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Con Domenica di sangue, in russo Кровавое воскресенье?, Krovavoe voskresen'e, si è soliti indicare l'eccidio compiuto a San Pietroburgo il 22 gennaio 1905 (9 gennaio secondo il calendario giuliano) da reparti dell'esercito e della Guardia imperiale russa che aprirono il fuoco contro una manifestazione pacifica di dimostranti disarmati diretti al Palazzo d'Inverno per presentare una supplica allo zar Nicola II.
La marcia era stata organizzata dal pope Gapon, che in seguito fu accusato di essere un agente provocatore della polizia politica zarista. La strage ebbe gravissime conseguenze per il regime, perché minò profondamente la fiducia della popolazione nei confronti dello zar, aprendo la strada alla Rivoluzione del 1905.
L'industrializzazione della Russia aveva conosciuto una forte accelerazione nell'ultimo decennio del XIX secolo. Secondo i dati ufficiali, nel 1890 gli operai russi ammontavano a 1.424.700 unità, mentre nel 1900 erano saliti a 2.373.400, con un incremento del 66.6%.[1] Per quanto rispetto alla popolazione complessiva essi rappresentassero una percentuale molto modesta,[2] per vari motivi la loro importanza era molto maggiore della loro consistenza numerica.
Poiché i bassi redditi della popolazione non favorivano un mercato interno largo e differenziato, gli investimenti furono indirizzati nella produzione tessile, concentrata nella regione di Mosca, e nella produzione meccanica e metallurgica, che poteva contare sulle commesse statali, accentrata soprattutto a Pietroburgo.[3] Caratteristica dello sviluppo industriale in Russia fu la creazione di grandi complessi in pochi centri. Nel 1890 le fabbriche con più di 500 operai rappresentavano il 20% del totale delle industrie, ma in esse si concentrava il 58% della popolazione operaia complessiva, con un costante aumento nel tempo: nel 1902 tali grandi complessi industriali raggiunsero il 26% e vi lavoravano quasi il 70% degli operai.[4]
I lavoratori, provenienti in prevalenza dai villaggi rurali, tendevano ad assumere una mentalità più aperta e ad acquisire nella fabbrica il senso della solidarietà e del comune interesse. La coscienza di appartenere a una classe con peculiari interessi economici e politici era favorita dalla propaganda svolta delle organizzazioni socialiste e dalle stesse condizioni di lavoro, caratterizzate da un elevato sfruttamento, dai bassi salari, decurtati anche dall'abuso delle multe, e dalla totale mancanza di diritti sindacali.[5]
Gli anni novanta videro l'ampliarsi del ricorso allo sciopero, per quanto fosse illegale e punito fino all'arresto e alla deportazione. Gli obiettivi degli scioperi erano prevalentemente economici, consistendo nella richiesta di aumenti salariali e della diminuzione dell'orario di lavoro; raramente erano determinati da motivi sindacali, quali il riconoscimento del diritto di sciopero o la possibilità di creare organizzazioni di rappresentanza operaia, e ancor meno da motivi politici.[6]
Queste agitazioni, in particolare il grande sciopero degli operai tessili di Pietroburgo nel maggio del 1896, indusse il ministro Vitte a promulgare la legge del 14 giugno 1897, con la quale la durata dell'orario giornaliero di lavoro venne fissata in undici ore e mezza, peraltro non per tutte le categorie e comunque disattesa o aggirata con il ricorso al lavoro straordinario, reso di fatto obbligatorio dalle aziende.[7] Il governo non prese invece in considerazione la legalizzazione dei sindacati, per timore che si trasformassero in veri e propri partiti politici, incompatibili con il regime autocratico vigente.[8]
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