venerdì 17 giugno 2022

Cloe Bianco vittima di un Paese bigotto e ignorante



Articolo da Valigia Blu

La storia di Cloe Bianco è una storia di ordinaria transfobia. Dove per ordinaria non si intende quella quotidianità che rientra nella sfera del normale. Si allude a un costume diffuso che non ha niente di accettabile, semmai. E ci dice molto del pensiero trans-escludente che solo nell'ultimo anno ha tenuto banco nell'opinione pubblica e nell'agenda politica.

Ma andiamo per ordine. Stiamo parlando di una persona che insegnava fisica in una scuola. Una docente allontanata dal suo posto di lavoro perché transgender, e che alla fine di una lunga spirale di discriminazione si è tolta la vita. Tante sono le criticità di questa triste vicenda, che vanno oltre il caso di cronaca in sé. Non poter insegnare perché persona transgender è una discriminazione che viola basilari diritti costituzionali. Eppure ciò che è successo alla professoressa Bianco va in tale direzione. Il demansionamento prima, poi l'allontanamento definitivo dall'insegnamento.

Così ricorda Rolling Stone: «La mattina seguente» rispetto al coming out di persona trans, «la professoressa venne sospesa per tre giorni dall’insegnamento, a causa del comportamento ritenuto non “responsabile né corretto”». E quindi, si apprende ancora, «fu relegata alla segreteria, perdendo la possibilità di insegnare».

Nel frattempo i media raccontavano la sua storia. La vicepreside della scuola in cui lavorava ebbe a dire nel 2015: «Sono stata un'ora con l'insegnante. Abbiamo parlato anche del tipo di abbigliamento da usare. Inizialmente non ha recepito, anzi mi ha contestato questa cosa, sostenendo che non dovrebbero esserci limitazioni nel modo di vestire. Ho ricordato il codice che abbiamo e che riguarda tutti. Direi che a scuola si è poi sempre presentata in maniera sobria». Nome e cognome sui giornali, quei riferimenti a un look non consono. Ci sarebbe da chiedere quali sono stati i parametri che hanno portato a considerare eccessivo l'outfit dell'insegnante, se il problema fosse l’indossare una minigonna o se il problema fosse chi la indossava. Non potremo mai saperlo.

A proposito di stampa. Certi giornali generalisti hanno riportato la sua storia, ma appellandola al maschile. Sul suo profilo Facebook l’attivista e consigliera comunale Porpora Marcasciano riporta un caso: si parla di “un prof diventato Cloe” che insegnava “vestito da donna”. E sul Corriere del Veneto, in un articolo (parzialmente corretto dopo 4 giorni), viene ricordato il nome di battesimo dell’insegnante, appellandola al maschile. Eppure non dovrebbe essere difficile. La persona transgender va appellata con pronomi e aggettivi che descrivono il genere in cui si riconosce. Sì chiamava al femminile, era una donna. È così difficile usare il genere grammaticale previsto? Usando esiti quali “la docente”, “la professoressa”. Regole che si imparano già alle elementari, ma che certi giornalisti faticano ad applicare. E non è una questione di lana caprina.

Chiamare una donna trans al maschile – come è stato fatto certa su certi articoli, non rispettando la sua identità di genere – è un insulto. Se questo insulto va in direzione di una persona che non può più prendere parola, perché è morta e per come è morta, si cade a un livello di inaccettabilità tale che trova poche attenuanti, se non nessuna. E l'inadeguatezza di chi non sa usare il genere grammaticale è, semmai, un'aggravante.

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Fonte: Valigia Blu

Autore: 
Dario Accolla


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Articolo tratto interamente da Valigia Blu


6 commenti:

  1. é mancato il rispetto verso il prossimo, trasgender si o no, dobbiamo imparare meno a giudicare il prossimo e dargli delle etichette senza conoscere. Si può vivere un dramma personale ma è la società che deve aiutare a venirne fuori e non a punire. Bisogna fare in modo che le persone chiedano aiuto quando serve, non c'è vergogna a chiedere aiuto quando si fa fatica a gestire certe situazioni. Sembra una situazione in cui tutti hanno voltato le spalle, nel 2022 una cosa triste

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  2. La cattiveria e l'ignoranza umana producono spesso situazioni dove una persona fragile può accusare il colpo. Ma siamo quasi tutti incapaci di metterci nei panni del prossimo.

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  3. La prima scuola, deve essere la famiglia, se ci sono valori i figli crescono bene.

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  4. Purtroppo viviamo in una società che ha perso tanto, vedo troppa cattiveria in giro, che si ripercuote in primis sulle future generazioni.

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