Quando un uomo con potere, un generale, un candidato, uno che parla come se la realtà fosse un’opinione personale , arriva a dire che il femminicidio è “un’invenzione”, “una narrazione”, o addirittura un “termine inutile”, non sta solo provocando. Sta dicendo ad alta voce ciò che una parte della politica pensa davvero: che la violenza contro le donne non merita un nome, né un’attenzione specifica, né un cambiamento culturale.
Ma la realtà non si lascia addomesticare.
Nel 2023, in Italia, 120 donne sono state uccise. Sessantotto da partner o ex partner. Nel 2024, nei primi dieci mesi, i femminicidi hanno superato 90 casi. Dietro quei numeri ci sono storie che non potranno più continuare. Madri, figlie, amiche. Vite che qualcuno ha deciso di spezzare.
E no, non è “violenza come le altre”. È violenza di genere. È il prodotto di una cultura che ancora oggi insegna a molti uomini che una donna è qualcosa da possedere, controllare, correggere. Una cultura che minimizza, giustifica, normalizza.
Quando Vannacci parla così, non sta “esagerando”: sta mostrando il problema. Perché il femminicidio non nasce dal nulla. Nasce da stipendi più bassi, da carriere bloccate, da un carico di cura che pesa sempre sulle stesse spalle. Nasce da un linguaggio che umilia, da una giustizia che spesso non protegge, da una politica che taglia fondi ai centri antiviolenza e poi si stupisce se le donne non denunciano.
E allora sì, questo è un post militante. Perché davanti a chi nega l’evidenza, la neutralità diventa complicità. Perché il femminismo non è un vezzo: è una forma di sopravvivenza. Perché ogni volta che qualcuno dice “il femminicidio non esiste”, una donna che trova il coraggio di denunciare si sente un po’ più sola.
La domanda non è cosa abbia detto Vannacci. La domanda è: quante altre donne dovranno morire prima che la politica italiana smetta di negare e inizi a proteggere?
Autore: Resistenza Rosa







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