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sabato 21 febbraio 2026

Svolta nell’inchiesta sui "turisti del cecchinaggio": indagati i primi cittadini italiani



Articolo da East Journal

Sono già cinque le persone indagate dalla Procura di Milano per i cosiddetti Sarajevo Safari, l’orrenda vicenda legata alla guerra in Bosnia degli anni Novanta di cui abbiamo iniziato a preoccuparci solo trent’anni dopo.

La Procura di Milano ha aperto nell’estate 2025 un’inchiesta sul caso noto come Sarajevo Safari, dall’omonimo docufilm del regista sloveno Miran Zupanič del 2022 e da poco disponibile in streaming su OpenDDB con sottotitoli in italiano e in inglese. Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero coinvolti numerosi uomini – per lo più ricchi, stranieri e soprattutto influenti – che avrebbero pagato somme ingenti per potersi unire alle postazioni dell’esercito serbo-bosniaco durante l’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1995. Il loro scopo? Divertirsi. La guerra e la morte viste come un’esperienza di intrattenimento estrema, al pari del bungee jumping, con l’unica differenza che le vittime erano cittadini civili.

Il caso è stato aperto grazie al lavoro di Ezio Gavazzeni, giornalista e scrittore italiano che, nel corso delle sue investigazioni, è riuscito a raccogliere materiali e testimonianze determinanti, tra cui quella di Edin Subašić, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), uno dei primi a documentare il fenomeno. Le sue dichiarazioni, insieme ad altre testimonianze emerse nel tempo, hanno costituito una delle basi dell’attuale fascicolo giudiziario.

Gli sforzi di Gavazzeni non si sono rivelati vani: nel febbraio 2026 la Procura di Milano ha iscritto cinque persone nel registro degli indagati; anche se solo una di queste è stata finora identificata pubblicamente.

I primi indagati

Il 4 febbraio scorso la Procura di Milano ha avviato formalmente un’indagine per omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti nei confronti di un ex camionista ottantenne originario della provincia di Pordenone, sospettato di essere uno dei cosiddetti “cecchini del fine settimana”. Secondo quanto emerso, l’uomo si sarebbe vantato più volte, in contesti privati, di aver partecipato ai Sarajevo Safari e di aver sparato contro i civili durante gli anni di assedio della capitale bosniaca.

Il 9 febbraio, però, davanti ai magistrati, l’indagato ha negato ogni accusa, sostenendo di essersi recato in Bosnia esclusivamente per motivi di lavoro e di non aver mai preso parte ad azioni armate. La Procura contesta questa versione sulla base delle testimonianze raccolte e di altri elementi investigativi, che ora dovranno essere verificati nel corso dell’inchiesta. Durante una perquisizione nella sua abitazione, inoltre, i Carabinieri hanno rinvenuto sette armi legalmente detenute: due pistole, una carabina e quattro fucili. Le armi non sono considerate di per sé una prova del coinvolgimento nei fatti, ma sono state comunque acquisite agli atti come parte del profilo dell’indagato, che risulta essere un appassionato di caccia e simpatizzante dell’estrema destra.

Oltre a lui, l’inchiesta coinvolge altre quattro persone: tra queste un uomo di Trieste e uno residente a Milano, mentre altri indagati sarebbero riconducibili all’area del Friuli-Venezia Giulia. Trieste era infatti una delle città da cui partivano i pullman che trasportavano i “cecchini del fine settimana”, e non aiuti umanitari come volevano far credere. L’ipotesi degli inquirenti è che questi individui abbiano pagato intermediari locali per essere accompagnati sulle postazioni serbe intorno a Sarajevo e partecipare come “ospiti” all’assedio.

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Fonte: East Journal

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Articolo tratto interamente da East Journal


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