada alla privatizzazione diffusa delle risorse genetiche da parte di una manciata di aziende sementiere. Sarà un disastro per l'agrobiodiversità e per gli agricoltori, che faranno fatica a trovare sementi non brevettate adatte alle loro pratiche”, avverte Jean Thévenot. In effetti, la stragrande maggioranza dei brevetti è detenuta da poche multinazionali: Corteva, Bayer, BASF, ChemChina, Limagrain/Vilmorin e KWS.

Il Coordinamento Europeo Via Campesina invita gli Stati membri dell'UE che si sono opposti a questa deregolamentazione ad avviare un procedimento di annullamento del regolamento dinanzi alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. "Il movimento contadino resterà mobilitato per impedire l'attuazione di questo pericoloso regolamento, utilizzando tutti i mezzi legali a disposizione ", promette Jean Thévenot.

Il regolamento deve entrare in vigore venti giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE e applicarsi due anni dopo, cioè nel 2028.

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Fonte: Basta!

Autore: Sophie Chapelle

Articolo tratto interamente da Basta!


martedì 16 giugno 2026

Le virtù dei peperoni





I peperoni sono tra gli ortaggi più amati della cucina italiana, protagonisti dell’estate dai mercati rionali alle grandi piattaforme della distribuzione. Frutto del Capsicum annuum L., specie giunta dalle Americhe oltre cinque secoli fa, il peperone ha trovato in Italia una straordinaria diversificazione varietale, dal Quadrato d’Asti al Corno di bue piemontese, dal Cornetto di Pontecorvo ai peperoni di Senise destinati a divenire ‘cruschi’. Due Indicazioni Geografiche — una DOP e una IGP — e numerosi ecotipi locali testimoniano un patrimonio agricolo e gastronomico che merita attenzione, anche alla luce delle virtù nutrizionali riconosciute dal CREA.

Produzione e mercato

I dati ISTAT disponibili più recenti (2024) indicano in Italia una superficie investita a peperone superiore a 7.000 ettari, con una produzione di circa 1,6 milioni di quintali in pieno campo. La coltivazione si concentra nelle regioni meridionali (Sicilia, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Lazio) per le produzioni precoci e in serra, e al Nord — Piemonte ed Emilia-Romagna in primis — per le produzioni estive di pieno campo.

Il mercato italiano del peperone presenta una peculiarità: a differenza di molti comparti ortofrutticoli del made in Italy, la produzione nazionale è destinata in larghissima parte al consumo interno, con una netta preferenza per la tipologia Lamuyo (frutto allungato a sezione rettangolare), mentre la bilancia commerciale resta in deficit strutturale, a causa delle importazioni — soprattutto di prodotti coltivati in serra da Spagna e Paesi Bassi — che coprono la domanda nei mesi freddi. Il quadro congiunturale è peraltro favorevole: nel 2025 i consumi domestici di ortaggi freschi in Italia sono cresciuti del 2,9% in volume, in un contesto di generale recupero del carrello della spesa (ISMEA, 2026).

Storia e leggende

Il peperone è un dono del cosiddetto scambio colombiano. Domesticato in Mesoamerica diverse migliaia di anni fa, il Capsicum giunse in Europa al rientro dei primi viaggi di Cristoforo Colombo, alla fine del XV secolo, inizialmente apprezzato come succedaneo economico del pepe — da cui deriva il nome — e poi selezionato anche nelle varianti dolci, prive di piccantezza (Mustafa, 2024).

In Italia la coltivazione si radicò tra Cinquecento e Seicento, dapprima negli orti meridionali sotto influenza spagnola. È il caso della Basilicata, dove il peperone di Senise è coltivato da secoli nelle valli del Sinni e dell’Agri e ha dato origine alla tradizione delle ‘serte’, le collane di frutti appesi ad essiccare al sole sui balconi, ancora oggi simbolo identitario della cucina lucana (Commissione europea, 1996). In Piemonte la coltura esplose invece all’inizio del Novecento, quando gli orticoltori della piana di Carmagnola ne fecero una specializzazione territoriale: dal 1949 la Fiera Nazionale del Peperone di Carmagnola celebra ogni settembre questo primato, ed è tra le più importanti manifestazioni italiane dedicate a un singolo prodotto agricolo (Fondazione Qualivita, 2022). Nel Lazio meridionale, infine, la tradizione orale attribuisce radici settecentesche al ‘Cornetto’ di Pontecorvo, nei fertili terreni alluvionali della valle dei fiumi Liri e Sacco.

Caratteristiche botaniche e stagionalità

Il peperone appartiene alla famiglia delle Solanaceae, come pomodoro, melanzana e patata. La specie coltivata in Italia è Capsicum annuum L., pianta perenne nei climi d’origine ma coltivata come annuale alle nostre latitudini. Dal punto di vista botanico il frutto è una bacca cava, con una placenta centrale che ne porta i semi. Le varietà dolci si distinguono dai peperoncini per l’assenza pressoché totale di capsaicina, l’alcaloide responsabile della piccantezza (Hassan et al., 2019).

I morfotipi più diffusi in Italia sono:

  • il quadrato (var. grossum, come il Quadrato d’Asti e il Topepo);
  • il mezzo lungo o Lamuyo;
  • il corno (Corno di bue, Cornetto);
  • i piccoli frutti da frittura (friggitelli) e da conserva (papaccella napoletana). 

