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sabato 28 febbraio 2026

Il virus della distruzione: la guerra come psicosi collettiva

 


Articolo da Rizomatica

Non c’è speranza nel voler sopprimere

le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra

Introduzione

Possono fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra. Va infatti sottolineato che, al di là delle motivazioni di ordine politico militare con le quali viene combattuta, siano esse di ordine difensivo piuttosto che offensivo, in ogni guerra sono sempre implicati moventi reali e moventi fantasmatici inconsci, che sebbene illusori, contribuiscono a innescarla.

Il parricidio arcaico

Se la guerra sul piano della realtà sembra essere endemica, essa lo è altrettanto sul piano dell’inconscio, con la differenza che in quest’ultimo le uccisioni rimangono su di un piano illusorio: «Nei nostri moti inconsci noi sopprimiamo ogni giorno e ogni ora tutti coloro che ci sbarrano la via e chiunque ci abbia offeso o danneggiato […] Così anche noi, considerati in base ai nostri inconsci moti di desiderio, altro non siamo, come gli uomini primordiali, che una masnada di assassini» (Freud, 2020, p. 59). Se, come pensava Freud, la storia primordiale dell’umanità è costellata di assassinii, quest’ultimi continuano a venir commessi quotidianamente nell’inconscio di ciascuno di noi.

Se l’uomo dei primordi commetteva questi assassinii senza alcun rimorso, arriverà però un momento in cui, per la prima volta, egli proverà quel senso di colpa che l’umanità, fin dai tempi più remoti porta su di sé. Senso di colpa che viene rappresentato dalle varie religioni come frutto di un peccato originale che Freud ipotizza affondi le sue radici in un tragico fatto di sangue. È quanto egli narra in Totem e Tabù (1912-13), libro nel quale ricostruisce la scena mitica dell’orda primitiva, nella quale troviamo un padre tirannico e geloso, che mantiene il monopolio assoluto sulle femmine e che allontana violentemente i figli, mano a mano che diventano grandi, escludendoli dal potere e dalle donne. Questo fino a quando i fratelli scacciati si alleano per uccidere il padre e divorarlo, ponendo così fine al suo dominio. L’ambivalenza dei sentimenti provati dai fratelli nei confronti del padre era tale però che essi lo odiavano in quanto «ostacolo al loro bisogno di potenza e alle loro pretese sessuali, ma lo amavano e lo ammiravano anche» (Freud 1989, p. 194). Quest’ambivalenza emotiva nei confronti del padre si declinerà concretamente nella sua uccisione, che soddisferà il loro odio e nella sua incorporazione, che soddisferà il bisogno di identificarsi con lui e di acquisirne la potenza. È da questa ambivalenza agita che sorgeranno il rimorso e il senso di colpa per l’uccisione del padre e da quest’ultimi quell’«obbedienza retrospettiva» che farà si che ciò che prima era proibito dal padre, i figli ora se lo proibiranno spontaneamente. Nella successiva fase totemica sarà perciò fatto divieto di uccidere il totem quale sostituto paterno e sarà imposta l’interdizione delle donne del clan (divieto dell’endogamia), diventate ora disponibili. Nel totemismo l’infrazione del tabù sarà possibile solo nella forma rituale del pasto totemico, nel quale l’animale totem verrà ucciso e divorato crudo, come rimemorazione rituale dell’uccisione del progenitore. Come sappiamo, per Freud, questo dramma collettivo arcaico, si ripete inconsciamente nella psiche di ogni individuo, nella forma del complesso di Edipo. I due tabù fondamentali del totemismo, non uccidere il totem (il padre), né unirsi alle donne del clan (le madri e sorelle), corrispondono infatti ai due divieti edipici. Il senso di colpa provato dai figli per l’uccisione del padre fa si che la legge di quest’ultimo venga da loro internalizzata. L’aggressività che prima i figli rivolgevano verso di lui, ora la rivolgono verso se stessi nella forma del senso di colpa.

In generale possiamo dire che nell’essere umano il senso di colpa risulta essere una forma di aggressività interiorizzata che si rivolge verso l’individuo come bisogno di punizione per l’azione compiuta. Detto in termini psicoanalitici, è una riflessione sullo stesso soggetto della sua pulsione di morte. Un arcaico parricidio sta perciò all’origine della legge morale interna, la quale nasce nel momento in cui l’aggressività, che prima era diretta dal soggetto verso l’oggetto, ora viene rivolta dallo stesso soggetto contro di sé. Dopo l’uccisione, il padre non è più un ostacolo fisico, ma diventa una presenza psichica interiorizzata, che giudica e controlla dall’interno: è questa la funzione di quello che Freud chiamerà Super-Io. Il padre ucciso è perciò il prototipo del padre del complesso edipico, l’interiorizzazione della cui figura, coincide con la nascita di questa istanza psichica e della coscienza morale. L’eresia freudiana è quella «di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno» (Freud 2020, p. 295).

