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sabato 28 febbraio 2026

Ritmi retrò (viaggio nella musica): Ciao Amore, Ciao di Luigi Tenco




Angolo curato e gestito da Mary B.

Ciao amore ciao non è soltanto una canzone: è un addio che continua a risuonare, anche quando pensiamo di conoscerlo già. Dentro quelle parole c’è un’Italia che cambia a metà, che corre e inciampa, che promette futuro ma spesso lo nega. La campagna che non offre più niente, la città che sembra una possibilità e invece, a volte, è solo un’altra fatica. E poi c’è chi parte perché restare fa troppo male.

Quando Tenco porta questo brano a Sanremo nel ’67, lo fa con una sincerità che spiazza. Parla di migrazioni interne, di disuguaglianze, di un Paese che si riempie la bocca di progresso ma lascia indietro chi non ha voce. È una denuncia sociale nascosta dentro una melodia d’amore, e forse proprio per questo molti non la colgono. O non vogliono coglierla.

La sua fine, poche ore dopo l’esibizione, resta una ferita che non si è mai davvero chiusa. Non riguarda solo l’artista: riguarda tutti noi. È il simbolo di un’Italia che spesso non sa ascoltare chi la mette davanti alle sue contraddizioni, che si difende dalla verità invece di accoglierla. È il silenzio che cala quando qualcuno parla troppo presto, troppo forte, troppo da solo.

Riascoltare Ciao amore ciao oggi significa ricordare tutto questo: la fragilità e la lucidità di Tenco, la sua rabbia gentile, la sua solitudine. E significa riconoscere che molte delle ingiustizie che denunciava sono ancora qui, sotto i nostri occhi. Ogni volta che parte quella canzone, sembra di sentirlo chiedere: “Che Paese vogliamo essere davvero?”

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Silenzio di Arturo Graf



Silenzio

Dio, che silenzio! Intorno,
sull'arìose alture,
selve d'abeti, scure
entro il fulgor del giorno.

E qua, dove la piargia 

digradando s'allenta , 
cespi di folle menta
e d'erica selvaggia.

Passa la nube estiva 

che nel seren si perde, 
e vela il muto verde 
d'un'ombra fuggitiva ...

Dio, che silenzio! Il core 

par che mi svenga in petto 
mentre, sedendo, aspetto 
ciò che non giunge, e l'ore

dileguan lente. - Ascolta!...
Che orribil pace è questa? 
Non un sospiro desta
la solitudin folta ..
.

È imagin vera o sogno 

ciò che apparisce in giro? 
Questo che scemo e miro 
è quel di là che agogno?

Com'ogni cosa è lieve, 

com'ogni cosa è muta, 
presso e lontan, perduta 
in questa cerchia breve!

Che m'avvenne? Da quando, 

perché son qua? Salvato 
da un'insidia? Cacciato 
da qualche ignoto bando? 

Che m'occorse? M'occorse 

veramente qualcosa? - 
Dna silenziosa
voce risponde: Forse!. ..

Forse? Non altro? Dio, 
che soliloquio vano,
che guazzabuglio strano!. .. 
Sogni, ricordi, oblio!. ..

Qual è il nome ch'io porto, 

là tra gli umani greggi ? 
Terra che mi sorreggi,
 io vivo o son morto?

Ah, che silenzio atroce! 

ah, che funerea pace! 
Tace ogni cosa; tace 
la stremata mia voce.

Arturo Graf 


Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle...


"Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore."

Alda Merini


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"Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee."

George Bernard Shaw




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La libertà di parola

"La libertà di parola è sempre sotto attacco da parte della mentalità fascista, che purtroppo esiste in ogni parte del mondo."

Lawrence Ferlinghetti



Spinetta Marengo: fermare l'eterno per salvare il futuro



Articolo da Citta` Futura on-line

Dai veleni eterni alle macchine immortali: chi paga il prezzo del progresso?

C’è un bambino che cresce a Spinetta Marengo, una piccola frazione alla periferia di Alessandria. Va a scuola, gioca nel cortile, beve acqua dal rubinetto. Nel suo sangue, invisibili e inodori, si accumulano da anni i PFAS — i perfluoroalchilici, noti alla scienza come forever chemicals, sostanze chimiche eterne che non si degradano mai. Né nell’ambiente. Né nel corpo umano.

A pochi chilometri da quel cortile, lo stabilimento Syensqo — ex Solvay, ex Montedison — produce da decenni queste sostanze. L’unico impianto ancora attivo in Italia. Tra il 2007 e il 2023 ha emesso oltre 2.800 tonnellate di gas fluorurati, pari al 76% delle emissioni nazionali di quella categoria. Alcuni report giornalistici lo hanno definito il sito più contaminato da PFAS in Europa.

