Articolo da Open Migration
Le proteste scoppiate nel Regno Unito dopo l'uccisione di un giovane bianco hanno portato a lanciare lo slogan "White Lives Matter" e la tesi di un presunto razzismo anti-bianco. Ma cosa accade quando si confrontano queste narrazioni con i dati sulla profilazione razziale, sulla violenza delle forze dell'ordine e sulle discriminazioni documentate? Un viaggio tra Europa e Stati Uniti per capire perché White Lives Matter e Black Lives Matter non sono affatto equivalenti.
Lo scorso dicembre un ragazzo di 18 anni è morto in Gran Bretagna, accoltellato da un altro uomo che, nei giorni scorsi, è stato condannato all’ergastolo, con una pena minima di 21 anni prima di poter chiedere la libertà condizionale. La condanna e la diffusione dei video delle body cam degli agenti hanno creato momenti di forte tensione nel paese, alimentati soprattutto dalle forze di estrema destra e dal partito Reform UK di Nigel Farage.
Infatti l’accoltellatore è un ragazzo sikh di 23 anni e, all’intervento della polizia, aveva detto che era stato il diciottenne ad aggredirlo, giustificando la matrice razzista del gesto. I poliziotti gli avevano creduto e avevano ammanettato il ragazzo ferito, per circa un minuto, prima di rendersi conto di quanto accaduto e aver chiamato i soccorsi.
La dimostrazione, secondo i capi delle proteste – alcune violente, che ci sia un razzismo contro i bianchi, da qui lo slogan “White lives matter”, che si rifà chiaramente al “Black lives matter” nato negli Stati Uniti qualche anno fa.
Esiste davvero un problema di razzismo verso i bianchi?
Possono certamente esistere episodi di discriminazione, errori investigativi o sottovalutazioni che coinvolgono persone bianche. Il caso avvenuto in Gran Bretagna sembra mostrare proprio questo: un giovane accoltellato che, almeno nei primi momenti dell’intervento, è stato trattato dagli agenti come un sospetto anziché come una vittima.
Ma per parlare di razzismo sistemico non basta individuare un singolo episodio. Occorre verificare se esistano modelli ricorrenti, statisticamente osservabili, che producono conseguenze sfavorevoli per un determinato gruppo etnico.
Ed è qui che il quadro cambia radicalmente.
Da anni le istituzioni europee segnalano come la profilazione razziale continui a essere una pratica diffusa nei confronti delle minoranze etniche. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), nella ricerca “Being Black in the EU”, ha rilevato che il 24% delle persone afrodiscendenti intervistate era stato fermato dalla polizia nei cinque anni precedenti e che il 41% di coloro che avevano subito un controllo riteneva che l’ultimo fermo fosse motivato dal colore della pelle. Nell’aggiornamento del 2023 la percentuale sale addirittura al 58% tra le persone fermate nell’ultimo anno.
La percezione non riguarda soltanto il momento del controllo. Lo stesso studio mostra che chi ritiene di essere stato vittima di profilazione razziale manifesta livelli di fiducia nelle forze dell’ordine significativamente inferiori rispetto agli altri cittadini.
Anche la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa continua a indicare la profilazione razziale come uno dei principali problemi delle forze di polizia europee. Nel suo ultimo rapporto annuale l’organismo ha sottolineato come nessun Paese europeo possa considerarsi immune dal fenomeno e ha invitato gli Stati a raccogliere dati, rafforzare la formazione degli agenti e introdurre meccanismi indipendenti di controllo.
Le raccomandazioni rivolte alle istituzioni europee e nazionali non riguardano dunque un presunto razzismo anti-bianco. Riguardano invece la necessità di contrastare pratiche discriminatorie che colpiscono in modo sproporzionato persone nere, rom, arabe o percepite come straniere.
Anche in Italia il dibattito non è nuovo. Diversi studi e osservatori hanno evidenziato come cittadini stranieri e persone appartenenti a minoranze etniche risultino sovra-rappresentati nei controlli di polizia e nel sistema penale, alimentando il sospetto che stereotipi e pregiudizi influenzino almeno in parte le pratiche di controllo sociale.