La morte e il senso di colpa

Sempre indagando l’origine del senso di colpa, in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915), Freud analizza il comportamento nei confronti della morte dei popoli primitivi, equiparandolo a quello del nostro inconscio. L’uomo delle origini non crede alla propria morte, ma solo a quella del nemico che dispensa, come già scritto, senza alcun senso di colpa. Quest’ultimo nasce nell’uomo dei primordi solo di fronte alla morte di uno dei suoi prossimi, che egli ama ma allo stesso tempo è inconsciamente estraneo1 e odiato, e all’ambivalenza emotiva, di dolore e piacere, provata in quel momento, al «contrasto tra il dolore consapevole e la soddisfazione inconscia per la morte avvenuta» (Freud, 1989, p. 100). Freud ricorda come l’ambivalenza emotiva sia un’invariante dell’essere umano in quanto «a eccezione di pochissime situazioni, i nostri atteggiamenti amorosi anche più teneri e intimi contengono una qualche sia pur lieve componente ostile, suscettibile di provocare un inconscio desiderio di morte» (Freud 2020, pp. 60-61), e come sia da essa che emerge il senso di colpa.

Nel dolore provato per la morte di una moglie, un figlio o un amico, il primitivo apprende che egli stesso può morire, ma non volendolo accettare, «di fronte al cadavere della persona amata immaginò gli spiriti; e in quanto si sentiva colpevole per il senso di soddisfazione che si mescolava al cordoglio, questi spiriti divennero tosto demoni di cui si doveva avere paura» (Freud 2020, p. 55). Il primitivo proietta perciò la sua ostilità inconscia, che generava senso di colpa, sull’oggetto dell’ostilità stessa, ovvero sul defunto, che diventa perciò un demone. Nel tabù dei morti i demoni si svelano perciò come proiezioni di sentimenti ostili che il sopravvissuto nutriva inconsciamente nei confronti del defunto. I superstiti compiangono la persona defunta «ma essa è diventata, stranamente, un demone malvagio, pronto a rallegrarsi per le nostre sventure e ansioso di farci morire. Ora i superstiti devono difendersi da questo nemico malvagio. Sono sgravati dall’oppressione interna, come senso di colpa, ma l’hanno soltanto scambiata con un affanno che viene dall’esterno» (Freud 1989, p. 102).

Freud mette a confronto la reazione al lutto del primitivo come esperienza persecutoria con quella dei suoi pazienti psiconevrotici, che non di rado si ritengono responsabili della morte della persona amata, arrivando ad autoaccusarsi in maniera ossessiva e a vivere profonde condizioni depressive. E questo non perché il paziente l’abbia trascurata o abbia delle responsabilità nella sua morte, ma perché egli non era del tutto dispiaciuto e inconsciamente la desiderava. Di qui quel rimproverarsi ossessivamente. Freud sottolinea che «questa ambivalenza è – ora più ora meno – innata nell’uomo; normalmente non lo è tanto da far sorgere le autoaccuse ossessive descritte prima» (Freud 1989, p. 99). Se non fa sorgere le autoaccuse ossessive come nel psiconevrotico, l’ambivalenza però può generare in ogni individuo un senso di colpa, a prescindere dall’aver commesso realmente un atto ostile nei confronti dell’oggetto amato, ovvero avendolo anche solo fantasticato.

La medesima carica inconscia aggressiva che nel nevrotico viene deflessa su di sé, generando il vissuto depressivo del lutto, nel primitivo viene proiettata sul morto, dando origine a un’esperienza persecutoria, dalla quale egli si protegge tramite riti propiziatori nei suoi confronti. Nel mondo magico-religioso dei popoli primitivi, l’incapacità di tollerare il vissuto depressivo del lutto fa poi si che il sacrificio propiziatorio messo in atto da una tribù, tenda poi a venir spostato su di un’altra tribù, i sortilegi del cui sciamano, vengono ora ritenuti responsabili della scomparsa dei suoi membri. Da una prospettiva psicoanalitica possiamo affermare che in questi casi la componente pulsionale aggressiva presente nell’Es, viene scissa e proiettata al di fuori, sul defunto piuttosto che su di un’altra tribù, risolvendo in una modalità paranoidea, la dissonanza emotiva alimentata dal soggetto dell’inconscio.

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Fonte: Rizomatica

Autore: A. Marin


Articolo tratto interamente da Rizomatica 



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