Il colore — verde nel frutto immaturo, giallo, arancio o rosso a maturazione — dipende dalla degradazione della clorofilla e dalla sintesi di carotenoidi specifici, come la capsantina nei frutti rossi e la violaxantina nei gialli (Hassan et al., 2019).

La coltura richiede temperature miti (optimum 20-25 °C) e teme i ritorni di freddo: il trapianto in pieno campo avviene tra maggio e inizio giugno, la raccolta — scalare — da luglio a ottobre. La stagionalità naturale del peperone italiano coincide dunque con l’estate e il primo autunno, mentre le colture protette (Sicilia, Campania, Lazio) anticipano e prolungano il calendario commerciale.

Territori, pratiche agronomiche e sostenibilità

I terroir storici del peperone italiano raccontano geografie precise. In Piemonte, i terreni sciolti e sabbiosi della piana alluvionale del Po tra Carmagnola e il Cuneese conferiscono ai tipi locali (Quadrato, Lungo o Corno di bue, Trottola, Tumaticot) polpa spessa, dolcezza e serbevolezza. In Basilicata, l’areale di Senise — tra le province di Potenza e Matera, nelle aree servite dai sistemi irrigui della valle del Sinni — produce un ecotipo a pericarpo sottile e basso contenuto di acqua, ideale per l’essiccazione naturale al sole (Commissione europea, 1996). Nel Lazio, la conca di Pontecorvo (Frosinone) offre suoli alluvionali profondi e freschi al Cornetto locale. Completano il mosaico la Campania dei friggitelli e delle papaccelle, il peperone di Capriglio nell’Astigiano e quello di Voghera, oggi oggetto di recupero.

Sul piano agronomico, i disciplinari delle denominazioni registrate codificano pratiche di sostenibilità ante litteram: il disciplinare del Peperone di Pontecorvo DOP impone ad esempio una rotazione colturale che ammette il ritorno della coltura sullo stesso appezzamento solo una volta ogni quattro anni, a tutela della fertilità del suolo e della salubrità delle piante (Masaf, 2010). La selezione dei semi da piante madri aziendali, la raccolta manuale a maturazione scalare e l’essiccazione solare dei peperoni di Senise rappresentano ulteriori esempi di filiere a basso impatto. 

DOP e IGP italiane

Le Indicazioni Geografiche di peperone italiano registrate in Unione europea sono ancora due:

  • Peperoni di Senise IGP (Basilicata). Registrata con il regolamento (CE) n. 1263/96, la denominazione è stata aggiornata con il regolamento di esecuzione (UE) 2020/1718. Comprende i tipi Appuntito, Tronco e Uncino, immessi al consumo freschi, in ‘serte‘ essiccate o in polvere finissima. Dalla frittura rapida dei frutti essiccati nasce il celebre peperone crusco, croccante icona della gastronomia lucana (Commissione europea, 1996; 2020);
  • Peperone di Pontecorvo DOP (Lazio). Registrata con il regolamento (UE) n. 1021/2010, la IGP designa il Cornetto coltivato a Pontecorvo e in nove comuni limitrofi della provincia di Frosinone: frutto cilindro-conico, trilobato, rosso, con cuticola e polpa sottili che ne fanno un peperone particolarmente digeribile e dolce (Masaf, 2010).

Il Peperone di Carmagnola, riconosciuto Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) del Piemonte, è invece tuttora in attesa della registrazione IGP, il cui iter — avviato e più volte ripreso dal 2016 — è sostenuto dal locale consorzio con Regione Piemonte e Comune (Fondazione Qualivita, 2022).

Proprietà nutrizionali, i dati CREA

Le tabelle di composizione degli alimenti del CREA fotografano un ortaggio leggerissimo e al contempo straordinariamente ricco di micronutrienti. I peperoni rossi crudi apportano in media, per 100 g di parte edibile: 34 kcal, 91,6 g di acqua, 0,9 g di proteine, 0,3 g di lipidi, 6,5 g di carboidrati disponibili (di cui zuccheri 6,5 g) e 1,9 g di fibra (CREA, 2019a).

I tenori di vitamine e minerali dei rossi sono straordinari, ove rapportati ai valori nutritivi di riferimento (VNR) stabiliti in allegato XIII al regolamento (UE) n. 1169/2011: 

  • vitamina C, 165 mg per 100 g di prodotto, pari al 206% del VNR (80 mg); 
  • cromo, 20 µg per 100 g, pari al 50% del VNR (40 µg); 
  • vitamina A (retinolo equivalente), 385 µg per 100 g, pari al 48% del VNR (800 µg). 
  • a seguire, appena sotto la soglia legale di significatività, il potassio (276 mg, 14% VNR) e lo zinco (1,36 mg, 14% VNR).

I peperoni verdi crudi sono ancora più leggeri (31 kcal/100 g) e mantengono un tenore di vitamina C eccellente, pari a 127 mg/100 g — il 159% del VNR — con 117 µg di vitamina A (15% VNR) (CREA, 2019b). 

Una porzione standard da 200 g di peperoni rossi fornisce dunque 330 mg di vitamina C, oltre quattro volte il valore di riferimento giornaliero. Per preservare questa vitamina — che è termolabile e idrosolubile — sono da preferire il consumo a crudo o cotture brevi e senza acqua.

