menù

venerdì 3 aprile 2026

Stato di eccezione permanente: Il lockdown energetico come nuovo modulo di governo



Articolo da La Fionda

La scena del crimine

Le condizioni per una nuova emergenza sistemica globale sono ormai tutte sul tavolo. L’escalation decisiva in Medio Oriente è iniziata a metà marzo con l’attacco israeliano alle infrastrutture energetiche iraniane, sostenuto dagli Stati Uniti – un attacco che viola i principi fondamentali del diritto internazionale riguardo alle infrastrutture civili. Questo evento si inserisce in un più ampio canovaccio di violenta aggressione che i media occidentali tendono ad oscurare, dimenticandosi per una volta dell’amato mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Lo stesso “asse del Bene” che il 28 febbraio scorso bombardava la scuola di Minab, nel sud dell’Iran – trucidando 165 bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni – colpisce ora direttamente il sistema energetico globale. Ciò che a molti commentatori appare come conseguenza indesiderata di una maldestra, oltre che criminale, campagna bellica, sembra in realtà l’obiettivo principale della guerra stessa.

Gli attacchi contro l’Iran minacciano di innescare uno tsunami macro-economico che potrebbe consegnarci la fotocopia dell’intervento monetario giustificato sei anni fa dal Covid. Perché, come vedremo, si tratta ancora una volta di mettere in salvo un settore finanziario iper-indebitato, tornato a criticità impossibili da sostenere con la sola politica monetaria. Mentre s’intensifica la competizione tra attori geopolitici, la crisi energetico-finanziaria è già in atto, e si configura come il pretesto ideale per un intervento pilotato. Si tratta, in altre parole, del tentativo di superare l’attuale disfunzione finanziaria gettando le basi istituzionali della sua prossima incarnazione. Come sempre, i meglio posizionati ne trarranno vantaggio – almeno nel breve termine – mentre gli altri ne subiranno le conseguenze.

Il Golfo si incendia

Il 18 marzo scorso, un attacco israeliano prende di mira South Pars, in Iran – il più grande giacimento di gas naturale al mondo. Nel giro di pochi giorni, Teheran risponde colpendo il complesso di Ras Laffan, in Qatar, cuore nevralgico del commercio globale di GNL, costringendo QatarEnergy a dichiarare lo stato di emergenza. Subito dopo sono le infrastrutture di raffinazione saudite e kuwaitiane a finire nel mirino, con gravi danni alla capacità di lavorazione petrolifera regionale. Contestualmente, Teheran annuncia di aver assunto il controllo formale del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Il transito è ora soggetto a ispezione e, in alcuni casi, a obblighi di pagamento in yuan. Il segnale è inequivocabile: il collo di bottiglia energetico più critico al mondo è preso in ostaggio.

Il petrolio come shock strategico

L’impennata dei prezzi del petrolio, insieme alla sua volatilità, è un’arma strategica a tutti gli effetti. Agisce come una pandemia senza virus – un Covid 2.0 – che mette in ginocchio le economie mondiali e, punto cruciale, fornisce una narrazione di copertura ideale a massicci interventi monetari. I segnali di cedimento dell’economia sono già evidenti non solo in Asia ma anche in Europa. In Germania, il collasso di decine di medie imprese energivore sta ridisegnando il volto del settore manifatturiero, con i costi energetici che restano tre volte superiori ai livelli pre-crisi. In Italia, il prezzo del gas continua a pesare come un macigno sul tessuto produttivo, mentre l’inflazione rialza la testa.

Sia chiaro: il conto del “salvataggio” prossimo venturo, come sempre, non verrà presentato ai mercati. Verrà invece pagato dal signor Rossi globale – attraverso l’erosione di salari e risparmi, la svalutazione delle pensioni, e il trasferimento di ricchezza verso l’alto. Il tutto incorniciato dalla retorica del necessario ripristino della stabilità. In questo senso, la crisi energetica che già si profila all’orizzonte – vera, presunta o ingigantita che sia – diventa uno shock macroeconomico paragonabile a quello dell’era pandemica, e le risposte politiche finiranno probabilmente per seguire una traiettoria molto simile.

L’intervento monetario

Come alcuni ricorderanno, durante l’emergenza Covid l’intervento monetario su larga scala iniziò prima che venissero imposti i lockdown. Nel settembre 2019, la crisi del mercato dei repo negli Stati Uniti costrinse la Federal Reserve a iniettare nel mercato enormi dosi di liquidità attraverso aste giornaliere. Quando arrivò la “pandemia”, pochi mesi dopo, l’emergenza fornì la giustificazione politica per espandere drasticamente quelle stesse iniezioni. Non fu dunque il Covid a causare l’intervento della Fed – quell’intervento era pronto da mesi, e il virus lo legittimò.