Ora spostiamo lo sguardo. In una fabbrica di Tokyo, un robot umanoide cammina lungo un corridoio, raccoglie un pacco, lo sistema su un nastro trasportatore. Si muove in uno spazio pensato per l’uomo: usa le nostre scale, apre le nostre porte, maneggia i nostri strumenti. Non è l’operaio che si adatta alla macchina. È la macchina che si adatta all’operaio.

Due immagini. Due idee opposte — apparentemente — di ciò che significa progresso. Eppure qualcosa le accomuna. Qualcosa che vale la pena esaminare con attenzione, e con urgenza.

Il corpo come contenitore del progresso

Tutta la storia industriale del Novecento è stata la storia di corpi umani costretti a sincronizzarsi con la macchina. Taylor cronometrava i gesti degli operai. Ford li trasformava in ingranaggi. Il corpo dell’uomo era una risorsa produttiva: misurabile, ottimizzabile, sostituibile.

A Spinetta Marengo questa logica ha assunto una forma ancora più radicale. I corpi dei cittadini non sono stati solo messi al servizio della produzione: sono diventati il contenitore involontario dei suoi scarti. I PFAS si depositano nei tessuti, nel sangue, nelle generazioni future. Il territorio è stato trattato come una risorsa sacrificabile. Il segreto industriale ha impedito per decenni alla popolazione di sapere cosa respirava, cosa beveva, cosa portava nel sangue. Solo un ricorso al TAR Piemonte ha strappato all’azienda e alla Provincia di Alessandria i dati che avrebbero dovuto essere pubblici da sempre.

Il robot umanoide nasce con una promessa opposta: liberare il corpo umano. Sottrarlo ai compiti pericolosi, ripetitivi, usuranti. La macchina va nei luoghi tossici. La macchina fa i movimenti logoranti. Il corpo dell’uomo smette di essere consumabile.

L’innovazione è sempre una scelta culturale

Marshall McLuhan diceva che il medium è il messaggio: ogni tecnologia porta con sé una filosofia implicita, un modo di vedere il mondo, una gerarchia di valori. I PFAS non erano inevitabili. Erano una scelta. Una scelta culturale prima ancora che industriale: il territorio come risorsa, la produzione come valore supremo, la salute dei cittadini come esternalità trascurabile.

La stampa di Gutenberg non ha solo diffuso libri: ha smantellato il monopolio culturale della Chiesa, ha reso possibile la Riforma protestante, ha reinventato il concetto di autorità. La rivoluzione industriale non ha solo creato fabbriche: ha ridisegnato la famiglia, il tempo, la città, l’identità di intere classi sociali. Ogni grande tecnologia è anche una grande trasformazione culturale. La questione è sempre la stessa: chi la governa, e nell’interesse di chi.

La politica assente: il vero veleno del nostro tempo

C’è un elemento che accomuna la vicenda di Spinetta Marengo e la rivoluzione in corso dei robot umanoidi, e che non riguarda né la chimica né l’ingegneria. Riguarda la politica. O meglio: la sua assenza.

Per decenni, mentre i PFAS si accumulavano nelle falde acquifere e nel sangue dei cittadini di Spinetta Marengo, la politica ha guardato altrove. Amministrazioni locali, regionali, nazionali hanno privilegiato i posti di lavoro garantiti dall’impianto, i gettiti fiscali, le convenienze elettorali. Hanno usato il segreto industriale come scudo. Hanno rimandato, minimizzato, taciuto. Non per ignoranza: per scelta. Una scelta di cui qualcuno dovrà rispondere — e non solo in sede penale.

Questo è il modello che rischiamo di ripetere con la robotizzazione. I governi di tutto il mondo stanno assistendo alla più rapida trasformazione del mercato del lavoro nella storia moderna — e la risposta politica è, nella maggior parte dei casi, il silenzio. Nessuna regolamentazione seria sull’automazione. Nessun piano strutturale per la riconversione professionale. Nessuna tassazione del lavoro robotico che possa finanziare la transizione sociale. Nessuna supervisione democratica sugli algoritmi che decideranno chi lavora e chi no.

I nostri governanti — con eccezioni rare e preziose — non sembrano rendersi conto di ciò che sta accadendo. O forse se ne rendono conto benissimo, e preferiscono non affrontarlo: perché regolamentare significa scontrarsi con i grandi capitali tecnologici, con le lobby industriali, con chi finanzia le campagne elettorali. È più comodo lasciare che il futuro accada da solo, e poi gestire l’emergenza quando esplode.

