venerdì 21 ottobre 2022

L'uomo moderno: macchine al posto del cervello e del cuore



Articolo da Sitosophia

Nella sua opera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, pubblicata nel 1984, Milan Kundera sostiene che i tempi moderni sono quel periodo in cui l’importanza ed il peso della vita umana hanno perso di significato, diventando più leggeri. Witold Gombrowicz, scrittore polacco venticinque anni più vecchio di Kundera, ha un’idea allo stesso tempo comica e geniale per definire questa situazione. Secondo Gombrowicz, il peso del nostro Io dipende dalla quantità di popolazione presente sul pianeta: il peso dell’esistenza umana si è diviso e diluito in una tale quantità di parti, di porzioni differenti, da far sì che il peso ed il valore dell’esistenza stessa si sia ridotto, si sia alleggerito fino al punto da diventare insostenibile. Quindi il peso dell’Io diventa sempre più leggero man mano che la popolazione del pianeta aumenta, come se l’energia che dà peso all’Io fosse di quantità limitata e, poiché viene distribuita in un numero elevato di persone, finisce per essere di modesta quantità in ognuno. Volendo esprimere questo concetto con linguaggio matematico, si potrebbe dire che il numero è inversamente proporzionale alla sostanza.

Ciò che Kundera vuole porre sotto i nostri occhi è, probabilmente, la condizione in cui si trova l’uomo nei tempi moderni. L’uomo moderno è entrato in una fase della storia dove le forze individuali sono totalmente sottomesse alla gabbia di acciaio dell’amministrazione planetaria, sottomesse anch’esse dalle forze della storia, forze probabilmente scatenate dall’uomo stesso che, nell’intento di migliorare la propria vita, si “concede” alla tecnica, quella stessa tecnica di cui, però, ha perso il controllo e di cui adesso è inevitabilmente schiavo. L’uomo, per via del suo smanioso desiderio di onnipotenza, è causa del suo delirio e si ritrova anche ad essere effetto di quella causa.

Il romanzo di Kundera si svolge a Praga, nel 1968. Tomasz e Teresa, i due protagonisti del romanzo, cercano in tutti i modi di fuggire da questa leggerezza, una leggerezza che li schiaccia e li attanaglia. I due, dopo numerose peripezie con le forze dell’ordine, riescono a fuggire e ad andare in Svizzera, trovandosi nella condizione di apolidi. Un passaggio da una gabbia di acciaio ad un’altra: un destino crudele! Da qui il dilemma dei due: restare in Svizzera o tornare nel paese dei deboli, quello da cui sono fuggiti, la Cecoslovacchia? Abbandonandosi alla schiavitù, ritornano nel loro paese di origine, facendo una scelta di pesantezza lasciandosi cadere per non continuare a fluttuare nel nulla. Presi dalla vertigine della leggerezza, ritornano, lei prima, lui dopo, nel paese dei deboli.

Ma cos’è questa Vertigine? È l’ottenebrante e irresistibile desiderio di cadere. È l’ebbrezza della debolezza. Ci si rende placidamente conto della propria debolezza e, invece di resisterle, ci si abbandona ad essa, ci si ubriaca della propria debolezza e ci si lascia cadere sempre più giù, sprofondando sempre di più nell’oblio dell’essere. Ma qual è il motivo di questa debolezza? Qual è la sua causa? Cosa ha reso l’uomo debole? Forse il non essere più in contatto con sé stesso? Non essere più in contatto con la vita? Forse aver perduto il contatto che lo teneva legato alla natura ha reso debole l’uomo? Questo suo esser passato da Homo Faber che, però, nutre rispetto per la vita e la natura, a uomo macchina che, invece, la natura usa e sfrutta per i propri bisogni, la distrugge perdendo la ratio che la lega ad essa, «un uomo macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore», per citare una scena de Il Grande Dittatore, film del maestoso Charlie Chaplin, in cui lo stesso regista, da attore, interpreta in chiave parodistica una variante satirica di Hitler, pronunciando le suddette parole, mentre esorta l’uomo ad essere migliore nel suo straordinario e conclusivo discorso all’umanità. L’uomo, secondo Chaplin, è diventato un uomo macchina perché «la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà e la scienza ci ha trasformati in cinici».

