giovedì 16 febbraio 2023

Schiavi del lavoro




Articolo da La Fionda

Il tempo è denaro è un luogo comune, oramai proverbiale anche in Italia. Indagando sulle sue origini, partendo dalla sua accezione in lingua originale (Time is money), si può agevolmente risalire a un testo di Benjamin Franklin (Advice to a Young Tradesman), datato 1748, che esprime l’essenza stessa del capitalismo, oggi più che mai imperante. Il messaggio di fondo è di una chiarezza strabiliante: tutto il tempo che si sottrae al lavoro, inteso come strumento per arricchirsi, è tempo perso. Il vecchio uomo di affari consiglia, insomma, al commerciante più giovane di essere sempre operoso e di non sprecare tempo e, quindi, denaro: «chi ottiene tutto ciò che può onestamente e risparmia tutto ciò che ottiene (con esclusione delle spese necessarie) diventerà certamente ricco».

Ora è chiaro che anche tutto ciò che si può ottenere disonestamente (es. con traffici illeciti, praticati con o senza ricorso alla violenza; oppure, semplicemente, non pagando le tasse), diventa ricchezza che si può poi trasmettere “onestamente” ai propri eredi. Tuttavia, sul punto, è interessante notare come il liberalismo del ventunesimo secolo sembri avere completamente dimenticato la lezione di John Stuart Mill, che raccomandava, invero, l’impiego di una adeguata tassazione, proprio per «limitare l’accumulo di grandi fortune nelle mani di coloro che non le hanno guadagnate con l’impegno». In altre parole, l’accumulo di ricchezze per trasmissione ereditaria costituisce un problema anche per chi giustifica l’arricchimento con l’attitudine e la capacità individuale: se chi riesce a farsi valere onestamente sul mercato, accumulando grandi ricchezze, se le merita, è chiaro che lo stesso non si può dire dei suoi eredi, il cui “merito” è solo quello di essere nati in una famiglia ricca e in una società che permette l’accumulo delle ricchezze per generazioni successive. A maggior ragione, la trasmissione ereditaria pura e semplice delle ricchezze diventa un problema enorme in tutti quei casi in cui il cumulo di ricchezze non è, solo ed esclusivamente, il frutto dell’onesto lavoro del singolo individuo operoso, ma è la conseguenza di svariati tipi di sopruso.

Soprattutto, resta quasi sempre sottotraccia la domanda fondamentale: è vero che il merito dell’arricchimento sta tutto e solo nel lavoro del singolo e nel sacrificio della sua intera esistenza allo scopo di produrre ricchezza? O non è vero, al contrario, che le grandi ricchezze – anche quelle “create” dal cosiddetto self-made man – dipendono in larghissima misura dall’impiego delle energie vitali e del tempo di vita dei propri sottoposti? Sappiamo bene che Marx, ne Il Capitale, ha evidenziato con estrema chiarezza il contrasto insanabile tra chi compra la forza lavoro altrui, per metterla al servizio del proprio progetto di accumulo di ricchezza, e chi vende il proprio tempo di vita e le proprie energie psicofisiche in cambio di un salario monetario: il prolungamento smisurato della durata della giornata lavorativa, unitamente al pagamento della più bassa somma possibile, è lo strumento con cui il capitalista massimizza l’estrazione di valore dal lavoro di ciascuno dei suoi dipendenti. Ma, anche da un punto di vista liberale classico, come si concilia questo uso smodato del tempo e del lavoro altrui, con la massima kantiana «agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine, mai solo come mezzo»? Se il fine è quello di arricchirsi, come può mai essere giustificata l’estrazione di valore determinata da un orario di lavoro che si prende tutto o quasi il tuo tempo di vita, in cambio di un salario che a malapena ti permette di riuscire a sopravvivere?

