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martedì 16 giugno 2026

La vita di Bakary Sako spezzata dal razzismo che fingiamo di non nominare



Articolo da Sviluppo felice

di Antonio Ciniero, Università del Salento — 15-6-2026

L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista che non può essere letta come una successione di episodi isolati. La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto il 9 maggio scorso mentre si preparava ad andare a lavorare, si colloca dentro una trama più ampia fatta di discorsi pubblici, campagne politiche, rappresentazioni mediatiche e pratiche istituzionali che da anni contribuiscono a costruire i migranti come problema, minaccia o corpo estraneo.


Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini sparò contro sei giovani africani attraversando la città al grido di “Viva l’Italia”, anche oggi il rischio è quello di ridurre tutto a una questione di devianza individuale o di ordine pubblico. Eppure la violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata da un clima culturale che costruisce nemici interni, individua bersagli vulnerabili e normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre.


Non è un caso che, nelle ore successive all’omicidio, si sia tentato di derubricare l’accaduto a una generica “lite tra stranieri”. È un copione già visto: minimizzare, confondere, depoliticizzare. Le testimonianze raccolte dall’associazione Babele hanno invece restituito il volto e la storia di un giovane lavoratore migrante aggredito da ragazzi del posto, alcuni dei quali giovanissimi, addirittura minorenni. Un elemento che dovrebbe interrogarci sul contesto sociale e culturale nel quale stanno crescendo intere generazioni sempre più esposte a narrazioni che presentano lo straniero come bersaglio legittimo, presenza inferiore o problema da contenere.


Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori. È morto dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di inferiorizzazione dei cittadini stranieri. È morto dentro un sistema che continua a trattare le migrazioni come una minaccia permanente anziché come una questione sociale, economica e politica. È morto dentro una società che si abitua progressivamente all’idea che sfruttamento, segregazione abitativa e precarietà estrema siano condizioni quasi naturali dell’esistenza migrante.


La violenza razzista, infatti, non si manifesta soltanto nei delitti di sangue. Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di lavoratori agricoli vivono senza servizi essenziali; nei CPR, dove persone che non hanno commesso reati vengono private della libertà personale; nei naufragi del Mediterraneo e nelle violenze subite da chi resta intrappolato lungo le rotte migratorie. Si manifesta ogni volta che una vita viene considerata sacrificabile in nome della sicurezza, del controllo delle frontiere o della difesa della presunta identità nazionale.


Il razzismo contemporaneo non coincide soltanto con l’odio esplicito. È soprattutto un dispositivo politico e culturale che organizza gerarchie tra vite degne e vite indegne, producendo distanza morale e assuefazione alla sofferenza altrui. È su questo terreno che maturano le aggressioni, i pestaggi e gli omicidi.


La morte di Bakary Sako riguarda la qualità della nostra democrazia e il modello di società che stiamo costruendo. Continuare a parlare genericamente di sicurezza significa spesso nascondere il problema reale: l’insicurezza prodotta da un sistema che precarizza il lavoro, indebolisce il welfare e scarica paure e frustrazioni sui soggetti più vulnerabili. Lo straniero diventa così il bersaglio perfetto su cui proiettare tensioni sociali che hanno origini ben diverse.

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Fonte: Sviluppo felice

Autore: Antonio Ciniero

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Sviluppo felice

Immagine generata con intelligenza artificiale


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