Ma le emergenze sociali, come quelle chimiche, non esplodono improvvisamente. Si accumulano. Silenziosamente. Per anni. E quando diventano visibili, il danno è già fatto. IbambinidiSpinetta Marengoporteranno iPFAS nel sanguepertuttala vita. Le comunità che perderanno il lavoro nella prossima decade non recupereranno quella perdita con la stessa velocità con cui i robot le avranno sostituite.

La politica non può continuare a inseguire il futuro quando è già passato. Deve anticiparlo. Deve scegliere. E deve assumersi la responsabilità di quelle scelte davanti ai propri cittadini. Questa è la funzione della democrazia. Questa è ciò che troppo spesso, oggi, non avviene.

I “PFAS sociali” della robotizzazione

I PFAS avvelenano lentamente, per accumulo, senza che la vittima se ne accorga subito. C’è qualcosa di inquietante nella somiglianza con certi meccanismi sociali che la robotizzazione massiva potrebbe innescare.

La disoccupazione strutturale derivante dalla sostituzione del lavoro umano con i robot rischia di funzionare allo stesso modo: un processo graduale, quasi invisibile, che impoverisce comunità intere prima che la politica riesca — o voglia — reagire. Il lavoro, in molte culture, non è solo reddito: è identità, appartenenza, dignità sociale. Toglierlo non produce solo disoccupazione: produce un vuoto di senso che nessun reddito universale può automaticamente colmare.

C’è poi la questione del potere. I robot umanoidi — Optimus di Tesla, Figure, Boston Dynamics, Agility Robotics — sono sviluppati da pochissime aziende con capitali enormi e nessuna reale supervisione democratica. Chi possiede i robot possiede la produzione. Gli algoritmi che li governano sono opachi e proprietari. La scatola nera tecnologica è il nuovo segreto industriale: diversa nella forma, identica nella funzione.

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Fonte: Citta` Futura on-line

Autore: Fabrizio Boschetto

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.


Articolo tratto interamente da Citta` Futura on-line


Il virus della distruzione: la guerra come psicosi collettiva

 


Articolo da Rizomatica

Non c’è speranza nel voler sopprimere

le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra

Introduzione

Possono fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra. Va infatti sottolineato che, al di là delle motivazioni di ordine politico militare con le quali viene combattuta, siano esse di ordine difensivo piuttosto che offensivo, in ogni guerra sono sempre implicati moventi reali e moventi fantasmatici inconsci, che sebbene illusori, contribuiscono a innescarla.

Il parricidio arcaico

Se la guerra sul piano della realtà sembra essere endemica, essa lo è altrettanto sul piano dell’inconscio, con la differenza che in quest’ultimo le uccisioni rimangono su di un piano illusorio: «Nei nostri moti inconsci noi sopprimiamo ogni giorno e ogni ora tutti coloro che ci sbarrano la via e chiunque ci abbia offeso o danneggiato […] Così anche noi, considerati in base ai nostri inconsci moti di desiderio, altro non siamo, come gli uomini primordiali, che una masnada di assassini» (Freud, 2020, p. 59). Se, come pensava Freud, la storia primordiale dell’umanità è costellata di assassinii, quest’ultimi continuano a venir commessi quotidianamente nell’inconscio di ciascuno di noi.

Se l’uomo dei primordi commetteva questi assassinii senza alcun rimorso, arriverà però un momento in cui, per la prima volta, egli proverà quel senso di colpa che l’umanità, fin dai tempi più remoti porta su di sé. Senso di colpa che viene rappresentato dalle varie religioni come frutto di un peccato originale che Freud ipotizza affondi le sue radici in un tragico fatto di sangue. È quanto egli narra in Totem e Tabù (1912-13), libro nel quale ricostruisce la scena mitica dell’orda primitiva, nella quale troviamo un padre tirannico e geloso, che mantiene il monopolio assoluto sulle femmine e che allontana violentemente i figli, mano a mano che diventano grandi, escludendoli dal potere e dalle donne. Questo fino a quando i fratelli scacciati si alleano per uccidere il padre e divorarlo, ponendo così fine al suo dominio. L’ambivalenza dei sentimenti provati dai fratelli nei confronti del padre era tale però che essi lo odiavano in quanto «ostacolo al loro bisogno di potenza e alle loro pretese sessuali, ma lo amavano e lo ammiravano anche» (Freud 1989, p. 194). Quest’ambivalenza emotiva nei confronti del padre si declinerà concretamente nella sua uccisione, che soddisferà il loro odio e nella sua incorporazione, che soddisferà il bisogno di identificarsi con lui e di acquisirne la potenza. È da questa ambivalenza agita che sorgeranno il rimorso e il senso di colpa per l’uccisione del padre e da quest’ultimi quell’«obbedienza retrospettiva» che farà si che ciò che prima era proibito dal padre, i figli ora se lo proibiranno spontaneamente. Nella successiva fase totemica sarà perciò fatto divieto di uccidere il totem quale sostituto paterno e sarà imposta l’interdizione delle donne del clan (divieto dell’endogamia), diventate ora disponibili. Nel totemismo l’infrazione del tabù sarà possibile solo nella forma rituale del pasto totemico, nel quale l’animale totem verrà ucciso e divorato crudo, come rimemorazione rituale dell’uccisione del progenitore. Come sappiamo, per Freud, questo dramma collettivo arcaico, si ripete inconsciamente nella psiche di ogni individuo, nella forma del complesso di Edipo. I due tabù fondamentali del totemismo, non uccidere il totem (il padre), né unirsi alle donne del clan (le madri e sorelle), corrispondono infatti ai due divieti edipici. Il senso di colpa provato dai figli per l’uccisione del padre fa si che la legge di quest’ultimo venga da loro internalizzata. L’aggressività che prima i figli rivolgevano verso di lui, ora la rivolgono verso se stessi nella forma del senso di colpa.

