Articolo da Milano In Movimento
Forse si può. Forse è arrivato il momento, venticinque anni dopo.
Quei terribili giorni hanno segnato una generazione. Hanno riportato la paura tra chi manifestava, hanno mostrato l’orrore della violenza dello Stato e del capitale. La fotografia di Carlo Giuliani a terra, le immagini delle barelle che escono dalla scuola Diaz, i racconti delle torture di Bolzaneto appartengono alla memoria collettiva del nostro Paese e devono rimanerci. Dimenticare sarebbe complicità e vorrebbe dire dimenticarsi che fino a poco tempo fa c’era chi viveva nella limitazione della propria libertà personale per aver partecipato alle manifestazioni contro il G8.
Eppure, da qualche tempo, mi accompagna una domanda. Se il racconto e la denuncia di quelle violenze, se pur necessari, non finiscano anche per perpetuarne la forza intimidatoria e diventare anche ora una forma di disciplinamento. Se continuare a ricordare Genova soprattutto attraverso la repressione non rischi di continuare, suo malgrado, a produrre anche oggi quell’effetto di paura che la repressione cercava.
È da quando mi pongo questa domanda che penso sia arrivato il tempo di raccontare Genova 2001 partendo da altro. Dalla capacità visionaria con cui venne costruito il percorso che portò a luglio. Dall’enorme lavoro preparatorio del Genova Social Forum. Dall’internazionalizzazione del dialogo politico, quando reti provenienti da ogni continente riuscirono a riconoscersi dentro una critica comune al neoliberismo. Dalla meravigliosa convergenza fra culture politiche, associazionismo, sindacati, centri sociali, realtà cattoliche, movimenti ambientalisti, organizzazioni contadine e soggettività che fino ad allora avevano spesso camminato su strade parallele. Dalla cura con cui migliaia di persone costruirono relazioni, pratiche, sapere e immaginario molto prima che iniziasse il vertice del G8.
Ma allo stesso tempo mi domando se sia possibile fare questo senza cadere nella mitizzazione.
A venticinque anni di distanza è facile ripetere che “avevamo ragione”, che “avevamo previsto il futuro”, che “non avevamo sbagliato nulla”. Molte delle analisi elaborate allora si sono dimostrate straordinariamente lungimiranti. Ma poche settimane dopo, l’11 settembre, cambiò profondamente il quadro politico globale e anche il terreno dello scontro mutò più rapidamente di quanto chiunque potesse immaginare.
D’altra parte non conosco vite perfette, e nemmeno movimenti perfetti. È forse proprio nella capacità di interrogarsi sui propri limiti che un movimento continua a vivere e può ancora diventare uno strumento di crescita per chi viene dopo. Una memoria che non si fa autocritica rischia lentamente di trasformarsi in commemorazione.
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Fonte: Milano In Movimento
Autore: Andrea Cegna
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Articolo tratto interamente da Milano In Movimento








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