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lunedì 23 febbraio 2026

Una "mutazione genetica" della giustizia? La svolta dell'estrema destra italiana verso il predominio esecutivo



Articolo da Transform! Europe

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Transform! Europe

La riforma della giustizia italiana segna un cambiamento significativo nell'equilibrio dei poteri, riducendo l'autonomia giudiziaria e aumentando il rischio di procedimenti penali selettivi nel contesto del dibattito europeo sulle garanzie democratiche.

Il 22 e 23 marzo 2026, gli elettori italiani si esprimeranno con un referendum confermativo sulla riforma della giustizia costituzionale promossa dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio. La riforma, approvata dal Parlamento ma senza la maggioranza richiesta dei due terzi, introduce una netta separazione tra giudici e pubblici ministeri e ristruttura il Consiglio superiore della magistratura. Si sviluppa parallelamente alla riforma elettorale e alla proposta di elezione diretta del Presidente del Consiglio, rientrando in un più ampio programma istituzionale perseguito dal governo di estrema destra del Primo Ministro Giorgia Meloni.

La riforma della giustizia promossa dal governo italiano non è un mero esercizio di ingegneria costituzionale, né una risposta neutrale alle inefficienze strutturali del sistema giudiziario. Al contrario, rappresenta un importante cambiamento politico, che incide direttamente sull'equilibrio dei poteri, sul rapporto tra Stato e cittadini e sulla possibilità stessa di esercitare un efficace controllo giurisdizionale sull'autorità pubblica. Per questo motivo, non può essere considerata una questione esclusivamente italiana: ciò che è in gioco riguarda la comprensione europea dello stato di diritto e la resilienza democratica degli ordinamenti costituzionali contemporanei.

Il governo italiano presenta la riforma come una misura "garantista", volta a rafforzare l'imparzialità della magistratura e a riequilibrare il rapporto tra accusa e difesa. Questa narrazione, tuttavia, appare in gran parte strumentale. In realtà, la riforma produce un risultato chiaro e coerente: riduce l'autonomia della magistratura e la rende più permeabile alle dinamiche politiche, in particolare a quelle dell'esecutivo. L'attuale governo italiano ha incontrato spesso resistenze giudiziarie. Ha tentato di "espellere" migranti irregolari in Albania, solo per essere bloccato da sentenze e provvedimenti emanati dalla magistratura indipendente. Importanti progetti infrastrutturali sono stati inoltre sospesi per non conformità con le leggi e i regolamenti nazionali ed europei. Membri del governo, tra cui il Primo Ministro Giorgia Meloni, hanno esplicitamente accusato i giudici di invadere la sfera politica. È in questo contesto che si inserisce la riforma della giustizia.

Dall'equilibrio giudiziario alla rottura istituzionale

Per comprendere la portata del cambiamento, è necessario partire da una caratteristica costituzionale fondamentale. In Italia, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordinamento giudiziario non per privilegio corporativo, ma per una deliberata scelta costituzionale compiuta all'indomani del fascismo. Il pubblico ministero italiano non è un avvocato accusatore nel senso anglosassone del termine, ma un magistrato soggetto alla legge e obbligato a ricercare non solo le prove di colpevolezza, ma anche quelle favorevoli all'indagato. Questo modello è stato concepito per evitare che l'azione penale diventi uno strumento nelle mani dell'esecutivo, come era accaduto durante il passato autoritario del Paese.

La riforma interrompe questo equilibrio introducendo una separazione costituzionale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, accompagnata dalla divisione del Consiglio superiore della magistratura e dall'istituzione di un'Alta Corte disciplinare separata. Formalmente, si sostiene che ciò migliori l'imparzialità giudiziaria. In pratica, tuttavia, crea un pubblico ministero strutturalmente distinto, progressivamente distaccato dalla cultura dell'aggiudicazione e maggiormente esposto a forme di controllo politico, dirette o indirette.

In Europa, la separazione delle carriere assume significati molto diversi da quelli evocati nel dibattito italiano. In Francia e Germania, ad esempio, i pubblici ministeri sono esplicitamente collocati all'interno del potere esecutivo e sono soggetti a direttive politiche. In Spagna, vi è una forte dipendenza gerarchica dal governo. In questi sistemi, tuttavia, la mancanza di indipendenza della pubblica accusa è compensata da altre tutele istituzionali e da un diverso ruolo assegnato ai giudici inquirenti. Importare selettivamente il modello di separazione senza le relative garanzie equivale a una forma di manipolazione giuridica.
Il modello emergente dalla riforma italiana è, sotto questo aspetto, profondamente anomalo. In un documento firmato da numerosi studiosi di procedura penale, si fa esplicito riferimento al rischio di una "mutazione genetica" del pubblico ministero, che verrebbe progressivamente ridotto a una funzione puramente repressiva. In questo senso, la riforma non diminuisce il potere della pubblica accusa; lo rende piuttosto più opaco, più concentrato e meno responsabile.