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Fonte:
GIFT – Great Italian Food Trade


Autore:
Dario Dongo

Licenza: Licenza Creative Commons
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Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da GIFT – Great Italian Food Trade


sabato 10 gennaio 2026

Agricoltori in rivolta: cosa nasconde davvero l’accordo UE‑Mercosur



Articolo da Krisis

Dalla Francia alla Grecia, dall’Irlanda alla Polonia, le manifestazioni contro l’accordo con i Paesi sudamericani focalizzano l’attenzione su agricoltura e sovranità alimentare in Europa. L’intesa commerciale, che darebbe vita a una delle più grandi aree di libero scambio del mondo, offre nuove opportunità per l’export manifatturiero, tecnologico e farmaceutico dell’Unione. Rischia però di esporre il settore primario a una concorrenza basata su standard meno stringenti. In un contesto geopolitico segnato da crescenti tensioni, instabilità delle supply chain e nuove priorità strategiche, il futuro dell’agricoltura chiede di tornare al centro del dibattito europeo.

La rivolta dei trattori Da Parigi a Varsavia, gli agricoltori bloccano le città contro l’accordo Ue-Mercosur. Temono la fine del futuro dell’agricoltura europea, della sovranità alimentare e standard al ribasso.

Scambio ineguale L’intesa favorisce l’industria Ue ma sacrifica il settore primario. Il timore è che i prodotti agricoli in arrivo dal Sudamerica seguano regole ambientali meno stringenti.

Radici della crisi Il malessere del settore primario è profondo e nasce dalla liberalizzazione della PAC. Il disaccoppiamento degli aiuti ha esposto il settore alla volatilità del mercato globale.

Paradosso strategico L’Europa domina nel vino ma perde sui cereali. Un modello che rischia il deficit alimentare e la dipendenza strategica in un mondo instabile.

Settore sacrificabile Gli agricoltori denunciano l’abbandono politico. Il settore è percepito come mera merce di scambio per favorire l’export tecnologico.


«Preparatevi a marciare su Parigi, preparate i trattori! Pronti a partire!». Così, con un forte richiamo simbolico alla marsigliese, a inizio gennaio gli agricoltori francesi sono scesi in piazza per dirigersi verso la capitale. Nonostante i divieti e i blocchi stradali, i trattori hanno raggiunto i principali monumenti parigini, tra cui la Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo, paralizzando la città. Trattori incolonnati per chilometri, ingorghi e, come gesto simbolico di rottura e denuncia, cumuli di paglia e letame scaricati davanti ai palazzi del potere.

Gli agricoltori sono entrati nei supermercati francesi gettando a terra i prodotti agricoli e alimentari di provenienza estera, ma che vengono prodotti anche sul territorio nazionale. Un allevatore è addirittura entrato in un negozio con alcune pecore, per dare voce al disagio del settore primario francese, schiacciato dalla concorrenza esterna incontrollata e da un governo percepito come lontano e poco attento al settore agricolo.

Un’immagine forte che restituisce fedelmente il clima di esasperazione diffusa nel mondo agricolo francese ed europeo. Non è trascorso neanche un mese dall’ultima grande mobilitazione del settore primario europeo e queste proteste sono solo l’ultimo capitolo di una lunga stagione di mobilitazioni del mondo rurale, sempre più in allarme di fronte alla percezione di un disallineamento crescente tra le politiche comunitarie e la realtà del settore primario.

Questa volta, però, a differenza delle contestazioni contro la nuova politica agricola comune (Pac 2028-2034), il malcontento non riguarda misure interne dell’Unione, bensì la versione definitiva dell’accordo commerciale e di associazione strategica Ue–Mercosur: un negoziato avviato nel lontano 1999 e oggi prossimo alla ratifica finale.

Il Mercosur – costituito da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay e completato da un ampio gruppo di Paesi associati sudamericani – rappresenta uno dei blocchi economici con il maggiore potenziale di espansione commerciale del mondo. Le principali associazioni agricole europee hanno a gran voce definito inaccettabile l’accordo, indicando come «rimane fondamentalmente sbilanciato e lesivo per l’agricoltura europea».

La preoccupazione ha trovato eco anche nelle istituzioni: la Francia ha formalmente richiesto il rinvio della ratifica al 2026, chiedendo garanzie più robuste a tutela del proprio settore agricolo. Una presa di posizione, sostenuta anche da altri Stati membri, che contribuisce a prolungare ulteriormente l’iter di approvazione di un trattato su cui si lavora da più di 25 anni.

L’accordo si inserisce in un contesto in cui il Mercosur rappresenta già oggi un partner commerciale di primo piano per l’Europa. Nel 2024 il valore dell’interscambio complessivo tra i due blocchi ha superato i 130 miliardi di dollari, con una crescita del +36% rispetto al 2014. Una volta firmato e ratificato, l’accordo UE–Mercosur darebbe vita a una delle più vaste aree di libero scambio del pianeta: oltre 700 milioni di persone, circa un quinto del PIL mondiale, e opportunità economiche stimate intorno ai 22 trilioni di dollari.

L’accordo rafforza la proiezione economica globale dell’Unione europea e apre la strada a enormi opportunità commerciali, garantendo maggior accesso ai mercati sudamericani in particolare per l’industria europea. In un intervento al Parlamento europeo, il direttore Generale di BusinessEurope ha evidenziato che «l’accordo non riguarda solo il commercio; è uno strumento strategico per rendere l’Ue più forte, più competitiva e più connessa in un mondo in cui l’Europa non può permettersi di restare ferma».

