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lunedì 16 febbraio 2026

Nel silenzio che ci abita: viaggio nei limiti della solitudine umana



Articolo da Etica-mente

Quali sono i limiti della solitudine umana? L’essere umano è solo, ma contemporaneamente inserito nella socialità. Allora, cosa accade all’interno della solitudine? Possiamo distinguere tra una solitudine che nutre e una che distrugge? Tra solitudine autocostruttiva e solitudine autodistruttiva?

La solitudine è il luogo in cui ciascuno è nel suo essere più autentico e si pone in ascolto del silenzio eloquente del proprio più autentico discorso interiore. Parlare di solitudine e silenzio dunque è difficile, in primis, perché, in entrambi i casi, questo ci chiama a compiere un’immersione nell’intimità umana; in secondo luogo, vi è un altro limite dato dal fatto che la solitudine è sempre mancanza, assenza dell’altro, dunque, implica in se stessa l’alterità. Proveremo a esplorare i limiti della solitudine umana, cercando di intrecciare un dialogo tra Ortega y Gasset, Kierkegaard e Pavese.

L’essere umano, radicale solitudine

Ortega y Gasset ne L’uomo e la gente sostiene che “la vita è intrasferibile […] La mia vita è, dunque, costante e ineludibile responsabilità di fronte a me stesso” (Ortega y Gasset, 1949, p. 173). In altre parole, ogni umano è condannato a scegliere, a prendere da solo le proprie decisioni di vita: nessuno, infatti, può sostituirci nel duro compito di vivere. Dunque, “la vita umana, essendo intrasferibile, risulta essere essenzialmente solitudine, radicale solitudine” (1949, p. 163).

Questa radicale solitudine che è l’uomo, tuttavia, non implica il supporre che esista solo lui come unica realtà. Nella sua radicale solitudine, l’uomo è solo, ma solo con le cose; e tra queste cose ci sono anche gli altri esseri umani. Pertanto, è insito proprio nella sua solitudine radicale che l’umano senta la mancanza di qualcuno, che avverta un’ansia non meno radicale di compagnia e si sforzi così di uscire da questa condizione di solitudine compiendo i più svariati tentativi. Uno di questi è l’amicizia, ma il più grande tra tutti è l’amore.

L’importanza degli altri

Come abbiamo accennato fin dall’inizio quella umana, dunque, è una vita caratterizzata dall’ “alternar” (1949, p. 205), ovvero dal fatto che ci alterniamo, siamo sempre uno dei termini della coppia unus et alter. L’alternarsi, inoltre, implica il fatto di tener conto dell’altro come di qualcuno che possa reciprocarmi, pertanto, la vita umana è una vita di inter-azione, una vita di relazione: alternarsi significa avere una “relación social” (1949, p. 205).

È opportuno tuttavia ricordare, come fa Ortega y Gasset, che quando ciascuno vive la sua vita nella società tende ad allontanarsi dalla sua realtà radicale. In altre parole, solo nella solitudine l’individuo è la sua realtà radicale, è la sua verità, mentre nella società tende semplicemente alla convenzione e alla falsificazione di se stesso (1949, p. 202).

Eppure, questo “me stesso sociale” che appare agli altri è invisibile a me. In tal senso, la percezione che io ho di me stesso non è poi così distante dalla percezione che io ho degli altri. Potremmo pensare allora che, al di là della nostra realtà radicale, noi siamo, in parte, altri per noi stessi, le vite degli altri esseri umani sono altro per noi e noi a nostra volta siamo altri per gli altri. Potremmo dire che in questa vita, ciascuno con-vive, anche, con questo altro che siamo noi stessi nella solitudine di questa ispida circostanza.

La solitudine dell’intellettuale

Nonostante il ruolo cruciale dell’altro nella vita di ciascuno, al di là del “me stesso sociale”, l’essere umano torna alla sua realtà radicale solo tornando alla sua solitudine. Questo è particolarmente evidente nella vita intellettuale o artistica: silenzio e solitudine sono nutrimento essenziale di pensieri, creazioni, opere d’arte e poesie. A tal proposito, Kierkegaard negli Atti dell’amore scrive: “Certamente il poeta ama la solitudine, egli l’ama per trovare nella solitudine la felicità perduta dell’amore e dell’amicizia spenta: come chi cerca un luogo oscuro per contemplare, con ammirazione, le stelle” (Kierkegaard, 1847, p. 293).

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Fonte: 
Etica-mente

Autore: 
Simona Lorenzano

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International

Articolo tratto interamente da 
Etica-mente


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