In generale possiamo dire che nell’essere umano il senso di colpa risulta essere una forma di aggressività interiorizzata che si rivolge verso l’individuo come bisogno di punizione per l’azione compiuta. Detto in termini psicoanalitici, è una riflessione sullo stesso soggetto della sua pulsione di morte. Un arcaico parricidio sta perciò all’origine della legge morale interna, la quale nasce nel momento in cui l’aggressività, che prima era diretta dal soggetto verso l’oggetto, ora viene rivolta dallo stesso soggetto contro di sé. Dopo l’uccisione, il padre non è più un ostacolo fisico, ma diventa una presenza psichica interiorizzata, che giudica e controlla dall’interno: è questa la funzione di quello che Freud chiamerà Super-Io. Il padre ucciso è perciò il prototipo del padre del complesso edipico, l’interiorizzazione della cui figura, coincide con la nascita di questa istanza psichica e della coscienza morale. L’eresia freudiana è quella «di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno» (Freud 2020, p. 295).

La morte e il senso di colpa

Sempre indagando l’origine del senso di colpa, in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915), Freud analizza il comportamento nei confronti della morte dei popoli primitivi, equiparandolo a quello del nostro inconscio. L’uomo delle origini non crede alla propria morte, ma solo a quella del nemico che dispensa, come già scritto, senza alcun senso di colpa. Quest’ultimo nasce nell’uomo dei primordi solo di fronte alla morte di uno dei suoi prossimi, che egli ama ma allo stesso tempo è inconsciamente estraneo1 e odiato, e all’ambivalenza emotiva, di dolore e piacere, provata in quel momento, al «contrasto tra il dolore consapevole e la soddisfazione inconscia per la morte avvenuta» (Freud, 1989, p. 100). Freud ricorda come l’ambivalenza emotiva sia un’invariante dell’essere umano in quanto «a eccezione di pochissime situazioni, i nostri atteggiamenti amorosi anche più teneri e intimi contengono una qualche sia pur lieve componente ostile, suscettibile di provocare un inconscio desiderio di morte» (Freud 2020, pp. 60-61), e come sia da essa che emerge il senso di colpa.

Nel dolore provato per la morte di una moglie, un figlio o un amico, il primitivo apprende che egli stesso può morire, ma non volendolo accettare, «di fronte al cadavere della persona amata immaginò gli spiriti; e in quanto si sentiva colpevole per il senso di soddisfazione che si mescolava al cordoglio, questi spiriti divennero tosto demoni di cui si doveva avere paura» (Freud 2020, p. 55). Il primitivo proietta perciò la sua ostilità inconscia, che generava senso di colpa, sull’oggetto dell’ostilità stessa, ovvero sul defunto, che diventa perciò un demone. Nel tabù dei morti i demoni si svelano perciò come proiezioni di sentimenti ostili che il sopravvissuto nutriva inconsciamente nei confronti del defunto. I superstiti compiangono la persona defunta «ma essa è diventata, stranamente, un demone malvagio, pronto a rallegrarsi per le nostre sventure e ansioso di farci morire. Ora i superstiti devono difendersi da questo nemico malvagio. Sono sgravati dall’oppressione interna, come senso di colpa, ma l’hanno soltanto scambiata con un affanno che viene dall’esterno» (Freud 1989, p. 102).