L’intesa contribuisce a diversificare le catene di approvvigionamento europee in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, riducendo la dipendenza da fornitori extra-regionali. Tuttavia, come sottolineano con insistenza le principali associazioni agricole, il problema non risiede nell’intensificazione dei rapporti commerciali in sé, bensì nella natura e nell’equilibrio dei flussi di import-export. Il Mercosur è un grande acquirente di macchinari, tecnologie, prodotti industriali, chimici e farmaceutici, mentre l’Ue importa soprattutto prodotti agricoli, insieme a minerali e cellulosa.

Si tratta dunque un rapporto intrinsecamente asimmetrico: i benefici derivanti dall’accordo sono attesi principalmente in settori ad alta intensità tecnologica e industriale, mentre i costi maggiori verrebbero sostenuti dagli agricoltori europei, esposti alla concorrenza di produzioni sudamericane con standard ambientali che si teme saranno meno stringenti.

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Fonte: Krisis

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Articolo tratto interamente da Krisis


lunedì 8 dicembre 2025

Mense scolastiche, il grande divario italiano



Articolo da Valori

Un viaggio nei numeri, nelle regole e nelle fratture del sistema mense: costi, qualità, Nord-Sud e il ruolo del pasto come diritto

Le mense scolastiche in Italia sono uno snodo cruciale dove si intrecciano diritti, disuguaglianze, salute pubblica e crisi climatica. “Il cibo che educa” è un dossier di Valori.it che entra in uno dei luoghi meno visibili del nostro welfare per raccontare un servizio essenziale, troppo spesso trascurato. Perché da ciò che finisce nel piatto delle bambine e dei bambini non dipende solo la qualità del loro pranzo, ma l’idea stessa di futuro che stiamo costruendo.

Gli articoli del dossier:

Quando il pranzo diventa una questione di salute e clima

Negli ultimi anni si sono registrati significativi avanzamenti, ma in Italia le mense scolastiche restano un servizio diseguale, che riflette le disuguaglianze strutturali del Paese, evidenti nelle differenze di standard tra Nord e Sud.

Prima di tutto, però, è importante capire quanto e perché si tratti di un settore chiave. Secondo un rapporto di Save the Children e dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, il 27% dei minorenni nel nostro Paese è in sovrappeso o obeso. Uno su 20 vive in povertà alimentare, ovvero non consuma almeno un pasto proteico al giorno. In questo contesto, per molte studentesse e molti studenti il pasto consumato a scuola – che dovrebbe coprire il 35% del fabbisogno energetico giornaliero – è l’unico davvero equilibrato della giornata.

Dal punto di vista delle politiche pubbliche, la ristorazione scolastica è un banco di prova per la transizione ecologica, come mostrano le tendenze più recenti. Sempre più mense riducono la carne rossa, un alimento ad alto impatto climatico e inserito dall’Organizzazione mondiale della sanità tra i «probabilmente cancerogeni». Aumenta invece la distribuzione di frutta, verdura e legumi.

Una ristorazione scolastica virtuosa, tuttavia, ha anche altri impatti ambientali positivi: promuovere cibi sani, locali e a basso impatto significa nutrire non solo i più piccoli e le più piccole, ma anche i territori, preservando la fertilità dei suoli e costruendo una filiera che restituisce valore alla comunità.

Un Paese diviso anche a mensa

Fatte queste dovute premesse, risulta ancora più stridente il contrasto tra le aree del Paese che garantiscono l’accesso a questo servizio e quelle che invece restano indietro. In Italia, infatti, solo un bambino su due, nella scuola primaria statale, fruisce della ristorazione scolastica. E non c’è bisogno di specificare che al Sud le percentuali di copertura crollano.

L’11,2% in Sicilia, il 16,9% in Puglia, il 21,3% in Campania. Le regioni più virtuose restano la Liguria (86,5%), la Toscana (82,7%) e il Piemonte (79,4%). La presenza della mensa è legata all’estensione del tempo pieno, che oggi riguarda appena il 40% degli alunni della primaria. Fanalini di coda, ancora una volta, sono due regioni del Sud: Molise (9,4%) e Sicilia (11,1%).

Come funzionano le mense scolastiche: le linee guida

Come funziona, concretamente, la ristorazione scolastica? È il ministero della Salute a disciplinare il modo in cui dovrebbe essere strutturata l’offerta nutrizionale delle mense. L’ultimo aggiornamento delle linee guida risale al 2021 e assume come modello di riferimento la dieta mediterranea.

Secondo il Ministero, il pasto scolastico dovrebbe garantire il 35% del fabbisogno nutrizionale giornaliero di studentesse e studenti. E dovrebbe farlo seguendo alcune indicazioni chiave: garantire un’alimentazione ricca di frutta, verdura e legumi; utilizzare solo olio extravergine d’oliva come condimento; limitare la quantità di sale e usare esclusivamente quello iodato; privilegiare i piatti unici per assicurare un adeguato equilibrio nutrizionale; evitare, per quanto possibile, il bis di primo o secondo, incentivando invece quello di verdure.

Si tratta di uno schema di base, che deve naturalmente poter essere integrato con diete personalizzate per diverse ragioni: cliniche (e, in caso di celiachia, anche con flussi separati), etiche o religiose.