Tra questi illustri intellettuali, non può non spiccare anche un immenso Franz Kafka che, con i suoi lavori mette in luce l’assurdità dell’esistenza dell’uomo moderno, che vive in uno spazio dove armeggia un’inquietante assenza di senso e di claustrofobica mancanza di libertà. Tutto è diventato macchinoso e si muove senza una ragione viva come un inarrestabile orologio impazzito fatto di implacabili e spietati ingranaggi impossibili da fermare. «Nel mondo kafkiano» – dice Kundera – «il sistema burocratico assomiglia alle idee di Platone. Essa è la vera realtà, mentre l’esistenza fisica dell’uomo è soltanto un’illusione, è un mondo in cui viene deificato il potere, dove si crea una teologia burocratica». Sembra quasi apparire dinanzi agli occhi la storia di quell’ingegnere che si trova a dover fuggire dal proprio paese per evitare le conseguenze di una azione mai commessa e di cui è stato accusato. Il paradosso dei paradossi. Un ingegnere di un paese dell’Europa socialista rientra in patria dopo aver partecipato ad un convegno scientifico a Londra. Al suo ritorno scopre che un quotidiano locale lo condanna come traditore della patria per aver fatto dichiarazioni in cui calunniava la patria socialista, decidendo, allo stesso tempo, di rimanere nell’occidente capitalista. Traditore della patria e del partito. L’articolo parla di lui, ma egli sa benissimo che nulla è vero di ciò che è scritto. A quel punto, è impossibile fermare la macchina messa in moto. La notizia è sì falsa, ma passata al giornale dal Ministero degli Interni ed è arrivata al Ministero da un rapporto dei Servizi Segreti. L’ingranaggio è oramai in moto, impossibile arrestarlo. Una smentita è assolutamente da escludersi. Nonostante gli venga detto di star tranquillo, l’ingegnere si sente osservato e continuamente sorvegliato. Non riuscendo più a dormire e a sopportare la tensione di essere sempre braccato dallo Stato, decide realmente di scappare così da diventare per davvero quell’emigrato che prima non era affatto. Egli si ritrova, paradossalmente, a dover affrontare un tribunale della colpa inesistente, un potere che ha il carattere di un labirinto interminabile e ingannevole, perché è un labirinto, in realtà, senza via d’uscita. Un sistema folle, da cui egli non sa se riuscirà mai ad uscire e da cui, forse, non può realmente fuggire, se non attraverso la morte, chissà, perché fuggire dal proprio paese senza volerlo ed essere costretti a doversi rifare una vita è un po’ come morire e rinascere nuovamente. Si tratta di quella famosa realtà letteraria che viene definita come kafkianità. Se in un romanzo ordinario di genere è la colpa che cerca il castigo, in Kafka, la situazione si capovolge: colui che è punito non conosce la causa della punizione. La cosa è talmente insopportabile che, pur di trovare la pace, l’accusato cerca una giustificazione alla pena che gli viene inflitta, facendo nascere il castigo che cerca la colpa. Quell’interminabile labirinto burocratico da cui non v’è uscita alcuna si trasforma anche in un labirinto mentale da cui sempre non v’è uscita alcuna, se non cedere alla pressione del mondo, del potere esterno che agisce violentemente su quello interno fino a creare le implacabili mostruosità dell’Io.1

Che il mondo moderno ha perduto i suoi valori ce lo insegna anche un’altra splendida opera, I Sonnambuli, pubblicato nel 1932, di uno scrittore e drammaturgo viennese, di famiglia ebraica benestante, Hermann Broch. In quest’opera, che Musil riterrà essere una sorta di plagio del suo L’uomo senza qualità, Broch delinea perfettamente i tre momenti in cui si assiste alla degenerazione dei valori, alla crisi dei valori che, secondo l’autore, avviene proprio con l’avvento del mondo moderno. Sembra che con l’era moderna l’uomo rimanga intrappolato in una rete, un grande universo amministrato e tecnicizzato, macchinoso e, per certi versi, violento. Broch attraversa cinquant’anni di storia all’insegna della perdita dei valori, proprio qualche anno prima dell’avvento distruttore del nazismo. I tre personaggi che delineano l’incessante e crepuscolare tracciato che porta alla “morte” dell’uomo vivono tre differenti periodi storici, ognuno conseguente all’altro, in cui i valori umani si vanno via via dileguando per sparire ed evaporare e lasciare il posto ad un’umanità senza anima, un’umanità che ha sostituito il suo cuore fatto di carne con uno fatto di sterili ingranaggi ferrosi.

Pasenow, il primo dei tre personaggi, è un romantico, un personaggio sentimentalmente attaccato ai valori più alti, valori come lealtà, onestà, virtù, fedeltà, valori che non trovano più corrispettivo nella realtà. Pasenow è una sorta di sconfitto perché non riconosce più il mondo e non riconosce più sé stesso nel mondo che lo circonda. Esch, il secondo, incarna fedelmente la figura del fanatico. I valori per lui sono spariti, non hanno più significato e hanno perso densità, però, di contro, pretende che tutti nel mondo vivano proprio quei valori in maniera disciplinata. Esch è un personaggio, in fondo, confuso, instabile, è quella che viene ritenuta una testa calda. Si fa licenziare e colpevolizza un suo collega ebreo che vuole denunciare perché ritiene pericoloso, fino a ricredersi del suddetto quando questo lo invita amichevolmente a bere con lui, e così, tutti i suoi propositi svaniscono, evaporano. Forse, in Esch è già tutto privo di senso, anche se apparentemente tutto in lui un senso sembra averlo, ma forse l’unica cosa che ha senso in lui, come direbbe Spinoza, è il continuo fluttuare da un’emozione all’altra a causa di forze esterne, come una altalena impazzita mossa dal vento. Il terzo personaggio è, probabilmente, dei tre, l’incarnazione della vera mostruosità moderna. Hugenau, il cinico. L’unica cosa che per lui ha valore è la carriera. Incarna l’uomo contemporaneo in tutto e per tutto. Nel mondo contemporaneo privo di valori morali si sente completamente a suo agio. Egli è addirittura disposto ad uccidere un suo rivale senza sentire alcun senso di colpa a riguardo. Hugenau incarna, forse, l’effetto del mondo moderno sull’uomo? È forse lo specchio esatto di come è diventata la società moderna? È il riflesso di quello che l’uomo ha fatto alla natura, snaturandola e strumentalizzandola senza controllo, fino al punto da divenire macchina egli stesso e comportarsi come una macchina nei confronti degli altri uomini?

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Fonte: Sitosophia

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Sitosophia


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