Freud mette a confronto la reazione al lutto del primitivo come esperienza persecutoria con quella dei suoi pazienti psiconevrotici, che non di rado si ritengono responsabili della morte della persona amata, arrivando ad autoaccusarsi in maniera ossessiva e a vivere profonde condizioni depressive. E questo non perché il paziente l’abbia trascurata o abbia delle responsabilità nella sua morte, ma perché egli non era del tutto dispiaciuto e inconsciamente la desiderava. Di qui quel rimproverarsi ossessivamente. Freud sottolinea che «questa ambivalenza è – ora più ora meno – innata nell’uomo; normalmente non lo è tanto da far sorgere le autoaccuse ossessive descritte prima» (Freud 1989, p. 99). Se non fa sorgere le autoaccuse ossessive come nel psiconevrotico, l’ambivalenza però può generare in ogni individuo un senso di colpa, a prescindere dall’aver commesso realmente un atto ostile nei confronti dell’oggetto amato, ovvero avendolo anche solo fantasticato.

La medesima carica inconscia aggressiva che nel nevrotico viene deflessa su di sé, generando il vissuto depressivo del lutto, nel primitivo viene proiettata sul morto, dando origine a un’esperienza persecutoria, dalla quale egli si protegge tramite riti propiziatori nei suoi confronti. Nel mondo magico-religioso dei popoli primitivi, l’incapacità di tollerare il vissuto depressivo del lutto fa poi si che il sacrificio propiziatorio messo in atto da una tribù, tenda poi a venir spostato su di un’altra tribù, i sortilegi del cui sciamano, vengono ora ritenuti responsabili della scomparsa dei suoi membri. Da una prospettiva psicoanalitica possiamo affermare che in questi casi la componente pulsionale aggressiva presente nell’Es, viene scissa e proiettata al di fuori, sul defunto piuttosto che su di un’altra tribù, risolvendo in una modalità paranoidea, la dissonanza emotiva alimentata dal soggetto dell’inconscio.

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Fonte: Rizomatica

Autore: A. Marin


Articolo tratto interamente da Rizomatica 



Scuola, il precariato come scelta politica



Articolo da Cesp & Cobas Scuola del Veneto

Il reclutamento del personale docente è stato presentato negli ultimi anni come il terreno su cui misurare l’efficienza e il “merito” della scuola pubblica. 

In realtà, il sistema dei concorsi si è trasformato in un meccanismo arzigogolato e frammentato che non garantisce né stabilità né continuità didattica. Con la riforma legata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, introdotta dal decreto-legge 73 del 2021 e ridefinita dal decreto-legge 36 del 2022, l’accesso all’insegnamento è stato spezzato in più fasi successive: dal concorso, passando poi al contratto a tempo determinato finalizzato al ruolo, al percorso abilitante universitario svolto durante l’anno scolastico, per giungere infine all’inizio dell’anno di prova. Un iter che può estendersi per tre anni e che non trova paragoni in nessun’altra professione regolamentata.

In questo arco di tempo il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha bandito tre concorsi PNRR consecutivi, dichiarando complessivamente oltre 90 mila posti. Tuttavia, una parte consistente di queste cattedre è rimasta senza vincitori, soprattutto nelle discipline scientifiche e tecniche e nelle sedi più periferiche e gli stessi posti sono stati quindi ribanditi nei concorsi successivi, finendo per essere conteggiati più volte come “nuove assunzioni” senza tradursi in reali immissioni in ruolo. 

Il risultato è un sistema che produce dei meccanismi di selezione ripetuti sugli stessi posti, senza ridurre in modo significativo il numero dei precari, andando a coprire difatti solo il turn over.

A questo si aggiunge un elemento raramente considerato nelle analisi ufficiali: in molti casi agli stessi concorsi hanno partecipato le stesse persone due o tre volte. Docenti non risultati vincitori nelle prime procedure, oppure vincitori in regioni lontane dalla propria residenza, hanno tentato successivamente di riavvicinarsi concorrendo di nuovo. Molti candidati hanno scelto inizialmente le regioni del Centro-Nord, dove per la propria classe di concorso era disponibile un numero maggiore di posti, per poi ripresentarsi nei concorsi successivi nella regione di origine quando si sono liberate nuove cattedre. Questo ha contribuito a gonfiare i numeri delle assunzioni e ha imposto a migliaia di precari spostamenti continui nel giro di poche settimane, con costi di viaggio e alloggio interamente a proprio carico, e a pagare il prezzo più alto sono stati soprattutto i docenti provenienti dal Mezzogiorno.

