Articolo da Progetto Melting Pot Europa
«Restituire un nome non è stato solo un atto burocratico, ma un gesto umano e politico necessario a riconoscere chi è stato cancellato. Nominare significa anche ancorare i corpi alle loro storie, farne memoria, affermare presenze contro le assenze prodotte dall’ordine di frontiera» 1.
Nominare, come atto politico, è uno degli obiettivi di Memoria Mediterranea (MEM.MED), un’associazione che fornisce supporto alle famiglie delle persone migranti disperse o defunte nel tentativo di attraversare le frontiere, accompagnandole nelle procedure di riconoscimento dei corpi, di sepoltura in Sicilia o di rimpatrio nel Paese d’origine, e contribuendo alla costruzione di una contro-narrazione del fenomeno migratorio.
Nel rapporto sull’attività del 2025 leggiamo date e sigle di nomi (lasciati anonimi per rispetto della privacy, tranne se esplicitamente richiesto dalle famiglie) di persone decedute o scomparse nel tentativo di attraversare i confini: ognuna di loro porta con sé una storia, una vita, non solo interrotta ma anche invisibilizzata dalle politiche migratorie europee, le quali mettono in atto «una violenza che oltrepassa il confine e prosegue fino alla sepoltura» 2.
Per portarla alla luce, l’associazione ha documentato le difficoltà che ostacolano il ritrovamento e il riconoscimento delle persone decedute alle frontiere, la rimozione delle responsabilità istituzionali, l’abbandono nell’oblio delle famiglie in cerca dei propri cari 3.
Uno dei modi in cui la memoria di queste persone viene ulteriormente intaccata, infatti, è la gestione delle sepolture, che potrebbe essere un momento di elaborazione della perdita e invece diventa un altro veicolo di sofferenza.
Molto spesso le procedure sono estremamente lunghe e costringono i familiari ad attendere giorni e giorni mentre le salme dei loro cari sono abbandonate all’aperto in condizioni critiche 4, o seppellite in loculi a causa della mancanza di spazio.
Inoltre, se e quando i corpi ottengono una sepoltura, non viene rispettato in alcun modo il credo religioso, soprattutto nel caso delle persone musulmane, dal momento che in Sicilia mancano degli spazi dedicati, ad eccezione del cimitero di Messina, ormai saturo 5.
Anche nel caso di richiesta di rimpatrio della salma nel Paese di origine, comunque, le procedure sono lunghe e complicate e prolungano il dolore delle famiglie.
Come sostengono autrici e autori del rapporto, «è attraverso questa cancellazione sistematica che si tenta di neutralizzare il conflitto, sottrarre queste morti alla sfera politica e rendere accettabile l’inaccettabile» 6.
In questo modo, alla violenza materiale, di per sé sempre più diffusa nel regime di controllo delle frontiere, si aggiunge una violenza simbolica che investe le persone migranti perfino dopo la morte.
Come si legge alla voce disparu (scomparso) nel Contro-dizionario del confine, un glossario frutto del lavoro di ricercatori e ricercatrici dell’università di Genova e di Parma per comprendere il mondo delle migrazioni “dal basso”, il termine «non rimanda semplicemente all’assenza di una persona – morta o scomparsa senza lasciare tracce – rinvia piuttosto a una condizione liminale di scomparsa che sfida le categorie di vita e morte, producendo una sofferenza che è al tempo stesso individuale, familiare e sociale. […] Per le famiglie la battaglia per ritrovare i propri cari diventa anche una lotta contro l’ingiustizia di un mondo dove persino nella morte si applicano forme di discriminazione economica e razziale» 7.
Tutto ciò, comunque, non ferma la resistenza e il coraggio di chi cerca di opporsi a questo regime istituzionalizzato di violenza. Diverse mobilitazioni si sono succedute lungo tutto l’anno, anche grazie al supporto delle attiviste e degli attivisti di MEM.MED.
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Fonte: Progetto Melting Pot Europa
Autore: Maria Giuliana Lo Piccolo
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Articolo tratto interamente da Progetto Melting Pot Europa







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