Quanto costano le mense scolastiche (e chi le paga)

La ristorazione scolastica in Italia, tra il 2019 e il 2022, è costata allo Stato 5,7 miliardi di euro. Il costo medio di un pasto per una famiglia con un Isee di 19.900 euro è di 4,30 euro, ma le differenze a seconda del contesto geografico sono enormi. I casi più economici sono quelli di Barletta (2 euro), Cagliari (2,15 euro) e L’Aquila (2,48 euro). Pagano decisamente di più i genitori di Livorno e Trapani (6,40 euro), Parma (6,18 euro) e Reggio Emilia (6,12 euro).

Secondo un’indagine dell’Autorità nazionale anticorruzione, su 195 contratti analizzati nel 79% dei casi gli appalti sono assegnati secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, privilegiando però la qualità rispetto al prezzo. Gran parte dei contratti, infatti, include i Criteri ambientali minimi (Cam) e negli ultimi anni ha introdotto misure aggiuntive. Nel 93% dei casi si tratta della riduzione della plastica, nell’80% della formazione sulla sostenibilità.

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Fonte: Valori

Autore: 
Rita Cantalino


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Valori


lunedì 1 dicembre 2025

La storia del pandoro di Verona



Articolo da GIFT – Great Italian Food Trade

Il pandoro di Verona è tra i più celebri dolci lievitati italiani, emblema della tradizione natalizia e dell’eccellenza dolciaria veneta. La sua soffice struttura, il profumo di vaniglia e la caratteristica forma a stella a otto punte riflettono un equilibrio rigoroso fra artigianalità, competenze tecniche e qualità delle materie prime. La produzione si basa su un processo complesso, fondato su lievitazioni lente, ingredienti selezionati e sulla maestria dei pasticceri.

Storia e leggende

Le origini del pandoro si collocano in un ampio quadro storico, nel quale la tradizione alimentare veneta si intreccia con le influenze culturali della Repubblica di Venezia e con l’evoluzione delle tecniche di produzione dolciaria. Molti storici ritengono che i primi antenati del pandoro siano da ricercarsi nei dolci medievali delle corti veneziane, riservati alle celebrazioni e caratterizzati da impasti ricchi di burro, zucchero e uova, ingredienti che all’epoca rappresentavano un lusso e un segno di status sociale (Montanari, 2019). In questo contesto nasce anche il nadalin, un dolce veronese documentato dal XIII secolo, considerato l’antenato diretto del moderno pandoro. Il nadalin possiede una struttura più compatta, un profilo aromatico simile e una marcata connotazione festiva, elementi che ne hanno alimentato la fama e la continuità nel tempo.

La vera svolta avviene nel XIX secolo, quando la pasticceria italiana si rinnova grazie alle tecniche di fermentazione più efficaci, alla maggiore disponibilità di zucchero raffinato e all’affermazione di un’estetica del dolce che privilegia la morbidezza e la leggerezza. È in questo clima culturale che Domenico Melegatti, nel 1894, registra il celebre brevetto della forma a stella a otto punte, conferendo al pandoro la sua identità moderna e riconoscibile. Il brevetto non riguarda soltanto l’estetica, ma anche un processo di lavorazione più innovativo, capace di garantire una lievitazione regolare e una consistenza soffice, tratti che ancora oggi definiscono il prodotto (Gonzato, 2018).

Nel corso del Novecento, il pandoro consolida la propria presenza sulle tavole italiane e si afferma come dolce nazionale delle feste di fine anno, insieme al panettone. Ha un valore culturale e territoriale, inserendosi tra i prodotti identitari della tradizione veronese e contribuendo alla sua tutela come patrimonio gastronomico. Questa combinazione di storia, leggenda e riconoscimento culturale contribuisce a rafforzare il fascino di un dolce che, pur rinnovandosi, rimane fedele alle sue radici.

Ingredienti e processo produttivo

Il pandoro di Verona è il risultato di un processo produttivo complesso e rigoroso, nel quale la qualità degli ingredienti rappresenta un elemento determinante. Alla base dell’impasto vi è una farina di grano tenero di forza, capace di sviluppare una maglia glutinica robusta, necessaria per sostenere le lunghe lievitazioni tipiche di questo dolce. A questa si aggiungono burro ottenuto esclusivamente da creme di latte vaccino, zucchero, uova di categoria A e loro tuorli, lievito madre con eventuale aggiunta di lievito di birra e vaniglia naturale. L’equilibrio tra questi ingredienti è fondamentale per permettere all’impasto di svilupparsi in maniera armoniosa e di acquisire una consistenza soffice e una fragranza elegante.

La lavorazione si articola in diverse fasi, ognuna cruciale per il risultato finale. Si parte con la preparazione della pasta madre, che costituisce la base della fermentazione. Segue un primo impasto, a cui si aggiungono gradualmente burro e tuorli secondo una tecnica di emulsione lenta e calibrata. Le successive lievitazioni, particolarmente lunghe, consentono all’impasto di sviluppare un’alveolatura fine e regolare, mentre le piegature garantiscono elasticità e morbidezza. La formatura nello stampo a stella permette una cottura uniforme che valorizza la colorazione dorata del dolce. Una volta sfornato, il pandoro viene lasciato raffreddare secondo metodi studiati per non comprometterne la struttura.

Proprietà nutrizionali

Come molti dolci tradizionali tipici delle ricorrenze invernali, il pandoro è un alimento ad alta densità energetica, destinato ad un consumo occasionale, tipicamente legato al periodo natalizio. In media, 100 grammi di pandoro apportano tra le 400 e le 420 kcal, con una predominanza energetica derivante dai carboidrati (55–60 grammi) e dai grassi (tra i 15 e i 20 grammi). Le proteine oscillano tra i 6 e gli 8 grammi, mentre la fibra varia tra uno e due grammi.