Chi riesce a vincere un concorso, peraltro, non ottiene automaticamente il ruolo. L’assunzione avviene con un contratto a tempo determinato e l’obbligo di iscriversi a percorsi universitari pomeridiani e nel fine settimana, tra lezioni teoriche, un tirocinio diretto e indiretto e una nuova prova finale con lezione simulata, seguita poi dall’anno di prova. Difatti si tratta di tre anni consecutivi di verifiche per essere riconosciuti idonei all’insegnamento, con un carico di lavoro che può superare le 60–70 ore settimanali sommando attività scolastica e formazione. Il tutto a pagamento, con costi compresi tra 1.800 e 2.500 euro anche nelle università pubbliche, spesso in modalità a distanza e con programmi che ripropongono contenuti già sostenuti per l’acquisizione dei 24 CFU. Parallelamente è cresciuto un mercato dei titoli e delle certificazioni, comprese le attestazioni linguistiche che non sempre trovano riscontro nelle competenze effettive. La cronaca recente ci ha raccontato le tristi vicende di scuole di formazione farlocche, veri diplomifici che hanno permesso a migliaia di docenti dalla dubbia morale di scalare le graduatorie delle supplenze e dei concorsi.

Il sistema concorsuale in atto non si innesta su un quadro di reale stabilizzazione, ma su una precarietà strutturale ormai cronica. Negli ultimi anni i contratti a tempo determinato nella scuola hanno superato stabilmente le 200 mila unità annue, arrivando oltre quota 250 mila nell’anno scolastico 2023/24. Non si tratta solo di supplenze brevi per assenze temporanee, ma anche di posti vacanti al 30 giugno o al 31 agosto che da decenni non vengono trasformati in organico di diritto. Una massa di incarichi strutturali mantenuti nella dimensione del tempo determinato, in aperto contrasto con le ripetute indicazioni dell’Unione europea che, attraverso procedure di infrazione e condanne, ha intimato allo Stato italiano di superare l’abuso dei contratti a termine e di stabilizzare il personale con almeno 36 mesi di servizio.

Ed è anche in questo contesto che si colloca la quotidianità dei docenti precari storici e per giunta pendolari, in particolare nell’infanzia e nella primaria. Migliaia di insegnanti rispondono ogni giorno a convocazioni per supplenze anche di poche ore, spostandosi all’alba verso nodi di smistamento informali in attesa di una chiamata. Sui treni regionali affollati da maestre e insegnanti che per necessità spezzano la notte, dormendo metà a casa propria e metà in viaggio verso scuola, prende forma un’infrastruttura invisibile che consente l’apertura delle classi e la continuità delle lezioni. Un pendolarismo forzato che supplisce alle carenze dell’organico di potenziamento e che comporta costi economici rilevanti, spesso superiori al 20 per cento del salario, mai rimborsati. E tra costoro ci sono anche migliaia di assistenti amministrativi e tecnici e collaboratori scolastici (il personale ata) senza i quali in molti casi numerose scuole periferiche e in aree disagiate non potrebbero aprire.

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Autore: 
Daniela Perrone, COBAS Scuola di Roma

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International

Articolo tratto interamente da 
Cesp & Cobas Scuola del Veneto


Il mare è di tutti: il caso Macari e la deriva delle nostre coste



Articolo da Ambientebio 

Un vero e proprio acquario vivente e balneabile. Le sorgenti fredde di acqua dolce che sgorgano in un mare incredibilmente cristallino. Per chi è stato a Macari, è una sensazione indimenticabile, che va protetta a tutti i costi. Oggi quel paradiso è minacciato. L’inquinamento costiero non è un problema astratto. È un danno che rientra nel quotidiano: acque meno balneabili, fondali impoveriti, fauna marina sotto stress, odori e schiume, alghe anomale, spiagge erose e più vulnerabili. E quando le coste diventano “merce”, aumenta anche la tolleranza verso scorciatoie e abusi. Dobbiamo unirci TUTTI contro questa scellerata PROPOSTA/PROMESSA di CEMENTIFICAZIONE e relativo depauperamento di uno dei tratti più belli e incontaminati del Nostro Paese.

Ma c’è un punto che spesso dimentichiamo: il mare non è “di qualcuno”. È di tutti.

In Italia spiagge, lido del mare, rade e porti rientrano nel demanio pubblico: sono beni che appartengono allo Stato e sono destinati all’uso della collettività (art. 822 c.c., richiamato anche in documenti parlamentari) e, per la parte marittima, sono definiti nel Codice della navigazione (art. 28 c. nav. – beni del demanio marittimo).

Questo significa una cosa semplice: non possono essere venduti come una proprietà privata. Possono però essere dati in uso tramite concessioni (stabilimenti, servizi, strutture turistiche), che dovrebbero restare compatibili con il pubblico uso e con la tutela dell’ambiente costiero.

