giovedì 23 febbraio 2023

23 febbraio 2010 – Ignoti riversano nel fiume Lambro 2.5 milioni di litri di gasolio e altri idrocarburi causando un disastro ambientale

Inquinamento Fiume Lambro


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Disastro ambientale del fiume Lambro è l'espressione impiegata dai mass media e dalla stampa per indicare un grave disastro ecologico ed ambientale avvenuto in Italia nei giorni tra il 23 ed il 27 febbraio 2010, causato dall'immissione dolosa di una ingente quantità di petrolio nel fiume Lambro, già da anni vittima di pesanti forme di inquinamento tali da farlo annoverare tra i corsi d'acqua più inquinati d'Europa.

Oltre al Lambro, anche il fiume Po venne interessato dal disastro e una piccola quantità di idrocarburi si riversò anche nel Mare Adriatico, senza tuttavia creare pericoli.

Il disastro ebbe origine alle 3:30[1] circa del 23 febbraio 2010, quando persone ignote, ancora oggi non identificate, entrarono nella fabbrica "Lombarda Petroli", situata a Villasanta, nella provincia di Monza e Brianza, una raffineria in disuso dagli anni ottanta, e svuotarono dolosamente, per motivi mai compresi, il contenuto di sette "silos" pieni di petrolio per abitazioni[2] e vari tipi di idrocarburi. La quantità di petrolio uscita dalla fabbrica era di circa 2,5 milioni di litri[3][4] (pari a circa 170 autocisterne), secondo una stima del direttore centrale ambiente della provincia di Milano Cinzia Secchi.

Il petrolio fuoriuscito dalle cisterne defluì nei terreni vicini alla raffineria e da lì si riversò nel condotto fognario.
Dalle fogne, il petrolio raggiunse in breve tempo il depuratore di "Monza - San Rocco", posizionato nei pressi del fiume Lambro.
Il petrolio, inizialmente, defluì in una vasca, ma dopo pochi minuti, a causa dell'enorme quantità riversata, esondò dalla vasca, finendo nel Lambro e scendendo verso valle trasportato dalla forte corrente del fiume, molto carico d'acqua a seguito delle piogge invernali. L'allarme fu lanciato verso le 5 del mattino di martedì 23 febbraio da un operatore del depuratore di Monza, che, insospettito dal malfunzionamento dei macchinari di depurazione, scoprì il petrolio.
In pochi minuti fu istituito un piano d'emergenza, atto a fermare, o quantomeno a mitigare, gli effetti di un disastro che si preannunciava di proporzioni mai registrate.
Una task force formata dai Vigili del Fuoco, dai volontari dalla Protezione Civile e dai tecnici dell'ARPA, con l'aiuto del corpo forestale dello stato, cominciò immediatamente ad installare lungo tutto il corso del fiume delle dighe galleggianti in grado di fermare il petrolio. Presso il centro del WWF a Vanzago cominciarono intanto ad essere portati tutti gli animali contaminati dal petrolio. Centinaia furono gli animali estratti dal Lambro morti oppure ancora vivi ed in gravi condizioni.[5]

Il petrolio nel mentre superò il primo sbarramento, giungendo intorno alle 16 a Melegnano.[6] Qui era previsto uno sbarramento fisso, creato per verificare lo stato delle acque del fiume, e quindi la task force decise di costruire il secondo sbarramento. Le chiuse dello sbarramento vennero alzate per consentire agli strati inferiori d'acqua, rimasti limpidi, di defluire, mentre il petrolio fermo in superficie fu aspirato in apposite autocisterne.

La quantità di petrolio era però enorme ed anche lo sbarramento di Melegnano cedette, consentendo alla marea nera di proseguire il viaggio e di giungere, intorno alle 20, a San Zenone al Lambro,[7] dove la task force, aveva costruito il terzo sbarramento, utilizzando una diga normalmente utilizzata dalla Enel per produrre energia idroelettrica dall'acqua del fiume stesso. Alla Diga di San Zenone, i vigili del fuoco e i volontari della Protezione Civile, con l'aiuto del Corpo Forestale, lavorarono duramente per tutta la notte per impedire che il petrolio potesse raggiungere il Po.

Gli sforzi risultarono però vani ed il petrolio proseguì la sua corsa.

In tarda serata la marea nera giunse a Lodi, inquinando i condotti agricoli, con gravissimi danni ambientali ed al raccolto.

Qui la task force creò un quarto sbarramento, utilizzando dei prodotti assorbenti per fermare il petrolio, ma anch'esso cedette e il petrolio continuò ad avanzare.

Verso le 6 del mattino di mercoledì 24 la marea nera arrivò a Sant'Angelo Lodigiano, sede dell'ultimo sbarramento prima dello sbocco del Lambro nel Po.
Per quanto la task force lavorasse duramente, gli idrocarburi superarono anche quest'ultimo sbarramento all'alba di mercoledì mattina,[8] raggiungendo il fiume Po al punto di confluenza, nel tratto piacentino del fiume. 

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Photo credit Laviflora : Lavinia Flora, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons


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