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giovedì 11 giugno 2026

La nostra patria è l’umanità




Articolo da Cronache di ordinario razzismo

La propaganda xenofoba e razzista della Remigr@zione a Roma non è gradita. Questo il messaggio che il 13 giugno attraverserà le iniziative antirazziste organizzate da associazioni e movimenti, a partire dal corteo convocato alle 15,00 al Colosseo per raggiungere Piazza Vittorio Emanuele (si veda qui l’appello lanciato da alcune associazioni e realtà di movimento).

Con qualche distinguo, la memoria porta indietro nel tempo, a un sabato di 11 anni fa: il 28 febbraio 2015, 30mila persone sfilarono per Roma dietro lo slogan “MaipiùconSalvini”. L’allora neo segretario della Lega Nord aveva indetto una manifestazione nazionale a Roma a piazza del Popolo per lanciare il suo progetto di “partito nazionale”. Un partito “nordista”, secessionista e fortemente antimeridionale per diventare “nazionale” aveva bisogno dell’alleanza con le destre, comprese quelle più radicali: Casa Pound sfilò quel 28 febbraio insieme alla nuova sigla “Sovranità-Primato agli italiani”, Giorgia Meloni intervenne sul palco. Il leader leghista in ascesa aveva già fatto uscire dal cappello uno dei suoi slogan più famosi, quello che evocava “le ruspe contro i campi rom”. Il progetto era ambizioso: candidarsi alla guida dell’opposizione al Governo Renzi grazie all’alleanza con le destre italiane e europee. Quel giorno Piazza del Popolo rimase mezza vuota. Di contro il corteo antirazzista convocato da associazioni e movimenti sociali riempì i fori imperiali. 

I movimenti avevano colto il pericolo che l’alleanza fascio-leghista rappresentava. Gli slogan sull’”emergenza immigrazione”, sulla “grande sostituzione etnica”, i “blocchi navali” e i “rimpatri di massa” inquinavano già allora il dibattito pubblico. La differenza è che oggi i discorsi xenofobi e razzisti, le retoriche violente e le politiche sicuritarie si intrecciano in un nodo nero molto più forte e si fondano su ideologie identitarie che richiamano esplicitamente il fascismo e il suprematismo bianco.

La terza guerra mondiale fatta a pezzi sta smantellando quel diritto internazionale che subito dopo il secondo conflitto mondiale aveva posto le basi (almeno formalmente) di un sistema di diritti umani fondamentali fondato sui principi di pari dignità, eguaglianza e libertà di tutte le persone. Parallelamente il predominio dei grandi poteri economici su quelli politici sta indebolendo la democrazia e allargando le diseguaglianze tra gli stati e all’interno degli stati: viviamo in società molto più ingiuste e diseguali di quelle di dieci anni fa e discorsi e slogan che usano la xenofobia e il razzismo per promettere il ritorno a età dell’oro (mai esistite) trovano maggiore consenso. 

Così l’inaccettabile diventa legittimo e “normale”: lasciar morire migliaia di persone migranti in mare; moltiplicare le strutture di detenzione disumane, dove la violazione dei diritti è prassi ordinaria, trasformandole addirittura in “opere militari” sottratte al controllo democratico e declassare il diritto di asilo a un diritto residuale sulla base della stesura arbitraria e discrezionale di liste di “paesi di origine sicuri” e dell’adozione generalizzata di procedure accelerate di frontiera, che tutto sono tranne che una valutazione approfondita caso per caso del diritto a cercare e trovare protezione delle persone richiedenti.

Il razzismo e la violenza nascosti nello slogan della remigr@zione

Così accade che una parola non nuova ma dal significato solo apparentemente neutrale come quella di remigr@zione sia usata per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare che ha già raccolto alcune migliaia di firme. 

La proposta non lascia equivoci: “per «remigrazione» si intende il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di originecon l’intento di riaffermare “la priorità della difesa della sovranità e dell’integrità nazionale”. Addirittura, lo Stato italiano dovrebbe affermare “come principio inderogabile, che non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra”. Chissà che cosa ne pensano i più di sei milioni di persone italiane che risiedono all’estero. 

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Fonte: Cronache di ordinario razzismo

Autore: 
Grazia Naletto

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.


Articolo tratto interamente da Cronache di ordinario razzismo  

Immagine generata con intelligenza artificiale


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