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sabato 21 febbraio 2026

Gaza e Cisgiordania: la crisi umanitaria dietro il vuoto di notizie



Articolo da Centro Studi Sereno Regis

Ormai ci siamo abituati ad essere invasi per un periodo da notizie sapientemente «dosate» su scenari mondiali scelti ad hoc e poi abbandonati come se fossero stracci da buttare, come il silenzio su Gaza e la Cisgiordania.

Non abbiamo dormito per mesi pensando alla totale distruzione nella striscia di Gaza, abbiamo sofferto vedendo la folla chiedere cibo e ottenere pallottole, avevamo  il cuore in gola vedendo le tende dei sopravvissuti allagate dalle piogge. Ora che il «piano di pace» è stato firmato abbiamo l’anima in pace ( come si suol dire)… possiamo guardare altrove. Così il «lavoro» si fa più tranquillamente.

Di chi sarà la Cisgiordania

Eppure non molto è cambiato: si muore anche adesso nella Striscia ma quel che è più grave è che  sta passando sotto traccia l’approvazione di una serie di misure che consentiranno agli Israeliani di acquistare senza quasi limitazioni terreni in Cisgiordania e poter condurre operazioni di controllo e demolizioni di abitazioni.

Il lavoro del colonialismo di insediamento è anche questo. Infatti è stata abrogata dal Gabinetto di Sicurezza una legge antecedente al 1967 che vietava di vendere i terreni della Cisgiordania se non ai residenti locali, quindi ai Palestinesi e un’altra che obbligava gli acquirenti a ottenere «un permesso di transazione» da parte del Ministero della Difesa.

Un’altra apparente innocua norma riguarda il catasto: finora il catasto era segreto per cui i possibili acquirenti non potevano raggiungere eventuali proprietari assenti. Da oggi invece il catasto sarà reso pubblico per cui sarà più facile contrarre atti di acquisto.

Inoltre l’autorità di controllo potrà abbattere insediamenti palestinesi se, secondo loro, danneggiano il patrimonio culturale, l’archeologia e l’ambiente, anche se i territori sono amministrati all’Autorità palestinese.

Ovviamente queste decisioni sono state prese dal Gabinetto di Sicurezza invece che dal governo al completo in modo da essere fuori dall’attenzione dell’opinione pubblica e rappresentano un ulteriore colpo al Diritto Internazionale, se ancora possiamo citarlo.

Come si legge in articolo dell’ISPI:

«A differenza di quelli messi in atto in passato, quello attuale pare un tentativo dichiarato di estendere il controllo israeliano sull’intera Cisgiordania in termini legislativi, pianificatori e di sicurezza».

E con il solito sistema mistificatorio di cui ci sta abituando la politica internazionale questa decisione viene mascherata come un’operazione antirazzista.

«l ministero degli Esteri israeliano ha poi affermato di aver corretto una “distorsione razzista” che “discriminava ebrei, americani, europei e chiunque non fosse arabo per quanto riguarda gli acquisti immobiliari in Giudea e Samaria»

In realtà altro non è che il proseguimento della volontà del governo israeliano di seppellire la possibilità della creazione di uno Stato palestinese.

Anche l’ONU ha dichiarato che queste decisioni sono una chiara violazione degli accordi di Oslo, secondo cui la potenza occupante non può modificare le leggi in vigore se non per motivi di sicurezza o che tutelano la popolazione locale.

Di fatto  verrà imposto ai Palestinesi un processo di «accertamento del titolo di proprietà fondiaria»: in altre parole ciascun proprietario palestinese dovrà produrre attestati che risalgono al periodo amministrativo giordano (1948-1967) e britannico (1920-1948). Ma soprattutto le vendite tra Palestinesi sono proseguite senza atti formali dopo la Guerra dei 6 Giorni quando Israele ha occupato i Territori palestinesi perché proibito dalle leggi vigenti e sono stati fatti affidandosi alle corti religiose. Questo significa che molti Palestinesi non potranno dimostrare di essere i legittimi proprietari delle terre dove vivono. Quindi le loro terre terre risulterebbero  del demanio.

A  nulla stanno servendo le proteste dell’Autorità Palestinese e di diversi Paesi arabi. Le condanne formali dell’Egitto, del Qatar, dell’Arabia Saudita sembrano più dichiarazioni «dovute» per non perdere la faccia piuttosto che reali prese di posizione in grado di intaccare il processo.

L’Europa tace, come ha fatto finora.


Autore: Rita Vittori

Licenza: Licenza Creative Commons

Articolo tratto interamente da 
Centro Studi Sereno Regis 


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