Articolo da Sviluppo felice
di Antonio Ciniero, Università del Salento — 15-6-2026
L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista che non può essere letta come una successione di episodi isolati. La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto il 9 maggio scorso mentre si preparava ad andare a lavorare, si colloca dentro una trama più ampia fatta di discorsi pubblici, campagne politiche, rappresentazioni mediatiche e pratiche istituzionali che da anni contribuiscono a costruire i migranti come problema, minaccia o corpo estraneo.
Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini
sparò contro sei giovani africani attraversando la città al grido di
“Viva l’Italia”, anche oggi il rischio è quello di ridurre tutto a una
questione di devianza individuale o di ordine pubblico. Eppure la
violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata da un clima culturale
che costruisce nemici interni, individua bersagli vulnerabili e
normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre.
Non è un caso che, nelle ore successive all’omicidio, si sia tentato di
derubricare l’accaduto a una generica “lite tra stranieri”. È un copione
già visto: minimizzare, confondere, depoliticizzare. Le testimonianze
raccolte dall’associazione Babele hanno invece restituito il volto e la
storia di un giovane lavoratore migrante aggredito da ragazzi del posto,
alcuni dei quali giovanissimi, addirittura minorenni. Un elemento che
dovrebbe interrogarci sul contesto sociale e culturale nel quale stanno
crescendo intere generazioni sempre più esposte a narrazioni che
presentano lo straniero come bersaglio legittimo, presenza inferiore o
problema da contenere.
Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori. È morto
dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di
inferiorizzazione dei cittadini stranieri. È morto dentro un sistema
che continua a trattare le migrazioni come una minaccia permanente
anziché come una questione sociale, economica e politica. È morto dentro
una società che si abitua progressivamente all’idea che sfruttamento,
segregazione abitativa e precarietà estrema siano condizioni quasi
naturali dell’esistenza migrante.
La violenza razzista, infatti, non si manifesta soltanto nei delitti di
sangue. Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di lavoratori
agricoli vivono senza servizi essenziali; nei CPR, dove persone che non
hanno commesso reati vengono private della libertà personale; nei
naufragi del Mediterraneo e nelle violenze subite da chi resta
intrappolato lungo le rotte migratorie. Si manifesta ogni volta che una
vita viene considerata sacrificabile in nome della sicurezza, del
controllo delle frontiere o della difesa della presunta identità
nazionale.
Il razzismo contemporaneo non coincide soltanto con l’odio esplicito. È
soprattutto un dispositivo politico e culturale che organizza gerarchie
tra vite degne e vite indegne, producendo distanza morale e assuefazione
alla sofferenza altrui. È su questo terreno che maturano le
aggressioni, i pestaggi e gli omicidi.
La morte di Bakary Sako riguarda la qualità della nostra democrazia e il
modello di società che stiamo costruendo. Continuare a parlare
genericamente di sicurezza significa spesso nascondere il problema
reale: l’insicurezza prodotta da un sistema che precarizza il lavoro,
indebolisce il welfare e scarica paure e frustrazioni sui soggetti più
vulnerabili. Lo straniero diventa così il bersaglio perfetto su cui
proiettare tensioni sociali che hanno origini ben diverse.
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Fonte: Sviluppo felice
Autore: Antonio Ciniero
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Articolo tratto interamente da Sviluppo felice
Immagine generata con intelligenza artificiale







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