Il lavoro rende liberi (arbeit macht frei), nella Germania nazista, divenne un’espressione di macabro sarcasmo, posta in bella vista sui cancelli di Auschwitz e di svariati altri campi di concentramento. Tuttavia, anche senza arrivare all’annullamento totale dell’essere umano nel lavoro coattivo che prelude allo sterminio, la libertà attraverso il lavoro è un concetto che ha realmente senso, sul piano sociale, solo se la libertà è il fine e il lavoro è il mezzo. In altri termini, il lavoro è strumento di emancipazione e di libertà se e solo se la scelta di usare tutto il proprio tempo di vita per lavorare (e provare ad arricchirsi) ha la stessa identica dignità di quella di chi, invece, non condivide minimamente l’assunto che non esista vita al di fuori del lavoro. Sappiamo che la trasmissione ereditaria dei patrimoni per generazioni successive crea assetti distributivi della ricchezza che sono largamente diseguali. Sappiamo, quindi, che esiste una minoranza di individui che ha i mezzi per organizzare le attività produttive. Sappiamo che questi individui comprano il tempo e le energie vitali di quella vasta maggioranza che deve necessariamente vendere la propria capacità lavorativa per guadagnarsi da vivere. Questi elementi oggettivi di squilibrio tra le posizioni delle parti rendono di fatto impossibile una contrattazione paritaria. Chi organizza l’attività lavorativa può benissimo pretendere di avere a disposizione i suoi sottoposti per sette giorni su sette e per 12 ore al giorno, senza ferie retribuite e senza nessuna garanzia in caso di eventi avversi (malattia, infortunio, vecchiaia, etc), al prezzo di un misero salario di sussistenza. Che cosa può fare la persona che ha bisogno di lavorare per vivere, se queste sono le condizioni di mercato e il lavoro da svolgere può essere svolto da chiunque? Certamente esistono particolari attività molto tecniche e molto specifiche, per le quali ci sono poche figure professionali e, in tal caso, ognuna di queste persone avrà un potere contrattuale maggiore, ma comunque non tale da ribaltare i rapporti di forza precostituiti. Però questi rapporti di forza esistono e sono il dato strutturale di cui ormai quasi non si discute più. Il potere gerarchico dell’imprenditore e i rapporti sociali che lo mettono al vertice della struttura produttiva sono una realtà che, nella stragrande maggioranza dei casi, azzera il potere di contrattazione individuale di ciascun lavoratore salariato. Solo la contrattazione collettiva e la forza della legge possono (provare a) riequilibrare questo potere, impedendo che diventi fonte di frequenti abusi e soprusi.

In una prospettiva costituzionalmente orientata, dunque, il lavoro salariato può essere senz’altro strumento di emancipazione, ma a determinate condizioni: a) un giusto rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro; b) una paga minima che garantisca a tutti un’esistenza libera e dignitosa; c) riposo settimanale e ferie annuali retribuite (art. 36 Cost.). Perché l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1 Cost.), certo! E il lavoro è un diritto ma è anche un dovere (art. 4 Cost.), verissimo. E, tuttavia, in ossequio a quei doveri di solidarietà politica, economica e sociale che sono indispensabili per garantire i diritti umani fondamentali (art. 2 Cost.), è compito precipuo della Repubblica cercare di realizzare anche la c.d. eguaglianza sostanziale, rimuovendo tutti quegli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono ai lavoratori di godere integralmente della propria condizione di liberi cittadini di uno Stato democratico (art. 3 Cost.). È appena il caso di ricordare che lo strumento principe per appianare le diseguaglianze è (e resta) la tassazione progressiva (art. 53 Cost.) che, con l’eventuale concorso di una adeguata tassazione delle rendite, permette di dare copertura a qualsivoglia intervento di spesa pubblica, nel pieno rispetto del principio di pareggio di bilancio (art. 81 Cost.). Se è vero, infatti, che l’adesione all’Unione Europea integra la normativa costituzionale con i principi dei trattati eurounitari, resta pur sempre vero che la  disposizione primaria di riferimento ha una formulazione inequivocabile: «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni» (art. 11 Cost.). Le limitazioni di sovranità sono, per tabulas, sempre paritarie e con finalità superiori di giustizia: pertanto non possono mai far recedere i diritti costituzionali previgenti e meno che mai i principi fondamentali del nostro ordinamento repubblicano. Questo significa, per intenderci, che l’iniziativa economica privata è libera, ma in ogni caso «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41 Cost.). Non c’è un primato dell’iniziativa economica privata nel nostro ordinamento. Non ci possono essere esigenze di mercato tali da giustificare condizioni di lavoro che non siano tali da garantire a tutti un’esistenza libera e dignitosa. Soprattutto, i cittadini di questa Repubblica, per norma di rango costituzionale, «hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria» (art. 38 Cost.).