Potere dell'accusa e selettività politica

La questione centrale riguarda l'esercizio dell'azione penale. In Italia, solo il pubblico ministero può decidere se avviare o meno un procedimento penale. Se il pubblico ministero non interviene, il giudice non entra mai in scena e il sindacato giudiziario si blocca prima ancora di iniziare. In questo contesto, la separazione tra pubblico ministero e giudice consente, nel tempo, di introdurre una selezione politica dei reati da perseguire. Anche senza abolire formalmente il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, basterebbe introdurre criteri di priorità, vincoli organizzativi o pressioni indirette per orientare sistematicamente l'azione repressiva dello Stato.

Questo rischio non è teorico. Le dichiarazioni politiche che accompagnano la riforma rivelano una crescente irritazione per l'uso del diritto penale contro membri dell'élite politica ed economica, in particolare nei casi di corruzione, criminalità economica e abuso di potere. In un simile clima, il rafforzamento dell'esecutivo e l'indebolimento dell'autonomia giudiziaria producono un effetto prevedibile: la giustizia diventa meno rigorosa verso l'alto e più dura verso il basso.

È qui che la riforma rivela la sua dimensione più politica e più preoccupante, soprattutto per i movimenti di protesta e il dissenso sociale. Negli ultimi anni, in tutta Europa, il diritto penale è stato sempre più utilizzato come strumento per la gestione dell'ordine pubblico e il contenimento del conflitto sociale. Dalle proteste ambientaliste alle mobilitazioni contro le politiche economiche, il confine tra sicurezza e repressione è diventato sempre più labile. In questo contesto, una magistratura indipendente rappresenta una delle ultime garanzie contro l'uso selettivo e sproporzionato del potere penale.
L'indebolimento dell'indipendenza sia dei pubblici ministeri che dei giudici aumenta il rischio che il diritto penale venga applicato in modo asimmetrico: tollerante nei confronti delle condotte illecite del potere economico e politico e inflessibile nei confronti di forme di protesta che turbano l'ordine costituito.

Indebolimento dell’autogoverno giudiziario

La riforma incide anche sull'autogoverno della magistratura. La Costituzione italiana prevedeva un Consiglio superiore della magistratura unitario, non solo come garanzia di indipendenza, ma anche come organo competente a esprimere pareri sulle riforme procedurali. Questo organo ha storicamente svolto un ruolo di contrappeso ai governi, svolgendo una vera e propria funzione anti-maggioritaria.

È proprio questo organo a diventare la principale vittima dell'attuale riforma. Viene frammentato in tre consigli più piccoli e indebolito dall'introduzione del sorteggio. Presentato come rimedio contro il fazionismo, il sorteggio di fatto priva i magistrati del diritto di eleggere i propri rappresentanti, trasformandoli in funzionari amministrati piuttosto che in un potere costituzionale autonomo. Nel panorama europeo, non esiste altro potere costituzionale privato della rappresentanza democratica interna in nome di una presunta neutralità tecnica.

Questo meccanismo ha un chiaro effetto politico: indebolisce la capacità della magistratura di articolare una posizione collettiva e di resistere alle pressioni esterne. In un contesto di crescente conflitto sociale, una magistratura frammentata, isolata e internamente delegittimata è meno in grado di svolgere il suo ruolo di garanzia.

Un confronto europeo evidenzia ulteriormente la natura regressiva della riforma. Negli ultimi anni, in diversi Stati membri, la Commissione europea e la Corte di giustizia hanno rimproverato i governi nazionali per i tentativi di limitare l'indipendenza della magistratura, in particolare nell'Europa centrale e orientale. L'Italia rischia ora di muoversi in una direzione analoga, normalizzando una visione della giustizia come funzione amministrativa subordinata alla politica.

Ridefinire l'equilibrio di potere

Va inoltre sottolineato ciò che la riforma lascia deliberatamente intatto. Non affronta la questione della durata dei procedimenti, non investe nella digitalizzazione, non aumenta il personale e non migliora l'organizzazione dei tribunali. I problemi concreti del sistema giudiziario italiano restano irrisolti. Ciò conferma che il vero obiettivo non è l'efficienza, ma una ridefinizione degli equilibri di potere tra i poteri dello Stato.

La riforma della giustizia italiana non è quindi un adeguamento tecnico, né un allineamento agli standard europei. È una scelta politica che restringe gli spazi di controllo del potere, indebolisce la tutela dei diritti fondamentali e aumenta il rischio di un uso selettivo della repressione penale, in particolare contro i più vulnerabili e contro i movimenti sociali.


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Fonte: 
Transform! Europe

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Licenza: Licenza Creative Commons

Articolo tratto interamente da Transform! Europe


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