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mercoledì 15 luglio 2026

Se Srebrenica non ci ha insegnato nulla



Articolo da DinamoPress

The lesson was Srebrenica, the test is Gaza, si legge su un muro a Mostar. Qual è il ruolo della memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, senza il sollievo della farsa?

Su una parete della città di Mostar, in Bosnia Erzegovina – famosa per il ponte romano distrutto dai bombardamenti durante l’assedio del 1993 – si legge una scritta: The lesson was Srebrenica, the test is Gaza.

In uno dei molti caffè arabi di Sarajevo, tra i turisti turchi, i baklava e le caffettiere in rame, campeggiano due cartelli. Il primo, dichiara a lettere cubitali: non devi essere musulmano per piangere per Gaza. Devi solo essere umano. Accanto, davanti all’inconfondibile rosa bianca e verde su fondo nero che si trova un po’ dappertutto nello stato, campeggia la scritta: Don’t forget Srebrenica.

Cosa significa ricordare Srebrenica al tempo di Gaza? Qual è il ruolo della memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, senza il sollievo della farsa?

È a queste domande che prova a trovare risposta R., uno dei curatori di una nuova esibizione permanente inaugurata nel 2025 nel museo della memoria di Srebrenica, un luogo maledetto della storia a due passi dalla frontiera serba.

Lì, trentuno anni fa, vennero massacrate quelle che, a oggi, sono stimate essere almeno 8320 persone – un numero in crescita e in divenire, aggiornato dalle incessanti ricerche di nuove fosse comuni che i miliziani hanno nascosto nel raggio di decine di kilometri. Un luogo ad altissima presenza musulmana che, durante la guerra del ‘95, era stato preso in carico dai caschi blu olandesi, incaricati di proteggere la popolazione locale da quella che si sarebbe rivelata una vera e propria pulizia etnica: queste persone, è bene ricordarlo nel generale lavacro della cattiva coscienza europea che si risveglia in occasione degli anniversari con cifre tonde, vennero invece lasciate sole.

Arrivo a Srebrenica poco meno di un anno fa, una mattina di inizio agosto del 2025, a quasi trent’anni esatti dal massacro. Il memoriale è silenzioso, eppure estremamente frequentato: una distesa di piccole lapidi bianche a perdita d’occhio, tutte uguali; un largo semiovale di marmo lucido restituisce, in ordine alfabetico, i nomi delle vittime: su alcuni di questi nomi, delle bambine hanno posato un piccolo fiore sgargiante. 

A pochi passi dal memoriale, attraversando una grigia area industriale in parte dismessa, si raggiunge una vecchia fabbrica di armi riconvertita, che ospita da alcuni anni un museo della memoria diviso in tre parti, che all’epoca della mia visita si apprestavano a diventare quattro, grazie all’apertura di una nuova esposizione permanente pensata per celebrare l’anno del trentennale.

Sulla porta del museo mi viene incontro R., un ragazzo di poco più di vent’anni: quando gli chiedo informazioni sul processo di apertura del museo, avvenuta del 2021, mi risponde sorridendo che all’epoca lui era al liceo. Ci metto poco, però, a capire come mai un ragazzo della sua età sia andato in cerca di questa storia: il padre di R. è uno dei (pochi) sopravvissuti al massacro, nel quale ha perso grossa parte della propria famiglia. Questa storia, di fatto, è la sua: non solo quella dei sopravvissuti, ma di una generazione successiva, che si è fatta carico del peso della memoria, quella memoria che, molto spesso, era insostenibile per i loro genitori. Da quando ha iniziato questo percorso lavorativo, mi dice, suo padre lo accompagna spesso al lavoro: arriva fin davanti alla porta dell’ex fabbrica di munizioni riconvertita in museo, ma non la varca mai, nemmeno una volta.

Aggirandoci per la collezione permanente, tra oggetti di vita quotidiana ritrovati nei boschi del massacro e pazientemente rimessi insieme dal lavoro del team museale – la celebre fila di scarpe rotte illuminate da una luce calda a rappresentare i passi dei sopravvissuti, con le ultime file in ombra a ricordare chi non ce l’ha fatta – un’ampia sessione audiovisiva riproduce a getto continuo le testimonianze di oltre cento sopravvissuti: uno dei lavori più importanti, mi racconta R., è stato trovarne così tanti che si sentissero in condizione di raccontare la propria storia.

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Fonte: DinamoPress

Autore: Carla Panico


Articolo tratto interamente da DinamoPress 


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