Articolo da Agorà. La Filosofia in piazza
Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,
a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
Ciò che mi domando, che mi sono domandato fin dalla prima volta in cui l’ho ascoltata, è se sia la sua voce a creare uno strappo nell’anima. Quella voce così severa, quasi improbabile da trovare in un disco, in grado di cambiar colore e farci ridere… e farci commuovere fino alle lacrime.
Oppure, sono quegli accordi usuali, messi in fila a formare, infine, un incastro perfetto con le nostre malinconie, a farci attraversare un universo di sentimenti, a guidarci e sedurci fino alla tenerezza?
O, ancora, sono quelle pause fra parole sovraccariche di senso a strattonarci in una dimensione di nostalgie irrisolte cui non sapevamo di appartenere?
Davvero, non lo so dire cosa sia, ma continua ad accadere che, ascoltando le sue canzoni, ci si senta insieme, fratelli e sorelle di chi – come noi – continua a fare una fatica enorme per abitare con dignità questo mondo.
Francesco Guccini è stato un cantastorie ineguagliabile. Con lucidità e rigore è riuscito a trovare vie inesplorate, originali e profonde, per descrivere questo LungoNovecento, duro a morire nei suoi rigurgiti neoimperialisti, neocolonialisti, neofascisti verso i quali ha sempre espresso una ferma condanna – con buona pace di chi a destra, anche ultimamente, ha provato ad addomesticarlo per renderlo un cantante trasversale, uno di quelli da poter citare opportunisticamente, come se ci si potesse appropriare delle sue belle parole senza badare alla loro potenza e al confine netto che esse tracciano tra sistemi di valori incompatibili.
2. Non artista, solo un piccolo baccelliere
Senza la pur minima pretesa di voler tratteggiare una poetica dei suoi testi, mi piace lasciarmi consolare dall’idea che Guccini non si sia mai nascosto. Lo amiamo perché lo abbiamo visto tra le righe del suo Cirano, commosso dall’amore più puro e inflessibile nella condanna di prezzolati opportunisti interessati ad altro che a sé stessi.
Facciamola finita, venite tutti avanti
Nuovi protagonisti, politici rampanti
Venite portaborse, ruffiani e mezze calze
Feroci conduttori di trasmissioni false
Che avete spesso fatto del qualunquismo un arte
Coraggio liberisti, buttate giù le carte
Guccini è il suo don Chisciotte, idealista avvezzo a maneggiare i sogni per non cedere al realismo, al fatalismo, lucidamente in lotta, da matto inerme, contro il Potere.
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
È i suoi Migranti, la loro memoria che trasuda di un presente doloroso, la loro sofferenza e la loro ingenua speranza da ultimi della terra.
E andavamo nel mondo, America, Europa
Dovunque ci fosse uno spazio comunque
Sapendo di andare a soffrire
Per vivere e ricostruire
Mescolavo al sangue la storia
Per creare
Una nuova e vitale memoria
È il suo Odysseus, legato al mondo contadino, al vino e alla terra: non appartiene al mare, ma è costretto a navigare per desiderio di conoscenza, per entrare in porti sconosciuti.
E ad ogni viaggio reinventarsi un mito
A ogni incontro ridisegnare il mondo
E perdersi nel gusto del proibito
Credo sia questa, in fondo, la meraviglia. Guccini è la sua Pavana, la sua Via Paolo Fabbri 43, le sue Osterie di fuori porta, certo, ma i suoi luoghi trasfigurano, fra la via Emilia e il West, in un luogo ideale in cui anche noi possiamo sentirci un po’ Cristoforo Colombo, Amerigo, Il vecchio e il bambino. Se Il Guccio ci invita nelle sue stanze di vita quotidiana è per abbatterne pareti e confini e proporci il suo altrove esistenziale.
3. Contro la gente che non sogna
Guccini con le sue canzoni ci ha lasciato un metodo, lo dissemina ovunque, appena può, inoltrandoci, attraverso una nuova fiaba, dentro un percorso fatto di dubbi e curiosità, che comincia proprio dal sentirsi atopos, fuori luogo rispetto a un mondo patinato fatto di nebbia, pieno di sembrare. Soprattutto, Guccini ci lascia una nitidissima visione del mondo, che aborre le guerre, la costrizione e la sopraffazione, lontanissimo dalla brutalità del capitale, dal perbenismo interessato, dal cinismo, dall’indifferenza di chi accetta tutto il dolore che c’è con una scrollata di spalle, senza più neanche provarlo a sognare un posto in cui non soffriremo e tutto sarà giusto. Il mondo delle sue canzoni è l’utopia che si realizza, pur nell’assenza dell’happy-end, nel gesto poetico e anarchico dei protagonisti sconfitti e invincibili dei suoi testi.
Ripercorrendo a memoria alcuni dei suoi capolavori è facile riconoscergli una grandezza poetica: Guccini è riuscito a rendere universali luoghi remoti e personalissimi rivestendoli di una familiarità esemplare. Ha incastrato le voci delle persone a lui care alle nostre esperienze, anche solo sognate. Ha cantato con identico lirismo le gesta di personaggi da romanzo e quelle di persone comuni, rendendole memorabili. Ha raccontato sentimenti profondissimi solo soffermando la parola su gesti ordinari, posti in rilievo quel tanto da consentir loro di imprimersi, indelebili, nel nostro immaginario. Farne un elenco sarebbe puerile, però mi sia concessa una eccezione:
La ragazza dietro il banco mescolava birra chiara e Seven-up
4. Poter essere una locomotiva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia
Guccini con la sua opera ha provato a sottrarsi(ci) al feticismo delle merci, ha ricondotto le cose all’uomo, ha preservato, vivificandola, la memoria di costellazioni di oggetti di un universo di senso altrimenti perduto e incomprensibile (l’Eskimo “innocente” è dettato solo dalla povertà; il treno, ne La locomotiva, corre ignaro, per portare qualche esempio); ha creato poesia intorno a posti e persone improbabili, sui quali il nostro sguardo non si sarebbe mai posato con tale intensità; ci ha richiamato al dovere di non voltarci dall’altra parte di fronte alle ingiustizie e ha reclamato per noi il diritto di potersi sentire al plurale, solidali nell’affrontare questo gioco chiamato vita, che sempre si compie nell’ineluttabile scorrere del tempo.
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Fonte: Agorà. La Filosofia in piazza
Autore: AP (9 agosto 2026) per Agorasofia
Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International
Articolo tratto interamente da Agorà. La Filosofia in piazza







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