Articolo da Krisis
Dalla Francia alla Grecia, dall’Irlanda alla Polonia, le manifestazioni contro l’accordo con i Paesi sudamericani focalizzano l’attenzione su agricoltura e sovranità alimentare in Europa. L’intesa commerciale, che darebbe vita a una delle più grandi aree di libero scambio del mondo, offre nuove opportunità per l’export manifatturiero, tecnologico e farmaceutico dell’Unione. Rischia però di esporre il settore primario a una concorrenza basata su standard meno stringenti. In un contesto geopolitico segnato da crescenti tensioni, instabilità delle supply chain e nuove priorità strategiche, il futuro dell’agricoltura chiede di tornare al centro del dibattito europeo.
La rivolta dei trattori Da Parigi a Varsavia, gli agricoltori bloccano le città contro l’accordo Ue-Mercosur. Temono la fine del futuro dell’agricoltura europea, della sovranità alimentare e standard al ribasso.
Scambio ineguale L’intesa favorisce l’industria Ue ma sacrifica il settore primario. Il timore è che i prodotti agricoli in arrivo dal Sudamerica seguano regole ambientali meno stringenti.
Radici della crisi Il malessere del settore primario è profondo e nasce dalla liberalizzazione della PAC. Il disaccoppiamento degli aiuti ha esposto il settore alla volatilità del mercato globale.
Paradosso strategico L’Europa domina nel vino ma perde sui cereali. Un modello che rischia il deficit alimentare e la dipendenza strategica in un mondo instabile.
Settore sacrificabile Gli agricoltori denunciano l’abbandono politico. Il settore è percepito come mera merce di scambio per favorire l’export tecnologico.
«Preparatevi a marciare su Parigi, preparate i trattori! Pronti a partire!». Così, con un forte richiamo simbolico alla marsigliese, a inizio gennaio gli agricoltori francesi sono scesi in piazza per dirigersi verso la capitale. Nonostante i divieti e i blocchi stradali, i trattori hanno raggiunto i principali monumenti parigini, tra cui la Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo, paralizzando la città. Trattori incolonnati per chilometri, ingorghi e, come gesto simbolico di rottura e denuncia, cumuli di paglia e letame scaricati davanti ai palazzi del potere.
Gli agricoltori sono entrati nei supermercati francesi gettando a terra i prodotti agricoli e alimentari di provenienza estera, ma che vengono prodotti anche sul territorio nazionale. Un allevatore è addirittura entrato in un negozio con alcune pecore, per dare voce al disagio del settore primario francese, schiacciato dalla concorrenza esterna incontrollata e da un governo percepito come lontano e poco attento al settore agricolo.
Un’immagine forte che restituisce fedelmente il clima di esasperazione diffusa nel mondo agricolo francese ed europeo. Non è trascorso neanche un mese dall’ultima grande mobilitazione del settore primario europeo e queste proteste sono solo l’ultimo capitolo di una lunga stagione di mobilitazioni del mondo rurale, sempre più in allarme di fronte alla percezione di un disallineamento crescente tra le politiche comunitarie e la realtà del settore primario.
Questa volta, però, a differenza delle contestazioni contro la nuova politica agricola comune (Pac 2028-2034), il malcontento non riguarda misure interne dell’Unione, bensì la versione definitiva dell’accordo commerciale e di associazione strategica Ue–Mercosur: un negoziato avviato nel lontano 1999 e oggi prossimo alla ratifica finale.
Il Mercosur – costituito da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay e completato da un ampio gruppo di Paesi associati sudamericani – rappresenta uno dei blocchi economici con il maggiore potenziale di espansione commerciale del mondo. Le principali associazioni agricole europee hanno a gran voce definito inaccettabile l’accordo, indicando come «rimane fondamentalmente sbilanciato e lesivo per l’agricoltura europea».
La preoccupazione ha trovato eco anche nelle istituzioni: la Francia ha formalmente richiesto il rinvio della ratifica al 2026, chiedendo garanzie più robuste a tutela del proprio settore agricolo. Una presa di posizione, sostenuta anche da altri Stati membri, che contribuisce a prolungare ulteriormente l’iter di approvazione di un trattato su cui si lavora da più di 25 anni.
L’accordo si inserisce in un contesto in cui il Mercosur rappresenta già oggi un partner commerciale di primo piano per l’Europa. Nel 2024 il valore dell’interscambio complessivo tra i due blocchi ha superato i 130 miliardi di dollari, con una crescita del +36% rispetto al 2014. Una volta firmato e ratificato, l’accordo UE–Mercosur darebbe vita a una delle più vaste aree di libero scambio del pianeta: oltre 700 milioni di persone, circa un quinto del PIL mondiale, e opportunità economiche stimate intorno ai 22 trilioni di dollari.
L’accordo rafforza la proiezione economica globale dell’Unione europea e apre la strada a enormi opportunità commerciali, garantendo maggior accesso ai mercati sudamericani in particolare per l’industria europea. In un intervento al Parlamento europeo, il direttore Generale di BusinessEurope ha evidenziato che «l’accordo non riguarda solo il commercio; è uno strumento strategico per rendere l’Ue più forte, più competitiva e più connessa in un mondo in cui l’Europa non può permettersi di restare ferma».
L’intesa contribuisce a diversificare le catene di approvvigionamento europee in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, riducendo la dipendenza da fornitori extra-regionali. Tuttavia, come sottolineano con insistenza le principali associazioni agricole, il problema non risiede nell’intensificazione dei rapporti commerciali in sé, bensì nella natura e nell’equilibrio dei flussi di import-export. Il Mercosur è un grande acquirente di macchinari, tecnologie, prodotti industriali, chimici e farmaceutici, mentre l’Ue importa soprattutto prodotti agricoli, insieme a minerali e cellulosa.
Si tratta dunque un rapporto intrinsecamente asimmetrico: i benefici derivanti dall’accordo sono attesi principalmente in settori ad alta intensità tecnologica e industriale, mentre i costi maggiori verrebbero sostenuti dagli agricoltori europei, esposti alla concorrenza di produzioni sudamericane con standard ambientali che si teme saranno meno stringenti.
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Fonte: Krisis
Autore: Andrea Pincin
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