Chiunque abbia un minimo di contezza della situazione economica e sociale di questo Paese, per come si è stratificata nel corso degli ultimi decenni, si renderà conto, a questo punto, dell’abisso che si è creato tra l’impianto di principi su cui si è fondata la Repubblica e le condizioni materiali di vita e di lavoro che affliggono sempre più larghi strati della nostra cittadinanza. Il lavoro povero e precario è una realtà documentata e in continua crescita. Dalle ultime rilevazioni Istat disponibili sappiamo che il numero dei disoccupati resta comunque altissimo: quasi 2 milioni, le persone attualmente in cerca di lavoro. Accanto a questi, in condizione di precarietà massima, si trovano gli oltre 3 milioni di lavoratori dipendenti, occupati con contratti a termine, e i circa 5 milioni di lavoratori autonomi, tutti formalmente liberi professionisti, ma con una quota non irrilevante di questi ultimi che spesso opera in situazioni di monocommittenza, ovvero in rapporti in cui la dipendenza economica dal singolo cliente (di solito un grande studio), finisce col fare emergere anche una sostanziale subordinazione gerarchica che lede – quando non cancella del tutto – il profilo di autonomia che dovrebbe invece caratterizzare il lavoro del professionista. Nelle scorse settimane, un caso di cronaca ha destato scalpore proprio perché una giovane ingegnera ha raccontato la sua vicenda professionale, in un video che è stato rilanciato anche dagli organi di stampa, facendo emergere un po’ di dati e di considerazioni che è opportuno, qui, analizzare brevemente. Il punto centrale della rivendicazione della collaboratrice con partita IVA del grande studio era questo: tu mi proponi 900 euro lordi al mese, quando mi puoi pagare benissimo i 1200/1300 che, poi, mi hai concesso nel momento in cui mi sono impuntata; l’operazione speculativa, insomma, ti riesce se e solo se trovi qualcuno che accetta senza contrattare e, delle volte, questa persona accetta subito non per disperazione ma perché si appoggia alla ricchezza della famiglia di origine. Si introduce così un ulteriore elemento ribassista, con l’aggravante etica della rinuncia alla chance concreta di farsi valere in sede di contrattazione (essendo appunto uno di quei contesti a bassa concorrenza) e con l’asticella dei trattamenti retributivi che si abbassa, così, anche a causa di questo tipo di comportamenti non solidali. Ma l’aspetto più interessante è il dato numerico: anche prendendo la soglia alta dell’asticella retributiva, il reddito annuo lordo di una professionista di un settore a bassa concorrenza come quello ingegneristico non arriva a 16mila euro. Chiaro che se questi sono i trattamenti retributivi e le chances concrete dei professionisti più qualificati, quando si passa, poi, ai settori ad alta concorrenza, per lavori che non necessitano di particolari qualifiche e abilità specifiche, le paghe scendono direttamente sotto la soglia di povertà e la difficoltà non è più soltanto quello di trovare un lavoro pagato dignitosamente ma proprio quella di riuscire a lavorare e con continuità. Il fenomeno del c.d. ghosting dei recruiter dà, in tal senso, un segno tangibile del livello bassissimo che abbiamo raggiunto: accanto ai proverbiali (e comunque poco corretti) “le faremo sapere” che cadono regolarmente nel vuoto, si registrano sempre più spesso casi di sparizioni degli ipotetici nuovi datori di lavoro, addirittura dopo svariati colloqui e prolungate e dettagliate trattative.

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Fonte: La Fionda


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Articolo tratto interamente da 
La Fionda



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