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giovedì 29 gennaio 2026

L’aborto clandestino in Italia non è mai scomparso

+ 194 - 8 x mille - Foto Giovanni Dall'Orto, 7-June-2008 3


Articolo da Internazionale

Loredana, ha scoperto di essere incinta del compagno che la picchiava e ha deciso di interrompere la gravidanza, ma non sa come giustificare le assenze dal lavoro per le visite necessarie. In Italia bisogna quasi sempre farne almeno quattro: le analisi del sangue per confermare la gestazione, il primo colloquio con il ginecologo per il certificato, il ritiro del certificato dopo la “pausa di riflessione” di sette giorni prevista dalla legge 194, infine l’intervento se si sceglie l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) chirurgica o il ritiro della pillola se si sceglie quella farmacologica. A queste possono aggiungersi un’ecografia e un controllo, o altre visite in ospedale o in consultorio, soprattutto se nelle strutture pubbliche si incontrano obiettori di coscienza.

Alessia vive in Sicilia e possiede già un certificato per l’ivg, ma il suo consultorio di riferimento è chiuso per ferie e non prende appuntamenti fino al mese successivo. Per un trauma che ha avuto in passato, non vuole tornare in una sala operatoria e per questo ha scelto di abortire con la pillola abortiva RU486, ma nessun ospedale della sua città la fornisce.

Sade è una rifugiata che vive in un centro di accoglienza in Calabria, dove lavorano delle associazioni religiose. Ha subìto una violenza sessuale ed è rimasta incinta. Vuole interrompere la gravidanza, ma non sa come fare e teme che se parlerà col personale cercheranno di convincerla a tenere il bambino.

Queste tre donne (i nomi sono di fantasia per proteggerne l’identità) hanno deciso di interrompere la gravidanza, ma non riuscendo a farlo all’interno del sistema sanitario nazionale, per ottenere una pillola abortiva si sono dovute rivolgere alla rete internazionale di mutuo aiuto tra donne Women on web, che ha anche raccolto le loro testimonianze.

Leggi e sanzioni

Questi aborti sono considerati “clandestini” e, per la legge italiana, sono punibili con una multa che può arrivare fino a diecimila euro. L’Italia è infatti uno dei pochi paesi nell’Unione europea che prevede ancora delle forme di criminalizzazione nei confronti delle donne che abortiscono fuori dai limiti imposti dalla legge, e non soltanto per chi le aiuta o le obbliga a farlo come succede invece in Francia o nei Paesi Bassi. Alcuni paesi, come l’Irlanda del Nord e il Regno Unito, di recente hanno eliminato ogni forma di criminalizzazione verso le donne che abortiscono.

In Italia l’articolo 19 della legge 194/78 prevede sanzioni sia per chi “cagiona”, cioè causa, l’aborto senza l’osservanza delle modalità previste dalla legge con reclusione fino a sette anni, sia per chi interrompe la gravidanza. Fino al 2016 la donna che abortiva fuori dai limiti di legge commetteva un reato punito con una multa di 51 euro, che veniva applicata al termine di un procedimento giudiziario. Poi il reato è stato depenalizzato, e ora viene inflitta una sanzione amministrativa che in molti giudicano sproporzionata: nel 1978 (quando la legge è stata approvata) la multa prevista per la donna era di centomila lire, che oggi equivalgono a poco più di quattrocento euro, venticinque volte di meno.

Anche se pochi lo immaginano, la realtà dell’aborto al di fuori dei percorsi previsti dalla legge è ancora presente in Italia ed è lontana dalla rappresentazione che se ne fa. Nell’ultima relazione del ministero della giustizia emerge che i procedimenti penali per aborto in corso al 31 dicembre 2024 erano 211, con 296 persone coinvolte. Questi dati includono tutti i reati, come l’interruzione colposa o non consensuale di gravidanza, mentre la violazione dell’articolo 19 della 194, cioè l’ivg volontaria e consensuale, ma senza osservare le disposizioni di legge, sembra essere più rara.

Nel 2024 i nuovi procedimenti erano solo sette. Anche se per il ministero si tratta di un “fenomeno di dimensioni molto contenute”, secondo le ultime stime dell’Istituto superiore di sanità tra il 2018 e il 2019 si sarebbero verificati tra gli 11mila e i 27mila aborti illegali, cioè tra il 13 e il 27 per cento del totale delle interruzioni di gravidanza, ma questi casi non sono registrati dal ministero. Siccome non si tratta più di un reato, non esistono dati sul numero delle donne multate con la sanzione amministrativa.

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Fonte: Internazionale

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Articolo tratto interamente da Internazionale  

Photo credit G.dallorto, Attribution, via Wikimedia Commons


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