Angolo curato e gestito da Mary B.
Sunday Bloody Sunday è una di quelle canzoni che non puoi ascoltare “di sottofondo”. Ti prende, ti scuote, ti costringe a guardare in faccia una verità scomoda: la violenza non è mai solo un fatto di cronaca, è una ferita che resta nella storia e nelle persone.
Gli U2 l’hanno scritta pensando al Bloody Sunday del 1972, quando a Derry, in Irlanda del Nord, una manifestazione pacifica finì in tragedia. Ma il punto della canzone non è raccontare un evento: è ricordarci quanto sia assurdo e disumano che la politica, l’odio e le divisioni portino sempre allo stesso risultato, ovunque nel mondo.
La forza del brano sta proprio nella sua semplicità. Non fa retorica, non cerca eroi. Dice solo: “Com’è possibile che siamo ancora qui, a contare morti?”. È una domanda che vale ieri come oggi.
E forse è per questo che Sunday Bloody Sunday continua a parlare a tutti. Perché non è solo una canzone di protesta: è un grido di umanità. Un invito a non abituarci mai alla violenza, a non considerarla “normale”, a non voltare lo sguardo.
A volte basta una canzone per ricordarci che possiamo e dobbiamo: essere migliori.
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