Articolo da Effimera
…in modo che le cose presenti
ci offendono, le future ci minacciano;
et così nella morte si stenta, nella vita si teme
Niccolò Machiavelli (Epistola della peste, Roma, 2019, pag. 52)
Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco, visiting professor presso la Columbia University di New York, fu invitato a tenere una lezione-conferenza in sede e lesse un testo scritto appositamente per l’occasione, divenuto subito celebre: Eternal Fascism: Fourteen Ways of Looking at a Blackschirt. Dopo la prima edizione a stampa pubblicata dal mensile New York Review of Books seguirono numerose traduzioni, fra cui quella italiana del 1997, attualmente in commercio con La nave di Teseo, senza più l’originaria suddivisione in capitoli. Al momento di indicare le 14 Characteristics del fascismo, Eco premette che esiste un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istituti oscuri e di insondabili pulsioni e a queste, non al fascismo storico, egli intende fare riferimento, in spirit of this fuzziness (confusione sfocata, l’autore è un vero maestro nell’uso dei vocaboli, la traduzione è un problema!). Mancano nell’elenco elaborato (credo volutamente) riferimenti economici, sociali, giuridici, tecnici, istituzionali. Inoltre tiene ad avvertirci a scanso di equivoci: sono 14 caratteristiche presenti anche in other Kinds of Despotism or Fanaticism.
Nell’aprile del 1995, al tempo della prolusione di Eco, il Presidente degli Stati Uniti era (dal 1993) il democratico Bill Clinton, che aveva sconfitto il repubblicano Bush e sarebbe rimasto in carica per due mandati. In Italia Umberto Bossi aveva ritirato la fiducia al primo governo Berlusconi, e primo ministro fu nominato Lamberto Dini, con il sostegno del PDS e della Lega, definita da Massimo D’Alema una costola della sinistra. Il governo, per prima cosa, decise la riforma delle pensioni, con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e un con un conseguente taglio notevole del percepito. I neofascisti erano tornati all’opposizione, dopo una breve esperienza di potere durante il primo esecutivo Berlusconi. Nel gennaio del 1995 si tenne il XVII congresso di scioglimento del M.S.I., con la svolta di Fiuggi, la nascita di Alleanza Nazionale, il riconoscimento formale della Costituzione e perfino una sia pur prudente dichiarazione di “antifascismo”; la diciottenne Giorgia Meloni si trasferì dal nostalgico Fronte della Gioventù alla neonata Azione Giovani, assumendone ben presto la presidenza, primo gradino di una lunga carriera politica. Questo era il quadro in cui si collocava Eternal Fascism, un quadro da tener presente per comprenderne la genesi e il contenuto. In Europa e negli Stati Uniti il fenomeno della destra c.d. populista era ancora minoritario, riguardava segmenti di malessere sociale legati alla crisi dell’industria manufatturiera tradizionale, alla caduta del Muro e alla dissoluzione dell’URSS, alle conseguenze del processo di precarizzazione, all’incremento della povertà, alla crescente presenza di manodopera immigrata. Solo in Italia, unica eccezione, la destra neofascista, dopo essere stata sdoganata (ma non era mai stata isolata per davvero, era una presenza costante nelle istituzioni burocratiche e militari) aveva ottenuto posti di governo nazionale grazie al ciclone elettorale connesso all’ingresso in campo di Silvio Berlusconi. C’era un grande interesse dell’Occidente democratico (socialista e liberale), nel 1995, a comprendere come era stato possibile e il perché.
Trent’anni dopo
A trent’anni di distanza, in una situazione geopolitica profondamente mutata, a fronte di una transizione che ha lasciato traccia profonda e provocato notevoli trasformazioni, il terrore del fascismo, come progetto del capitale e come realtà distopica in arrivo, è entrato a far parte del nostro vivere quotidiano. E il pensiero corre a rievocare lo scritto di Eco, inteso quasi come una profezia, l’intuizione di ciò che si andava preparando sotto i nostri occhi. Di fronte al fascismo il contrasto, la resistenza, l’opposizione non può che chiamarsi antifascismo; e, come il fascismo anche l’antifascismo ha una sua storia, i suoi protagonisti, le sue strutture organizzate, le sue forme di lotta. Ma se quello che ci troviamo di fronte fosse altra cosa da quello che (politicamente, istituzionalmente, economicamente, militarmente, socialmente) per combatterlo chiamiamo fascismo non andremmo ad incappare in ciò che i giuristi chiamano aberratio ictus (colpire un destinatario diverso da quello cui miriamo)?
