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venerdì 23 gennaio 2026

Rojava sotto assedio: Kobane torna a resistere



Articolo da la Sinistra quotidiana

C’è un popolo che è una nazione, ma è senza Stato. Anzi ce n’è più di uno. In Medio Oriente. Ma anche in Europa, in Asia, in America. Ci sono tanti popoli che non compaiono sulle carte geopolitiche del mondo, che non hanno spazio perché sono ancora prede delle vecchie conquiste coloniali, quando il Vecchio Mondo si allargava in tutti quelli che scopriva e, nel nome di Dio, dei papi, dei re e degli imperatori li sottometteva imponendo nuovi usi, costumi, economie, culture.

Oggi di quei popoli anonimi sulle carte, che pure fanno rumore nelle loro secolari lotte per l’indipendenza o, anche soltanto, per una autonomia che li preservi come comunità con pieni diritti entro Stati che non sono i loro, ne sono rimasti pochi combattenti. Le vicende storiche non hanno ammansito la voglia di riscatto, ma hanno suggerito che forse si può arrivare al punto che ci si prefiggeva fin dal principio con metodi altri che non siano quelli della violenza terroristica da un lato, di quella più propriamente organizzata in eserciti popolari dall’altro.

I curdi fanno parte di questa storia. Hanno sperimentato, dagli inizi del Novecento, quando con il crollo dell’Impero Ottomano si venne ponendo anche la loro questione nazionale, una altalenante sequela di avvenimenti sociali e politici che li hanno indotti prima a sperare nella creazione di uno Stato indipendente e poi a lottare strenuamente con le armi per riuscire a farsi spazio in una repressione governativa che non ha soltanto il timbro di Ankara, ma anche quello delle nazioni che sono sorte dopo la Conferenza di Sanremo del 1920: Siria, Iraq sostanzialmente. Ma della partita oppressiva nei confronti del popolo delle montagne è cinico giocatore anche il vecchio impero persiano tramutatosi poi nella Repubblica islamica iraniana.

Con il Trattato di Sèvres sempre del 1920 e poi con quello di Losanna di tre anni dopo, la Turchia pone le basi di uno Stato moderno, con confini quasi completamente nuovi che le precludono l’accesso al vecchio bacino petrolifero del Golfo Persico e delle zone costiere della penisola arabica. Per i curdi la speranza di poter avere un anche soltanto embrionale Stato da consolidare nel corso dei decenni successivi, rimane tale e non ha corso. Il progetto di Stato curdo che avrebbe dovuto avere come capitale Diyarbakir non vedrà mai la luce.

Così, passata la tempeste della Seconda guerra mondiale, le cose non vanno certamente meglio. La Turchia inasprisce la repressione dei movimenti indipendentisti e per tutti gli anni a seguire, fino ad arrivare ad oggi, la guerriglia del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan guidato dalla fine degli anni Settanta da Abdullah Öcalan, ha avuto un ruolo fondamentale nel contrasto di progetti apertamente genocidiari che Ankara avrebbe potuto mettere in atto, similmente come nel caso armeno, se il sostegno sovietico da un lato e di una ampia schiera di opinione pubblica internazionale dall’altro non avesse permesso alla lotta curda di subire questa torsione criminale.

Fino a poco tempo fa il PKK era considerato un’organizzazione terroristica. Oggi che ha abbandonato la lotta armata, proponendo il modello del confederalismo democratico come progetto sociale, politico e culturale nuovo entro una Turchia plurinazionale che rispetti tutte le minoranze, è l’interlocutore privilegiato per chi davvero vuole risolvere prima o poi il dramma curdo. Nel ripercorrere brevemente questa storia, si arriva quindi agli anni delle Guerre del Golfo, al neoimperialismo a stelle e strisce che si affaccia sulla Mezzaluna fertile e che rovescia anche i regimi che avevano oppresso il popolo curdo.

Non quello turco, ma quello iracheno. Si formano, nell’atomizzazione devastante che segue alla caduta di Saddam Hussein, delle comunità organizzate, delle sorte di protettorati che sono autonomi sulla carta. La lotta dei vari settori nazionali in cui è diviso il territorio del Kurdistan si interseca suo malgrado. La Siria di Assad traballa e, proprio a seguito degli scossoni dati da Washington, nascono nuovi fenomeni terroristici ancora più efferati di Al Qaeda: il DAESH, lo Stato islamico. I curdi del Rojava, la regione più a settentrione dello Stato siriano, si organizzano nelle milizie YPG (“Unità di Protezione Popolare“).

Liberano Kobane, città di frontiera, città martire delle stragi dei fanatici tagliagole dell’ISIS, e vi instaurano quel confederalismo democratico che ieri era un esperimento di democrazia dal basso, qualcosa di mai veramente visto in Medio Oriente, che oggi è un progetto politico di ampio respiro adottato dal PKK, sostenuto con convinzione dalla sua dirigenza, direttamente interpretato quasi “ideologicamente” proprio da Öcalan. Fino a quando ha retto il caotico equilibrio del dopo-DAESH, tra russi con basi che affacciano sul Mediterraneo, americani al confine con l’Iraq, israeliani oltre le alture del Golan e qaedisti divenuti all’improvviso presidenti riconosciuti da mezzo mondo, anche la zona del Rojava pareva sostanzialmente al sicuro.

Articolo tratto interamente da la Sinistra quotidiana 


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