C’è una parola che usiamo per addormentarci la coscienza: fatalità. Ma quando i dati dell’INAIL mostrano che nel 2025 le denunce di infortunio sfiorano le 600.000 unità, la fatalità non è più un alibi. È il risultato di scelte politiche ed economiche che hanno trasformato la sicurezza da diritto a costo da tagliare.
La flessibilità ci è stata venduta come opportunità, ma ha prodotto lavoratori spremuti, stipendi fermi da trent’anni e turni che logorano corpo e mente. E la stanchezza non è un dettaglio: è uno dei principali fattori di rischio.
Intanto il caporalato non è più confinato ai campi. Si infiltra nei cantieri, nella logistica, ovunque servano braccia che non fanno domande. Qui la sicurezza è un lusso e la dignità un ostacolo al ribasso dei costi.
E poi c’è la ferita più profonda: gli over 60 che muoiono a un passo dalla pensione. Abbiamo alzato l’età pensionabile fino a ritrovarci sessantenni sui ponteggi o alla guida di macchinari pesanti. Un morto su tre ha più di 60 anni. È un paradosso crudele: persone che dovrebbero essere a casa con i nipoti finiscono per perdere la vita mentre cercano di raggiungere una pensione che arretra sempre.
Parliamo di innovazione, ma non garantiamo il minimo indispensabile: tornare a casa la sera. La sicurezza non si costruisce con i post di cordoglio, ma con controlli veri, salari dignitosi e la volontà di mettere la vita delle persone davanti ai margini di profitto.
Perché nessuno dovrebbe mai morire per vivere!
Autore: Spartaco
Immagine generata con intelligenza artificiale







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