Other Kinds
Umberto Eco, semiologo, curava con attenzione la scelta di ogni vocabolo con cui componeva i concetti di ogni singola frase. Non scrive per caso che le 14 insondabili pulsioni caratteristiche di ogni fascismo emergente (e tuttavia tali da non poter essere irregimentate in un sistema), oltre a comparire spesso separatamente in ogni singola loro collocazione, possono essere presenti, ciascuna o tutte, anche in altre specie (Kinds) di dispotismo (dispotism) o di fanatismo (fanaticism). L’elenco delle 14 caratteristiche ci viene offerto in uso come fosse una cassetta degli attrezzi, un sensore, un fascism detector che ci avvisa di un possibile insorgere di questa nebulosa di istinti oscuri. Perché, si chiede Eco, nel biasimare con forza un comportamento o un atteggiamento prepotente e aggressivo, si grida fascist pig? E di rado invece compare un porco nazista o un porco falangista? Perché, risponde, il fascismo storico italiano costituì una confusione sgangherata in cui si consolidò una confusione strutturata sul piano istituzionale; ma proprio questa debolezza filosofica (intendo filosofia del diritto e dottrina dello stato) è quella che consente al fascismo di rimanere oggi più rappresentativo del nazismo, la cui ideologia si andò dissolvendo insieme al regime sconfitto nella seconda guerra mondiale. La voce “fascismo” della Treccani (scritta dal Gentile) mostra un sistema statuale diverso da quello che Carl Schmitt aveva delineato per Hitler. Oggi il nazismo è a sua volta oggetto di riabilitazione in Germania, come il falangismo in Spagna, e vedremo il come e il perché. Ma nel 1995 l’unico pig che toccava un cuore polemico era quello fascist, valeva per un prepotente, per un omofobo, per un razzista, per un fondamentalista religioso, per chiunque aggredisse la libertà degli altri. E in un diverso quadro politico-sociale il termine prevale, riassume, come scriveva Eco, il rifiuto di una cultura prevaricatrice, di un modo di sentire, di pensare, di agire. Ma si parla di rapporti nella società, non di istituzione giuridica statuale complessiva, legislativa, esecutiva, giudiziaria; quella è altra cosa.
Le 14 caratteristiche
Elenchiamo sinteticamente le 14 caratteristiche del fascismo individuate da Umberto Eco, così da intendere subito quanto esse compaiano anche in altri generi dispotici o fondamentalisti; sono una cartina di tornasole che rende visibile un modo fascista di pensare, sentire o agire, ma non sono una sua esclusiva e va rimosso il potenziale equivoco fuorviante. 1) Culto della tradizione (con un sincretismo che mescola Tolkien, Evola e Gramsci). 2) Rifiuto del modernismo (irrazionalismo e anti-illuminismo). 3) Culto dell’azione (disprezzo del culturame). 4) Ogni disaccordo è un tradimento. 5) Paura del differente, xenofobia, razzismo. 6) Sobillazione delle classi medie impoverite dalla crisi e frustrate. 7) Nazione come identità sociale e ossessione del complotto, nemici interni ed esterni in agguato. 8) I nemici sono al tempo stesso forti e deboli, ricchi predatori ma destinati a perdere. 9) Vivere per lottare, guerra permanente, pacifismo come collusione con il nemico. 10) Disprezzo per i deboli, elitismo di popolo. 11) Culto della morte, eroismo, vocazione al martirio. 12) Rifiuto della castità e dell’omosessualità, armi come gioco fallico. 13) Populismo qualitativo, l’individuo deve rispettare la voce maggioritaria del popolo. 14) Neolingua, con sintassi elementare e lessico impoverito. Alcune annotazioni di Eco appaiono datate: ad esempio quale tipico nemico interno indica gli ebrei, di solito l’obiettivo migliore perché sono al tempo stesso dentro e fuori, mentre oggi il nemico interno in voga nell’Europa intera è piuttosto l’antisemitismo appioppato a chiunque azzardi una critica a Israele (stato o governo: non cale). Ma non cambia la sostanza del ragionamento di Eco, basta un aggiornamento di costume e di bersaglio comunicativo.