Il mare ci fa bene. Non è solo una sensazione: l’ambiente marino può influenzare umore, stress e percezione di benessere. Basta guardarlo per attivare risposte positive nel cervello, e il contatto con l’acqua (anche con una semplice nuotata) porta benefici concreti.

Su Ambientebio abbiamo già raccontato questo legame in modo approfondito: una tecnica a base di alghe per stabilizzare le dune e accelerare la formazione del suolo, la storia di chi protegge il mare sul campo, progetti e campagne che portano attenzione sugli oceani. E, sul benessere mentale: guardare il mare può attivare uno stato di felicità nel cervello.

Il problema: quando la concessione diventa appropriazione

Nella pratica, la linea può diventare sottile. Dove la gestione privata funziona, offre servizi e ordine. Dove invece prevale la logica del “prendo tutto finché posso”, accade l’opposto:

  • occupazione eccessiva di arenili e accessi, con spiagge di fatto “chiuse” ai cittadini;
  • strutture fisse e non amovibili che cambiano il paesaggio e rendono il litorale più fragile;
  • pressione su acqua e fognature (soprattutto nei picchi estivi), con rischio di sversamenti e contaminazioni;
  • rifiuti, microplastiche, traffico e rumore che degradano ecosistemi già delicati (dune, praterie di posidonia, fondali costieri);
  • cementificazione e consumo di suolo su aree che dovrebbero restare cuscinetti naturali contro erosione e mareggiate.

In altre parole: il bene pubblico resta “scritto” nelle leggi, ma viene svuotato nella realtà. E quando il mare si degrada, perdiamo proprio ciò che lo rende prezioso: acqua pulita, biodiversità, paesaggio, salute.

Contaminazione e inquinamento: non è solo una questione “estetica”

L’inquinamento costiero non è un problema astratto. È un danno che rientra nel quotidiano: acque meno balneabili, fondali impoveriti, fauna marina sotto stress, odori e schiume, alghe anomale, spiagge erose e più vulnerabili. E quando le coste diventano “merce”, aumenta anche la tolleranza verso scorciatoie e abusi.

Per questo è utile ricordare alcune regole concrete di comportamento e tutela, soprattutto in spiaggia: il nostro decalogo per rispettare mare e ambiente.

Il caso Grecia: isole “incontaminate” e febbre del cemento per resort di lusso

Quello che sta accadendo in alcune isole greche mostra dove può arrivare un modello turistico senza freni. Nelle Cicladi, in più località, residenti e amministratori locali denunciano cantieri invasivi e costruzioni che “mordono” il territorio, alterando paesaggi iconici e risorse essenziali (come l’acqua).

Un esempio diventato simbolico è quello di Milos (spiaggia di Sarakiniko, la “moon beach”): la costruzione di un hotel di lusso ha scatenato proteste e pressioni, fino allo stop/contestazione del progetto e alle richieste di ripristino del paesaggio.

Queste dinamiche si intrecciano spesso con un turismo “VIP”, con isole trasformate in vetrine di esclusività: quando la destinazione diventa status symbol, il rischio è che il territorio venga trattato come scenografia (e non come ecosistema). Su Santorini, ad esempio, il tema dell’overtourism e dell’espansione edilizia è da anni oggetto di allarme pubblico. Il Guardian ha riportato l’allarme del sindaco su numeri e pressioni ormai difficili da sostenere.

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Fonte: Ambientebio

Autore: Gino Favola

  
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Articolo tratto interamente da Ambientebio 


Esiste un luogo, dove l’Amore ha perso...

 

Esiste un luogo, dove l’Amore ha perso.

La bellezza si è spenta.

Un luogo senza poesia, né voce.

Guidato da gente ammalata di odio.

Esiste un luogo dove la vita non c’è.

Dimenticato dal cielo.

Scavato nel buio.

Quel luogo, si chiama

guerra.

Andrew Faber


Ultim'ora: Israele e Stati Uniti lanciano un attacco congiunto contro l'Iran


Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco congiunto contro obiettivi strategici in Iran, descritto dalle autorità israeliane come un'operazione "preventiva".

Numerose esplosioni sono state udite a Teheran, in particolare nei pressi di infrastrutture governative e siti militari. Testimoni oculari riferiscono di colonne di fumo nero alzarsi sopra la capitale. La televisione di stato iraniana ha confermato, ma non ha ancora fornito dettagli sull'entità dei danni o sulle vittime.

Con questo attacco, la soluzione diplomatica appare ora estremamente difficile.