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Fonte: 
GIFT – Great Italian Food Trade


Autore: 
Dario Dongo

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Articolo tratto interamente da GIFT – Great Italian Food Trade


lunedì 24 novembre 2025

Il cibo ultra-processato ci sta uccidendo, afferma una delle più importanti riviste mediche



Articolo da Socialist Worker

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Socialist Worker

Il capitalismo ci sta nutrendo di veleno e danneggiando la nostra salute.

Il cibo che mangiamo ci fa ammalare. Questa è la sconvolgente conclusione di un importante rapporto pubblicato questa settimana sulla rivista medica The Lancet. Secondo l'articolo, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, il cibo ultra-processato (UPF) rappresenta ormai più della metà di ciò che mangiamo. Questa percentuale è tanto più alta quanto più si è poveri.

Gli UPF sono prodotti alimentari industriali realizzati con ingredienti economici estratti da alimenti integrali macinati. Spaziano dagli snack, come le patatine, ai pasti al microonde e alle salse da cuocere che ci permettono di preparare i pasti rapidamente. Sono in genere ricchi di grassi e zuccheri, sono modificati chimicamente e contengono additivi che interferiscono con il nostro metabolismo.

Gli UPF sono una novità, ma altamente redditizi. E poiché i margini di profitto sono così elevati, l'industria alimentare è riuscita a eliminare il cibo vero dalla nostra dieta. Nel capitalismo, gli investimenti si concentrano dove i profitti sono più elevati. Ma il risultato per noi è un'epidemia massiccia e improvvisa di obesità, diabete, ipertensione, malattie cardiache, malattie renali, depressione e morte per tutte le cause.

Gli alimenti UPF creano dipendenza e sono iper-appetibili, impedendoci di percepire il senso di sazietà. Pertanto, è difficile per le persone tornare al cibo vero, soprattutto quando è più costoso e richiede più tempo per essere cucinato.

Il rapporto evidenzia come l'industria UPF abbia preso il controllo dei governi, agendo su scala globale per bloccare le normative. Spende ingenti somme di denaro in attività di lobbying e finanziamenti politici, e fa causa a chi la attacca. Identifica e classifica le minacce ai suoi profitti e stanzia risorse per contrastarle. È esattamente ciò che ha fatto l'industria del tabacco di fronte alle crescenti prove della natura mortale delle sigarette.

Pochissimi paesi hanno adottato misure per limitare il consumo di UPF. Ma il Cile dimostra cosa si può fare. Il governo locale insiste affinché i supermercati applichino un adesivo ottagonale nero sugli alimenti ultra-processati. Ha limitato la pubblicità, soprattutto rivolta ai bambini, e ha emanato leggi per ridurre gli UPF nei pasti scolastici.

Ma questo deve essere solo l'inizio della battaglia.

Poiché gli UPF sono più economici del cibo vero, tassarli pesantemente può rendere il cibo inaccessibile a molte persone della classe operaia. Pertanto, una giusta transizione verso il cibo vero richiede, come sottolinea il rapporto, sussidi per il cibo vero, in modo che diventi l'opzione più economica.

Senza questo, le tasse sui prodotti alimentari colpiranno più duramente i poveri.

Il rapporto sostiene che una transizione giusta debba affrontare anche la disuguaglianza di genere, poiché le donne sono ancora le principali cuoche in casa. Libera dal capitalismo, la preparazione dei pasti potrebbe essere reinventata con cucine comuni e approvvigionamenti condivisi.

Per la prima volta, un importante rapporto ha evidenziato che gli UPF sono un problema insito nel sistema capitalista, e non un problema individuale che può essere affrontato semplicemente consigliando alle persone di mangiare cibi più sani. Sostiene che l'industria alimentare debba essere regolamentata e controllata. Ma la probabilità che ciò accada è minima.

Proprio come non possiamo permettere al capitalismo di "regolarsi da solo" per affrontare il riscaldamento globale, non possiamo permettergli di decidere la nostra dieta. Il rapporto è l'ennesima prova della necessità di liberarci del capitalismo prima che ci uccida.

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Fonte: Socialist Worker

Autore: Dr Kambiz Boomla

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Socialist Worker


sabato 18 ottobre 2025

Castagne d’Italia: tra radici antiche e futuro sostenibile



Articolo da GIFT – Great Italian Food Trade

Le castagne italiane rappresentano da secoli una risorsa multifunzionale di inestimabile valore per le aree collinari e montane del Bel Paese. I frutti del castagno europeo hanno garantito il sostentamento di intere popolazioni rurali in Italia, fornendo un cibo che oggi si trova al crocevia tra la tradizione del ‘Made in Italy’ e l’innovazione di prodotto, per rispondere alle esigenze di consumatori globali sempre più attenti ad alimenti ‘plant-based’ e senza glutine.

Questo articolo esplora la botanica del castagno, le principali varietà di castagne e marroni, le loro proprietà nutrizionali e le opportunità di valorizzazione che collegano il sapere antico alle tecnologie moderne. Per comprendere appieno il valore del castagno, è fondamentale partire dalle sue caratteristiche biologiche e dalla sua storia millenaria, che lo lega indissolubilmente al paesaggio e alla cultura italiana.

