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lunedì 23 febbraio 2026

CCNL metalmeccanici: tra aumenti insufficienti e flessibilità crescente



Articolo da Senza Tregua

La vertenza per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per i lavoratori metalmeccanici ha animato gli scioperi e i picchetti operai degli ultimi due anni. Questa trattativa ha un peso politico enorme nel nostro Paese: il CCNL metalmeccanico norma le condizioni lavorative di un milione e mezzo di lavoratori italiani, impiegati nelle industrie e nelle piccole e medie imprese, dei settori automotive, siderurgia, impiantistica, aerospazio, difesa ed energia.

Oltre ad essere un settore strategico della manifattura italiana, il comparto metalmeccanico esprime l’avanguardia storica della classe operaia italiana. Il settore metalmeccanico, che nel 2022 ha generato l’8% del Pil nazionale, 45% delle esportazioni e il 6,2% dell’occupazione, è quello che produce buona parte della ricchezza e quello che attraverso la conflittualità che esprimevano gli operai è riuscito a strappare fondamentali vittorie e conquiste sindacali, diventando un punto di riferimento per altri settori di lavoratori nel formulare le proprie rivendicazioni.

Dopo un anno di scioperi e mobilitazioni, si è arrivati alla firma di un’ipotesi di rinnovo; se confrontata con la piattaforma dei confederali votata dai lavoratori in assemblea nel 2024, è evidente l’insufficienza e l’incongruenza tra i contenuti dell’accordo e i reali bisogni ed esigenze di chi lavora in fabbrica.


L’IPOTESI DI ACCORDO

La piattaforma proponeva un aumento di 280 euro lordi mensili al livello C3, spalmati su tre anni di vigenza contrattuale, la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore a parità di salario, l’aumento del welfare integrativo a 250 euro, e generiche richieste di migliorie inerenti alla formazione, alla sicurezza sul lavoro, agli strumenti per la conciliazione vita-lavoro. Tali rivendicazioni non hanno trovato riscontro nell’accordo, con un mero aumento pari a 205 euro sul livello C3 (progressivo per gli altri livelli), spalmato in quattro anni, nessuna reale proposta di riduzione dell’orario di lavoro, ma anzi il consolidamento della flessibilità, della precarietà, e del potere unilaterale delle imprese.

Fin dal principio, si è evidenziata l’indisponibilità da parte delle associazioni padronali, che hanno proposto una “contro-piattaforma” che mirava a smantellare elementi fondamentali del Contratto Nazionale: nessun aumento salariale strutturale e al massimo un incremento del welfare contrattuale a 400 euro; la sostituzione degli scatti di anzianità con “elementi di continuità professionale”, per ridurre gli automatismi sui passaggi di livello; l’elemento perequativo legato alla produttività; e ancora una maggiore gestione aziendale dei permessi annui retribuiti.

I forti limiti di questo contratto collettivo al ribasso sono in parte intrinseci alla condotta concertativa delle dirigenze di FIM, FIOM, e UILM, che ormai si accontentano delle briciole concedendo d’altro canto sempre di più alle imprese, invece di rilanciare la lotta per ottenere avanzamenti sostanziali.
In particolar modo è con il Patto per la Fabbrica, accordo siglato tra sindacati confederali e Confindustria il 9 marzo 2018, che si stabiliscono precisi paletti per la contrattazione collettiva, che di fatto mantengono il congelamento dei salari reali, impediscono di portare a casa aumenti significativi e scaricano sulla contrattazione di secondo livello (quella aziendale) la possibilità di ottenere risultati veri, indebolendo il peso del CCNL nella tutela delle condizioni lavorative dei lavoratori metalmeccanici.

È di fatto col Patto per la Fabbrica e in seguito con lo scorso CCNL metalmeccanico che si rafforza l’indice IPCA-Nei nella definizione degli aumenti sui minimi tabellari: si tratta di un meccanismo ad appannaggio padronale, che misura l’inflazione ma depurata dai costi energetici importati. L’incremento complessivo sul livello C3 (e ricalibrato sugli altri livelli) di 205 euro, distribuito in quattro anni, di cui una quota già “anticipata” nel periodo di vacanza contrattuale, dimostra chiaramente che con questo modello non si tengono in conto l’inflazione reale e l’aumento del costo della vita che negli ultimi anni ha colpito e continua a colpire i lavoratori. Viene sì aumentato il valore nominale dei salari, ma non quello reale visto che i costi degli affitti, delle bollette, dei beni essenziali sono in continua crescita.

