Articolo da Valori
Le fabbriche più “verdi” del mondo sono in Bangladesh. Ma dietro le certificazioni ambientali restano lavoro invisibile, salari bassi e diritti compressi
Diciotto delle venti fabbriche più “green” del Pianeta si trovano in Bangladesh. Un dato che sembra raccontare una storia di successo: il cuore della produzione globale di abbigliamento che si reinventa all’insegna della sostenibilità ambientale. Il Sud globale che guida la transizione, mentre il Nord certifica.
Eppure, basta fermarsi un attimo per cogliere la contraddizione. Il Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili alla crisi climatica, oltre a essere uno dei principali laboratori della fast fashion globale e uno dei luoghi dove i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori continuano a essere sistematicamente compressi. Ed è questa contraddizione che viene messa in evidenza nella ricerca “Fabbriche verdi, lavoro grigio” promossa da Fair, l’organizzazione che coordina la Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. Un’indagine nata dalla collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity che valuta l’industria dell’abbigliamento da cui si riforniscono diversi brand di moda che popolano le vetrine delle nostre città. Tra i quali Benetton, Decathlon, Fruit of the Loom, Gap, H&M, Hugo Boss, Ovs, Zara, Wrangler.
La ricerca prende in esame le fabbriche tessili certificate Leed in Bangladesh e lo fa ribaltando il punto di vista abituale per guardare alla sostenibilità con gli occhi di chi ogni giorno lavora in quelle aziende raccontate come fabbriche “green”.
Leed: come funziona la certificazione della sostenibilità globale
La certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design) è uno degli standard più riconosciuti a livello internazionale per valutare la sostenibilità degli edifici. Nata negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, si è rapidamente diffusa in tutto il mondo diventando uno strumento di legittimazione per imprese e istituzioni.
Il Bangladesh è un caso emblematico. Con oltre 240 fabbriche certificate, è il Paese con il maggior numero di stabilimenti Leed al mondo. Un primato spesso rivendicato dall’industria locale e dai marchi internazionali come prova dell’impegno ambientale del settore dell’abbigliamento.
Ma la ricerca “Fabbriche verdi, lavoro grigio” parte da un assunto: Leed misura gli edifici, non le filiere. Valuta l’efficienza energetica, la gestione dell’acqua, alcuni aspetti della qualità ambientale interna. Non impone l’uso di energie rinnovabili, non richiede un monitoraggio sistematico delle prestazioni reali nel tempo. E, soprattutto, non dice quasi nulla sulle condizioni di lavoro.
Dopo il Rana Plaza, una sostenibilità a metà
La corsa alla certificazione verde si è intrecciata con l’esigenza, da parte dell’industria dell’abbigliamento, di ripulire la propria reputazione. Dopo il crollo del Rana Plaza nel 2013, che ha causato oltre 1.100 morti, l’industria tessile del Bangladesh è finita sotto i riflettori internazionali. La pressione dell’opinione pubblica e l’attività di sindacati e organizzazioni internazionali per i diritti delle persone lavoratrici ha portato alla nascita di accordi vincolanti sulla sicurezza degli edifici e alla diffusione di audit e standard.
Interventi che hanno prodotto alcuni miglioramenti reali. Ma la ricerca mostra come la “svolta verde” si sia innestata su un modello rimasto sostanzialmente invariato: produzione just-in-time, compressione dei costi, forte asimmetria di potere tra marchi globali e fornitori locali. In questo contesto, le fabbriche Leed diventano soprattutto un fattore reputazionale per i brand: uno strumento per dimostrare conformità agli standard Esg senza mettere in discussione le logiche profonde del sistema di produzione di abbigliamento.
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Fonte: Valori
Autore: Claudia Vago
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Articolo tratto interamente da Valori







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