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mercoledì 22 aprile 2026

No all’equiparazione tra fascismo e Resistenza: è revisionismo, non storia


Gira sempre più forte, in certi ambienti politici e nel dibattito pubblico, l’idea di mettere sullo stesso piano fascismo e Resistenza come se fossero due tragedie perfettamente equivalenti. È un movimento culturale pericoloso, un tentativo velato di revisionismo storico che non va lasciato passare in silenzio.

Quando si parla così, si tolgono le basi stesse alla Costituzione, alla memoria collettiva e alla dignità di chi ha combattuto il nazifascismo.

Cosa fu davvero il fascismo

Il fascismo non è stato solo “un regime autoritario tra tanti”. È stato una dittatura che ha soffocato libertà, cancellato le istituzioni democratiche, portato l’Italia in una guerra di aggressione e si è alleata con il nazismo nella persecuzione ebraica e nel progetto di sterminio.
Le leggi razziali del 1938, le spedizioni coloniali sanguinose, i tribunali speciali, la repressione brutale degli oppositori: la storiografia è chiara, non ci sono dubbi sul carattere criminale del regime.

E invece la Resistenza

La Resistenza italiana nasce dopo l’8 settembre 1943, quando il Paese è in frantumi, occupato dai tedeschi e diviso tra il governo del Sud e la Repubblica di Salò. È un movimento di opposizione al nazifascismo che si trasforma in vera e propria guerra di liberazione.
Sotto la direzione del Comitato di Liberazione Nazionale, si uniscono comunisti, socialisti, liberali, anarchici, democristiani, azionisti e monarchici, tutti mossi dall’obiettivo comune di sconfiggere il nazifascismo e levare l’occupazione tedesca.
Uomini e donne, giovani e meno giovani, si organizzano in formazioni partigiane, colpiscono retrovie naziste, preparano le insurrezioni, affrontano deportazioni, torture, rastrellamenti, fino alla liberazione delle città.

Perché equipararli è un errore storico e morale

Dire che fascismo e Resistenza furono “due guerre civili uguali”, o che si trattò solo di una guerra tra fratelli, cancella una verità fondamentale: da una parte c’era chi difendeva una dittatura razzista e un’alleanza con Hitler, dall’altra chi combatteva per libertà, democrazia e Costituzione.
Anche quando gli storici parlano di “guerra civile”, come nel caso di Renzo De Felice, non stanno equiparando i termini sul piano morale, ma cercando di analizzare la complessità del conflitto.
Il rischio oggi è che il lavoro di quegli studiosi, complesso e spesso equivocato, venga usato come copertura per slogan politici molto più semplicistici e pericolosi.

Il legame tra Resistenza e Costituzione

La Resistenza non è solo un capitolo di storia, è un pezzo di fondamento della Repubblica. È la guerra di liberazione che ha aperto la strada all’Assemblea Costituente, a una nuova Costituzione ispirata alla democrazia, alla tutela dei diritti e alla proibizione del riorganizzarsi del partito fascista.
Quando Ignazio La Russa dice che “i valori positivi della Resistenza sono nella Costituzione, la parola antifascista non c’è”, suona come una specie di giochino linguistico che ignora il contenuto: la Costituzione è nata dall’antifascismo, anche se il termine non compare come aggettivo.
E quando lo stesso La Russa parla di “rifare l’omaggio anche ai caduti di Salò” nel giorno della Liberazione, introduce una “pacificazione” che diventa, di fatto, un’equiparazione simbolica tra chi ha combattuto il nazifascismo e chi lo ha servito.

La “pacificazione” che cancella il fascismo

La chiamano pietà, “pacificazione”, “riconciliazione”, ma nella pratica spesso si traduce nel tentativo di normalizzare il fascismo, di renderne accettabile il culto, di svuotare il 25 aprile del suo significato di liberazione.
Non si tratta di “ricordare tutti i morti” nel modo più generico possibile, ma di non usare le vittime come pretesto per una memoria corretta e manipolata.
Quando si mettono sullo stesso piano i partigiani e i repubblichini di Salò, si trasmette un messaggio preciso: che il fascismo è solo un’altra storia fra le tante, e che criticarlo è questione di gusto più che di dovere civile.

Perché essere antifascisti oggi

Essere antifascisti oggi significa non solo alzare un muro contro le camicie nere, ma rifiutare chiunque tenti di negare, minimizzare o ridimensionare il fascismo come evento storico criminale.
Significa:

  • dire no a chi vuole commemorare con lo stesso pathos fascisti e antifascisti, come se stessero celebrando due tradizioni moralmente equivalenti.

  • difendere la memoria delle vittime del nazifascismo: ebrei, oppositori politici, deportati, civili delle stragi da ogni tentativo di trattativa della memoria.

  • ricordare che la Resistenza è al cuore dell’identità della Repubblica: chi vuole svuotarla, svuota la Costituzione dal piano della memoria e dell’immaginario collettivo.

Un appello chiaro e polemico

No, fascismo e Resistenza non si possono mettere sullo stesso piano.
Da una parte c’è un regime che ha schiacciato l’Italia in dittatura, guerra e complicità nell’Olocausto.
Dall’altra, c’è un movimento che ha combattuto, pagato e spesso perso la vita per liberare il Paese e aprire la strada a una democrazia costituzionale.

Dietro ogni tentativo di “livellare” queste due realtà c’è una precisa operazione politica: rendere il fascismo “accettabile”, “riconsiderabile”, “una parte della storia da difendere”. È un errore storico, un insulto alle vittime e a chi oggi continua a difendere un’Italia antifascista.

Autore: Spartaco

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Immagine generata con intelligenza artificiale


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