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sabato 28 febbraio 2026

Spinetta Marengo: fermare l'eterno per salvare il futuro



Articolo da Citta` Futura on-line

Dai veleni eterni alle macchine immortali: chi paga il prezzo del progresso?

C’è un bambino che cresce a Spinetta Marengo, una piccola frazione alla periferia di Alessandria. Va a scuola, gioca nel cortile, beve acqua dal rubinetto. Nel suo sangue, invisibili e inodori, si accumulano da anni i PFAS — i perfluoroalchilici, noti alla scienza come forever chemicals, sostanze chimiche eterne che non si degradano mai. Né nell’ambiente. Né nel corpo umano.

A pochi chilometri da quel cortile, lo stabilimento Syensqo — ex Solvay, ex Montedison — produce da decenni queste sostanze. L’unico impianto ancora attivo in Italia. Tra il 2007 e il 2023 ha emesso oltre 2.800 tonnellate di gas fluorurati, pari al 76% delle emissioni nazionali di quella categoria. Alcuni report giornalistici lo hanno definito il sito più contaminato da PFAS in Europa.

Ora spostiamo lo sguardo. In una fabbrica di Tokyo, un robot umanoide cammina lungo un corridoio, raccoglie un pacco, lo sistema su un nastro trasportatore. Si muove in uno spazio pensato per l’uomo: usa le nostre scale, apre le nostre porte, maneggia i nostri strumenti. Non è l’operaio che si adatta alla macchina. È la macchina che si adatta all’operaio.

Due immagini. Due idee opposte — apparentemente — di ciò che significa progresso. Eppure qualcosa le accomuna. Qualcosa che vale la pena esaminare con attenzione, e con urgenza.

Il corpo come contenitore del progresso

Tutta la storia industriale del Novecento è stata la storia di corpi umani costretti a sincronizzarsi con la macchina. Taylor cronometrava i gesti degli operai. Ford li trasformava in ingranaggi. Il corpo dell’uomo era una risorsa produttiva: misurabile, ottimizzabile, sostituibile.

A Spinetta Marengo questa logica ha assunto una forma ancora più radicale. I corpi dei cittadini non sono stati solo messi al servizio della produzione: sono diventati il contenitore involontario dei suoi scarti. I PFAS si depositano nei tessuti, nel sangue, nelle generazioni future. Il territorio è stato trattato come una risorsa sacrificabile. Il segreto industriale ha impedito per decenni alla popolazione di sapere cosa respirava, cosa beveva, cosa portava nel sangue. Solo un ricorso al TAR Piemonte ha strappato all’azienda e alla Provincia di Alessandria i dati che avrebbero dovuto essere pubblici da sempre.

Il robot umanoide nasce con una promessa opposta: liberare il corpo umano. Sottrarlo ai compiti pericolosi, ripetitivi, usuranti. La macchina va nei luoghi tossici. La macchina fa i movimenti logoranti. Il corpo dell’uomo smette di essere consumabile.

L’innovazione è sempre una scelta culturale

Marshall McLuhan diceva che il medium è il messaggio: ogni tecnologia porta con sé una filosofia implicita, un modo di vedere il mondo, una gerarchia di valori. I PFAS non erano inevitabili. Erano una scelta. Una scelta culturale prima ancora che industriale: il territorio come risorsa, la produzione come valore supremo, la salute dei cittadini come esternalità trascurabile.

La stampa di Gutenberg non ha solo diffuso libri: ha smantellato il monopolio culturale della Chiesa, ha reso possibile la Riforma protestante, ha reinventato il concetto di autorità. La rivoluzione industriale non ha solo creato fabbriche: ha ridisegnato la famiglia, il tempo, la città, l’identità di intere classi sociali. Ogni grande tecnologia è anche una grande trasformazione culturale. La questione è sempre la stessa: chi la governa, e nell’interesse di chi.

La politica assente: il vero veleno del nostro tempo

C’è un elemento che accomuna la vicenda di Spinetta Marengo e la rivoluzione in corso dei robot umanoidi, e che non riguarda né la chimica né l’ingegneria. Riguarda la politica. O meglio: la sua assenza.

Per decenni, mentre i PFAS si accumulavano nelle falde acquifere e nel sangue dei cittadini di Spinetta Marengo, la politica ha guardato altrove. Amministrazioni locali, regionali, nazionali hanno privilegiato i posti di lavoro garantiti dall’impianto, i gettiti fiscali, le convenienze elettorali. Hanno usato il segreto industriale come scudo. Hanno rimandato, minimizzato, taciuto. Non per ignoranza: per scelta. Una scelta di cui qualcuno dovrà rispondere — e non solo in sede penale.

Questo è il modello che rischiamo di ripetere con la robotizzazione. I governi di tutto il mondo stanno assistendo alla più rapida trasformazione del mercato del lavoro nella storia moderna — e la risposta politica è, nella maggior parte dei casi, il silenzio. Nessuna regolamentazione seria sull’automazione. Nessun piano strutturale per la riconversione professionale. Nessuna tassazione del lavoro robotico che possa finanziare la transizione sociale. Nessuna supervisione democratica sugli algoritmi che decideranno chi lavora e chi no.

I nostri governanti — con eccezioni rare e preziose — non sembrano rendersi conto di ciò che sta accadendo. O forse se ne rendono conto benissimo, e preferiscono non affrontarlo: perché regolamentare significa scontrarsi con i grandi capitali tecnologici, con le lobby industriali, con chi finanzia le campagne elettorali. È più comodo lasciare che il futuro accada da solo, e poi gestire l’emergenza quando esplode.

Ma le emergenze sociali, come quelle chimiche, non esplodono improvvisamente. Si accumulano. Silenziosamente. Per anni. E quando diventano visibili, il danno è già fatto. IbambinidiSpinetta Marengoporteranno iPFAS nel sanguepertuttala vita. Le comunità che perderanno il lavoro nella prossima decade non recupereranno quella perdita con la stessa velocità con cui i robot le avranno sostituite.

La politica non può continuare a inseguire il futuro quando è già passato. Deve anticiparlo. Deve scegliere. E deve assumersi la responsabilità di quelle scelte davanti ai propri cittadini. Questa è la funzione della democrazia. Questa è ciò che troppo spesso, oggi, non avviene.

I “PFAS sociali” della robotizzazione

I PFAS avvelenano lentamente, per accumulo, senza che la vittima se ne accorga subito. C’è qualcosa di inquietante nella somiglianza con certi meccanismi sociali che la robotizzazione massiva potrebbe innescare.

La disoccupazione strutturale derivante dalla sostituzione del lavoro umano con i robot rischia di funzionare allo stesso modo: un processo graduale, quasi invisibile, che impoverisce comunità intere prima che la politica riesca — o voglia — reagire. Il lavoro, in molte culture, non è solo reddito: è identità, appartenenza, dignità sociale. Toglierlo non produce solo disoccupazione: produce un vuoto di senso che nessun reddito universale può automaticamente colmare.

C’è poi la questione del potere. I robot umanoidi — Optimus di Tesla, Figure, Boston Dynamics, Agility Robotics — sono sviluppati da pochissime aziende con capitali enormi e nessuna reale supervisione democratica. Chi possiede i robot possiede la produzione. Gli algoritmi che li governano sono opachi e proprietari. La scatola nera tecnologica è il nuovo segreto industriale: diversa nella forma, identica nella funzione.

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Fonte: Citta` Futura on-line

Autore: Fabrizio Boschetto

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Articolo tratto interamente da Citta` Futura on-line


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