Articolo da Progetto Melting Pot Europa
L’Alto Adige e in particolare il suo capoluogo Bolzano non possono essere raccontati come un territorio “impreparato” alle migrazioni. Da almeno un decennio, a partire dal 2016, la provincia autonoma, e più ricca d’Italia, è un crocevia strutturale delle rotte migratorie europee: da sud arrivano persone che hanno attraversato il Mediterraneo, spesso con l’obiettivo di raggiungere altri Paesi dell’Unione; da nord tornano invece coloro che vengono respinti o “dublinati” da Germania e Austria, oppure persone in transito lungo l’asse che collega la rotta balcanica al corridoio alpino del Brennero.
Il Brennero, oggi trasformato in una posticcia cartolina alpina con un centro commerciale e qualche manciata di abitanti, è uno dei principali corridoi commerciali d’Europa, attraversato ogni anno da oltre 2 milioni di camion. Le merci circolano senza ostacoli, mentre i corpi delle persone migranti continuano a essere fermati, selezionati e respinti. Il confine non è scomparso: si è riconfigurato come dispositivo politico, aperto per il capitale e impermeabile per le persone.
Che si tratti dell’esercizio del diritto di scegliere il proprio percorso di mobilità o dell’esasperazione prodotta da ripetuti respingimenti, da anni decine e decine di persone si fermano stabilmente sul territorio provinciale. La loro presenza non è un’anomalia né un’improvvisa emergenza. A cambiare, in Alto Adige, è il livello di violenza delle politiche pubbliche attuate per “governare” il fenomeno migratorio: politiche che in questi anni hanno messo in campo strategie con l’obiettivo da una parte di respingere e rendere invisibili le persone, dall’altra di sfruttarle come mano d’opera e, quando non più utili al mercato del lavoro stagionale, di abbandonarle.
Le amministrazioni comunali e provinciali, con continuità, hanno
compiuto delle scelte politiche precise: non investire in servizi
strutturali di accoglienza e abitare l’emergenza come forma ordinaria di
governo. Un modello fondato sulla precarietà programmata e sulla
deterrenza, che ha già prodotto conseguenze drammatiche, in un
territorio che avrebbe tutte le risorse per evitarle. Tra morti di
confine e di assideramento si contano quindici vittime accertate dal
2016.
Emblematico, in questo senso, il regolamento provinciale prodotto dalla giunta SVP 1 e PD – la cosiddetta “Circolare Critelli” dell’ottobre 2016 – da cui è iniziato tutto.
Bolzano, principale polo economico della provincia, concentra queste contraddizioni. È qui che si trovano le pochissime strutture a bassa soglia per le persone senza dimora: mense, servizi igienici largamente insufficienti, dormitori temporanei per persone senza tetto con una capienza di 70 posti letto 2. Ed è qui che la condizione di marginalità colpisce in modo crescente persone con background migratorio. Una realtà strutturale, nota da anni alle istituzioni locali, che continua tuttavia a essere raccontata come un’emergenza contingente.
Con l’insediamento della nuova giunta comunale di destra avvenuto a giugno 2025, questa impostazione è stata ulteriormente irrigidita. I primi mesi della nuova amministrazione guidata da Fratelli d’Italia sono stati caratterizzati dal rafforzamento di un approccio securitario e repressivo: riduzione dei posti disponibili nei dormitori di oltre la metà, nessun ampliamento delle strutture nemmeno durante l’inverno, sgomberi sistematici degli insediamenti informali, “architettura ostile” per i senza tetto, narrazione costante della povertà come problema di ordine pubblico. L’emergenza freddo, invece di diventare un banco di prova per politiche di tutela e prevenzione, è stata gestita come una questione residuale.
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Fonte: Progetto Melting Pot Europa
Autore: Bozen Solidale
Licenza: 
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Articolo tratto interamente da Progetto Melting Pot Europa







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