Oggi, lo shock energetico innescato dall’aggressione all’Iran può svolgere un ruolo analogo. Destabilizzando i mercati – azionari e, in primis, obbligazionari – e minacciando una violenta recessione, quell’aggressione crea le condizioni affinché ampie risposte monetarie diventino sia politicamente accettabili che economicamente inevitabili. Come con il Covid, non si tratta di gestire una crisi: si tratta innanzitutto di metterla in moto.

Non ci vuole molto ingegno a capire che il programma nucleare iraniano non c’entra nulla, e che ormai le narrazioni dell’esportazione della democrazia contro l’asse del Male sono vuota tautologia. O qualcuno pensa che gli Stati Uniti abbiano aggredito un Paese sovrano e ucciso il suo leader spirituale senza accorgersi che quel Paese controlla lo stretto da cui proviene il 25% del petrolio mondiale? O che abbiano incautamente scommesso sull’ipotesi che un immediato cambio di regime fosse realmente possibile?

La guerra in Medio Oriente ha già avuto un impatto concreto e devastante sui mercati globali. I prezzi del gas europei sono aumentati del 30% in una singola sessione dopo gli attacchi al Qatar, spingendo la Commissione Europea a preparare misure di emergenza. Il Brent greggio è salito oltre i 110 dollari al barile, mentre si è aperto un divario storico di oltre 56 dollari tra il greggio di Dubai e i contratti swap (derivati) – un divario che a febbraio era appena di 90 centesimi – a testimonianza che il mercato cartaceo del petrolio si sta rapidamente disaccoppiando dall’offerta fisica.

Il ritorno della soppressione della domanda

Uno dei segnali più chiari di quanto velocemente questa crisi possa rimodellare le politiche monetarie arriva direttamente dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). Il 20 marzo 2026, l’IEA ha lanciato un appello senza precedenti: di fronte alla ‘più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale’ – con il transito attraverso lo Stretto di Hormuz ridotto ai minimi termini – ha invitato governi, imprese e famiglie di tutto il mondo ad adottare un decalogo di misure urgenti per ridurre la domanda di petrolio.

Le raccomandazioni, che non possono non ricordare i lockdown dell’era Covid, includono: lavorare da casa per almeno tre giorni a settimana (con una riduzione potenziale del 2-6% del consumo nazionale di carburante e fino al 20% per i singoli pendolari), ridurre i limiti di velocità in autostrada di almeno 10 km/h (risparmio stimato del 5-10% di carburante), limitare i viaggi aerei non essenziali, promuovere il car sharing e reintrodurre sistemi di accesso alternato alle auto nelle grandi città.

E non si tratta solo di raccomandazioni, perché i primi effetti si vedono già. A causa del raddoppio del prezzo del cherosene (jet fuel), che ha superato i 1.700 dollari per tonnellata metrica, migliaia di voli sono già stati cancellati. In India, l’80% delle aziende di ceramica del distretto di Morbi – cuore dell’industria manifatturiera locale – ha chiuso per le interruzioni nella fornitura di GNL, mentre il governo inizia a dirottare il gas dall’industria all’utilizzo domestico. In Pakistan, il governo ha imposto l’austerità energetica: una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, con il 50% del personale in smart working su base rotazionale. Le scuole sono state chiuse per due settimane e le università hanno attivato le lezioni online. Nelle Filippine, il 20 marzo è stato dichiarato lo stato d’emergenza energetico, e i dipendenti pubblici hanno ricevuto disposizioni per l’obbligo di settimane lavorative ridotte e lavoro da remoto.

Oggi la giustificazione ufficiale è la sicurezza energetica, sei anni fa la salute pubblica. Ma la logica è identica a quella delle politiche pandemiche: di fronte a uno shock sistemico, le autorità ricorrono a vincoli comportamentali su mobilità e consumi come strumenti di controllo macroeconomico. Di fatto, una logica di “pandemia senza virus” è già in fase di attuazione. Nel complesso, e al netto di estemporanee fluttuazioni dei mercati finanziari dovute in massima parte alle esternazioni schizoidi di Donald Trump, vi sono tutte le condizioni per un reset sistemico. Uno shock energetico in fase di escalation, lo sgonfiamento di una “bolla di tutto”, e una crescente crisi creditizia globale sembrano convergere verso un unico momento destabilizzante.

Continua la lettura su La Fionda

Fonte: La Fionda

Autore: 


Licenza: Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Italia


Articolo tratto interamente da 
La Fionda


Nessun commento:

Posta un commento

I commenti sono in moderazione e sono pubblicati prima possibile. Si prega di non inserire collegamenti attivi, altrimenti saranno eliminati. L'opinione dei lettori è l'anima dei blog e ringrazio tutti per la partecipazione. Vi ricordo, prima di lasciare qualche commento, di leggere attentamente la privacy policy. Ricordatevi che lasciando un commento nel modulo, il vostro username resterà inserito nella pagina web e sarà cliccabile, inoltre potrà portare al vostro profilo a seconda della impostazione che si è scelta.