Nell’ipotesi d’accordo sparisce il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ed anzi si rafforza l’uso dell’“orario plurisettimanale”, in cui formalmente la media di ore lavorate arriva a 40, ma si permette alle aziende di gestire i picchi produttivi comprimendo o allargando le ore di lavoro, arrivando fino a 48. Ciò si traduce in maggiore flessibilità per le imprese, che potranno imporre lo straordinario e orari di lavoro in base alle esigenze produttive, per gestire al meglio l’andamento della produzione, scaricando i costi sui lavoratori.

Un altro elemento peggiorativo è la concessione di ulteriori due giornate di permessi annui retribuiti all’azienda, che può dunque programmarli per le chiusure collettive e in funzione delle esigenze organizzative. In questo modo uno strumento di tutela, quello dei PAR, un diritto individuale del lavoratore di assentarsi dal luogo di lavoro, diventa sempre più uno strumento di controllo e pianificazione delle esigenze del padronato.

Sul terreno della precarietà, si introduce un percorso che legittima e normalizza il lavoro precario, specialmente per i lavoratori in somministrazione e in staff leasing; in particolar modo viene stilata una serie di causali che consentono il prolungamento dei contratti a tempo determinato da 12 mesi a 24 mesi. Questo percorso riconosce una maggiore continuità dopo lunghi periodi nello stesso luogo di lavoro, ma la cosiddetta “stabilizzazione” non coincide necessariamente con l’assunzione diretta in azienda: spesso si traduce semplicemente in un tempo indeterminato con l’agenzia, mantenendo quindi quella separazione strutturale tra lavoratori “interni” ed “esterni” che la piattaforma sindacale voleva ridurre. È certamente apprezzabile che si metta per la prima volta un limite allo staff leasing, che con il nuovo contratto potrà durare massimo 48 mesi: ciò non implicherà automaticamente l’assunzione diretta del lavoratore. Il tentativo è quello di mettere una pezza alla precarietà e instabilità lavorativa, ma non si va a toccare il meccanismo che la produce.

Sul fronte della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, non emergono nuove misure che incidono realmente sui ritmi, sugli appalti o sulla responsabilità delle imprese. Qualche formazione e “break formativo” in più non sono una risposta sufficiente agli oltre tre lavoratori che ogni giorno vengono uccisi nei luoghi di lavoro, per massimizzare i profitti padronali.
Il resto del contratto si muove nella stessa direzione: piccoli aggiustamenti, qualche spazio in più alle rappresentanze, ma nessuna inversione di rotta sull’equilibrio generale. Rispetto alla piattaforma votata dai lavoratori — che era comunque molto minima nelle richieste — il risultato appare quindi più come l’ennesimo compromesso al ribasso che come una conquista.


UN ANNO DI LOTTA

La mobilitazione per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici si apre il 12 novembre 2024 con la rottura del tavolo: Federmeccanica respinge la piattaforma sindacale e presenta una contropiattaforma, spingendo FIM, FIOM e UILM a proclamare 8 ore di sciopero, con blocco degli straordinari e delle flessibilità. Nei mesi successivi la protesta si articola in scioperi a singhiozzo o a scacchiera, per fabbriche, per reparti e persino per singole linee. Vengono indette giornate nazionali di lotta: il 28 marzo 2025 con otto ore di sciopero con cortei in tutta Italia, seguita da ulteriori scioperi ad aprile. La vertenza segna un salto di conflittualità diffuso soprattutto nei principali poli industriali come Genova, Milano, Torino, Padova e Bologna.

Si arriva quindi in estate allo sciopero nazionale del 20 giugno, con grandi manifestazioni in tutta Italia. Durante questa giornata, più di 10.000 metalmeccanici bolognesi bloccano la tangenziale per 4 km, sfidando il decreto sicurezza e le provocazioni del Governo Meloni. Quell’azione di lotta ha imposto al governo di correre ai ripari, chiamando sindacati e padronato a un tavolo a Roma, per sollecitare Confindustria a riprendere la trattativa. La ripresa della trattativa avviene infatti il 2 luglio e lo stato di agitazione viene di fatto sospeso, dopo più di un anno di mobilitazione e quaranta ore di sciopero totalizzate dai lavoratori.

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Fonte: Senza Tregua

Autore: 
Angelo Panniello e Martina Limosani

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Articolo tratto interamente da Senza Tregua


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