Ognuno merita un giorno di quiete


"Ognuno merita un giorno di quiete, un giorno in cui i problemi tacciano, e nessuna risposta debba essere cercata. Ognuno di noi ha bisogno di allontanarsi dalle preoccupazioni che da noi non si allontanano mai."

 Maya Angelou

Il Pakistan dichiara guerra aperta all'Afghanistan; i talebani rispondono con i droni



Articolo da Wikinotícias

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Wikinotícias 

Il Pakistan ha lanciato attacchi aerei contro Kabul, Kandahar e altre città afghane giovedì sera (26), dopo aver dichiarato "guerra aperta" ai talebani. In risposta, il governo afghano ha affermato di aver utilizzato droni per bombardare installazioni militari pakistane a Islamabad, Nowshera, Jamrud e Abbottabad.

Secondo il Ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif, "La nostra pazienza ha raggiunto il limite. D'ora in poi, è guerra aperta tra noi e voi". L'esercito pakistano ha riferito di aver colpito 22 obiettivi militari e ucciso 274 combattenti talebani, oltre ad aver confermato la morte di 12 soldati pakistani. I talebani non hanno riconosciuto le cifre riportate.

Nella capitale afghana, esplosioni e sorvoli di aerei sono stati uditi per oltre due ore. A Kandahar, considerata il quartier generale dei talebani, aerei pakistani hanno sorvolato aree vicine alla residenza della Guida Suprema Hibatullah Akhundzada. Anche alcuni civili sono rimasti feriti, compresi i rifugiati al valico di Torkham.

Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha dichiarato che l'Afghanistan condurrà "operazioni offensive su larga scala" al confine in risposta alle violazioni militari pakistane. Nonostante le rappresaglie, il governo afghano ha dichiarato la sua volontà di risolvere il conflitto attraverso il dialogo.

Contesto

Le relazioni tra i due Paesi si sono deteriorate negli ultimi mesi. Dopo i sanguinosi scontri dell'ottobre 2025, che hanno causato oltre 70 vittime, il confine è rimasto praticamente chiuso. I tentativi di cessate il fuoco mediati da Qatar, Turchia e Arabia Saudita sono falliti.

Il Pakistan accusa l'Afghanistan di ospitare militanti responsabili di attacchi sul suo territorio, tra cui un attacco a una moschea sciita a Islamabad in cui sono morte 40 persone. I talebani negano tutto e sostengono che le loro operazioni siano puramente difensive.

Reazioni internazionali

L'Iran e la Cina si sono offerti di mediare il conflitto. Il governo iraniano ha dichiarato la sua disponibilità a "facilitare il dialogo", mentre le autorità cinesi hanno invitato alla calma e alla moderazione per evitare ulteriori spargimenti di sangue.

Alleati storici nel conflitto.

Il Pakistan è stato uno stretto alleato dei talebani fin dagli anni '90, ma le relazioni si sono deteriorate dopo la ripresa del potere da parte dei talebani nel 2021. Il riavvicinamento diplomatico dell'Afghanistan con l'India e le azioni del gruppo Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), accusato di aver compiuto attacchi sul territorio pakistano, hanno intensificato le tensioni.

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Fonte: Wikinotícias

Autori: vari

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Articolo tratto interamente da 
Wikinotícias


28 febbraio 1940 – Ad Arsia, allora in Italia (ora in Croazia) avvenne un incidente nella miniera locale ove morirono quasi 200 minatori, e altrettanti furono i feriti che morirono nei giorni successivi



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il disastro di Arsia fu un incidente minerario verificatosi il 28 febbraio 1940 ad Arsia in Istria all'epoca territorio italiano, oggi in Croazia, dove a causa di un'esplosione verificatasi ai livelli 15, 16, 17 e 18 della miniera di Arsia che sprigionò un'ondata esplosiva morirono 185 persone e rimasero intossicate circa 150 persone.[1]

Si tratta della più grave tragedia mineraria della storia d'Italia.[2]

Tra i deceduti si distinse per eroismo il minatore triestino Arrigo Grassi al quale fu conferita postuma il 29 settembre 1940 la medaglia d'oro al valor civile con la seguente motivazione "In occasione del grave scoppio avvenuto nella miniera carbonifera dell’Arsa, che causò la morte di molti operai, penetrava ripetutamente, sprovvisto di maschera, nelle gallerie invase da gas letali e, con tenace azione, riusciva a salvare dieci minatori. Accortosi infine che un suo compagno mancava all’appello, scendeva di nuovo nella zona pericolosa; ma trovava la morte accanto a colui che aveva voluto salvare. Esempio mirabile di generoso, indomito ardire. Arsa (Pola), 28 febbraio 1940."[3]

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