Perché Black Lives Matter ha senso e White Lives Matter no
Appare evidente che chi ha lanciato lo slogan “White Lives Matter” si voglia inserire in una narrazione che, negli anni, è stata forse tra le più potenti forme di protesta e presa di coscienza a livello globale. Un tentativo di depotenziare una rivendicazione che, soprattutto le organizzazioni e i movimenti di suprematisti bianchi, come alcuni di quelli che stanno in questi giorni protestando in Gran Bretagna, hanno vissuto come un peso e una minaccia. Capace di irrompere con una forza dirompente sulla scena pubblica e politica e far avanzare rivendicazioni di eguaglianza.
Dire che i bianchi sono discriminati in quanto bianchi, significa anche contrastare la denuncia rispetto alle discriminazioni delle persone nere. Riprendere quel frame del “essere ospiti a casa nostra”, respingere il “politicamente corretto” e quel “wokismo” contro cui negli ultimi anni, proprio i movimenti di estrema destra, si sono scagliati con forza.
Respingere questa equiparazione è dunque fondamentale. E lo è ancora di più perché “White” e “Black” Lives Matter nascono da contesti completamente e profondamente diversi.
Quando nel 2013 viene lanciato l’hashtag #BlackLivesMatter, gli Stati Uniti stavano vivendo una lunga serie di casi che coinvolgevano cittadini afroamericani uccisi da parte delle forze dell’ordine o da vigilantes armati: Trayvon Martin, Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Sandra Bland, Philando Castile e molti altri.
Per misurare il fenomeno, nel 2015 il Guardian aveva il progetto “The Counted”, il primo database indipendente che prova a censire tutte le persone uccise dalla polizia negli Stati Uniti.
I dati mostrano che circa il 29% delle persone uccise dalla polizia era afroamericano, nonostante gli afroamericani rappresentassero soltanto il 13% della popolazione statunitense. Ancora più significativo era il dato sulle persone disarmate: il 32% degli afroamericani uccisi non aveva armi con sé, contro il 15% dei bianchi.
A fine 2015 il Guardian aveva registrato 1.134 persone uccise dalle forze dell’ordine. I giovani uomini afroamericani tra i 15 e i 34 anni risultavano il gruppo più esposto: avevano una probabilità di essere uccisi dalla polizia circa cinque volte superiore a quella dei coetanei bianchi.
Cinque anni dopo, nel 2020, quella tensione accumulata nel tempo sarebbe esplosa nuovamente. L’uccisione di George Floyd a Minneapolis, ripresa in un video diventato virale in tutto il mondo, non rappresentò infatti un episodio isolato ma l’ennesimo caso inserito in una lunga sequenza di morti che avevano già alimentato il dibattito pubblico negli Stati Uniti.
Pochi mesi prima, Breonna Taylor, una giovane operatrice sanitaria afroamericana, era stata uccisa nella sua abitazione durante un’operazione di polizia a Louisville. Nello stesso periodo il caso di Ahmaud Arbery, inseguito e ucciso da due uomini bianchi mentre faceva jogging in Georgia, aveva suscitato indignazione nazionale. Negli anni precedenti i nomi di Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Sandra Bland e Philando Castile erano già diventati simboli delle mobilitazioni contro la violenza e la discriminazione razziale.
Black Lives Matter nasce dunque come risposta a una disparità osservabile e misurabile. Non sostiene che le vite nere contino più delle altre, ma che, nella pratica delle istituzioni e dell’uso della forza, sembrino contare meno.
White Lives Matter compie invece un’operazione opposta: prende un singolo episodio o una percezione di ingiustizia e la trasforma nella prova di una discriminazione sistemica che, almeno allo stato attuale delle evidenze, non trova riscontro nei dati disponibili.
È questa la differenza fondamentale tra i due slogan. Uno nasce per denunciare una disuguaglianza documentata. L’altro nasce per contestare l’esistenza stessa di quella disuguaglianza.
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Fonte: Open Migration
Autore: Andrea Oleandri
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Articolo tratto interamente da Open Migration







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