Fascismo e nuova articolazione del comando
A mio avviso lo scritto di Eco rimane valido ed utile ove lo si utilizzi per come è stato concepito: con riferimento a un modo di pensare, di sentire, di agire, di abitudine culturale. Il fascismo storico – inteso come assetto economico, lavorativo, sociale, istituzionale – non torna e non può tornare, né qui, né altrove nel mondo. Il Decreto del Duce n. 853 del 20.12.1943 affermava che lo stato fascista o è corporativo o non è. Nella nuova Repubblica Sociale trasferiva, più radicalmente, i principi già presenti nella Carta del Lavoro introdotta nel 1927, elaborazione di quella redatta a Fiume il 30 agosto 1920 dal sindacalista Alceste De Ambris (gli articoli 13 e 14 riguardano le corporazioni). Anche Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, sosteneva il corporativismo, inteso come un vero e proprio organo dello stato. L’idea era quella di governare il modo di produrre c.d. fordista sottraendolo alla lotta di classe, in contrapposizione al socialismo ma in concorrenza con la democrazia liberista; Mussolini ottenne il consenso sia delle imprese sia della Chiesa cattolica e instaurò la dittatura per annientare le organizzazioni socialcomuniste del movimento operaio (i liberali e i repubblicani così come i cattolici poco docili finirono nel tritacarne insieme a loro). Ma pur liberticida il fascismo aveva bisogno di consenso popolare e per ottenerlo doveva sfidare sul piano sociale il socialismo reale nato con la rivoluzione d’ottobre. Durante il fascismo l’industria di stato (in particolare l’IRI) si sviluppò in modo significativo, guidata da Alberto Beneduce, con operazioni di salvataggio delle imprese durante la crisi del 1929 (mediante acquisizione pubblica dei pacchetti azionari) e con separazione netta fra sistema bancario e sistema industriale. La siderurgia fu anch’essa presa in mano dallo stato fascista e affidata al legionario fiumano ebreo Oscar Sinigaglia, che potenziò l’ILVA a Bagnoli, Piombino e Cornigliano (estromesso con il varo delle leggi razziali fu poi richiamato nel dopoguerra). Il fascismo nazionalizzò l’acciaio, la democrazia lo privatizzò nuovamente, la destra attuale di Giorgia Meloni, nella nuova crisi dell’oggi, si pone in continuità e sintonia con i lib-lab europei, promuove una politica siderurgica antifascista! Per ottenere consenso il fascismo, nell’attuare le bonifiche, consegnò piccoli appezzamenti di terra a singole famiglie; convivevano così i vecchi latifondi e le nuove piccole proprietà agricole, i braccianti poveri antifascisti e un nuovo ceto proletario che ancora oggi, in provincia di Latina, non nasconde simpatie nostalgiche per Mussolini. Senza dimenticare l’edilizia popolare degli anni Trenta, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, il reticolato di organizzazioni sociali del regime (dalla GIL ai Littoriali della Cultura, alla GUF, ai Balilla). La dittatura garantiva con il bastone agrari e industriali che non si lasciava spazio al dissenso assicurando la continuità produttiva, ma al tempo stesso con la carota prometteva ai sudditi quieta stabilità e una sorta di prudente welfare nei servizi sociali, nel sistema pensionistico e sanitario. La piccola borghesia alle dipendenze dello Stato sonnecchiava consenziente nello stagno di una relativa agiatezza, forse non reale ma così percepita. Il corporativismo sindacale veniva presentato quale alternativa alla lotta di classe, tutti, servi e padroni, formavano la nazione, avevano la missione di proteggerla dal nemico (interno o esterno). Il nazionalismo e il colonialismo, nell’ultimo periodo affiancati dal razzismo e dall’impero (Libia, Etiopia, Somalia, Albania, Dodecaneso), costituivano il retroterra ideologico del consenso al regime. Pareva un impianto indistruttibile. La guerra mondiale dimostrò che non era tale.
La nuova articolazione del comando non è per nulla corporativa, non solo si guarda bene dal negare la divisione in classi, ma la accentua, la esalta, la impone. Promuove la condizione precaria generalizzata, e questa è incompatibile con la stabilità legata alla concezione corporativista. La nuova articolazione del comando combatte ogni ingerenza del capitale pubblico e dello stato, privatizza tutto, non si limita alla siderurgia, si estende all’energia, alle comunicazioni, all’armamento, perfino allo spazio in cui volano solo satelliti delle imprese private in lotta fra loro per il dominio del settore. Il precariato è una merce umana che si compra sul mercato, senza necessità di consenso dei singoli soggetti; la piccola borghesia va sparendo e rimane una forbice allargata che separa i ricchi dai poveri senza vie di mezzo. I primi sono sempre meno e sempre più ricchi; i secondi sono sempre di più, impoveriti, divisi in segmenti in lotta fra loro per sopravvivere. Non a caso è quasi sparita dalla scena politica l’antica destra sociale che costituiva la spina dorsale del MSI e della CISNAL (oggi trasformata in UGL, struttura più fiancheggiatrice della parte datoriale che corpo estraneo alle istituzioni). Il rancore più del corporativismo par essere il vero cemento che tiene insieme le variegate e variopinte strutture dell’ultradestra europee, tutte alquanto disinvolte quando si tratta di superare contraddizioni solo apparentemente irrisolvibili quanto a etnie, religioni, famiglie, orientamenti sessuali, trattati internazionali, guerre. L’importante è coltivare l’odio, il conflitto, la vendetta, la prevaricazione, l’umiliazione di un sottomesso.
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Fonte: Effimera
Autore: Gianni Giovannelli
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Articolo tratto interamente da Effimera
Immagine generata con intelligenza artificiale







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