Gira sempre più forte, in certi ambienti politici e nel dibattito pubblico, l’idea di mettere sullo stesso piano fascismo e Resistenza come se fossero due tragedie perfettamente equivalenti. È un movimento culturale pericoloso, un tentativo velato di revisionismo storico che non va lasciato passare in silenzio.
Quando si parla così, si tolgono le basi stesse alla Costituzione, alla memoria collettiva e alla dignità di chi ha combattuto il nazifascismo.
Cosa fu davvero il fascismo
Il
fascismo non è stato solo “un regime autoritario tra tanti”. È stato
una dittatura che ha soffocato libertà, cancellato le istituzioni
democratiche, portato l’Italia in una guerra di aggressione e si è
alleata con il nazismo nella persecuzione ebraica e nel progetto di
sterminio.
Le
leggi razziali del 1938, le spedizioni coloniali sanguinose, i
tribunali speciali, la repressione brutale degli oppositori: la
storiografia è chiara, non ci sono dubbi sul carattere criminale del
regime.
E invece la Resistenza
La
Resistenza italiana nasce dopo l’8 settembre 1943, quando il Paese è in
frantumi, occupato dai tedeschi e diviso tra il governo del Sud e la
Repubblica di Salò. È un movimento di opposizione al nazifascismo che si
trasforma in vera e propria guerra di liberazione.
Sotto
la direzione del Comitato di Liberazione Nazionale, si uniscono
comunisti, socialisti, liberali, anarchici, democristiani, azionisti e monarchici,
tutti mossi dall’obiettivo comune di sconfiggere il nazifascismo e
levare l’occupazione tedesca.
Uomini
e donne, giovani e meno giovani, si organizzano in formazioni
partigiane, colpiscono retrovie naziste, preparano le insurrezioni,
affrontano deportazioni, torture, rastrellamenti, fino alla liberazione
delle città.
Perché equipararli è un errore storico e morale
Dire
che fascismo e Resistenza furono “due guerre civili uguali”, o che si
trattò solo di una guerra tra fratelli, cancella una verità
fondamentale: da una parte c’era chi difendeva una dittatura razzista e
un’alleanza con Hitler, dall’altra chi combatteva per libertà,
democrazia e Costituzione.
Anche
quando gli storici parlano di “guerra civile”, come nel caso di Renzo
De Felice, non stanno equiparando i termini sul piano morale, ma
cercando di analizzare la complessità del conflitto.
Il
rischio oggi è che il lavoro di quegli studiosi, complesso e spesso
equivocato, venga usato come copertura per slogan politici molto più
semplicistici e pericolosi.
Il legame tra Resistenza e Costituzione
La
Resistenza non è solo un capitolo di storia, è un pezzo di fondamento
della Repubblica. È la guerra di liberazione che ha aperto la strada
all’Assemblea Costituente, a una nuova Costituzione ispirata alla
democrazia, alla tutela dei diritti e alla proibizione del
riorganizzarsi del partito fascista.
Quando
Ignazio La Russa dice che “i valori positivi della Resistenza sono
nella Costituzione, la parola antifascista non c’è”, suona come una
specie di giochino linguistico che ignora il contenuto: la Costituzione è
nata dall’antifascismo, anche se il termine non compare come aggettivo.
E
quando lo stesso La Russa parla di “rifare l’omaggio anche ai caduti di
Salò” nel giorno della Liberazione, introduce una “pacificazione” che
diventa, di fatto, un’equiparazione simbolica tra chi ha combattuto il
nazifascismo e chi lo ha servito.
La “pacificazione” che cancella il fascismo
La
chiamano pietà, “pacificazione”, “riconciliazione”, ma nella pratica
spesso si traduce nel tentativo di normalizzare il fascismo, di renderne
accettabile il culto, di svuotare il 25 aprile del suo significato di
liberazione.
Non
si tratta di “ricordare tutti i morti” nel modo più generico possibile,
ma di non usare le vittime come pretesto per una memoria corretta e
manipolata.
Quando
si mettono sullo stesso piano i partigiani e i repubblichini di Salò,
si trasmette un messaggio preciso: che il fascismo è solo un’altra
storia fra le tante, e che criticarlo è questione di gusto più che di
dovere civile.
Perché essere antifascisti oggi
Essere
antifascisti oggi significa non solo alzare un muro contro le camicie
nere, ma rifiutare chiunque tenti di negare, minimizzare o
ridimensionare il fascismo come evento storico criminale.
Significa:
dire no a chi vuole commemorare con lo stesso pathos fascisti e antifascisti, come se stessero celebrando due tradizioni moralmente equivalenti.
difendere la memoria delle vittime del nazifascismo: ebrei, oppositori politici, deportati, civili delle stragi da ogni tentativo di trattativa della memoria.
ricordare che la Resistenza è al cuore dell’identità della Repubblica: chi vuole svuotarla, svuota la Costituzione dal piano della memoria e dell’immaginario collettivo.
Un appello chiaro e polemico
No, fascismo e Resistenza non si possono mettere sullo stesso piano.
Da una parte c’è un regime che ha schiacciato l’Italia in dittatura, guerra e complicità nell’Olocausto.
Dall’altra,
c’è un movimento che ha combattuto, pagato e spesso perso la vita per
liberare il Paese e aprire la strada a una democrazia costituzionale.
Dietro ogni tentativo di “livellare” queste due realtà c’è una precisa operazione politica: rendere il fascismo “accettabile”, “riconsiderabile”, “una parte della storia da difendere”. È un errore storico, un insulto alle vittime e a chi oggi continua a difendere un’Italia antifascista.
Autore: Spartaco
Immagine generata con intelligenza artificiale







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