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martedì 10 febbraio 2026

Perché l’economia moderna distrugge il pianeta: la diagnosi di Jappe



Articolo da L’Anatra di Vaucanson

Pubblichiamo qui un’intervista rilasciata da Anselm Jappe alla rivista on-line “Marianne”, dove si parla del suo ultimo libro, Écologie ou économie, il faut choisir [it.: Ecologia o economia, bisogna scegliere], apparso in Francia per le edizioni L’Echappée nel novembre ‘25.

In questo testo, Jappe sottolinea la necessità di uscire radicalmente dal sistema sociale capitalistico in quanto, nei fatti, incompatibile con la vita sulla terra. A causa dell’imperativo della crescita infinita e dell’accumulo monetario, il capitale non conosce limiti, e non può che condurre alla devastazione della natura e del corpo sociale, all’interno di questa logica niente più che funzioni da sfruttare per l’aumento del capitale stesso.
Rimane aperta, ancora una volta, la questione del “che fare”, o forse, meglio ancora, del “come fare”, e in che direzione muoversi per uscire da questa impasse folle e criminale. La “semplicità volontaria”, a cui accenna Jappe nella parte finale di questa intervista, potrebbe essere la strada maestra, o rischia di essere l’ennesimo cul de sac, che ci conduce nell’ennesima riserva indiana – sempre che ce lo permettano? Un passaggio “indietro” verso una vita più semplice apre veramente uno spiraglio di liberazione, o è tutt’al più una “ideologia dei ‘buoni sentimenti’ per sinistre disorientate”, per dirla con Robert Kurz? Occorre cioè soprattutto cambiare mentalità e guardare, per un futuro liberato dalla pazzia capitalistica, ad un percorso di sobrietà e rifiuto del consumo, magari insieme ad una critica all’ortodossia tecnologia, oppure è preferibile concentrarsi su “un nuovo paradigma di pianificazione sociale, oltre il mercato e lo Stato, il valore e il denaro”, sempre per riprendere il Kurz di poco prima? O, forse, le due cose insieme?
Risposte chiare e sicure a queste domande non ne abbiamo, e probabilmente è meglio così. Sarebbe il caso che fosse l’intelligenza collettiva a porsi questo tipo di questioni, e a trovare una soluzione che sappia aiutarci a dare una spallata a questa gabbia impazzita e inferocita che si chiama capitalismo. L’alternativa con ogni probabilità non esiste: la direzione presa da questa struttura sociale, questa sì parrebbe piuttosto chiara e sicura, è sfracellarsi contro un muro, non prima certo di aver ridotto il mondo in rovine e il corpo sociale alla disperazione.
Buona lettura.

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Anselm Jappe : “L’economia capitalistica è strutturalmente cieca rispetto alle conseguenze e agli effetti secondari che produce
-intervista a cura di Kévin Boucaud-Victoire, originariamente pubblicata il giorno 08/12/2025 sul sito “Marianne.net“-

Nel suo ultimo saggio, “Ecologia o economia, bisogna scegliere”, il filosofo Anselm Jappe spiega in che modo la conservazione del sistema economico attuale è incompatibile, a suo avviso, con la salvaguardia delle condizioni della vita sulla Terra a lungo termine.
Capitalismo ed ecologia sono compatibili? Il dibattito infuria ormai da molti decenni. Per alcuni, un “capitalismo verde” è possibile, per altri il capitalismo, a causa della logica del “sempre di più” che gli è propria, è la causa della crisi ecologica.
Filosofo specializzato nel pensiero di Karl Marx, appartenente alla corrente della “Critica del Valore”, la quale opera una interessante rilettura di certe categorie del pensatore comunista (come il “valore”, la “merce” o il “lavoro”), Anselm Jappe fa parte dei secondi. In
Economia o ecologia: bisogna scegliere, spiega come la salvaguardia della vita sulla Terra esiga soluzioni radicali, che la maggior parte dei movimenti attuali non prende in considerazione.

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Marianne: Tu identifichi l’economia con il capitalismo… Perché?

Anselm Jappe: Se per “economia” si intende il semplice fatto che l’essere umano deve attivarsi per trarre dalla natura quello che gli serve per vivere, si tratta di una ovvietà che non richiede particolari precisazioni. Se invece si comprende l’“economia” come una sfera separata della vita, dove si tratta soprattutto di moltiplicare la produzione, nello specifico le somme di denaro investite, scollegando questa produzione da altre sfere della vita, quali il gioco, il rituale, la vita comunitaria e familiale, e abolendo ogni limite morale, religioso o di coesione sociale alla ricerca del profitto, allora l’economia è un fatto piuttosto recente: nasce essenzialmente nel XVIII secolo, in concomitanza con la rivoluzione industriale.

Ormai la sfera produttiva non esiste per servire scopi altri da sé, come in tutte le società precedenti, ma è diventata il centro dell’esistenza, e ad essa sono subordinati tutti gli altri aspetti. È dunque stato il capitalismo a trasformare l’economia da funzione ausiliare a fine supremo della società. Quasi tutte le forme di pensiero moderno hanno partecipato alla definizione dell’uomo come homo oeconomicus, persino il marxismo. Sono state piuttosto la storia e l’antropologia a mostrare il carattere storicamente eccezionale dell’“orrore economico”, come lo definiva Rimbaud.

M.: In che cosa questo sistema è incompatibile con l’ecologia?

A.J.: In una società basata sull’economia – dunque, nel capitalismo – la produzione stessa non ha altra funzione che quella di trasformare il capitale investito in una somma maggiore, grazie al lavoro produttivo inteso nel senso del capitalismo. Come si raggiunga questo fine, non ha importanza: che si producano giocattoli o bombe, dipende solo dal valore e dal plusvalore che rappresentano, dunque dal profitto realizzato. Ma non si tratta, come spesso si pensa, di una questione morale. I capitalisti non agiscono come agiscono perché sono persone malvagie, accecate dall’avidità (anche se questo evidentemente ci può stare), ma perché l’onnipresente concorrenza li costringe a massimizzare i profitti e ridurre al massimo i costi. L’economia capitalistica è strutturalmente cieca rispetto ai contenuti della produzione, alle sue conseguenze, ai suoi effetti secondari.

Essa ha dovuto talvolta fare delle concessioni alle esigenze del “materiale umano” – alla forza-lavoro – quando questo ha saputo difendersi. Ma le basi naturali della vita non hanno dei veri e propri difensori, e sono le prime ad essere sacrificate quando la competizione fra imprese, fra settori dell’economia e fra Stati rende la redditività a breve termine il solo criterio. Per lungo tempo si è voluto credere che lo Stato, come istituzione, fosse capace di contenere questa guerra perpetua nel campo economico. Ma si vede ora come gli Stati si trovino in una situazione di dipendenza strutturale verso l’economia, fosse solo perché lo Stato, se non incassa le imposte, non è più niente.

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Fonte: L’Anatra di Vaucanson

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Articolo tratto interamente da 
L’Anatra di Vaucanson


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