Botanica, origini e diffusione

Il castagno europeo, Castanea sativa Mill., è una pianta legnosa dal portamento arboreo appartenente alla famiglia delle Fagaceae (Scheda IPFI, Acta Plantarum, n.d.), così come querce e faggi.

L’albero ha grandi dimensioni che possono raggiungere i 35m di altezza e diametri considerevoli (Propetto, 2007). Il celebre ‘castagno dei 100 cavalli’ – situato in Sicilia, nel Parco dell’Etna (Sito Unesco Monte Etna, n.d.) – ha un tronco di 22 metri di diametro e una chioma larga 100 metri. In condizioni di crescita normali, l’albero sviluppa un fusto imponente e diritto, caratterizzato da una corteccia liscia e brillante, di colore grigio-brunastro (Musei Italiani, 2022).

Le foglie sono grandi e presentano una consistenza coriacea. La loro forma è caratterizzata da una base arrotondato-cordata e da una marcata dentellatura grossolana. Sebbene le giovani foglie siano inizialmente pubescenti, esse tendono a diventare glabre e lucide con la maturazione (Propetto, 2007).

La fioritura

Il castagno è una specie monoica, ovvero sulla stessa pianta sono presenti fiori sia maschili che femminili, sebbene distinti. Le infiorescenze maschili, chiamate amenti, sono lunghe e giallastre, mentre quelle femminili sono raccolte alla base degli amenti maschili, all’interno di una cupola che evolverà nel riccio.

L’impollinazione è prevalentemente anemofila, cioè affidata al vento. La produzione di polline è cruciale per la fruttificazione e dipende dalla tipologia di fiore maschile: i genotipi longistaminei producono polline abbondante, mentre altri, come molti marroni italiani, sono astaminei e quindi maschio-sterili, richiedendo la presenza di impollinatori adeguati nel castagneto.

Il frutto

Quello del castagno europeo (Canstanea sativa Mill.) è un frutto composto detto trimoso, composto da più frutti secchi indeiscenti, gli acheni (ovvero le castagne) racchiusi in un involucro spinoso (pericarpo) detto riccio. Il riccio, di forma globosa e con un diametro variabile tra 5 e 10 cm, si apre a maturità lungo quattro linee di deiscenza, liberando solitamente due o tre acheni di colore bruno lucente. Ciascun frutto è rivestito da un pericarpo sottile e coriaceo che ne protegge la polpa, destinata all’alimentazione umana e animale. globoso del diametro di circa 10 cm, che a maturità si apre e disperde 2-3 acheni indeiscenti, marroni, lucidi di 2-3 cm (Propetto, 2007)

Castagne e marroni, quali differenze?

Dal punto di vista botanico castagne e marroni sono frutti della stessa specie (Castanea sativa Mill.). Sebbene i termini ‘castagna’ e ‘marrone’ nel linguaggio comune vengano spesso considerati sinonimi, i due prodotti sono ben distinti dal punto di vista agronomico (Neri et al., 2010). I marroni vengono spesso prodotti da specifiche cultivar in castagneti specializzati, mentre le castagne vengono raccolte anche da boschi spontanei (Alessandri et al., 2020). La differenza fondamentale risiede nel numero di semi per frutto:

  • castagne. Il frutto, contenuto nel riccio, è generalmente composto da più semi (acheni), separati da una pellicola interna (episperma);
  • marroni. Il frutto è costituito da un unico seme di dimensioni maggiori, particolarmente pregiato per la trasformazione artigianale e industriale, oltre che per il consumo fresco (Massantini et al., 2021).

Origini e Storia

Il castagno europeo (C. sativa) vanta una storia antica. Studi paleobotanici hanno dimostrato la sua presenza nella penisola italiana e iberica già durante l’ultimo massimo glaciale (circa 20.000 anni fa) (Massantini et al., 2021). La sua coltivazione si diffuse in Europa occidentale grazie alle antiche civiltà greca e romana. I greci iniziarono a coltivarlo sia per il legno che per i frutti. I romani, pur apprezzando i frutti, ne estesero la coltivazione principalmente per il pregiato legname, utilizzato in edilizia e per la costruzione di botti.

Durante il Medioevo, il castagno divenne una fonte alimentare primaria, un vero ’albero del pane’ per le popolazioni montane (Alessandri et al., 2020). Lo stesso termine ‘marrone’ ha radici storiche profonde, derivando probabilmente dal greco ‘maraon’ e risultando in uso in Italia già in epoca medievale (Massantini et al., 2021).

Principali varietà italiane e loro caratteristiche

L’Italia vanta un ricco patrimonio di varietà e ecotipi di castagno, frutto di secoli di selezione e adattamento ai diversi territori. Di seguito sono descritte le principali tipologie coltivate.

Varietà di marroni

Estremamente apprezzati per le loro qualità superiori, sono la scelta ideale per la canditura e la produzione dei celebri marrons glacés, grazie alla polpa saporita, alla facilità di rimozione dell’episperma (la pellicola interna) e alla caratteristica monoembrionia (un solo seme per frutto). Esempi di cultivar fondamentali sono:

  • marrone di Castel del Rio (Emilia Romagna). Varietà registrata come IGP (Indicazione Geografica Protetta) (Alessandri et al., 2020). È considerata tra le cultivar di castagno più preziose e conosciute in Italia. Questo ecotipo, cresce su suolo scistoso e ha mostrato un elevato contenuto proteico (Neri et al., 2010);
  • marrone del Mugello (Toscana) IGP. È considerato il frutto ideale per ottenere marron glacé di altissima qualità. Il marrone di Marradi è un ecotipo commercializzato sotto questa denominazione (Neri et al., 2010);
  • marrone di Valle Castellana (Abruzzo). Ecotipo della varietà ‘marrone della Laga’. Tra gli ecotipi analizzati, ha mostrato il più alto contenuto di saccarosio e fibra (Neri et al., 2010);
  • garrone rosso. Cultivar vigorosa e adatta a quote più elevate. I frutti sono di pezzatura medio-grande. Viene commercializzata con l’etichetta “castagna Cuneo” IGP e si presta sia al consumo fresco che alla canditura (Pavese et al., 2022);
  • garrone nero e gentile. Sono cultivar pregiate e ampiamente diffuse, note per la qualità dei loro frutti. Il loro mercato di riferimento è principalmente quello del fresco (Torello Marinoni et al., 2013).

Cultivar di castagne

Nel repertorio delle varietà tosco-emiliane, tra le castagne italiane, le cultivar destinate principalmente alla produzione di farina sono:

  • Carpinese (Garfagnana). Insieme a ‘Pontecosi’, ‘Capannaccia’ e ‘Morona’, è usata per la “Farina di Neccio della Garfagnana” DOP. Nonostante la pezzatura piccola (sotto i 10 g), ha mostrato il miglior compromesso nutrizionale tra le varietà locali, con un alto contenuto di minerali (P, K, Mg) e un alto contenuto di fenoli totali (TP) e attività antiossidante.
  • Morona (Garfagnana). Anch’essa utilizzata per la farina DOP. Ha un contenuto di saccarosio inferiore a ‘Carpinese’. Il suo contenuto di fenoli totali non è diminuito dopo l’essiccazione tradizionale a differenza di altre cultivar (Lo Piccolo et al., 2020).

Le cultivar diffuse in Campania sono invece l’ecotipo Rosso Salernitano (RSE), che produce frutti di buona qualità con polpa croccante e sapore dolce. La sua caratteristica di maturazione tardiva (dopo la terza settimana di ottobre) la rende vantaggiosa in quanto permette di evitare le frequenti gelate primaverili. Altre cultivar campane sono Mercogliana, Rossa di San Mango, Verdola, Palummina (area di Roccarainola) e Montemarano.

Nel Nord Italia, le varietà con frutti di piccola pezzatura sono tradizionalmente destinate alla produzione di farina e castagne secche. Questa trasformazione permetteva di conservare il prodotto per tutto l’anno. Tra le più note si annoverano ‘Borgna‘, ‘Ciapastra‘ e ‘Pelosa‘. Una importante cultivar del Piemonte è la Pugnenga, insieme alla francese ‘Savoye’, è una delle poche cultivar di C. sativa note per la sua resistenza al cinipide galligeno (Dryocosmus kuriphilus) (Nugnes et al., 2018; Aglietti et al., 2022).

Aspetti nutrizionali

La castagna (Castanea sativa Mill.) è un alimento unico nel suo genere, il cui profilo nutrizionale si discosta nettamente da quello della frutta secca oleosa, risultando piuttosto simile a quello di un cereale (Lo Piccolo et al., 2020; Guiné et al., 2023). Questa peculiarità deriva dalla sua composizione, dominata dai carboidrati complessi (amido) e generalmente povera di grassi, in netto contrasto con noci, mandorle o nocciole, che sono invece ricche di lipidi e proteine (Massantini et al.; Guiné et al., 2023). Le proprietà nutrizionali delle castagne si riassumono come segue:

  • il contenuto di amido può variare dal 38% fino all’80% (Aglietti et al., 2022), ovvero raggiungere circa 50 g per 100 g di peso secco nel frutto crudo (Lo Piccolo et al., 2020);
  • il valore energetico contenuto calorico è relativamente basso e i pochi grassi presenti (circa l’1%) sono in prevalenza polinsaturi (MUFA e PUFA), benefici per la salute (Aglietti et al., 2022);
  • il contenuto proteico è moderato o relativamente basso (sotto il 5%), bensì considerato di alta qualità biologica (Aglietti et al., 2022) per la varietà di aminoacidi (Massantini et al., 2021);
  • la castagna è inoltre una buona fonte di fibre alimentari (Lo Piccolo et al., 2020). Queste fibre, in quanto sostanze indigeribili, stimolano la presenza di batteri probiotici benefici e sono utili per la regolarità intestinale (Guiné et al., 2023).

Le castagne, pur avendo caratteristiche nutrizionali simili a quelle dei cereali, sono naturalmente senza glutine (Bounous, 2005). La farina di castagne rappresenta perciò un valido ingrediente per la preparazione di zuppe, torte e altri alimenti destinati all’alimentazione delle persone con celiachia e altre intolleranze al glutine.

Le castagne sono inoltre fonti di vitamine – in particolare Vitamina C, folati e piridossina (Vitamina B6) (Aglietti et al., 2022) – e di minerali essenziali come potassio (K), fosforo (P) e magnesio (Mg), oltre a rame (Cu), ferro, zinco e manganese (Massantini et al., 2021; Aglietti et al., 2022). Il potassio, il fosforo e il magnesio sono considerati macroelementi abbondanti nelle castagne italiane analizzate da Lo Piccolo e colleghi (2020).

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Fonte: 
GIFT – Great Italian Food Trade


Autore: 
Desirée Muscas

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Articolo tratto interamente da GIFT – Great Italian Food Trade